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Cavalieri del reale ordine di cipro side

GRECIA (A. T., 82-83). - Il nome dato nelle lingue occidentali alla parte più strettamente peninsulare dell'attuale Penisola Balcanica deriva dalla denominazione di cavalieri del reale ordine di cipro side Graeci, sotto cui i Romani (come gl'Italici in genere) conobbero in epoca storica i suoi abitatori. L'origine di questo etnico non è del tutto sicura, connettendolo alcuni, sulla base di un passo di Aristotele che riflette antiche etimologie, con dei supposti Γραικοί abitanti nei dintorni di Dodona in Epiro, altri con gli abitanti di Γραῖα (v. grea), nome di due cittadine, in Beozia e in Eubea. Del tutto distinto è il nome di Ellade (‛Ελλάς, etnico "Ελληνες) con cui gli antichi Greci chiamarono la loro patria, e che, dapprima specifico d'una ristretta regione della Tessaglia, si estese poi a gradi, alcuni dei quali riscontrabili (Ellade e Argo, nell'Odissea), a tutta la penisola abitata in antico dai Greci. I due nomi Ellade e Grecia coesistettero così per tutto l'evo antico, l'uno nell'uso indigeno, l'altro in quello latino, salvo la denominazione ufficiale della Grecia quando divenne provincia romana, che fu Acaia. Poi il secondo si mantenne geograficamente e culturalmente per tutto il Medioevo occidentale, e vige ancor oggi nelle lingue che lo hanno attinto dal latino (Grèce, Griechenland, Greece). Il primo si oscurò e decadde con l'estinguersi della civiltà antica, sostituito sui luoghi da Romania, che rispecchia la continuità imperiale romana nelle denominazioni bizantine; il nome di Ρωμαῖοι in Bisanzio stessa, Rūm nel vicino Oriente musulmano, accomunò i Bizantini tutti, e gli abitanti nella terra che un giorno fu degli Elleni. L'antico nome glorioso risorse col sorgere a libertà e unità statale della nazione neogreca, che a simbolo di asserita continuità tradizionale ed etnica prese il nome ufficiale di ‛Ελλάς e l'etnico di "Ελληνες; rinnovando, con un contenuto geograficamente ampliatosi dopo le guerre balcaniche ed etnicamente da secoli assai complesso e modificato, le antiche denominazioni indigene.

Repubblica greca: Geografia: Delimitazioni e confini (p. 785); Struttura fisica (p. 785); Clima (p. 787); Idrografia e rilievo (p. 787); Fauna (p. 789); Flora e vegetazione (p. 790); Dati statistici sulla popolazione (p. 790); Etnografia (p. 792); Centri (p. 795); Condizioni economiche (p. 796); Comunicazioni (p. 798). Ordinamento dello stato: Ordinamento costituzionale (p. 799); Culti (p. 799); Forze armate (p. 800); Finanze (p. 800); Organizzazione scolastica (p. 801).

La Grecia antica: Geografia storica (p. 801). Preistoria (p. 802). Storia: Dalle origini alle guerre persiane (p. 806); Le guerre persiane (p. 811); La pentecontaetia (p. 812); La guerra del Peloponneso (p. 813); L'egemonia spartana (p. 814); L'egemonia tebana (p. 815); Il frantumarsi delle egemonie (p. 816); L'egemonia macedonica (p. 817); Dalla guerra di Lamia alla battaglia d'Ipso (p. 819); Dalla battaglia d'Ipso alla morte di Pirro (p. 820); Le leghe etolica e achea e il risveglio repubblicano (p. 821); La rivoluzione sociale a Sparta e la nuova simmachia macedonica (p. 823); Quarto periodo: romano (p. 846). Religione (p. 850). Arti figurative: Limiti cronologici dell'arte greca (p. 854); Architettura (p. 855); Scultura (p. 861); Pittura (p. 875); Ceramica (p. 878); Arti minori (p. 881); Fonti antiche per la storia dell'arte greca (p. 885); Studî sull'arte greca (p. 886); Museografia (p. 887). Musica (p. 888). Diritto (p. 891). Storia economica e finanziaria: Dalle origini alle guerre persiane (p. 893); Dalle guerre persiane ad Alesandro Magno (p. 894); Da Alessandro Magno alla fine dell'indipendenza greca (p. 896); L'amministrazione finanziaria degli stati greci (p. 897). Monetazione (p. 897).

La Grecia medievale e moderna: Storia: La Grecia bizantina (p. 899); Il predominio franco-italiano e la conquista turca (p. 900); Il dominio ottomano (p. 901); La rivoluzione (p. 902); La Grecia indipendente (p. 904). Lingua (p. 907). Letteratura (p. 910). Folklore (p. 913). Arti figurative: Architettura (p. 914); Pittura (p. 915); Scultura (p. 917). Musica (p. 918).

I termini greci che ricorrono nella trattazione, quando non siano scritti in caratteri greci, si presentano:

1. italianizzati, quando esiste una forma tradizionale italiana (sia per voci passate attraverso il latino, come Posidone, sia per voci medievali e moderne, come Scio, Lepanto, Ipsilanti);

2. in traslitterazione, cioè facendo corrispondere alle lettere dell'alfabeto greco le lettere dell'alfabeto italiano e altre, nel modo seguente:

lo spirito dolce (') non è indicato; quello aspro (‛) è indicato con h; gli accenti sono come in greco:??? acuto;??? grave;??? circonflesso; i dittonghi, accentati sulla seconda vocale si pronunziano con accento tonico sulla prima.

Quanto alla pronunzia dei vocaboli traslitterati, bisogna riferirsi alla pronunzia del greco nelle varie epoche: per l'età antica vale la pronunzia tradizionale; per l'età medievale e moderna si dànno notizie a p. 908; in particolare si tenga presente quanto segue: le vocali ē (η), y (υ) e i dittonghi ei (ει), oi (οι) suonano come i di bile; ai (αι) si pronunzia come e di bene; ou (ου) si pronunzia come u di lupo; la u nei gruppi au (αυ), eu (ευ), ēu (ηυ) dinnanzi alle vocali e alle consonanti b (β), g (γ), d (δ), z (ζ), l (λ), m (μ), n (ν), r (ρ) si pronunzia come v di vento; dinnanzi alle altre consonanti suona come f di fuoco; b (β) suona come v di volo; g (γ) dinnanzi ad e, i, si pronunzia quasi come i di ieri; dinnanzi a k (κ), x (ξ), ch (χ), g (γ) si pronunzia come n di angolo; dinnanzi alle altre lettere ha suono fricativo sonoro; d (δ) si pronunzia come th inglese in the; th (ϑ) si pronunzia come th inglese in death; ch (χ) ha suono fricativo sordo; mp (μπ), nk (γκ), nt (ντ) suonano mb, ng (gutt.), nd (all'iniziale b, g gutt., d).

LA REPUBBLICA GRECA

Geografia.

Delimitazioni e confini. - Non si può dire che la Grecia, nei suoi limiti attuali, come del resto anche in quelli che essa aveva precedentemente (v. appresso), costituisca una regione geografica nettamente definita. Essa, in questo, partecipa dei caratteri generali della Regione Balcanica, in quanto appare come l'unione, sia pur intima, di unità regionali quasi sempre di piccola estensione, caratterizzate ciascuna da condizioni naturali - orografiche, idrografiche, climatiche - diverse. Né il confine politico dello stato segna sempre i confini di tali regioni minori: esso è il risultato di compromessi politici, tanto più imperfetti quanto più erano difficili a risolversi le questioni etniche della Balcania e quanto maggiori le aspirazioni territoriali dei varî stati.

Questo confine parte dalla costa ionica di fronte a Corfù, taglia le testate della Voiussa e dei suoi affluenti, raggiunge il piccolo massiccio dello Smolica, e quindi passando a oriente di Corizza (Korça) arriva al Lago di Prespa. Volge di qui verso oriente attraversando il lago e poi la bella piana di Monastir (Bitolj), e tenendosi sul limite meridionale del bacino della Crna Reka raggiunge il Vardar poco a valle di Bogdanci; attraversa il piccolo Lago di Doiran, e per i Belezik Planina scende poi allo Struma; taglia la catena del Pirin Planina, oltrepassa il Mesta, abbraccia il bacino di taluni fiumi suoi affluenti di sinistra, e si chiude finalmente al mare poco ad occidente della zona degli Stretti. Tale confine è così tracciato, che taglia il corso di numerosi fiumi, i quali in parte scorrono nel territorio albanese, nello iugoslavo e nel bulgaro, cioè dentro i limiti dei tre stati confinanti: talora, cioè, esso dà alla Grecia le testate di valli defluenti verso l'Albania (bacini della Voiussa e del Semeni) o verso la Iugoslavia, talora invece il tronco inferiore di altre (del Vardar, dello Struma, del Mesta), il cui maggiore sviluppo è nella Iugoslavia stessa o in Bulgaria. Ed è questo duplice fatto che da un lato facilita alla Grecia la sua opera di penetrazione di là dai proprî confini, dall'altro le dà lo sbocco naturale di estese regioni che non le appartengono. L'estensione superficiale della Grecia, continentale e insulare, prima delle guerre balcaniche, era di circa 65.000 kmq.; dopo quelle guerre salì a circa 120.000 kmq., e a 130.199 kmq. al termine della guerra mondiale.

Struttura fisica. - Dell'area complessiva poco men0 di un quinto spetta alle isole: ciò dice già quanta parte della Grecia sia strettamente legata al mare. Ma anche la Grecia di terraferma, per la sua spiccata peninsularità e per la profonda frastagliatura delle sue coste, è tutta quanta, si può dire, un paese marittimo; le parti centrali del Peloponneso non distano dal mare più di 50 o 60 km. e soltanto per i territorî più interni fra quelli di recente acquisto tale distanza raggiunge eccezionalmente i 150 km. E tanto più il paese è legato al mare, in quanto sono d'altra parte difficili le sue comunicazioni terrestri. L'alta catena del Pindo, che si parte da presso i confini settentrionali e raggiunge con le sue varie propaggini il Golfo di Corinto, e poi sembra continuarsi nel Peloponneso con l'aspra regione dell'Arcadia, divide effettivamente, come una grande spina dorsale, un versante ionico ed uno egeo, tra i quali non vi è possibilità di facili comunicazioni. Queste, quindi, anche tra luoghi vicini, devono preferire la via, spesso più lunga ma sempre più facile, del mare. In ciò la Grecia è straordinariamente favorita dalla natura stessa della sua linea di riva, la quale, per la frequenza e la profondità delle frastagliature, acquista uno sviluppo lineare notevolissimo. Nell'Egeo, quando si astragga dalla Penisola Calcidica con le sue tre lunghe e sottili digitazioni, essa costituisce nel complesso, dal fondo del Golfo di Salonicco, lungo la Tessaglia e lungo la grande isola di Eubea, una costa unita, piuttosto regolare, rocciosa e dirupata, interrotta quasi soltanto dalla foce del Salambrías. Ma di fronte al gruppo delle Sporadi settentrionali si apre in essa il canale di Tríkeri, al quale si collega l'ampio e riparato Golfo di Volo, e dal quale poi si continuano, a separare l'Eubea dalla terraferma, il Canale di Ōreoí, il Golfo di Lamia, il Canale di Atalántē, lo Stretto di Calcide, il Canale d'Euripo, fino al Golfo di Petalioí: i quali tutti costituiscono un vero mare interno, meravigliosa via di comunicazione fra la Grecia settentrionale e la meridionale. Nell'insieme abbastanza unita, regolare e anch'essa diretta da NO. a SE. si mostra la costa opposta, ionica, pure provvista di belle e ampie falcature nel Peloponneso, solo in parte rocciosa e dirupata, in specie lungo l'Acarnania. Più spesso le alluvioni dei fiumi, principali l'Artino (Árachthos), l'Aspropotamo, il Feídaris nella Grecia settentrionale, il Peneo e l'Alfeo nel Peloponneso, hanno determinato pianure costiere, con frequenti laghi e lagune (assai notevoli quelle di Missolungi); né il Golfo d'Arta, ampio ma dalle rive lagunose e dalle basse acque nell'imboccatura, presenta importanza speciale. Ma le Isole Ionie meridionali, che si seguono da vicino l'una all'altra, chiudono anche qui un piccolo mare interno, tanto più propizio perché proprio dinnanzi all'apertura del profondo Golfo di Corinto, che coi suoi due bacini di Patrasso e di Lepanto penetra dentro alla terra, fin quasi a staccare dal continente la gran penisola del Peloponneso: straordinaria via naturale, per la quale l'alta barriera del Pindo viene interrotta e la Grecia d'oriente e quella d'occidente possono sicuramente comunicare tra di loro. Caratteri ancora diversi presenta la costa meridionale. Qui le quattro grandi digitazioni con le quali termina a mezzogiorno il Peloponneso, e la minore penisola dell'Attica, e la stessa Eubea si spingono rocciose e dirupate dentro il mare, determinando altrettanti profondi golfi (Messenico, Laconico, Argolico, Saronico e di Petalioí). Di fronte a questi grandi promontorî si allineano le isole innumerevoli, in ampia incurvatura, fino all'opposta costa d'Asia Minore.

Se si guarda alla struttura geologica della Grecia, si vede che in questa, dentro i suoi limiti attuali, ricorrono i due motivi tettonici e morfologici che caratterizzano il complesso della Regione Balcanica. Questa, come è noto, comprende una zona orientale, dove una catena montuosa, i Balcani, attaccandosi alle Alpi di Transilvania presso la stretta danubiana delle Porte di Ferro, corre, dopo un'ampia curvatura, in direzione di oriente verso il Mar Nero (una tipica montagna a pieghe, spettante al sollevamento alpino); e una zona occidentale che, attaccandosi alle Alpi Giulie, corre parallela all'Adriatico, ora più stretta ora più ampia, e costituisce le Alpi Bebie (o Velebiti) e le Dinariche con gli adiacenti altipiani della Croazia, della Bosnia, dell'Erzegovina e del Montenegro, poi le Alpi Albanesi, dalle quali passa nel territorio greco: anche questa è una zona montuosa a pieghe del sollevamento alpino. Tra le due, invece, è un massiccio triangolo, costituito da una massa di sollevamento ben più antico. Questi due diversi motivi ricorrono appunto anche nel territorio greco. La massa centrale di antico sollevamento costituisce infatti tutta la Macedonia greca, estendendosi fino a parte della Tessaglia: è quella che vien chiamata "massa tracia" e che ha la sua maggiore estensione nella Bulgaria meridionale e in quasi tutto il territorio serbo. Ve n'è poi una seconda minore, la "massa delle Cicladi", che abbraccia la parte meridionale dell'Eubea, l'Attica e le fronteggianti isole. E ve n'è anche una terza, la "massa della Lidia e della Caria", che si estende specialmente in Anatolia, ma comprende anche talune delle prossime isole egee. Questo motivo, dunque, è diffuso nella parte nord-orientale del territorio greco e, secondariamente e frammentariamente, nella zona marittima ed in specie insulare egea. L'altro motivo, invece, del sistema di sollevamento alpino ricorre esclusivo in tutta la parte occidentale del territorio greco e nell'intero Peloponneso. L'andamento delle pieghe vi è, prevalentemente, da NNO. a SSE., parallelo cioè alla costa ionia; ma esso tende a incurvarsi verso oriente. Così si trova che zone a pieghe s'insinuano quasi tra le masse di antico sollevamento, fra la Tessaglia e l'Attica, mentre dalle estreme digitazioni del Peloponneso passano in Creta, in Rodi, nel Dodecaneso e quindi nell'Anatolia meridionale. Ai due motivi tettonici competono caratteri diversi di costituzione e di morfologia. Di costituzione: giacché le masse di più antico sollevamento sono composte, naturalmente, di terreni anche di più remota antichità geologica, e in gran parte cristallini; nelle zone a pieghe del sollevamento alpino, tanto più recente, sono invece rappresentati terreni sedimentarî, marini, di una ben più lunga serie geologica, che dal Paleozoico si estende sino ai primordî del Terziario: localmente vi prevalgono i calcari.

Caratteri diversi anche di morfologia: giacché le masse di più antico sollevamento sono state sottoposte a una ben più lunga azione degradatrice degli agenti esterni, i quali ne hanno attenuato, uniformato tutti gli aspetti plasmando un paesaggio non mai aspro, spesso anzi solo dolcemente mosso nei suoi pendii e nelle sue groppe. Esse hanno cioè, dietro di sé, un assai lungo periodo di continentalità, durante il quale nelle bassure si formarono grandi laghi che sono testimoniati dai terreni e dai fossili. Le montagne a pieghe, invece, di più recente sollevamento, non hanno ancora subito una così intensa azione degradatrice, la quale è giunta soltanto a incidere profonde valli e a modellare acute creste, non ancora a sbassare e ad addolcire queste in groppe morbide e tenuamente mosse.

Comunque, la Grecia è nell'insieme una regione montuosa, nella quale assai spesso il rilievo, anche in immediata vicinanza del mare, raggiunge i 2000 m. Ma se nell'andamento del Pindo e nella sua continuazione sino all'estremo Taigeto si può riconoscere il carattere di una vera catena, da un lato e dall'altro essa manda contrafforti, spesso assai elevati, i quali determinano un complicato frazionamento dell'intero territorio in numerose regioni minori. Unità regionali, queste, che sono dunque essenzialmente caratterizzate dal fatto di essere limitate quasi sempre, su ogni lato, da barriere montuose: veri bacini, insomma, pianeggianti al centro, montuosi tutto all'intorno. Talora nel loro fondo accolgono ancora laghi, talaltra ne serbano soltanto i resti; in alcuni casi appaiono aperti verso il mare; da altri di essi le acque escono per una stretta valle che incide nettamente la cerchia dei monti; da altri ancora le acque stesse trovano la loro uscita solo per vie sotterrance. Se poi si considerano le profondità del mare nei golfi, nei canali e negli specchi tra le innumerevoli isole, si vedrà che la maggior parte di essi rappresenta pure bacini, dal fondo però sommerso. Vengono così dunque a individualizzarsi tante piccole unità regionali, nelle quali è poi grande varietà di caratteri naturali.

Clima. - Anche nelle condizioni climatiche sono facilmente riconoscibili differenze regionali. La Grecia presenta, sì, nel complesso, un tipico clima mediterraneo con inverni miti e piovosi ed estati calde e asciutte, ma non per tutto con uguali caratteri. Anzi la grande catena mediana del Pindo costituisce un'alta e difficilmente superabile barriera fra la Grecia occidentale e la orientale, in modo da determinare anche, tra le due, una netta separaziohe climatica. La Grecia occidentale è infatti caratterizzata da inverni più miti e più piovosi, da una maggiore umidità, da una più intensa nebulosità dell'atmosfera; la Grecia orientale, da inverni più freddi e più scarsi di precipitazioni, da neve e gelo più frequenti, da maggiore secchezza e da maggiore serenità di cielo. Certo ad essa spetta un clima comunemente considerato come tipico clima greco. L'Attica e Atene in specie ne costituiscono il più caratteristico esempio.

Atene ha una temperatura media nell'anno di 17°,3, nel mese più freddo (gennaio) di 8°, nel mese più caldo (luglio) di 27°. La temperatura però oscilla tra minimi invernali di −10° e massimi estivi di 41°, e anche l'oscillazione diurna è sovente assai forte, avendosi, dopo notti fresche o fredde addirittura, un rapido e relativamente intenso innalzamento della temperatura. Di inverno gela sovente, anche se il ghiaccio poi non si mantiene nelle ore pomeridiane; e in media si hanno 5 0 6 giorni nevosi. Le piogge raggiungono appena i 400 mm. annui, distribuiti in circa 70 giorni piovosi, per la maggior parte invernali. Scarse le rugiade e le nebbie; il cielo raramente coperto per intero; non più di 30 giorni all'anno fortemente nebulosi; e invece circa 300 nei quali, anche se qualche nube biancastra ovatta qua e là il cielo, questo si può dir sereno. Estati, dunque, calde ed asciutte, senza precipitazione alcuna per periodi continui di 2 mesi e più, con una serenità e una purezza quasi perfetta dell'atmosfera: sì che, specialmente nell'estate, vi è un'intensa luce diffusa, per la quale le forme e i colori del paesaggio risaltano chiari e netti. Questo è il tipico clima della Grecia.

Ma se dalla Grecia orientale si passa a quella occidentale, vi troviamo un clima nettamente diverso e veramente più mite. Le medie termiche annue, a Corfù e a Patrasso, sono un poco più alte di quelle di Atene per le maggiori temperature invernali, le quali nella media del mese più freddo raggiungono e superano i 10°, mentre la media di quello più caldo è di 26°. E così le minime seendono raramente e di non molto sotto lo zero, e il gelo è quindi raro, come sono del tutto eccezionali le giornate nevose. Ma abbondanti, invece, le piogge: circa 750 mm. a Patrasso, e poco meno di 1300 a Corfù, distribuite essenzialmente durante l'inverno, in un numero assai grande di giorni. Una maggiore umidità atmosferica, una più frequente presenza di nebbie, una più intensa nebulosità del cielo si aggiungono a caratterizzare in modo netto il clima della Grecia occidentale. Ma lungo la massiccia catena dal Pindo al Taigeto s'interpone, quasi, un terzo tipo di clima caratterizzato essenzialmente da temperature assai più basse, da precipitazioni più abbondanti e in gran parte nevose: un clima cioè nettamente alpino. Viene così a determinarsi una specie di triplice zonatura climatica, tale che chi attraversi, p. es., la Grecia o il Peloponneso da occidente a oriente nel mese di marzo lascia le coste ionichc in piena primavera, poi ha l'impressione dell'inverno nella regione montuosa, e d'un tratto trova l'estate lungo le coste egee. Ma nemmeno in ciascuna di queste tre zone le condizioni climatiche sono uniformi: indipendentemente dall'influenza della latitudine, vi sono altri elementi che determinano un'ulteriore varietà nel clima della Grecia. Lo stesso frastagliamento del rilievo determina per ciascuna unità regionale speciali caratteri climatici, a seconda che le zone montuose intercettano o no i venti dominanti; l'effetto è specialmente sensibile, con un rincrudimento del clima, in quei bacini che da monti costieri siano chiusi alle influenze mitigatrici del mare.

Idrografia e rilievo. - Le diversità climatiche, e specialmente di precipitazioni, determinano nella Grecia orientale una scarsezza, e in quella occidentale una relativa abbondanza delle acque correnti. Così che quasi tutti i corsi d'acqua della Grecia orientale hanno regime torrentizio e spesso, anzi, per gran parte dell'anno il loro alveo completamentc asciutto; mentre alla Grecia occidentale, con l'Artino, l'Aspropotamo e l'Alfeo, spettano i fiumi maggiori della intera regione, quando si astragga da quelli macedoni, che solo in parte hanno corso in territorio greco. La presenza di estesi depositi alluvionali e deltizî e di notevoli formazioni lagunari lungo la costa ionica e la loro assenza lungo quella egea sono, almeno in parte, conseguenza indiretta di queste diverse condizioni climatiche.

Anche il paesaggio asciutto e arido, specialmente caratteristico all'Attica e alla piccola regione attorno ad Atene, è quello che viene di consueto ritenuto tipico paesaggio greco. La quale aridità in gran parte deriva, oltre che dalle condizioni climatiche, anche dalla costituzione rocciosa del terreno. Questo infatti, salvo che in talune ristrette zone cristalline nei monti costieri, è quasi per intero costituito da calcari: i quali determinano uno straordinario sviluppo della morfologia e dell'idrografia carsica, sottraendo alla superficie le scarse acque correnti che sarebbero permesse dalle scarse precipitazioni atmosferiche. Così si ha la frequenza di tutte le forme minori proprie alle regioni carsiche, e la frequenza anche di veri e proprî bacini chiusi, più o meno grandi, più o meno complessi, le cui acque trovano un'uscita sotterranea nei numerosi inghiottitoi (καταβόϑραι), dai quali corrono per complicate vie sotterranee a risorgere in bacini idrografici vicini o direttamente fino al mare. Così è che molte delle unità regionali sono nello stesso tempo tipici bacini chiusi. Assai frequenti ed estesi, questi, in tutta quanta la Grecia orientale, assai più rari in quella occidentale: perché qui alle precipitazioni tanto più abbondanti si accompagna anche la presenza di abbastanza estese zone di terreni scistosi, i quali permettono un quasi completo ruscellamento alle acque di pioggia e quindi la formazione e l'incisione di veri bacini idrografici vallivi.

Indipendentemente da queste differenziazioni morfologiche di carattere più generale, ve ne sono anche di più regionali: ad esempio, la Macedonia greca, cioè la parte principale del nuovo territorio aggiunto dopo le guerre balcaniche e la grande guerra mondiale. Siamo qui già fuori della regione alla quale spetta, geograficamente, il nome di Grecia; siamo anzi in una regione che in larga misura si continua, naturalmente, nel retroterra, oltre il confine politico. Essa comprende le grandi e livellate piane alluvionali, frequenti di laghi e di zone acquitrinose, nelle quali scorrono nell'estremo loro tratto i principali fiumi della Macedonia: il Mesta, lo Struma, massimo il Vardar. E tra l'una e l'altra sono zone di bassi monti o di colline; mentre una marcata depressione, pure alluvionale e con laghi, collega quasi la foce del Vardar a quella dello Struma, separando dalla terraferma la tozza Penisola Calcidica (1200 m.), che protende poi nell'Egeo le tre lunghe e sottili appendici di Cassandra, di Lóngos e del M. Santo (1935 m. nel M. Athos). Solo a occidente della grande piana (la Campania) del Vardar, un fiume, la Bistrítsa, rientra interamente dentro il confine politico col suo bacino aspramente montuoso (spesso oltre i 2000 m.). La Bistrítsa nasce a settentrione presso la conca chiusa del lago albanese di Prespa e, ricevendo le acque della piccola conca lacustre di Castoria, scorre per lungo tratto verso SE., poi con brusca svolta a NE. verso la Campania: dal mare la separa il massiccio del nevoso Olimpo (2985 m.). I due tronchi nei quali si divide il corso della Bistrítsa racchiudono un massiccio triangolo di monti dentro il quale si apre l'ampio bacino carsico che manda le sue acque al Lago di Ostrovo. Le coste, alte e rocciose lungo i fianchi dell'Olimpo e lungo la Calcidica, basse e sabbiose con frequenti formazioni deltizie in tutto il resto, descrivono due profondi e sicuri golfi: di Salonicco presso la foce del Vardar, di Orfáni presso quella dello Struma; poco ad occidente della foce del Mesta, è un terzo, di Cavala, al riparo dell'isola di Taso; ed altri due, ancora, sono limitati dalle sottili appendici in cui si rompe la Calcidica.

Il fianco montuoso destro della media Bistrítsa forma il limite settentrionale della Tessaglia, tipica regione a bacino. A occidente la limita il Pindo, culminante qui in 2124 m.; a settentrione una sua propaggine, che per i M. Chásia giunge fino all'Olimpo (2985 m.); a mezzogiorno un'altra propaggine del Pindo, il M. Óthrys (1726 m.), che si spinge sino al mare all'apertura del bel Golfo di Volo; e verso oriente, verso l'Egeo, una stretta ma elevata catena costiera che culmina nell'Ossa (1987 m.) e nel Pelio (1619 m.). Tra questa cerchia di monti si apre la bassa e livellata pianura di Tessaglia, che una bassa zona collinosa divide in due piane minori: di Triccala a occidente, di Larissa a oriente. Nella prima scende il Salambrias, che poi esce con la stretta e selvaggia Valle di Tempe, tra l'Olimpo e l'Ossa, verso l'Egeo. Una fascia di colline, che talora però si attenua fino quasi a sparire, è tutto attorno alle due piane; ed in essa, non lontano da Triccala, il disfacimento meteorico e l'erosione delle acque correnti hanno modellato lo strano e caratteristico paesaggio ruiniforme delle Meteore. La costa tessala è unita, diritta, senza golfi, lungo l'Egeo, ma la catena costiera si prolunga nella penisola di Magnesia, che con l'estrema parte orientale del M. Óthrys limita il Golfo di Volo, naturale sbocco della Tessaglia al mare.

Un'altra propaggine manda ancora il Pindo a oriente, verso il mare: quella che presso il suo distacco dalla gran catena culmina nel M. Eta (2158 m.), e poi degrada fino al Golfo di Lamía, dove essa lascia un'angusta spiaggia (il Passo delle Termopile) tra sé e il mare. Il M. Óthrys e questa propaggine più meridionale limitano nettamente la pianura dello Spercheo, la quale si apre nel Golfo di Lamía. Ma da questo quella propaggine continua, ancora attenuata e fatta più irregolare, come catena costiera lungo il Canale di Atalántē fino allo Stretto di Calcide e poi più oltre. E, d'altro lato, dallo stesso massiccio dell'Eta si collegano verso mezzogiorno altri monti elevati, nei quali il Pindo trova la sua continuazione più meridionale: il Nkiq̂na (2512 m.) e poi, costeggianti il Golfo di Corinto, il Parnaso (2459 m.), l'Elicona (1749 m.), il Citerone (1411 m.), monti sacri agli dei della Grecia antica. Dall'ultimo di essi una serie di rilievi, culminante nel Parnete (1412 m.), corre ad oriente fino allo stretto che è fra il Canale d'Euripo e il Golfo di Petalioí. Dentro questa cerchia di monti è un'altra delle tipiche unità regionali della Grecia, per quanto divisa in più bacini: quelli della Beozia. Il più meridionale è un bacino aperto verso il mare, dove sbocca l'Asopo dopo aver corso divagando nell'arida piana di Tebe. Un mediocre sprone che scende dall'Elicona lo limita verso quelli più settentrionali, tutti carsici, cioè senza sfogo superficiale verso il mare. Tra i minori, due sono importanti, perché racchiudono uno il lago di Líkeri, e il lago Paralímnē l'altro; ma il maggiore è quello longitudinale assai esteso, nel cui fondo scorre il Cefiso (Mauronéri), che, dopo aver dilagato nel lago Copaide, trova il suo efflusso in numerosi e grandi inghiottitoi naturali.

La breve serie di rilievi fra Citerone e Parnete limita verso settentrione l'Attica. Al Parnete, per mezzo di una soglia poco elevata, si riconnette il breve massiccio del Pentelico (1109 m.) ricco di marmi; ed a questo, ancora più verso mezzogiorno, l'Imetto (1027 m.); e da ambedue si dipartono brevi e irregolari propaggini, tutte prevalentemente calcaree, le quali limitano poco estese pianure aperte verso il mare, come quelle di Maratona, di Eleusi, di Atene. Piccola elevazione del rilievo ha dunque l'Attica, e quindi, quando si richiamino anche le condizioni climatiche che vi son dominanti, una nudità quasi assoluta e una quasi assoluta mancanza di corsi d'acqua perenni: l'unico, anzi, è il Cefiso, povero anch'esso tuttavia, dal quale la pianura ateniese, scarsa di alluvioni e disseminata di spuntoni rocciosi, non riceve caratteri di minore aridità che il resto dell'Attica.

Nella Grecia occidentale il gran bacino idrografico dell'Aspropotamo, che con le zone sorgentifere dei suoi affluenti abbraccia tutta quanta, quasi, la catena del Pindo, costituisce una regione geografica che ha caratteri profondamente diversi da quelli delle altre unità regionali dell'intera Grecia. Qui dalla catena principale si dipartono in direzione meridiana potenti contrafforti paralleli, nei quali la linea di cresta avvicina ed assai spesso sorpassa i 2000 metri di altezza; duraturo ammanto nevoso nelle zone più elevate, poi boschi e pascoli sui fianchi, acque abbondanti nei fondi delle valli. Ma d'altra parte, ai piedi della regione montuosa del Pindo, tra essa e lo Ionio, sta come una fascia di rilievi calcarei: i monti costieri dell'Acarnania e dell'Etolia, tutti tipicamente carsici, cioè nudi e privi di acque correnti. Ma le due zone così nettamente contrastanti sono in modo netto separate anche topograficamente l'una dall'altra, anche se contigue: tra l'una e l'altra, infatti, è una serie di bacini, tipici bacini greci, nel più orientale dei quali si distende il gran Lago di Agrinion, ed il seguente, oltre una zona depressa e paludosa, è tipicamente carsico, cioè senza emissario esterno, e aduna le sue acque specialmente nel lungo e sinuoso lago di Ríbion, mentre il più occidentale è rappresentato dal grande Golfo di Arta con le estese pianure alluvionali. E anche verso occidente, oltre il fiume Arta che la limita da questa parte, la regione del Pindo viene a contatto con un'altra tipica regione carsica, l'Epiro; ed il rilievo è spesso foggiato, qui, a nudi altipiani calcarei, nei quali si infossano mediocri bacini, come quello, chiuso, nel quale si aduna il Lago di Giannina.

Nel Peloponneso il Pindo si continua, dapprima, negli alti monti dell'Acaia (Erimanto, 2224 m.; Chelmós, 2355 m.), dai quali la linea delle massime altezze si prolunga più ad oriente nel gruppo del Cillene (2374 m.); poi nei monti d'Arcadia; anche qui il mantello spesso assai persistente di neve, e i boschi e i pascoli delle alte pendici, ed i fiumi ricchi d'acqua, principali il Peneo e l'Alfeo, e diretti allo Ionio. Ma mentre da questa parte alla regione montuosa centrale ne segue una di mediocri rilievi ad altipiano, e poi terrazze delle alluvioni antiche, fino alle spiagge e alle lagune della costa falcata, dall'altra tutta l'Arcadia orientale costituisce un grande e più volte multiplo bacino carsico, con laghi numerosi e acque perdentisi dentro inghiottitoi e sprofondi. E dalla grande zona centrale dei massimi rilievi si partono radialmente potenti contrafforti, principale quello del Taigeto (2409 m.), che vanno a formare con le loro ultime pendici le rocciose e dirupate coste delle quattro grandi penisole nelle quali il Peloponneso si rompe verso mezzogiorno: tra l'uno e l'altro non mancano anche qui tipici bacini, come quelli di Sparta e dell'antica Megalopoli e di Messene.

Il caratteristico frazionamento della Grecia in tante unità regionali si continua anche fuori della terraferma. Se non che, qui, il fondo dei bacini è, adesso, sommerso sotto il mare, mentre lembi più o meno estesi delle primitive cerchie montuose emergono soltanto nelle innumerevoli isole. In queste, quindi, anche quando siano assai estese, difficilmente si ritrovano zone pianeggianti: solo in Creta se ne ha un esempio. Ma tutte conservano i caratteri di quelle originarie cerchie di monti, delle quali adesso esse sono solo frammenti staccati e residuali. Quindi la forte elevazione da esse raggiunta è specialmente notevole riguardo alla loro estensione. Anche fuori di Creta, che nel M. Ida raggiunge i 2498 m., e dell'Eubea con la sua vetta culminante nei 1745 m., e di Cefalonia nei 1620 metri, tutte le altre raggiungono altezze che in generale si può dire oscillino fra i 300 e i 1000 m., cioè sempre abbastanza grandi riguardo alle loro dimensioni. Di qui coste sempre rocciose, spesso dirupate, e un profilo generalmente conico, che in talune però appare attenuato a guisa di dosso rigonfio.

La costituzione del terreno è forse nelle isole più varia che nella terraferma: alcune calcaree, altre prevalentemente o unicamente di rocce cristalline e scistose; le prime scarseggiano di acque correnti e abbondano di forme e fenomeni carsici, celebri le voragini assorbenti di Argostoli nell'isola di Cefalonia; mentre le seconde hanno frequenti sorgive, che dànno luogo a piccoli rivi perenni.

Fauna. - La fauna della Grecia è essenzialmente a carattere mediterraneo e appartiene zoogeograficamente alla sotto-regione mediterranea della regione paleartica Tra i Mammiferi i Carnivori sono rappresentati dallo sciacallo, che estende la sua area di distribuzione asiatica sulle regioni meridionali del levante dell'Europa, dal lupo, dalla volpe, dall'orso bruno dei monti dell'Epiro, dal gatto selvatico, dalla lince pardina, da varie martore; il leone, attualmente estinto in Grecia, vi viveva in epoca storica. Gl'Insettivori vi sono rappresentati dal riccio, dalla talpa cieca, da varie specie di toporagni; i Chirotteri da un discreto numero di pipistrelli; i Rosicanti annoverano varî scoiattoli, i ghiri, diverse specie di topi, le arvicole, la lepre, l'istrice. Fra gli Artiodattili, il cinghiale, il capriolo, il daino.

Per gli Uccelli noteremo come la Grecia sia la regione attraverso la quale passa gran numero di uccelli nordici migranti verso il sud e come, nella stessa Grecia, molti di questi stabiliscano i loro quartieri d'inverno. Così la beccaccia, il beccaccino, la pavoncella, l'alcione, l'allodola, ecc. Inoltre sono da notare per l'avifauna greca il pellicano, il pollo sultano, il corvo, la calandra, varie specie di passeri, il grifone, l'aquila fasciata, varî falchi, il gufo nano, ecc.

Tra i Rettili sono da notare varî colubri, numerose specie di lucertole, gechi, lo stellione. Gli Anfibî sono rappresentati da varie specie di rane, rospi, tritoni. Gl'Invertebrati figurano nella fauna greca con dovizia di specie di Insetti, i cui ordini sono tutti riccamente rappresentati, di Molluschi terrestri, di Aracnidi, di Crostacei d'acqua dolce, ecc.

Flora e vegetazione. - La flora greca fa parte della Regione mediterranea e secondo A. Engler precisamente della Provincia mediterranea centrale. La scarsa piovosità e la temperatura piuttosto elevata hanno la loro influenza sulla vegetazione, ma l'abbondanza delle catene montuose fa sì che anche nel cuore dell'estate non si possa riconoscere nell'interno della regione, od eccezione delle zone costiere, alcun segno di siccità, perché i monti arrestano i venti caldi meridionali.

La vegetazione e la flora sono svariatissime in rapporto specialmente con la natura del suolo. Si possono distinguere tre regioni.

La regione inferiore comprende il littorale che è in gran parte mediterraneo, le grandi pianure della Tessaglia, Beozia, Focide, Attica, Argolide ecc., e la maggior parte delle isole. Qui si trovano le seguenti formazioni: formazione delle spiagge o ammofila, caratterizzata da Cakile, Medicago murina, Salsola, Pancratium, Cyperus Kalli, Polygonum maritimum, ecc.; formazione delle depressioni paludose e luoghi salmastri (alipeda) con molte piante erbacee (Eryngium creticum, Bupleurum semicompositum e Marschalli, Iris monophylla, Erythraea maritima, Phragmites, Alopecurus, ecc.) e legnose (Tamarix, Lycium). Formazione dei campi incolti, con numerosissimi cardi (Echinops graecus, Notobasis, Scolymus, Onopordon, Kentrophyllum ecc.); formazione dei frutici bassi (Cistus, Genista, Anthyllis Hermanniae, Phlomis fruticosa, Poterium spinosum, Thymus capitatus) talvolta costituita in prevalenza da una sola specie, tanto che troviamo in Attica solo Thymus capitatus, mentre nei colli presso Krabasarâs e in Arta solo Phlomis fruticosa; formazione delle macchie e dei frutici sempreverdi con Myrtus, Arbutus, Erica, Rubus, Rosa, Ceratonia, Phyllirea, Cercis, Quercus ilex e coccifera, Juniperus; formazione dell'oleastro. Tali formazioni si osservano nelle pianure e nei colli. Nei luoghi umidi, presso le ripe e sponde dei fiumi, si ha la formazione del Platanus orientalis mista a pioppi ed a salici; la formazione della Quercus coccifera sale fino a 1000 m. s. m. e quella del Pinus halepensis si spinge anch'essa fino a 1000 m. e si congiunge con i grandi boschi.

Nella regione montana e subalpina, che si sviluppa da 1000 fino a 1800 m., si hanno: la formazione delle selve miste con sempreverdi e caducifoglie (Quercus pubescens, ilex, coccifera; Phyllirea, Cercis, Ulmus, Ostrya, Platanus, Castanea, Laurus); in alcuni luoghi i boschi sono fatti solo di Fraxinus excelsior (Prámanta in Epiro), in altri di querce caducifoglie (Acaia, Elide, Messenia), in altri infine di castagno (Eubea, Monte Ida, ecc.). La formazione del faggio comprende le regioni settentrionali della Grecia fra 900 e 1800 m. s. m., mentre quella del pino laricio forma foreste da 1000-1600 m. in parecchi territorî: a Creta e a Messene tale formazione è sostituita dal cipresso. L'abete si spinge fino a m. 1200 e in talune località fino a m. 1800 e 1900; la sua formazione consta di Abies cephalonica e Apollinis mista ad altre piante legnose (Pyrus, Quercus, Pinus laricio e leucodermis, Juniperus foetidissima e drupacea, ecc.).

La regione alpina parte da 1500 a 1800 m. s. m. e si spinge fino alle più alte vette: nel suo limite inferiore si trovano ginepri e abeti e al disopra prati e pascoli, con una flora e una vegetazione ricchissima e numerose specie endemiche, ma abbondano le specie comuni con le Alpi dell'Europa centrale. Fra le più notevoli ricordiamo: Anemone blanda; Ranunculus oreophilus, demissus, cupreus, cadmicus, brevifolius; Corydalis parnassica; Viola chelmea, cretica, delphinantha; Silene parnassica, Barbeyana; Dianthus ventricosus, tymphresteus; Erodium Guicciardi, chrysanthum; Trifolium Ottonis; Astragalus apollineus; Potentilla deorum, kionaea; Herniaria parnassica; Sempervivum reginae Amaliae; Carum Heldreichii, Crepis bithynica; Myosotis olympica; Linaria peloponnesiaca; Veronica thessalica, Armeria maiellensis; Crocus veluchensis, Sieberi; Fritillaria Guicciardi, Muscari Heldreichii; molte Ciperacee e Graminacee.

Dati statistici sulla popolazione. - Se si considerano solo i dati assoluti della popolazione complessiva dello stato greco, bisogna riconoscere che essa ha avuto nel secolo decorso un assai grande incremento: in gran parte, è vero, dovuto a successivi acquisti di nuovi territorî, ma in parte proprio anche all'alto valore della sopravvivenza, solo negli ultimi periodi attenuata dall'emigrazione. Ecco i valori forniti dai censimenti dell'ultimo secolo:

Quanto all'aumento percentuale, questo si mostrò assai forte (2,5% all'anno) nei primi decennî dell'indipendenza, quando alla sopravvivenza si aggiungeva un abbastanza forte fenomeno immigratorio, mentre poi andò gradatamente diminuendo (con un minimo di 0,8% all'anno nel primo decennio del presente secolo). Questi valori relativi alla densità di popolazione e all'aumento percentuale di questa nel tempo, presentano però oscillazioni da parte a parte dell'intera regione, come si vede dalla tabella seguente:

Quanto più diminuisce il carattere marittimo e quanto più cresce la continentalità della regione, tanto più diminuisce l'addensarsi della popolazione. Questa è dunque strettamente legata al mare. E un altro fatto mostra lo stretto legame che l'insediarsi della popolazione ha con i più essenziali caratteri fisici: dalla carta di densità della Grecia risulta infatti che a ogni fondo di bacino morfologico corrisponde un'area a forte densità.

L'aumento percentuale della popolazione è stato assai forte, però non per tutto in ugual misura. Se si confrontano i dati di popolazione delle singole regioni relativi a epoche diverse, si vede che, negli ultimi decennî in specie, quell'aumento è stato maggiore a settentrione dell'Istmo di Corinto, minimo nel Peloponneso e nelle isole. Ciò vuol dire che l'indipendenza della Grecia trovò il Peloponneso e le isole presso a poco densamente popolate come lo sono oggi e il rimanente invece povero di popolazione. Le cause di questi due fatti opposti sono, per il primo, fisiche, per il secondo storiche: giacché il carattere di regione marittima della Grecia doveva influire con maggiore efficacia un secolo fa, quando le comunicazioni terrestri erano più difficili e incerte, sull'addensamento della popolazione nelle isole e nel Peloponneso; mentre d'altronde isole e Peloponneso erano meno esposti alle invasioni, alle lotte etniche, che spopolavano la Grecia a settentrione dell'istmo. Ma adesso, raggiunta una relativa tranquillità e più facili rapporti col resto della Regione Balcanica, le zone già meno popolate permettono un più rapido aumento dei proprî abitanti.

Della popolazione totale della Grecia il 92,6% è costituito da Greci o grecizzati; i rimanenti sono: 3,2% Turchi, 1,2 Slavo-Macedoni, 1,0 Ebrei, 0,5 Armeni, 0,2 Albanesi, 0,04 Italiani, ecc. A questa varietà di popolazioni corrisponde una varietà delle religioni da esse professate: 5.961.529 sono gli ortodossi, 35.183 i cattolici, 9003 i protestanti, 123.394 i musulmani, 63.701 gl'israeliti.

L'aumento relativamente forte di popolazione fece sorgere, nei primi anni del presente secolo, una forte corrente emigratoria, sul principio diretta specialmente in tutto il bacino orientale del Mediterraneo (Turchia, Egitto, Siria). Si estese poi all'Eritrea, all'Africa meridionale, all'India, alla Nuova Zelanda e all'Australia, dove ogni anno si recavano alcune centinaia d'individui. Ma un'altra corrente, e assai più importante, si stabilì verso gli Stati Uniti, dove, fra il 1904 e il 1917, si ebbe un'immigrazione media annua di 25.000 Greci. Ma, in seguito, le disposizioni prese dai paesi d'immigrazione fecero scendere questa, nel 1922, a 4400 individui circa. Nel 1929 l'emigrazione totale fu di 9710 individui, dei quali 5905 erano diretti agli Stati Uniti, 1718 all'Argentina, 531 al Canada, 507 all'Africa del Sud, 241 all'Australia, ecc.

Etnografia. - I particolari caratteri fisici della Grecia hanno avuto ed hanno una notevole influenza sopra la vita della popolazione e della nazione, come sull'economia dello stato. Si aggiunga anche la situazione geografica dell'intera regione, lanciata nel mare a dividere il Mediterraneo orientale dal centrale e nello stesso tempo a congiungere, quasi, l'Europa all'Asia. In Grecia si verifica infatti una stretta e intima commistione di genti diverse: al frazionamento topografico corrisponde, quasi, un frazionamento etnico.

Se anche i Greci moderni affermano di essere etnicamente i discendenti diretti degli antichi, non è da accettarsi senz'altro questa affermazione, per quanto sia nobile il motivo che la ispira, il richiamarsi cioè alle glorie antiche. Dall'età della grandezza alla recente ricostituzione della Grecia in stato moderno, essa ha sofferto tante sovrapposizioni di genti (v. appresso: La Grecia medievale e moderna: Storia), che della primitiva indigena pochi resti si sono conservati puri sino a oggi. Solo in alcune isole, nell'estremo Taigeto e lungo il golfo argolico, dove le difficoltà di accesso costituivano naturali condizioni di difesa contro i popoli sopravvenienti, si possono forse ancor oggi riconoscere tracce dell'antica parlata locale e anche resti degli antichi costumi, ma sono poche e sporadiche eccezioni, che spariscono del tutto nella massa maggiore dei Greci moderni.

Le forme della vita familiare e sociale del popolo greco corrispondono a quelle della cultura mediterranea: ad esse apportarono un forte contributo l'Italia meridionale e la Repubblica Veneta, in conseguenza dei loro rapporti politici e commerciali col Levante. Nelle montagne si esercita, fin dai tempi classici, una pastorizia primitiva anticamente basata sull'allevamento di capre e maiali, oggi in prevalenza di buoi, pecore e piccole razze equine. Nel primo Medioevo, a causa forse delle difficoltà economiche nelle quali venne a trovarsi la popolazione, si formarono varî gruppi di pastori, il più importante dei quali è, tanto nell'Epiro quanto nella Tessaglia e nella Grecia centrale, quello dei Sarakatsani (Karakačani) di lingua greca; nei primi tempi essi devono aver usufruito dei pascoli fin nel cuore della Grecia, oggi si estendono fino alla catena del Rodope e alla Serbia centrale, nettamente divisi da altri gruppi per mezzo degli Aromuni o Cutzovalacchi dell'interno, i quali, sotto il nome di Vlahi, compaiono anche nel Peloponneso: avanzi delle antiche genti romanizzate, sono abbastanza fedeli conservatori della loro lingua e dei loro costumi; in piccola parte sono completamente ellenizzati i Cupatsciari e i Valakhadi: questi ultimi, poi, sono anche passati all'Islām. Gli Albanesi immigrati hanno portato con loro, quale forma di esistenza, la pastorizia, mantenendola fino ai nostri giorni. Gli Zaconi, insediati nell'altipiano carsico a oriente di Argo, vivono in condizioni economiche simili: probabilmente rappresentano un antico ceppo dorico, assimilato poi dagli Albanesi immigrati. Tutti questi pastori hanno le loro dimore permanenti nella zona montana dei pascoli e soltanto d'inverno scendono alla pianura coi greggi e si spargono nei centri. esercitandovi i mestieri di carbonai, sellai, muratorii negozianti di vino e di bestiame. Le condizioni di vita non sono naturalmente dovunque le stesse: si osserva infatti un maggior benessere nei gruppi che hanno acquistato una certa sedentarietà, i quali vivono in case di pietra e coltivano un po' la terra. Nell'Arcadia i pastori usano durante l'estate come ricovero delle semplici tettoie di frasche, mentre il bestiame viene spinto entro recinti di pietra. I Sarakatsani dell'Epiro abitano per lo più in capanne contigue, separate l'una dall'altra da sottili pareti di rami intrecciati e coperte da un tetto di paglia a forma di cupola o di cono, sostenuto talvolta da una trave; tanto l'ossatura quanto il tetto delle capanne sono lavoro particolare delle donne. Altri gruppi vivono poi in case quadrate di legno con pareti formate da graticci spalmati d'argilla. Le donne lavorano la lana tessendola con telai assai semplici. Gli uomini portano pantaloni ampî e lunghi e un pesante mantello (cappa) di antica foggia: quando vanno ai pascoli non portano altro che un bastone ricurvo, pipe e flauti di canna, di osso o di legno. Fra i pastori greci è la donna che guida la colonna durante le migrazioni e anche in altre manifestazioni si osserva come essa goda di una certa importanza. Difficilmente avvengono matrimonî fra pastori e sedentarî; la sposa non riceve dote e il matrimonio è celebrato nella capanna dei genitori di lei.

La popolazione fissa affida durante l'estate le proprie greggi a pastori di professione e si dedica, specialmente nel sud, all'antica coltura mediterranea della vite e dell'ulivo, cui si sono aggiunti, in tempo più recente, gli agrumi. Nel nord vengono coltivati specialmente il frumento e le piante industriali. La trebbiatura si fa per lo più con le bestie: anche gli strumenti di lavoro rimangono assai primitivi. Nelle isole del Mar Egeo e a Creta le case sono coperte da un tetto a terrazza orizzontale, mentre nel resto del paese domina il tetto a padiglione di tegole curve. L'arredamento è costituito da cassoni, madie, sedie di fabbricazione locale, scaffali, armadi a muro, oggetti intagliati, coperte e drappi ricamati a guisa di cortinaggi. I vasi di maiolica e i piatti sono per la maggior parte importati da Rodi, e, nei paesi del Mare Ionio, dall'Italia; tuttavia esiste fin dall'antichità anche un'industria indigena della ceramica che viene esercitata dai Greci anche oltre i confini del loro territorio, fin nei paesi balcanici. I paesi danubiani di lingua romena forniscono invece i ramai (Zinzari), abili nel foggiare recipienti per l'acqua e stoviglie di rame nonché brocche di stagno decorate e cesellate e grandi piatti i quali, poggiati su sgabelli, servono da tavole da pranzo, quando non vengano usati a questo scopo grandi dischi di legno fissati su una base. Gli Albanesi sono argentieri, gli Ebrei per la maggior parte tessitori di seta; i Greci che dall'Asia Minore sono di nuovo tornati in paese si occupano specialmente della fabbricazione di fini tappeti orientali a nodo, industria da loro trasportata in Europa. Anche gli abiti cittadini, di foggia orientale, calzari, giacche di panno scuro o di velluto con ricami d'oro applicati o con passamanterie d'argento, vengono fabbricati e venduti da indigeni, i quali si sono dedicati a questa industria già da tempi antichi. L'arte tessile è condotta del resto dalle donne le quali, oltre che alla filatura, si dedicano alla tessitura di stoffe variopinte di cotone e seta e, in comunità che per tradizione si occupano di tali lavori, ornano fazzoletti e scialli di squisiti ricami. Specialmente varia è la tessitura nelle isole del Mar Ionio e dell'Egeo, dove, a causa dei frequenti contatti col Levante e con Venezia, si è maggiormente subita l'influenza dell'arte straniera. Sono di fabbricazione domestica anche diversi oggetti del costume femminile indigeno, come p. es. le camicie ricamate, i grembiuli tessuti in varî colori (Attica e altrove), i fazzoletti da testa pure ricamati, le cinture, ecc. Il costume maschile tradizionale segue la moda orientale; di antica foggia franca è forse il gonnellino maschile di fustagno (fustanella) che esce dal breve corpetto e sotto al quale vengono portati dei calzoni assai alti che arrivano molto più in su della vita. Molti tratti antichissimi ha conservati ancora la vita sociale. Presso gli abitanti della Maina (Mánē), nel Peloponneso, dimoranti in torri fortificate come gli Albanesi, e presso gli Sfachioti di Creta, è praticata ancora la vendetta del sangue; secondo la tradizione il matrimonio avveniva qui, come presso gli Slavi meridionali, col rapimento della sposa da parte degli amici dello sposo. La segregazione delle donne e delle fanciulle non è da ritenersi abbia avuto origine nel periodo turco; rappresenta invece, come tanti altri usi, costumi e concetti, un avanzo delle forme di vita dell'antica Grecia. La stessa origine hanno probabilmente le feste primaverili e le rappresentazioni drammatiche dell'Epiro e della Tracia, alle quali prendono parte tanto i giovani quanto le fanciulle; nella Tracia la morte e la rinascita vengono rappresentate da individui camuffati da animali, ciò che ricorda antichi culti popolari. Anche nella musica popolare, nelle favole e nelle leggende si osservano reminiscenze dell'antichità classica greca.

Religione e lingua sono, sopra ogni altro, gli elementi morali che valgono ad unire genti, così diverse di origine, in una unità di nazione. La chiesa, greco-ortodossa, resasi indipendente, con l'indipendenza politica della nazione, dal patriarcato di Costantinopoli, è una chiesa nazionale, e come tale crea fra i cittadini un vincolo strettissimo (v. ortodossa, chiesa). E la lingua poi, soprattutto (v. appresso), non solo serve di legame agli abitanti della vecchia Grecia, ma ha valso a mantenere i vincoli che stringono saldamente fra loro i Greci tutti del Mediterraneo orientale.

La relativa unità etnica dello stato greco dentro i vecchì confini, apparve profondamente turbata dopo l'acquisto dei nuovi territorî. Epiro e Macedonia greci, come hanno mal definiti confini topografici, presentavano una grande commistione di razze. Cresciuto fu il numero degli Aromuni, e non tutti grecizzati, specialmente nella zona più settentrionale del Pindo, sulle pendici dell'Olimpo, presso il bacino di Castoria, e tra il Lago di Ostrovo e la Campania; cresciuti gli Albanesi, e questi pure non tutti grecizzati, nell'Epiro specialmente costiero; incluse, oltre a numerosi nuclei minori, tre grandi zone di Turchi: sull'altipiano di Ostrovo, tra Vardar e Struma, tra Struma e Mesta; incluse, nei bacini degli ultimi due fiumi, compatte masse di Bulgari; e nella Campania, e poi per Ostrovo fino al Lago di Prespa, una quasi continua popolazione di Slavi macedoni. Non che le aree di diffusione di queste genti disperse siano sempre ben definite, anzi si deve più che altro parlare di aree di prevalenza dell'una o dell'altra. Prevalenza che può essere anche assai forte nelle zone montuose e nella campagna, ma quasi sempre assai limitata nei centri, nei maggiori dei quali si aggiungono poi anche Ebrei, Levantini, Asiatici, Europei d'Occidente, ad accrescere la confusione delle razze e delle lingue.

L'unità etnica è stata però in parte ricomposta con lo scambio di popolazioni iniziato nel 1921-22 fra la Grecia e la Turchia e che si protrasse fino al 1929. Compatti nuclei di Greci cristiani vivevano già da molto tempo lungo le coste occidentali della Turchia, specialmente nelle vicinanze di Rodi e nella Cappadocia (in tutto circa 2 milioni); erano in gran parte agricoltori e pastori e conservavano intatte le loro tradizioni e i loro usi, non mischiandosi affatto alla popolazione turca. Già al principio del sec. XX il governo turco era venuto nella determinazione di ricostruire l'unità ottomana liberandosi dei cristiani greci e armeni. Durante la guerra mondiale gli Armeni furono in gran parte deportati in Mesopotamia; nel 1919-20 molti Greci del distretto di Trebisonda furono inviati nelle montagne di Bitlis e lì sterminati. La sconfitta dell'esercito greco nel 1922 fece fuggire poi dall'Oriente quasi tutti i Greci, i quali si rifugiarono in gran parte nella Macedonia (250.000 nel distretto di Salonicco) e nella Tracia occidentale. Così la questione delle popolazioni cristiane della Turchia si era quasi definita da sé, ma nei negoziati per la pace il governo turco chiese ancora l'espulsione dei cristiani rimasti e il rimpatrio dei maomettani dimoranti in Grecia. Richiesta che fu accordata nel trattato di Losanna (1923). Gli effettì dello scambio furono da prima disastrosi. Per il governo greco, che si trovava nel critico periodo post-bellico, non era facile provvedere ai bisogni di 1,1 milione d'individui (1.500.000 erano circa i Greci rientrati, 353.000 i maomettani usciti) arrivati in cattive condizioni; ma questo aumento dl popolazione non tarderà a portare i suoi benefici effetti.

Centri. - Quasi tutti i centri maggiori sono sul mare, così in terraferma come nelle isole più estese. Nelle isole minori, però, non sempre i centri più importanti e quasi mai la maggior parte dei paesi e dei villaggi si trovano proprio sulla costa. A Nasso, la maggiore delle Cicladi, un solo centro è sul mare; gli altri 23 sono più o meno lontani e 3 soltanto si trovano ad altezza minore di 100 m., mentre i rimanenti sembrano arrampicarsi fin sotto la cima del M. Oziá (Parnete, 1004 m.). Ma queste sono condizioni che il passato delle età di mezzo, con l'incertezza delle sue condizioni politiche e con la poca sicurtà dei mari, ha legate al presente. Costieri nell'antichità, i maggiori centri insulari si ritrassero dal mare nei tempi posteriori, e al mare tendono ora ad avvicinarsi di nuovo: tale è il caso della vecchia Sira e della nuova Ermupoli.

Decisamente costieri sono i centri maggiori delle isole più estese: Creta, l'Eubea e tutte quante le Ionie e molte delle Egee di recente acquisto, che assai spesso guardano verso un mare interno anziché verso il mare aperto. Così La Canea e Réthymnon e Candia (Hērákleion) nell'isola di Creta, Calcide nell'Eubea, e Corfù, Leucade, Itaca, Zante nelle Ionie. E costieri sono per lo più i centri maggiori di terraferma, dove però già fin dall'antichità anche i fondi dei tipici bacini interni hanno esercitato un'azione di richiamo. Oggi ancora vi permangono taluni dei centri relativamente più importanti, in via però del tutto secondaria rispetto a quelli costieri. Si guardi infatti alla distribuzione di quelle città il cui numero di abitanti supera i 5000. Di quelle più popolate una, Salonicco (236.524 ab. nel 1928), è tipicamente marittima, l'altra, Atene (452.919 ab.), si può pure considerare tale, perché è quasi ormai collegata dall'abitato al suo porto, il Pireo, che ha una popolazione di 251.328 abitanti. Patrasso conta 61.278 ab., Cavala ne conta circa 10.000, tutte le altre cittadine si mantengono al disotto, e per la maggioranza molto al disotto dei 40.000 ab. e sono appunto in prevalenza costiere, solo secondariamente nei bacini interni. Soltanto i centri minori, con popolazione sotto i 5000 ab., appaiono distribuiti un po' da per tutto: cioè prevalentemente anch'essi sulla costa e poi nelle zone montuose o collinose, ma raramente sui fondi dei bacini interni. I grandi centri sono dunque assai scarsi: anzi si può dire che la grande maggioranza della popolazione greca è accentrata in paesi piccolissimi e assai sparsi. Corfù, p. es., che è così densamente popolata e che possiede una città di 32.221 ab., non ha più di 500 ab. come popolazione media dei suoi centri. Ma altrove la popolazione media dei centri è anche più bassa: in molte regioni della Grecia media e settentrionale è di 300, di 200 ab.; in molte zone del Peloponneso scende a 120 ab., e si ponga mente che questi sono valori medî e che quindi vi sono villaggi anche con poche diecine di anime soltanto. Abitazioni sparse erano finora assai rare nella Grecia, ma vanno gradatamente aumentando, non sentendo più gli abitanti la necessità di vivere uniti a scopo di più facile difesa. Accanto alle poche case sparse dei coltivatori sono da notarsi i chánia, costruzioni che si trovano lungo le vie, nei punti destinati alle tappe, e soprattutto i monasteri: basta indicare quelli dell'Acaia, e gli altri celebri delle Meteore di Tessaglia e tutti quelli della repubblica monastica del Monte Athos.

l centri non hanno, nella Grecia, un unico carattere ben fisso; si può dire che mutino da regione a regione secondo le vicende politiche e le influenze esterne subite. Tipica impronta italiana è certamente nelle Ionie e anche spesso a Creta; impronta turca, invece, in taluni centri di Tessaglia e dei nuovi territorî; quasi mai, salvo che ad Atene, essi appaiono legati a resti delle antiche città, ma spesso nel Peloponneso si raccolgono ancora intorno ai vecchi fortilizî veneziani o ai castelli franchi. E i più importanti, i quali sono anche i più recenti, si può dire non abbiano un carattere speciale. I centri marittimi di origine non recente e d'impronta italiana hanno viuzze strette e case alte a più piani, tutte in muratura; quelli nei quali l'influenza turca è palese, mostrano abitazioni almeno in parte costruite in legname e balconi e verande sporgenti, e qualche moschea con il caratteristico minareto, e spesso ancora il bazar di tipo orientale; i villaggi della montagna, che gli abitanti abbandonano d'inverno per scendere ai pascoli del piano, hanno le piccole case isolate l'una dall'altra, circondate di alberi e di orti; nella Maina (Mánē), l'estrema penisola che termina al C. Matapan, le case sono unite da vòlte, che riparano le strade da un sole troppo infuocato. Le città maggiori non hanno caratteri speciali a causa del loro recente sviluppo, ma Atene ha, sicuramente, con i suoi monumenti e palazzi, linee non prive di grandiosità.

Condizioni economiche. - Agricoltura. - Gran parte della popolazione greca è direttamente legata per il suo lavoro al suolo (53,7% degli ab. sopra i 10 anni vivevano nel 1928 dell'agricoltura); ma è pur vero che questo solo in piccola parte è coltivato. Nell'area della vecchia Grecia solo il 22% della superficie totale è sottoposto a coltura, il 31,22% costituisce prati e pasture, il 12,70% è coperto da foreste, il 34% è terreno abbandonato e in gran parte non sfruttabile. Nei nuovi territorî la percentuale dei terreni coltivati è ancora minore e cioè, p. es., nell'ex vilâyet turco di Salonicco il 6,21, in quello di Giannina il 5.

Fra tutte le colture di gran lunga la più estesa è quella dei cereali: si calcola che nell'intera Grecia il 71% dell'area coltivata sia ad essa destinato. Il frumento tiene il primo posto, e seguono il granturco, l'orzo, la segala, l'avena ed altre biade ancora: coltivati quasi dappertutto meno che nelle zone superiori ai 1200 m. di altezza, ma scarsi nella maggior parte delle isole, dove la piccola estensione di queste fa preferire colture intensive; non abbondanti nel complesso nemmeno nel Peloponneso, prevalenti invece nell'Acarnania e nell'Etolia, come nella Beozia e in Tessaglia specialmente. Ma la produzione nel complesso risulta scarsa: la semina avviene alle prime piogge, la raccolta in giugno; poi per un anno il terreno riposa senza che sia altrimenti sfruttato; e il prodotto non basta, nell'intera Grecia, neppure al consumo interno. Tanto che è necessaria un'importazione annua di cereali per un valore (1931) di circa 1 miliardo di dramme. Questa deficienza non è diminuita neppure dopo l'aggiunta dei nuovi territorî, ai quali, oltre che alla Russia, si rivolgeva la richiesta greca, a causa della densità della popolazione che occupa i distretti stessi. Le grandi piane di Salonicco, di Sérrai, di Dráma dànno spesso due raccolti per anno, frumento nella primavera e granturco dopo. Il riso viene coltivato quasi unicamente nella regione di Missolungi.

Il prospetto a piè di pagina dà, per il 1929 e il 1930, la superficie coltivata (in migliaia di ha.), la produzione (in migliaia di q.) e il rendimento dei cereali più largamente coltivati in Grecia.

Economicamente molto più importante è la coltura della vite; essa infatti, se pure comprende solo l'11.5% della superficie coltivata (130.960 ha. nel 1929; 151.555 nel 1930), dà un prodotto che raggiunge il valore di alcune centinaia di milioni di dramme e che costituisce una delle principali esportazioni del paese. Viene coltivata in tutta la zona marittima della Grecia, ma con maggiore intensità di coltura e bontà di prodotti specialmente nel Peloponneso settentrionale e occidentale e in quasi tutte le isole. Quella della vite è la coltura alla quale i Greci portano le maggiori cure: ciò che si riflette sia nello speciale aspetto che prendono i vigneti, a terrazze degradanti, in talune zone a pendio assai inclinato, sia, d'altra parte, nella maggiore densità degli abitanti nelle regioni vinicole, e nel loro maggior benessere. Uno dei principali prodotti è certo dato dal vino; e se nell'antichità i vini di Samo e di Corfù e di Metimno erano giustamente celebrati, anche adesso molti di quelli delle isole - di Tino, di Nasso, di Santorino, di Cefalonia - e taluni pure della terraferma: il Cefiso, il Falero, il Corinto ed altri - sono apprezzati non solo in Grecia, ma anche altrove, come la loro fiorente esportazione dimostra. L'acquavite, invece, il "rakí", è quasi soltanto riserbata per il consumo interno che è però assai grande. I dati ufficiali forniscono solo il quantitativo della produzione di mosto, che fu di 2.546.240 hl. nel 1929 e 1.381.822 hl. nel 1930. Anche un altro prodotto della vite assume una speciale importanza, cioè una piccola uva molto dolce e priva di acini, che, seccata, va in commercio sotto il nome di Corinto (uva passa o passolina). Nota prima, per quanto sembra, a Nasso, e poi diffusa presso l'istmo da cui prese il nome, è stata estesa più tardi specie nel Peloponneso settentrionale e occidentale. Nel 1929 se ne produssero 1.221.690 q.; nel 1930, 1.488.400 q.

Segue un'altra ancora più tipica pianta mediterranea, l'ulivo, veramente caratteristico del paesaggio vegetale della Grecia. Le sue piantagioni, nelle quali però spesso si alternano frutti e comunque colture diverse, rappresentano circa il 6,5% della complessiva area coltivata, e la sua diffusione si può dire che presso a poco coincida con quella della vite, cioè prevalentemente nel Peloponneso, lungo le coste settentrionali del Golfo di Corinto, nella riviera della penisola di Magnesia verso il Golfo di Volo, e nelle isole maggiori, le Ionie soprattutto, poi l'Eubea, Creta, Mitilene e Samo. E se ne trae un diretto profitto nelle olive, che per il contadino greco costituiscono un alimento nazionale, ed uno più importante nell'olio, del quale vi è abbastanza fiorente esportazione. La produzione di olive da tavola nel 1930-1931 è stata di 292.950 q.; quella dell'olio d'oliva è stata di 1.000.711 q. nel 1928-1929, 794.746 q. nel 1929-1930, 863.114 nel 1930-1931. Ma l'uso di raccogliere il frutto solo quando sia caduto per terra, e poi il modo sempre assai primitivo onde l'olio si estrae, provocano un'importazione di olî fini dall'estero.

Altre piante mediterranee prosperano in Grecia: i fichi, specialmente nella Messenia, dove vengono seccati al forno e al sole, e gli agrumi, specialmente nelle coste delle isole Ionie e della terraferma, essi pure esportati. E una certa importanza hanno anche i gelsi per l'allevamento dei bachi da seta, soprattutto nei nuovi territorî (produzione di bozzoli nel 1929, 2.527.000 kg.; nel 1930, 1.883.930 kg.), dove poi si hanno, assai estese, altre colture che nella vecchia Grecia compaiono soltanto in forma sporadica e saltuaria: principale il tabacco (1929: 101.107 ha., 687.382 q.; 1930: 78.855 ha., 692.453 q.), specialmente celebrato quello dei distretti di Xánthē e Cavala; poi l'oppio, il sesamo, il pepe rosso, mentre la coltura del cotone, abbondante in passato, va assai diminuendo.

Le foreste si può dire che non diano luogo a uno sfruttamento razionale; già la loro stessa distribuzione appare irregolare: abbondano, relativamente, nei monti d'Epiro, lungo i versanti occidentali del Pindo e delle sue propaggini, in quelli di Arcadia, e sugli altipiani che si distendono ai loro piedi; scarseggiano invece o mancano addirittura in tutta quanta la Grecia orientale, a eccezione della catena costiera che dalla Campania per l'Olimpo, l'Ossa e il Pelio si dilunga fino all'estrema penisola di Magnesia. Quando non si consideri la tipica macchia mediterranea della fascia costiera, nella quale una vegetazione arbustiva di lentischi, di mirti, di eriche si associa a larghe chiazze di erbe, le basse zone non lontane dal mare del Peloponneso si vestono di pinete. Ma nell'Acarnania e nell'Etolia sono le querce che formano i più densi e più estesi boschi delle regioni inferiori. Al disopra seguono le foreste di abeti e di larici. Come specie variamente disseminate ma localmente addensate, si hanno però castagni e ippocastani, platani e nocciuoli, olmi e ontani, pioppi e tigli. Tuttavia le foreste non sono sfruttate, in gran parte per la difficold, talora per la mancanza assoluta delle comunicazioni. Quasi unico sfruttamento è quello della vallonea, prodotta da una quercia abbondante nell'Acarnania e nell'Etolia, e che si esporta più che altro in Austria e in Inghilterra ad uso delle conce di pellami.

Allevamento. - Importanza assai maggiore ha l'allevamento del bestiame. Una recente statistica (1929) indica la presenza di 176.600 cavalli, 147.800 muli, 380.700 asini, 700.000 vaccine, 6 milioni di ovini, 4,2 milioni di caprini e 276.000 maiali. Piuttosto diffuso è l'allevamento delle api. Però fra tutto il bestiame cavalli, muli e asini sono oggetto di limitato allevamento: i cavalli rappresentano il frutto delle razze che alcuni feudatarî turchi avevano introdotte nelle pianure di Tessaglia; il mulo è assai scarso, l'asino è assai più frequente. I maiali abbondano in talune regioni, in specie nei monti di Epiro e dell'Acarnania, cioè dove i boschi di querce sono più estesi. Non paiono abbondanti nemmeno le vaccine, le quali più che altro sono allevate per lavoro e non per il latte. Ma il bestiame del quale la Grecia è veramente ricca è quello ovino (pecore e capre), oggetto di una forma di pastorizia tipicamente transumante. I monti d'Arcadia e tutta quanta la regione montuosa del Pindo costituiscono le due grandi zone delle pasture estive, di dove poi ai primi freddi calano al basso: dai monti dell'Arcadia verso le pianure ionie del Peloponneso, dal Pindo verso tutti i bacini della Grecia settentrionale e media. E questa tipica pastorizia transumante ha pochissimi rapporti con l'agricoltura: gli abitanti che la esercitano sono quasi esclusivamente pastori.

Del resto, i prodotti della pastorizia sono scarsi e assai imperfetti: pochissimo burro, ed abbastanza formaggio, ma questo tale, per le sue qualità, da non permettere che un'esportazione assai limitata verso i paesi d'Occidente; gli Aromuni fanno un formaggio speciale, detto kaskabáli, il nostro "cacio cavallo". Ma più che altro i prodotti della pastorizia servono per scambî interni.

Miniere. - Il distretto minerario più importante è quello di Laurio, all'estremità meridionale dell'Attica, dove i giacimenti, già coltivati nell'antichità e poi abbandonati al principio della nostra era, furono nuovamente messi in luce poco dopo la metà del secolo passato da un italiano, G. B. Serpieri, dal quale lo sfruttamento ebbe un tale impulso da provocare la formazione di numerose società industriali. E vi si scava minerale di ferro, spesso ricco in manganese e in zinco, e piombo argentifero. Lo smeriglio viene scavato nell'isola di Nasso quasi a fior di terra e con metodi assai primitivi dagli abitanti stessi che ne hanno una specie di diritto: l'escavazione è monopolio dello stato. Ferro abbonda nell'isola di Serifo e nell'Eubea meridionale; magnesite nel Peloponneso; minerali di ferro e di manganese sono nella Penisola Calcidica, cromite specialmente presso Bodená al margine della Campania; rame, fra altro, nell'Argolide. Quasi tutti questi giacimenti erano noti nell'antichità; allora anzi ne venivano sfruttati molti che oggi sono abbandonati. In Grecia infatti spesso manca la convenienza dello sfruttamento razionale, non solo per la difficoltà delle comunicazioni, ma anche per la scarsezza dell'acqua e la quasi assoluta mancanza di carbone. Carbone ve ne è infatti poco e di cattiva qualità, soprattutto nell'Eubea; alcune delle isole vulcaniche dànno zolfo e pomice, ma in piccola quantità; nel Peloponneso si estrae il gesso, usato nell'industria vinicola, e un po' dappertutto si scavano argille per materiale da costruzione e per oggetti di uso domestico. Anche oggi il marmo statuario del Pentelico e di Paro conserva la celebrità antica, come quelli venati dell'Imetto e il cipollino dell'Eubea, e il marmo freddo di Sciro, e il nero e il verde e il turchino di Tino. Nonostante però la grande diffusione che materiali utili presentano nel territorio della Grecia, si può dire che essi forniscano una industria piuttosto limitata.

Industria. - In genere tutte le industrie sono scarse in Grecia, eccettuate quelle domestiche per le quali la grande massa del popolo agricoltore e pastore supplisce da sé ai proprî bisogni familiari. Tuttavia negli ultimi decennî è sorta anche una grande industria, soprattutto finanziata da capitalisti stranieri, come quella mineraria che produce però quasi esclusivamente per i consumi interni, non arrivando spesso a soddisfare la richiesta e non impedendo quindi l'importazione dall'estero dei prodotti che essa stessa produce. Anche per la grande industria si hanno gli ostacoli delle difficili comunicazioni e della mancanza di carbone, così che essa tende a localizzarsi in alcuni centri principali, come Atene, il Pireo, Salonicco, Cavala, prossimi al mare.

In questi ultimi tempi sono sorte tessitorie di lana, di cotone, di seta, fabbriche di cappelli, di macchine, di carta, di saponi, industrie di conserve e di paste alimentari, raffinerie per gli olî e per gli spiriti, mulini meccanici, grandi fornaci. Molte di queste industrie si valgono di materie prime importate dall'estero. Talune trovano condizioni di favore: cosi la fabbricazione degli spiriti si provvede di materia prima nazionale e precisamente dell'uva secca che lo stato ritiene come percentuale di quella esportata e che cede poi a basso prezzo alle raffinerie.

Pesca. - Ultima forma di attività per sfruttare le risorse naturali è quella della pesca, ma non si può dire che la popolazione, nonostante la pescosità dei mari, vi si dedichi con vera intensità. Non mancano pesci nelle acque di terraferma: anguille abbondanti in taluni bacini lacustri, e trote pure abbondanti nei fiumi della regione montuosa del Pindo; e le une e le altre sono localmente pescate dando luogo a un piccolo commercio interno. Il mare è ricco di sardelle e di palamite, di sogliole e triglie e, localmente, di tonno. La pesca si esercita specialmente dinnanzi alle foci dei maggiori fiumi d'Acarnania e d'Etolia e del Peloponneso occidentale, ma poco su tutto il resto delle coste, tanto che le paranze italiane si spingono numerose nel mare della Grecia. E tra gli stessi pescatori greci si può vedere che la pesca è esercitata da certe genti e non da altre: soprattutto dagli Albanesi dell'Argolide e delle isole che le son vicine. Ma non rivolgono che in piccola misura la loro attività alla raccolta del pesce, tanto che il pesce fresco è un alimento assai raro per le stesse popolazioni costiere, e si può dire sconosciuto a quelle dell'interno; si dedicano piuttosto a quella delle spugne, delle quali si esporta una quantità notevole.

Commercio. - Da queste varie forme di attività economica è alimentato il commercio greco di esportazione. Soprattutto è l'agricoltura che manda i suoi prodotti all'estero, mentre l'importazione è data da manufatti di ogni genere. Nel 1929 i prodotti e i valori relativi d'importazione ed esportazione furono i seguenti (in migliaia di dramme):

I principali paesi di provenienza e di destinazione dei prodotti sono (1929):

Il commercio con l'Italia è piuttosto attivo. Nel 1929 l'importazione raggiunse i 739.232 milioni di dramme, l'esportazione 1.277.981. I principali prodotti di scambio furono:

Ma, nonostante le infelici condizioni della silvicoltura e quelle non molto progredite dell'agricoltura, dell'allevamento del bestiame e dello sfruttamento minerario, il commercio esterno ha fatto ben notevoli progressi. Si è ben lontani adesso da quei 18 milioni che rappresentavano il commercio complessivo della Grecia dopo le guerre della sua indipendenza. Dai 18 milioni del 1833 si passa ai 73 del 1858, e poi ai 196 del 1874 e ai 254 del 1887; ma da questo anno l'incremento appare assai minore tanto che fino al 1911 non furono raggiunti i 300 milioni. Dopo la guerra mondiale, in gran parte per l'aggiunta dei nuovi territorî, il movimento commerciale greco ha ricevuto un notevole impulso, come si può vedere dalla tabella seguente, anche se si tien conto del deprezzato valore della moneta (il valore è dato in migliaia di dramme):

La Grecia dunque, paese naturalmente non ricco da che esistc come stato, ha sempre comprato dall'estero assai di più di quanto all'estero abbia venduto: quindi un permanente disavanzo economico.

Comunicazioni. - Ferrovie. - Due importanti linee ferroviarie si partono da Salonicco verso il retroterra: l'una verso Adrianopoli e Costantinopoli, l'altra verso Belgrado e l'Europa centrale. Ma non è a credere che queste linee possano assorbire molto del movimento commerciale della Grecia: la ferrovia del Vardar è, sì, veramente una grande linea di comunicazione internazionale, la cui testa di Salonicco riunisce quasi Europa ed Asia; ed essa serve come linea di transito specialmente per i prodotti di esportazione e importazione della Iugoslavia, ma non può essere via di numeroso commercio greco: gli scambî con la Iugoslavia sono senza importanza e quelli con tutti gli altri stati, anche per la posizione eccentrica di Salonicco, preferiranno sempre la più economica via del mare. E se le difficoltà di comunicazioni terrestri hanno spinto esse stesse i Greci verso il mare, la facilità delle vie marittime ha fatto sì che i Greci trascurassero le comunicazioni terrestri: oggi la Grecia ha circa 10.600 km. di strade e circa 2580 km. di ferrovie.

Ma le strade, ottime e numerose solo nelle isole Ionie, come effetto di una dominazione non greca, sono nel resto ancora rare e non bene mantenute; non una passa dalla Grecia orientale alla occidentale. Ben conoscono i Greci l'insufficienza delle loro comunicazioni terrestri, in particolare della loro rete ferroviaria, e fanno progetti di nuove linee, ed alcune già ne hanno in costruzione, ma nemmeno queste, una volta attuate, potranno alterare il carattere essenzialmente marittimo della Grecia e dei suoi scambî commerciali.

Alla fine del 1929 circolavano sulle strade della Grecia 25.143 automobili e 600 motocicli.

Comunicazioni marittime. - Il mare è per la Grecia la grande via per la quale avviene la maggior parte dei suoi scambî ed è per questo che i Greci sono sempre stati eccellenti navigatori. Anche prima dell'indipendenza si può dire che la maggior parte della navigazione fatta sotto bandiera turca fosse essenzialmente greca. I marinai greci hanno sempre avuto una sicura padronanza del mare soprattutto del non facile Egeo, tanto che i velieri di commercio greci, durante le lunghe guerre dell'indipendenza armati in corsa, ebbero spesso ragione delle squadre dei dominatori turchi. E la tradizione si è di poi mantenuta. Il vapore portò, sì, una crisi, vincendo i velieri che la Grecia non poté subito sostituire con piroscafi, ma a poco a poco venne formandosi una flotta mercantile nazionale a vapore, che riprese la pericolante supremazia marinaresca nel Mediterraneo orientale.

Sviluppatasi nella seconda metà del sec. XVIII, la marina mercantile greca contava, nel 1813, 615 navi per tonn. 153.580. Dopo la crisi del 1848-1852, essa riprese a progredire (tonn. 347.847 nel 1876). La guerra angloboera, la legge sull'ipoteca navale del 1910, furono i principali elementi del nuovo sviluppo, coadiuvato dall'iniziativa amatoriale e dal grande rendimento degli equipaggi. Le più importanti compagnie di navigazione dell'anteguerra erano la Empeirīkos e la Società Nazionale di Navigazione (per i servizî transatlantici). Costituita da 1359 navi per tonn. 1.000.116 nel marzo 1915, la marina mercantile greca veniva ridotta del 64% dalla guerra; ma ancora una volta prevalse lo spirito d'iniziativa degli armatori, e la consistenza attuale della flotta mostra una nuova notevole ripresa: 539 navi per tonn. 1.397.782, di cui 526 piroscafi e 13 motonavi (Lloyd's Reghter, 1931-32): nessuna nave a vela superiore alle 100 t.; la massima parte della flotta è costituita da piroscafi da carico. Poiché molte navi sono invecchiate, e ciò porta maggiori oneri nei premî d'assicurazione alle compagnie, sono stati progettati varî provvedimenti (tra l'altro la creazione di una società nazionale che dovrebbe assicurare il 30% del naviglio, passando la copertura del resto al Lloyd britannico, e quella di un istituto di credito marittimo).

La marina ha una funzione importantissima per la Grecia e si calcola contribuisca alla bilancia commerciale con circa 5 milioni di sterline all'anno. Lo stato concede sovvenzioni per circa 8 milioni di dramme annui. Oltre alla Nazionale di Navigazione e alla Empeirīkos già citate, le più importanti compagnie greche sono la Coast Lines Steamship Co. of Greece, addetta ai servizî costieri, la Konst. Tólias, la Pandelí Bros., la Pétros M. Nomikós, la Sámos. La maggiore nave della marina ellenica è l'Edison (11.103 tonn.).

La maggior parte degli scambî commerciali della Grecia avviene con piroscafi greci: su 7500 piroscafi che nel 1929 entrarono nel porto del Pireo, 5600 erano di bandiera nazionale. L'intenso movimento di vapori greci, specie nel Mediterraneo orientale, è dovuto in gran parte all'accaparramento che la bandiera greca ha saputo acquistarsi di molto del commercio tra paesi stranieri.

La configurazione delle coste greche favorisce la piccola e la grande navigazione per la molteplicità dei mari interni, dei golfi e quindi dei porti naturali. Però, fino a tutto il periodo turco, ciascuno di questi porti, sicuri ma generalmente piccoli, servì come base agli scambî del suo retroterra; in seguito, e specialmente dopo la scoperta del vapore, il movimento marittimo venne facendosi via via più intenso e quasi concentrandosi in pochi porti soltanto. E siccome Atene, la nuova capitale, divenne naturalmente il centro politico e finanziario, e quindi anche industriale del nuovo stato, e anche il centro delle comunicazioni terrestri, così il suo porto, il Pireo, trovandosi sulla via tra il bacino orientale e quello centrale del Mediterraneo, divenne presto il porto principale della Grecia. La penisola del Peloponneso si spingeva però come un ostacolo alla diretta navigazione tra l'Egeo da una parte e l'Ionio e l'Adriatico dall'altra e difficile era per i velieri doppiarne le penisole meridionali, così che per abbreviare (di 325 km.) il tragitto e per evitare il trasbordo delle merci che in altri tempi veniva fatto dal Golfo Saronico a quello di Corinto, la Grecia moderna riprese l'idea, che pare appartenesse già agli antichi, di tagliare l'istmo. E fu scavato così, tra il 1881 e il 1893, un canale, lungo 6 km., largo 23 m. e profondo 8, il quale però per le sue dimensioni non è percorso dai grandi piroscafi. Nell'Ionio e nell'Egeo, sono sorti, con la nuova Grecia, ancora due porti, i quali rapidamente hanno assunto notevole importanza: Patrasso sulle coste d'Acaia, Ermupoli nell'isola di Sira, i quali sembrano quasi essere due basi commerciali di smistamento per la Grecia occidentale e per la Grecia insulare dell'Egeo. Successivamente la Grecia acquistò nuovi scali importanti: Volo per la Tessaglia, Salonicco e Cavala per la Macedonia.

Aviazione civile. - Nei riguardi dell'aviazione civile la Grecia non ha ancora raggiunto uno sviluppo pari a quello delle nazioni limitrofe.

Le linee aeree che interessano la Grecia sono gestite dalle seguenti società: Íkaros, per le linee Atene-Salonicco e Atene-Giannina; Aeroespresso Italiana, per le linee Brindisi-Atene-Patrasso, Atene-Mitilene-Istambul e Atene-Sira-Rodi; Lot (polacca) per la linea Salonicco-Sofia-Bucarest-Varsavia, Air-Orient (francese) per la linea Marsiglia-Atene-Beirut-Baghdād-Estremo Oriente; Imperial Airway's (inglese) per la linea delle Indie, che interessa la Grecia per il tratto Napoli-Corfù-Atene-Alessandria d'Egitto; Aero-Pont (iugoslava) per la linea Salonicco-Belgrado-Vienna; Koninglijke Neerlandsche Luchtvaart Maatschapp (olandese) per la linea Amsterdam-Roma-Atene-Cairo-Baghdād-Iraq-Jodhpur-Calcutta-Rangoon-Medan-Batavia. Il governo greco ha acquistato nel 1931, dalla società Aero-espresso italiana, il terreno, i fabbricati e l'attrezzatura dell'aeroscalo di Falero, allo scopo di farne un aeroporto, gestita dallo stato con personale proprio, per tutte le linee che toccano Atene.

Ordinamento dello stato.

Ordinamento costituzionale. - Dal 1833 al 1924 la Grecia era un regno; istaurata il 24 marzo 1924 la repubblica, si adottò la nuova costituzione (3 giugno 1927). A capo della repubblica si trova il presidente, eletto dall'Assemblea nazionale ogni cinque anni. In assenza o incapacità, è sostituito dal presidente del Senato; egli gode dell'irresponsabilità politica, e in via penale (alto tradimento, violazione dolosa delle leggi) è giudicato dal Senato. È il magistrato supremo dello stato e capo del potere esecutivo; promulga le leggi, può sciogliere la Camera, previo consenso del Senato, e sospenderne i lavori, rappresenta lo stato nel campo internazionale, è a capo delle forze armate, ma non può assumerne il comando; può far grazia e amnistia per i soli delitti politici; per i delitti comuni l'amnistia non esiste in Grecia. Il governo è nominato dal presidente, su proposta del primo ministro e deve godere della fiducia della Camera; i ministri assumono, con la loro controfirma, la piena responsabilità degli atti del capo dello stato. Il potere legislativo appartiene alle due Camere. La Camera dei deputati si compone di rappresentanti (al massimo 250) eletti ogni quattro anni a suffragio diretto, universale e segreto; si richiede la cittadinanza, l'età di 25 anni e il possesso del voto attivo, ma esistono alcuni casi d'ineleggibilità e incompatibilità. Il Senato è composto di 120 senatori (9/10 eletti a suffragio diretto, 1/12 designati dall'assemblea nazionale e gli altri dalle associazioni professionali); i requisiti sono identici a quelli per i deputati, si richiede però l'età di 40 anni. Il mandato dura nove anni; i senatori si rinnovano parzialmente 1/3 per triennio. Le due Camere esercitano anche il controllo sul governo e decidono sugli affari d'indole generale; si riuniscono in assemblea nazionale solo per deliberare sulle questioni più importanti (elezione del presidente, modificazione della costituzione, ecc.). La Camera possiede poteri più estesi del Senato. Il potere giudiziario è esercitato dai tribunali che esaminano anche la costituzionalità delle leggi. Ai cittadini sono assicurate ampie libertà; è protetta la famiglia, il lavoro, l'istruzione. La giustizia amministrativa è affidata al Consiglio di stato; in materia finanziaria l'organo superiore è la Corte dei conti. Per l'amministrazione locale vige il sistema di decentramento e autonomia, sotto l'alto controllo dello stato.

Bibl.: A. Sbõlos, Τὸ νέον Σύνταγμα καὶ αἱ Βάσεις τοῦ Πολιτεύματος, Atene 1928; G. Zoras, La costituzione della Grecia, Roma 1933.

Culti. - In Grecia l'enorme maggioranza della popolazione appartiene alla Chiesa ortodossa, la cui organizzazione fa capo ad un arcivescovo (Atene), 88 fra metropoliti e vescovi, circa 7000 sacerdoti. I monasteri ortodossi sono circa 300 con circa 5000 fra monaci e monache (per questo v. ortodossa, chiesa).

La gerarchia cattolica di rito bizantino fu ristabilita in Grecia da Pio X col breve Auctus in aliqua dell'11 giugno 1911, e la giurisdizione dell'ordinario fu estesa il 21 dicembre 1925 a tutta la Grecia. L'ordinario di rito bizantino risiede in Atene; ivi è anche la scuola ieratica (seminario) di Giovanni il Teologo con una ventina di studenti. I sacerdoti sono 9, diaconi 1, chiese e cappelle 3, una congregazione femminile della Pammakáristos con una diecina di religiose, un orfanotrofio e una scuola femminile. Oltre a quello di rito bizantino vi è per la Grecia anche un ordinario cattolico di rito armeno, risiedente in Atene; da esso dipendono una pro-cattedrale con altre 8 fra chiese parrocchiali o cappelle, una diecina di sacerdoti e un convento maschile. I protestanti delle varie confessioni, per lo più stranieri, sono pochissimi. Le comunità israelitiche più numerose sono quelle di Salonicco (70.000), Giannina, Corfù, Atene e Larissa.

Forze armate. - Esercito. - L'esercito fu riorganizzato col concorso di missioni militari straniere (una francese e una inglese) dopo il 1922. Nel 1930 il bilancio della guerra ammontava a 430.000.000 di dramme, pari al 12.85% circa del bilancio generale; la forza bilanciata ascendeva a circa 5500 ufficiali e 57.000 uomini di truppa. Autorità suprema è il ministro della Guerra, coadiuvato dal capo di Stato maggiore generale e assistito dal consiglio superiore militare.

L'esercito si compone di truppe (fanteria, cavalleria, artiglieria, genio, aeronautica, gendarmeria) e servizî (sanità, intendenza, controllo amministrativo, trasporti, reclutamento, veterinario, giustizia militare, geografico militare, scuole militari), raggruppati in 4 corpi d'armata, 11 divisioni di fanteria (delle quali 9 facenti parte dei corpi d'armata e 2 autonome), 2 brigate di cavalleria. La divisione di fanteria è costituita di 3 reggimenti di fanteria e 1 reggimento d'artiglieria da montagna; ogni brigata di cavalleria di 2 reggimenti di cavalleria.

Le varie armi comprendono: fanteria 24 reggimenti (ognuno di 2 battaglioni, su 3 compagnie fucilieri e 1 compagnia mitragliatrici di 6 armi); 1 battaglione autonomo; 2 battaglioni euzoni. - Cavalleria 4 reggimenti (ognuno su 4 squadroni e 1 squadrone mitragliatrici di 8 armi). - Artiglieria 8 reggimenti e 1 sezione da montagna (su 2 gruppi di 2 batterie, cannoni da 65 o 75, obici da 105); 2 reggimenti da campagna (ognuno di 2 gruppi di 2 batterie, cannoni da 75); 2 reggimenti pesanti (ognuno di 2 gruppi di cannoni od obici di vario calibro). - Genio 2 reggimenti zappatori; 1 reggimento telegrafisti; 1 reggimento ferrovieri; 1 reggimento pontieri: 2 depositi. - Gendarmeria (incaricata della sicurezza e dell'ordine), suddivisa in direzioni superiori (9), comandi regionali (35) direzioni di pubblica sicurezza (41), sottocomandi, sezioni e posti.

I servizî constano di organi esecutivi (unità, magazzini, stabilimenti, ecc.) dipendenti direttamente da organi direttivi centrali o da organi direttivi locali di corpo d'armata e di divisione. Le scuole militari sono costituite da: scuole di reclutamento ufficiali (1 evelpidi, 1 sottufficiali allievi ufficiali, 1 di sanità, 1 di aeronautica, 1 ufficiali di riserva, 1 di ginnastica); scuole di reclutamento sottufficiali (1 preparatoria dei sottufficiali); scuole di applicazione (1 di fanteria, 1 di cavalleria, 1 d'artiglieria, 1 del genio, 1 d'intendenza, 1 del treno, 1 di sanità); superiori (1 di guerra, 1 centro d'istruzione superiore).

Il servizio militare è obbligatorio (ferma normale 12 mesi) dal 21° al 50° anno (1 anno servizio attivo; sino al 40° anno riserva A; sino al 50° anno riserva B). Sono esenti i soli inabili fisicamente; numerosi i temperamenti, taluni dei quali ottenibili mediante pagamento di speciali imposte militari. L'incorporazione del contingente avviene due volte all'anno (marzo e settembre).

Marina militare. - La marina militare greca, costituita al sorgere del regno, ha potuto affermarsi per le qualità marinare e per il coraggio che in ogni tempo, e specialmente nelle guerre per l'indipendenza, hanno distinto i suoi marinai. La gara di armamento con la Turchia, che per un certo tempo parve essere nel programma del governo greco, è cessata in seguito a recenti accordi (1930) con quella potenza. Attualmente le forze navali della Grecia (non troppo omogenee, dato che essa, non possedendo cantieri navali proprî, fa costruire le navi all'estero) sono costituite da: 1 incrociatore corazzato Gečrgios Abérōf (costruito in Italia), varato nel 1910 e parzialmente rimodernato in Francia nel 1925-27, di 9450 tonn. (dislocamento standard) e 22,5 nodi, armato con 4/234, 8/190, 18/76 e 2 tubi di lancio; 1 incrociatore leggiero Héllē (costruito negli Stati Uniti), varato nel 1912 e parzialmente rimodernato in Francia nel 1926-27, di 2116 tonn. e 21 nodi, armato con 3/152, 2/76, e 2 tubi di lancio; due cacciatorpediniere P. Kountouričtēs e Hýdra, già consegnati dal Cantiere Odero di Sestri Ponente (altri due sono in costruzione), di 1362 tonn. e 40,5 nodi, armati con 4/120 e 6 tubi di lancio da 533; quattro cacciatorpediniere tipo ōn (ōn, Aetós, Hiérax, Pánthēr), varati nel 1911 e rimodernati nel 1924-25 in Inghilterra, di 1029 tonn. e 32 nodi, armati con 4/102 e 2 tubi di lancio tripli da 533; 2 cacciatorpediniere Thýella e Sfendónē (costruiti in Inghilterra), di 310 tonn. e 31 nodi, armati con 2/88, 1/40 e 4 tubi di lancio; 2 cacciatorpediniere Níkē e Aspís (costruiti in Germania), di 275 tonn. e 30 nodi, armati con 2/88, 1/40 e 2 tubi di lancio; 5 torpediniere tipo Pérgamos, di 241 tonn. e 28 nodi, costruite in Austria nel 1914-15 e rimodernate nel 1926; 4 torpediniere tipo Dōrís, di 145 tonn., costruite in Germania nel 1913 e rimodernate nel 1926-30; nave-scuola Árēs, costruita in Francia nel 1927, disloc. normale 2261 tonn.; 4 sommergibili tipo Glaũkos (Glaũkos, Nēreús, Prōteús, Trítōn) di 730/930 tonn., 14/9,5 nodi, armati con 1/102 e 8 tubi di lancio; 2 sommergibili tipo L. Katsčnēs (Katsčnēs e Papanikols) di 576/775 tonn., 14/9,5 nodi, armati con 1/102 e 6 tubi di lancio, tutti costruiti in Francia.

L'istruzione e l'allenamento della marina greca furono diretti per oltre venti anni (salvo alcune brevi interruzioni) da una missione navale inglese.

Aviazione militare. - L'aviazione militare ellenica è in corso di riorganizzazione in base a una legge già approvata (1932).

È stata decisa la costituzione del corpo unico degli ufficiali, il cui ruolo nominativo non è stato, peraltro, ancora pubblicato. Gli ufficiali che attualmente prestano servizio in aviazione e che faranno parte del nuovo corpo appartengono ancora all'esercito e alla marina. Per effettuare completamente l'organizzazione progettata occorreranno 7 anni ed è perciò prevista una spesa ammontante a circa un miliardo di dramme. Le forze aeree saranno divise in tre sezioni: aviazione dell'esercito, della marina e della riserva. L'aviazione dell'esercito comprenderà un reggimento a Tatoi, presso Atene, uno a Larissa e uno a Salonicco; quella della marina una base aerea al Vecchio Falero e una a Volo. L'aviazione della riserva sarà costituita da 2 reggimenti. Sono previste le seguenti scuole: una per gli ufficiali e sottufficiali naviganti a Larissa; una scuola tecnica per gli operai specializzati al Vecchio Falero; una scuola di tiro per il personale navigante a Tatoi. È previsto, complessivamente, un organico di 3 ufficiali generali, 38 ufficiali superiori e 185 ufficiali inferiori; 232 sottufficiali osservatori e di manovra.

Gli apparecchi in servizio nell'aeronautica ellenica sono in genere acquistati in Francia e qualcuno in Inghilterra. Per l'aviazione terrestre: apparecchi da guerra: 35 Bréguet 19; 24 Potez 25 e 10 Marz-Banel; per la scuola e l'allenamento: 20 Morane 137 e 147, 18 Morane 230, 4 Bréguet 14. Per l'aviazione marittima: apparecchi da guerra: 4 Hawker Horseley, 8 Velox, 10 Atlas, 10 Fairey; apparecchi da scuola e da allenamento: 6 Avro. Si tratta però di materiale secondario sotto ogni riguardo.

Finanze. - La storia contemporanea delle finanze elleniche s'inizia con l'attuazione degli articoli 2 e 6 dei preliminari di pace fra la Grecia e la Turchia, firmati il 18 settembre 1897 in Costantinopoli; atto col quale, per garantire il pagamento dell'indennità di guerra dovuta dalla Grecia alla Turchia (4 milioni di lire turche), senza che ne derivasse pregiudizio ai diritti dei precedenti creditori, fu istituita una commissione internazionale composta dei rappresentanti delle potenze mediatrici (Austria-Ungheria, Francia, Germania, Inghilterra, Italia, Russia) e investita del controllo sulla riscossione e sull'impiego di quella parte delle entrate pubbliche che risultasse necessaria a coprire gl'impegni sopra indicati. La costituzione della commissione e le norme del suo funzionamento furono sanzionate, dopo intervenuto il consenso delle potenze, con legge del 7 marzo 1898. Vennero destinate al servizio del debito pubblico le entrate dei monopolî (sale, petrolio, fiammiferi, carte da giuoco, carta per sigarette, smeriglio dell'isola di Nasso), dei diritti sul tabacco, dei diritti di bollo e dei diritti di entrata del porto del Pireo. In caso d'insufficienza di tali entrate, vennero suppletivamente riservate al medesimo impiego le entrate delle dogane del Laurio, di Patrasso, di Volo e di Corfù.

La sistemazione finanziaria del 1898 permise di raggiungere l'equilibrio del bilancio, che fu conservato poi fino al 1912, tranne che negli esercizî 1903, 1908 e 1909, che si chiusero in disavanzo in conseguenza di passeggere contrazioni di entrate. Apertosi col 1912 il nuovo periodo delle guerre balcaniche, durato con brevi interruzioni per un decennio, il bilancio ricadde nel disavanzo, cui i prestiti valsero solo in parte a provvedere. La riforma portata alla struttura del bilancio, per opera di una missione italiana chiamata nel 1912 dal ministro Benizélos (Venizelos) per la riorganizzazione della contabilità pubblica, ebbe per risultato di distinguere in separate categorie, a partire dal 1915, le entrate e le spese effettive da quelle dovute a nuovi prestiti e ad ammortamenti di debiti. Intanto la gestione statale si era allargata per effetto dell'annessione dei nuovi territorî. Le entrate effettive, che il bilancio del 1912 indicava in 132 milioni di dramme, per l'incremento soprattutto del gettito tributario salirono progressivamente, fino ad avvicinarsi, nel 1920-21, ai 600 milioni. Le spese, all'infuori di quelle erogate per l'ammortamento dei debiti, risentirono necessariamente l'influenza degli eventi del periodo più importante attraversato dalla nazione: dai 208 milioni che il bilancio del 1912 aveva registrato, si trovarono salite nell'esercizio 1920-21 a un aggravio complessivo di 1,977 milioni.

La gestione svoltasi dopo la fine della guerra, e specialmente dopo la pacificazione interna del paese, rispecchia l'attività spiegata dal governo per la restaurazione delle finanze, e per la ripresa dei rapporti politici, economici e finanziarî con i paesi balcanici e con gli stati europei. Nell'esercizio 1931-32 è riapparso però il disavanzo, in connessione alla generale situazione di disagio in cui si è trovata l'economia ellenica, sia per fattori proprî ad essa, sia per gli effetti della crisi mondiale.

L'entrata del bilancio ellenico è costituita soprattutto dalle imposte indirette (dazî doganali e imposte di consumo); vengono poi le imposte dirette sulla rendita, sui trasferimenti di ricchezza e sulla produzione agricola, i monopolî, le tasse di bollo, ecc. Le spese maggiori sono per il debito pubblico e per la difesa nazionale.

Meritano particolare menzione le spese sostenute dal bilancio ellenico, col concorso di società di beneficenza all'estero, per l'assistenza ai profughi in seguito allo sfratto dei Greci dall'Asia Minore avvenuto nel 1922; spese che a tutto il 1927 sono state valutate a oltre 10 milioni di sterline. La gestione di tali spese, con tutte le provvidenze relative all'assistenza dei profughi, è affidata a un ufficio autonomo costituito per cura del consiglio finanziario della Società delle Nazioni, alla quale la Grecia aveva chiesto, nel febbraio 1923, l'appoggio morale e l'assistenza tecnica.

Al 31 dicembre 1931 il debito pubblico della Grecia (tuttora sotto il controllo della commissione internazionale istituita nel 1898) ammontava a 42.844 milioni di dramme, di cui 4686 di debito fluttuante e 29.504 di debiti in oro.

Col decreto 12 maggio 1928 il privilegio dell'emissione dei biglietti, che dal 1843 spettava alla Banca Nazionale, fu trasferito a una nuova banca di emissione, la Banca di Grecia. Con lo stesso provvedimento la dramma fu stabilizzata a 77,06 per un dollaro (la parità prebellica era 5,18) e vennero stabilite le norme per il conferimento della qualità di moneta legale ai biglietti già emessi dalla Banca Nazionale, per la circolazione, il ritiro e la rinnovazione dei biglietti, nonché per il relativo cambio con le monete estere.

Il 21 aprile 1932 la Banca di Grecia è stata però costretta a sospendere di nuovo la convertibilità dei suoi biglietti. Al 30 giugno 1932 i biglietti in circolazione ammontavano a milioni 4208, le riserve in oro e valute estere a 1453 milioni.

Organizzazione scolastica. - L'istruzione è posta sotto la sorveglianza dello stato; è amministrata secondo un sistema di decentramento mediante consigli speciali presso il Ministero dell'istruzione pubblica. L'istruzione elementare dura sei anni ed è obbligatoria; è impartita a spese dello stato. Le scuole sono miste: l'anafalbetismo va diminuendo. L'istruzione media si distingue in classica e professionale. Fino a poco tempo fa le scuole medie erano divise in due gradi e cioè "scuole greche", della durata di tre anni, e "ginnasî" della durata di quattro anni, ma dal 1929 esse si unificarono in un solo ginnasio della durata di sei anni. Grande impulso ha avuto negli ultimi anni l'istruzione professionale con carattere pratico; sono stati fondati istituti tecnici, scuole di commercio, d'agricoltura, di belle arti, di teologia, ecc. All'istruzione superiore provvedono le università di Atene (fondata nel 1837) e di Salonicco (1926), il politecnico, la scuola superiore di commercio, la scuola superiore d'agricoltura e le scuole superiori e le accademie di Belle arti, l'Odeo, ecc. Oltre alla licenza, per l'accesso alle scuole superiori si richiede ulteriore esame; per evitare un soprannumero di professionisti per ogni facoltà il numero degl'iscritti è tassativamente determinato. Esistono anche varie istituzioni per il progresso delle scienze e delle arti (asteroscopio, musei, società, ecc.). L'istruzione privata non è molto sviluppata in Grecia. Esistono varie scuole straniere d'istruzione inferiore, media e superiore (scuole di archeologia, ecc.).

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Climatologia: O. Schellenberg, Studien zur Klimatologie Griechenlands, Lipsia 1908; D. Eginites, Das Klima Griechenlands, voll. 2, Atene 1908; V. Conrad, Beiträge zur Klimatographie der Balkanländer, in Sitzungsb. Akad. d. Wissensch., CXXX, Vienna 1921.

Flora e fauna: A. Philippson, Vegetationskarte des Peloponnes, in Peterm. Mitt., Gotha 1895; N. Chloros, Die Waldverhältnisse Griechenlands, Monaco 1884.

Etnologia: B. Schmidt, Das Volksleben der Neugriechen und das hellenische Altertum, I, Lipsia 1871; G. Meyer, Essays und Studien zur Sprachgeschichte und Volkskunde, I; Neugriechische Volkspoesie, Strasburgo 1885; A. Philippson, Zur Ethnographie des Peloponnes, in Petermanns Mitt., XXXVI, Gotha 1890; Ludwig Salvator Erzher. v. Österr., Paxos und Antipaxos, 2ª ed., Würzburg 1889; M. H. Ohnefalsch-Richter, Griechische Sitten und Gebräuche auf Cypern, Berlino 1913; A. Chatzēmichálēs, ‛Ελληνικὴ Λαϊκὴ Τέχνη, Atene 1925 segg.; C. Hoeg, Les Saracatsans, une tribu nomade grecque, Parigi 1925; D. Loukópoulos, Αἰτωλικαὶ οἰκήσεις, σκεύη καὶ τροϕαί, Atene 1925; Periodici: Λαογραϕία dal 1909.

Geografia economica: A. J. Boyaroglou, Contribution à l'étude de l'économie rurale de la Grèce d'après la guerre, Parigi 1931; ‛Υπουργεῖον 'Εϑνικῆς Οἰκονομίας. ‛Η ἑλληνικὴ Βιομηχανία, Atene 1931; "Ενωσις "Ελληνικῶν Τραπεζῶν, Οἰκονομικὴ ἐπερηρίς τῆς ‛Ελλάδος 1929, Atene 1931; id., 1930, Atene 1931; M. Haltenberger, Die kartographische Darstellung der territorialen Entwicklung der Balkanstaaten, in Zeitschr. f. Geopolitik, 1925; A. Philippson, Beitrag zur Wirtschafts-geographie Griechenlands, in Globus, 1890; E. Epeirīkos, La Grèce maritime, Parigi 1902; H. Lefeuvre-Méaulle, La Grèce économique et financière, Parigi 1916; F. Zapelloni, La Grecia finanziaria ed economica, Roma 1917; R. Blanchard, The exchange of population between Greece and Turkey, in The Geogr. Review, XI, New York 1925; La marine marchande hellénique, in Bull. de la Chambre de Commerce et d'industrie d'Athènes, ottobre 1931.

Pubblicazioni ufficiali: L'établissement des réfugiés en Grèce (pubblicazioni della Società delle Nazioni), Ginevra 1926; Recensement de la population du 18 Décembre 1920: Recensement agricole de la vieille Grèce, de 1911: Bulletins du mouvement de la navigation de la Grèce avec l'étranger: Rapport sur le recensement des entreprises industrielles, 1920; Bulletin mensuel de Statistique publié par la Statist. Gén. de la Grèce, 1931; Ann. Statist. de la Grèce, Atene 1930.

Carte: Carte de la Grèce 1:2000.000, Parigi 1832-52; Generalkarte des Königsreichs Griechenland, 1:300.000, Vienna 1885; Generalkarte von Mitteleuropa, 1:200.000, Vienna; Carte del Servizio geografico dell'Esercito greco; Carte della Grecia 1 : 1.100.000 (pubbl. 32 fogli). Serie di carte a scala diversa, comprendenti solo una parte del territorio: scala 1 : 20.000 (Attica, 28 fogli); 1 : 75.000 (Tessaglia); 1 : 10.000 (Peloponneso, 11 fogli); 1 : 75.000 (Macedonia. Si sono anche pubblicati 6 fogli di una carte geologica generale a 1 : 300.000.

LA GRECIA ANTICA

Geografia storica.

La Grecia può essere suddivisa secondo la ormai classica triplice divisione: 1. Grecia settentrionale; 2. Grecia media o Ellade; 3. Grecia meridionale o Peloponneso. La Grecia settentrionale, limitata a N. dai monti della Macedonia e a S. da quel restringimento della penisola che è contenuto fra i golfi di Ambracia e di Lamia, è divisa verticalmente dalla catena del Pindo in due regioni distinte: la Tessaglia e l'Epiro. La Tessaglia, coronata a settentrione dall'Olimpo, sulle cui cime nevose gli antichi ponevano la sede degli dei, limitata a S. dal massiccio dell'Eta e dalle Termopile, a O. dal Pindo, a E. dal mar Egeo, contiene l'unica grande pianura della Grecia, ricca di grani e di prati e solcata dal fiume Peneo, il quale poi sboccando nel mare tra l'Olimpo e l'Ossa forma quella celebre valle di Tempe che i Greci antichi decantavano per la sua bellezza. La Tessaglia si può distinguere in una regione tessala vera e propria, circondata da un territorio di perieci (Perrebi, Magneti, Achei Ftiotidi), mentre la vera Tessaglia fu a sua volta divisa, ma per scopi militari, in quattro parti (tetradi), cioè Tessaliotide, Estieotide, Pelasgiotide, Ftictide. Città principali furono Larissa sul fiume Peneo, la nemica di Fere, forte quest'ultima del possesso di Pagase sull'omonimo golfo; Farsalo, che poi divenne celebre per la sconfitta ivi subita da Pompeo; infine si può ricordare Tricca nell'Estieotide, che fu, a quanto pare, la culla della religione di Asclepio. A sinistra del Pindo, l'Epiro, regione del tutto montuosa, quando se ne eccettui la pianura sul golfo di Ambracia intorno alla foce dell'Aratto, e abitata da genti (Caoni, Molossi, ecc.) che per lungo tempo vissero isolatamente e solo sullo scorcio del sec. V sentirono il bisognn di raccogliersi in città. Centro spirituale della regione era Dodona con il suo celebre oracolo, che molti Greci si recavano a consultare. La Grecia media o Ellade propriamente detta, stretta e lunga e nella parte inferiore bagnata quasi completamente dal mare, s'inclina a mano a mano che procede da occidente verso oriente e finisce a oriente con quella regione, l'Attica, verso la quale si può dire confluissero tutti gli elementi della civiltà ellenica per produrre quivi i loro frutti più belli. A O., separate fra loro dal corso del potente Acheloo che scende giù dalle montagne dell'Epiro, sono l'Acarnania e l'Etolia, regioni montuose e non molto più civili del prossimo Epiro, abitate anch'esse da forti e rudi stirpi (Agrei, Euritani, Apodoti, ecc.). Solamente lungo le sponde dell'Acheloo e intorno ai laghi Trichōnís, di Hýdra e di Ouría la natura meno selvaggia permise lo sviluppo di centri abbastanza notevoli, specie dal punto di vista religioso, quali Strátos e Thérmos, mentre sulle dolci e fertili colline tra il monte Aracinto e il mare fiorì Calidone ricca di leggende. Più in là, distesa sulle due rive dell'Ellade, la duplice Locride: quella meridionale (Ozolia) con Eanzia (Oiántheia), Anfissa e Naupatto, quella settentrionale dominata dal M. Knēmís (od. Fortána) con le città di Scarfia, Tronio e con la forte Opunte che diede il nome a quella parte della Locride. Fra le due Locridi è stretta la piccola Doride montuosa; poi la Focide che s'allarga fra i due mari, salendo dagli oliveti di Crisa, da Cirra e da Anticirra ai gioghi impervî del Parnaso, fra i quali si nasconde il santuario di Apollo Delfico, e scendendo poi all'irrigua pianura del Cefiso florida di città (Elatea, Iampoli, ecc.), mentre le alture dello Knēmís la separano dal mare di Eubea. Quindi si estende la Beozia, pianeggiante nella sua parte settentrionale intorno al lago Copaide, che una volta occupava tutta quanta la pianura, con Orcomeno celebre per il ricordo dei Minî e col più recente santuario di Apollo Ptoios, montuosa invece nella parte meridionale dominata dall'Elicona, il monte delle Muse, e solcata dal corso dell'Asopo. Regione quanto mai varia, nota per la sua ricchezza e per l'inclinazione dei suoi abitanti (a parte la tradizionale ingiuria) alle arti delle Muse, la Beozia fu quasi sempre dominata da Tebe, cui la posizione felicissima aveva dato il modo di emergere; e in quelle sue larghe pianure dové quasi fatalmente essere teatro di molte celebri battaglie dell'antichità (Platea, Tanagra, Coronea, Leuttra, Cheronea). Il M. Citerone, ricco di miti, separa dalla Beozia l'Attica, regione triangolare che si protende agilmente verso SE. e che dal festone delle Cicladi è collegata all'Asia Minore. Dominata dal Parnete, dal bianco Pentelico e dall'Imetto, l'Attica apre verso E. la sua massima pianura, la Mesogea ricca di grani, fra l'Imetto e le argentifere montagne del Sunio; mentre a O., separate tra loro dalla catena dell'Egialeo, sboccano nel golfo Saronico le celebri valli del Cefiso e dell'Ilisso nelle quali rispettivamente si formarono Eleusi e Atene. Nella sua parte settentrionale, la Diacria, l'Attica si rialza e sulla costa scogliosa presenta all'opposta Eubea Oropo, sempre contesole dalla Beozia, e Ramnunte, mentre un po' più a E. si apre la pianura di Maratona, celeberrima per la battaglia che vi fu combattuta nel 490. In complesso l'Attica è una regione arida e povera. Unita all'Ellade, e precisamente all'Attica, dalla piccola Megaride e dal breve istmo di Corinto, su cui sorgeva l'omonima città florida di commerci, la Grecia meridionale o Peloponneso apre a ventaglio le sue tre penisole abitate da genti doriche: l'Argolide con la valle dell'Inaco dove fiorirono Micene, Tirinto, Argo famose nell'epopea di Omero, con Nemea più a N. celebre per i suoi giuochi e per la leggenda di Eracle (che del resto anima tutto il Peloponneso) e ad E., oltre una larga zona selvaggia, col santuario di Epidauro, con Trezene e Calauria; la Laconia, dove tra le grandiose catene del Parnone e del Taigeto nella florida valle dell'Eurota giaceva Sparta, collegata dalle necessità marittime al porto di Gizio (Gýtheion) e dal sentimento religioso alla più vicina sede di Apollo Amicleo; la Messenia, terra fertilissima bagnata dal Pamiso e dominata dal poderoso Itome, regione ambita dai vicini Spartani, con la città di Fere sul mare, con quelle di Messene e di Andania nell'interno. Nel cuore del Peloponneso è l'Arcadia, la regione più isolata della Grecia, che nelle sue alpestri solitudini serbò per lungo tempo con incredibile tenacia, nella lingua e negli usi, il ricordo di più antiche genti greche altrove scomparse. Quivi fra i monti cari alla mitologia (Partenio, Menalo, Liceo) troviamo le città di Orcomeno, di Mantinea, di Tegea e, a S., la più giovane Megalopoli creata nel 368 dal sinecismo di parecchi centri arcadici; mentre nella parte settentrionale sono Clitore, Feneo, Stinfalo, nota quest'ultima nel mito di Eracle. Il fiume Alfeo nato dai monti dell'Arcadia scende verso il mare Ionio bagnando nel suo ultimo tratto le boscose colline dell'Elide, che aveva come suo centro spirituale il venerato santuario di Zeus Olimpico. Essa, una volta, comprendeva soltanto la pianura costiera tra l'Alfeo e il Peneo; più tardi, invece, si arricchì della Pisatide e della Trifilia. Ultima regione del Peloponneso è l'Acaia, che, scendendo dai gioghi dell'Arcadia, spiega nel golfo di Corinto una costa fertile, ricca di floride città come Patrasso ed Egio (Aígion); poi v'è Sicione, celebre non meno per la fertilità della terra che per l'ingegno artistico degli abitanti. Terra aperta largamente al benefico influsso del mare, la Grecia è coronata d'isole, che accompagnano in molti tratti l'andamento delle sue coste o le collegano ad altre regioni del Mediterraneo, e che molto contribuirono allo sviluppo della storia e della civiltà ellenica. Prima e maggiore di tutte l'Eubea, che si estende dalla Tessaglia all'Attica, terra quanto mai varia, ricca, industriosa, con le città principali di Calcide, Eretria, Caristo; poi il "coro" delle Cicladi (Andro, Teno, Nasso, Paro, Amorgo, Tera, Melo, ecc.) intorno a quella piccola isola di Delo, che per secoli seppe tenere unite, con la comune religione di Apollo, le stirpi ioniche dell'Egeo; poi Citera, sacra ad Afrodite, davanti al golfo Laconico; poi, nel mare Ionio, Zacinto, Cefalonia, Itaca, Leucade e Corcira, prima e preziosa colonia della dorica Corinto.

Nella Grecia antica una buona parte della popolazione era cittadina e un'altra parte era divisa in villaggi. Secondo i calcoli, naturalmente molto approssimativi, del Beloch, la densità di abitanti nella Grecia del sec. II a. C. era di 38 per kmq. e la popolazione totale qualcosa più di tre milioni, mentre nella Grecia dell'età classica essa doveva essere di circa un mezzo milione superiore. Nell'età ellenistica l'urbanismo ha in Grecia il suo massimo sviluppo e alcune città, come Atene e forse Corinto, superavano i 100.000 abitanti. Dal sec. II a. C. in poi comincia a manifestarsi nella Grecia una diminuzione di abitanti, che si fa sempre più sensibile e accompagna, sulla fine dell'età ellenistica e per tutta l'età romana, il progressivo decadimento della civiltà ellenica.

Preistoria.

Lo studio della preistoria greca è di data assai recente. Quando si è cominciato a far luce sull'età del bronzo del bacino dell'Egeo, con le scoperte della civiltà cretese-micenea e di Troia, si sono notati contemporaneamente avanzi di età ancora più antica, ai quali dapprima si è dato in genere il nome di pre-micenei. Il rinvenimento di alcune accette in selce nel Peloponneso, al principio del nostro secolo (v. Tsoúntas, 'Αρχ. 'Εϕημ., 1901, p. 85), ha fatto per la prima volta parlare di un'epoca neolitica, ma le vere basi per lo studio della preistoria greca sono state gettate, subito dopo, con gli scavi dello Tsoúntas in Tessaglia. Da allora, e specialmente negli ultimi anni, un numero assai cospicuo di stazioni neolitiche ed eneolitiche sono state investigate su tutto il territorio ellenico e nelle regioni limitrofe; si sono venuti perciò determinando i varî aspetti delle civiltà preistoriche che vi si sono svolte, e delineando i caratteri del loro sviluppo, delle loro correlazioni e successioni: tuttavia ancora a tutt'oggi siamo ben lungi dal poter dire che il quadro della preistoria greca sia completamente e chiaramente disegnato, soprattutto per quanto riguarda le origini e le provenienze dei ceppi primitivi; ciò per l'insufficienza degli scavi e di esaurienti pubblicazioni, e più ancora per l'oscurità che regna sulle civiltà preistoriche delle regioni confinanti e dell'Europa orientale in genere.

Nessuna traccia di civiltà paleolitica è stata finora rinvenuta in Grecia; solo scarsi resti di animali pre-diluviani sono stati notati a Picernio di Attica, a Megalopoli di Arcadia e a Cuma di Eubea; del resto in tutta la penisola balcanica gli unici trovamenti paleolitici che si possono menzionare sono pochi strumenti in pirite da alcune grotte della Bulgaria, e specialmente dal territorio di Tărnovo. L'assenza di relitti paleolitici in Grecia potrebbe essere spiegata con l'insufficienza delle ricerche nelle caverne e nelle regioni montuose, mentre è verosimile che anche in Grecia, come altrove, le prime abitazioni dell'uomo siano state proprio le grotte, presso le sorgenti e i boschi alpestri, là dove la tradizione classica poneva la residenza delle divinità, di Pan, dei Satiri e delle Ninfe, e dove sono accertati numerosi luoghi di culto sia per l'epoca storica sia per quella preistorica; unici luoghi di carattere rupestre finora scavati sono la stazione di Marmárianē sulle pendici meridionali dell'Ossa, la grotta preistorica di Nemea, neppur questa ubicata veramente in regione montuosa, e a Creta la grotta di Miamoũ e il rifugio rupestre di Magasã: ma anche ammettendo un'antichissima popolazione di cavernicoli, tutt'altro che presumibile, questa non potrebbe dare in ogni modo alcuna luce sulla provenienza della civiltà neolitica, largamente testimoniata e documentata, per gli aspetti che tale civiltà presenta fin dal suo primo sorgere.

Uno strato di civiltà neolitica, infatti, ci è attestato su grande estensione del territorio ellenico, e precisamente su quasi tutta la parte orientale della Grecia continentale, sulla zona nord-orientale del Peloponneso e a Creta (v. carta a p. 803): le civiltà neolitiche della Grecia continentale e del Peloponneso, malgrado le differenze regionali, le azioni e reazioni e le sovrapposizioni di facies diverse, hanno punti di contatto e interferenze sicure, che le possono far considerare come un tutto unico; una civiltà completamente diversa per origine e per sviluppo, con evoluzione indipendente e omogenea, dalle lontane origini fino all'epoca dei metalli, palesa invece Creta. Il primo gruppo di popolazioni neolitiche si attarda nella sua civiltà della pietra assai più in giù nel tempo che non la popolazione di Creta, che viene a conoscenza del rame forse già negli ultimi secoli del IV millennio. Poiché nell'età avanzata del bronzo tutto il bacino dell'Egeo e tutto il territorio ellenico entrano nell'orbita della civiltà cretese-micenea, e poiché da questa, e dalle sue relazioni con l'Egitto, possiamo ottenere gli unici dati cronologici sicuri per tutta la preistoria della penisola balcanica e delle regioni confinanti, si sogliono studiare gli aspetti e l'evoluzione delle civiltà nelle terre bagnate dal mare Egeo in una visione unica; ma da Creta in realtà nessuna luce può essere data per la provenienza stessa e per le prime vicende interne degli altri popoli neolitici dell'Ellade.

L'esame comparativo dei successivi strati di civiltà della penisola ellenica, e soprattutto l'associazione con relitti di oggetti importati da Creta, permettono di delineare, naturalmente con una larga approssimazione, il quadro dei movimenti di popoli e delle successioni di civiltà nella Grecia preistorica, raccolti in calce in una tabella cronologica sinottica: per una lunga serie di secoli, da un'epoca remota che si fa risalire in genere fino alla metà del V millennio a. C., tutta la parte orientale della Grecia è stata occupata da una popolazione di civiltà neolitica, alla quale la tradizione greca ha dato il nome di Pelasgi; verso il principio del terzo millennio (circa il 2800 a. C.) una seconda ondata di Pelasgi, movendo per mare dalla Macedonia orientale, occupa la Tessaglia settentrionale e sud-orientale, e, in un'altra spedizione di poco posteriore, si stanzia nell'Argolide e nel territorio di Corinto. Verso il 3000 a. C. nuclei di popolazioni staccatesi dalle coste sud-occidentali dell'Asia Minore, e che la tradizione greca chiama Cari e Lelegi, occupano le Cicladi, e un po' più tardi anche l'Argolide e la regione di Corinto, donde gradatamente salgono alla conquista di una parte della Grecia centrale, fino alla valle dello Spercheo, stabilendovi la prima civiltà del bronzo, chiamata della ceramica Urfirnis. Verso la metà circa del terzo millennio a. C., popolazioni a conoscenza della civiltà dei metalli si stabiliscono anche nella Macedonia centrale, e forse pure in quella occidentale e di lì, attorno al 2250 a. C., sendono verso sud, e conquistano la Tessaglia settentrionale, mettendo fine anche qui alla civiltà neolitica; verso il 2100 a. C., cominciano a scendere dal nord e si stabiliscono gradatamente nella Grecia centrale, sostituendo la propria civiltà, caratterizzata dalla ceramica detta minia, su gran parte del territorio dove dominava la ceramica Urfirnis, i primi ceppi di razza indoeuropea.

Bibl.: Cfr. s. v. cretese-micenea, civiltà, vol. XI, p. 890: Civiltà egee, V. inoltre: K. Schuchhardt, Alteuropa, 2ª ed., Berlino 1926, specialmente p. 141 segg. (con induzioni però assai diverse da quelle sopra esposte sui movimenti e sulle relazioni dei popoli preistorici della Grecia); G. E. Mylōnās, ‛Η νεολιϑικὴ ἐποχὴ ἐν τῆ 'Ελλάδι, Atene 1928, con eccellente bibliografia; id., Οί Προϊστορικοὶ Κάτοικοι τῆς 'Ελλάδος καὶ τά ίστσρικὰ ϕῦλα, in 'Αρχ. ‛Εϕημ., 1930, p. 1 segg.; J. Linton Myres, Who wee the Greeks?, Berkeley 1930; C. H. Tsoúntas, ‛Ιστ. τῆς ἀρχαίας ἑλληνικῆς τέχνης, Atene 1928. Sulla cronologia del neolitico nella Grecia centrale: E. Kunze, Orchomenos, II. Die Neolitische Keramik, Monaco 1931, spec. p. 47 segg. (e sulla provenienza della ceramica Urfirnis, pp. 31 segg., 49). Sui rapporti con le civiltà della Penisola Balcanica settentrionale e dell'Oriente, v. V. Gordon Childe, The East European Relations of the Dimini Culture, in Journ. Hell. Studies, XLII (1922), p. 254 segg.; id., The Dawn of European Civilization, Londra 1924; id., The Aryans, Londra 1926; id., The Danube in Prehistory, Oxford 1929; H. Frankfort, Asia, Europe and the Aegean, and their Earliest Interrelations, Londra 1927. Per la cronologia comparata fra l'Oriente e l'Europa dall'età eneolitica di Creta, cfr. anche Nils Åberg, Bronzezeitliche u. Früheisenzeitliche Chronologie, Stoccolma 1932. V. anche le singole voci in Ebert, Reallexikon d. Vorgeschichte, Berlino 1924-1929. Per i resti preistorici animali e umani in Grecia, cfr. anche Th. Skouphos, Über die paleontologischen Ausgrabungen in Griechenland in Beziehung auf das Vorhandensein des Menschen, in Comptes Rendus du Congrès Int. d'Archéol., Atene 1905, p. 231 segg. Per le armi: Chr. Blinkenberg, Griech. Steingeräte. Archäol. Studien, Copenaghen e Lipsia 1904, p. 1 segg. Per l'età del bronzo in Egina, v. J. P. Harland, Prehistoric Aegina, Parigi 1925; per gli ultimi scavi preistorici in Macedonia: W. A. Heurtley, A Prehistoric Site in Western Macedonia and the Dorian Invasion, in Annual Brit. School at Athens, XXVIII (1926-27), p. 158 segg.; altri scavi in Macedonia, ibid., p. 195 segg.; W. A. Heurtley e C. A. Ralegh Radford, Annual, cit., XXIX (1927-28), p. 117 segg., e XXX (1929-30), p. 113 segg. Per una stazione preistorica, di civiltà asiatica affine a quella di Troia, a Therme nell'isola di Lesbo, v. W. Lamb e R. W. Hutchinson, in Annual, cit., XXX (1929-20), p. 1 segg. Grande interesse per i rapporti fra la civiltà preistorica dell'Asia Minore e quella della Macedonia offriranno i risultati degli scavi iniziati dalla Scuola Archeologica Italiana nell'autunno 1931 nel ricchissimo villaggio preistorico presso Caminia nell'isola di Lemno.

Storia.

Dalle origini alle guerre persiane. - I pregreci. - La penisola ellenica e le vicine isole del Mare Egeo furono abitate, prima che dai Greci (che non si separarono dagli altri Arî se non nell'età eneolitica: cfr. europa: Etnografia), da genti pregreche.

I Greci stessi parlarono di antichissimi abitanti del loro paese (Pelasgi, Cauconi, Lelegi, Cari, ecc.), ma, a millennî di distanza dai fatti, non sí fondarono su di una tradizione genuina, sibbene su ipotesi frammiste con favole. Maggiore valore probativo per l'esistenza di genti pregreche hanno invece: i dati archeologici della pura età litica che attestano l'esistenza di abitanti prima della diaspora aria; i molti toponimi di aspetto non greco, nella radice e nelle desinenze, spesso affini a quelli dell'Asia Minore o di paesi sud-europei non greci; alcuni nomi usati dai greci classici, che, pure caratterizzando animali e vegetali tipici della penisola, sono inesplicabili con etimi ellenici; non poche tracce di culti locali, specialmente ctonici, di aspetto arcaicissimo e di nome non greco; il cambiamento di caratteristiche antropologiche denotato dagli scheletri scoperti negli strati archeologici più antichi; e infine la presenza, in piena età storica, di genti di parlata non ellenica, ad es. nell'estremo oriente dell'isola di Creta, i cosiddetti Eteocretesi; a Carpato (Scarpanto) gli Eteocarpazî, ecc.

I Greci nella penisola. - La penisola ellenica fu occupata dai Greci circa un millennio prima delle isole egee e della costa dell'Asia Minore.

Dai dati linguistici risulta che i primi Greci scesi nella penisola furono quelli di parlata ionica, stanziatisi nell'Attica, nella quale zona troviamo una civiltà che si evolse in maniera regolare, senza sbalzi e senza lacune, dall'età eneolitica fino all'età storica, come se la popolazione non vi fosse mutata dall'eneolitico in poi.

Dai dati linguistici, per l'affinità dei dialetti tessalici, beotici e arcadici, risulta che in origine le genti di tali favelle - le seconde scese nella Grecia - erano in diretto contatto le une con le altre (Eoli settentrionali ed Eoli meridionali), non essendosi ancora frapposti fra esse gruppi di diverso dialetto. Del pari dall'esistenza di coloni di parlata arcadica a Cipro e in Panfilia risulta che le genti di parlata eolica meridionale in origine non erano ancora confinate nel nucleo centrale montuoso del Peloponneso, ma che giungevano al mare: dunque che in una certa età tutta la Grecia nord-orientale (esclusa l'Attica) dalla Tessaglia al Golfo di Corinto era degli Eoli settentrionali, e tutto il Peloponneso degli Eoli meridionali. In tutte quelle zone, durante l'età eneolitica e la prima età del bronzo, dominò una civiltà di tipo abbastanza uniforme.

Dai dati linguistici risulta ancora che gli ultimi a penetrare in Grecia furono i gruppi di parlata dorica, i quali s'incunearono fra i Tessali e i Beoti, rompendo l'iniziale unità eolica settentrionale, e nel Peloponneso dove andarono via via togliendo le terre sul mare agli Eoli meridionali o Arcadi; e i dati archeologici ci permettono di fissare le varie tappe di quella conquista. Così l'incuneamento delle genti di parlata dorica fra i Tessali e i Beoti si riconosce per l'improvvisa comparsa, a mezzo dell'età del bronzo, nella valle dello Spercheo, di una nuova civiltà, diversa da quella che in precedenza dominava in tutta la zona dalla Tessaglia alla Beozia, compresa la suddetta vallata: ne risulta una datazione abbastanza remota della migrazione dorica nella Grecia centrale. Il che, per analogia, porta a supporre qualcosa di simile per la penetrazione, parallela, nel Peloponneso nord-orientale; prima dunque che vi s'iniziasse, intorno al 1550 a. C., la civiltà micenea, che poi durò, senza iati, fino al sec. X, con uno sviluppo così regolare e continuo di tipi e di tendenze, che non è giustificato supporre ehe tale continuità nasconda l'arrivo di un popolo nuovo. La discesa dall'Argolide nella Laconia delle genti di parlata dorica pare caratterizzata dal nuovo orientamento verso modelli argolici, invece che cretesi, dell'arte lacone dal 1400 al 1350 circa a. C. E infine la conquista della Messenia settentrionale, da parte dei Dori, coincide con la prima guerra messenica della tradizione, del 700 circa a. C.

I Greci nell'Egeo. - Ma prima di queste ultime tappe doriche nel Peloponneso, s'era cominciata a svolgere da parte dei Greci la colonizzazione delle isole dell'Egeo e delle coste dell'Asia Minore.

Per Creta (v. cretese micenea, civiltà) l'arrivo dei Greci è caratterizzato da evidenti modificazioni di vita e di cultura. I palazzi minori di Tilisso, di Gourniá e di Hagía Triáda vennero distrutti alla fine del Minoico recente I o al principio del II; quelli maggiori di Cnosso alla fine del II e di Festo durante il III. Alcuni, i minori, non furono ricostruiti, altri risorsero, ma molto diversi, per ampiezza, per tipi architettonici e per orientamento: ad Hagía Triáda si costruì un mégaron di tipo continentale; il palazzo di Cnosso non corrispose più che a un angolo del palazzo precedente; dovunque si diffuse una ceramica che risponde precisamente a quella micenea del continente; e perfino la foggia del vestiario femminile si modificò profondamente. Le distruzioni del palazzi cretesi parlano eloquentemente dell'arrivo della prima ondata dei Greci; le ultime ricostruzioni di tipo argolico ci attestano, verso il 1400, le prime colonie delle genti doriche nell'isola. Del pari ai coloni dori si dovrà la terza città di Fylakōpḗ nell'isola di Melo, sorta, con nuovo stile e nuova tecnica, nella seconda metà del sec. XV a. C.; come pure la ceramica di Ialiso, Camiro e Lindo nell'isola di Rodi, che risponde al terzo e quarto tipo della ceramica recente micenea dell'Argolide. Con ciò si accordano i dati dei documenti hittiti, sulla presenza di Aḫḫivavā (= Achei) sulle coste dell'Asia Minore fin dal re Mursilish II (1350-1325 circa); e dei documenti egiziani sulla partecipazione degli Aqeiweš (= Achei) alla spedizione dei "popoli del mare" contro l'Egitto, a cominciare dai tempi del faraone Merneptah (1225 circa e successivi).

Parallelamente la caduta e distruzione, circa il sec. XIII-XII, della VI città di Troia, di civiltà anatolica con influssi minoici e micenei. e il sorgere della VII città, di tipo schiettamente greco, ci parlano dell'arrivo nella Troade dei coloni eolici, le cui gesta dovevano costituire il modello primitivo donde trasse origine poi l'Iliade; come i trovamenti micenei a Mileto sembrano attestare la presenza in Asia delle genti ioniche.

I termini di "Ioni", "Eoli" e "Dori" sono stati fino a qui, in questa trattazione usati anacronisticamente. Di fatto essi nacquero, come termini etnici, notevolmente più tardi, e, sorti nelle zone greche coloniali dell'Asia Minore, passarono in seguito e furono adottati nelle rispettive madripatrie peninsulari. Così il nome di "Dori" è nato dopo il sec. XII a. C. nell'Asia Minore, passando a Creta già ai tempi dell'aedo del XIX dell'Odissea; donde penetrò nell'Argolide e nella Laconia, sostituendovi il vecchio nome di "Achei", che, assai esteso in origine, nell'epoca classica restò limitato alle genti di parlata dorica più lontane dall'Asia Minore, centro di diffusione del nuovo termine etnico (la vecchia distinzione etnica fra Dori e Achei, e la datazione al sec. XII della migrazione delle genti di parlata doriea sono erronee).

Il dominio e la rovina delle monarchie. - La Grecia, alla fine del II e al principio del I millennio a. C., era divisa in grande numero di staterelli, retti a monarchia. Il monarca, padrone di ampî demanî, attorniato dai più vecchi e provetti capifamiglia della sua gente, derivante il suo potere da una discendenza divina, riconosciuto come signore dal popolo al momento della successione, accentrava in sé la vita dello stato: egli era il sommo sacerdote, l'arbitro supremo nelle contese giudiziarie, il duce dei suoi sudditi, delle cui persone e dei cui beni egli disponeva a vantaggio dello stato. Poco egli si curava invece della difesa dei singoli sudditi, in pace e in guerra: poiché lo stato, allora, lasciava alle famiglie il compito di far eseguire i verdetti degli arbitri giudiziarî, e non aveva ancora concepito l'unità tattica, a difesa e sostegno dei singoli in guerra. A queste deficienze delle funzioni dello stato monarchico primitivo posero, a poco a poco, riparo i sudditi stessi, organizzandosi in libere associazioni di mutuo soccorso, sia per la pace, sia per la guerra. Queste associazioni si dissero, nelle loro forme più primitive, "eterie", e poi "fratrie"; mentre più tardi, dall'unione di più fratrie, sorsero le cosiddette "file" o tribù, che dovevano già esistere in più parti della Grecia, all'epoca della colonizzazione nell'Egeo e nelle coste anatoliche. Queste associazioni private (v. fratria; eteria; file), da cui nessuno volle rimanere fuori, per la loro utilità, finirono con l'essere riconosciute, anche dallo stato, quale ottima ripartizione della popolazione per i quadri amministrativi di stato civile, di leva, dei tributi, sicché i magistrati loro divennero magistrati dello stato, per completare, e spesso per sostituire, l'opera dei re, nel culto, nell'amministrazione della giustizia, nell'organizzazione e nella guida dell'esercito. In tale modo la presenza e la giurisdizione dei re dovette sempre più apparire come superflua. Ed essa era anche minata dalle pretese e dalla potenza della nobiltà, che s'era andata formando, per le ricchezze accumulate in alcune famiglie con l'agricoltura, con la pirateria, con il commercio, per il prestigio acquistato da singoli individui resisi utili al loro paese, o che s'erano imposti nell'organizzazione delle fratrie e tribù, e avevano costituito consorterie personali. Tali nobili in tutte le occasioni cercavano di sfruttare la debolezza dei dinasti coalizzandosi contro di essi, e aspirando alle prerogative del loro potere.

Così, in gran parte del mondo greco, la monarchia venne a decadere e poi a cadere: dove abbattuta da un colpo di stato subitaneo; dove sminuita lentamente per successive diminuzioni di prerogative; in alcune città, come Atene, conservandosi con sole funzioni religiose in piena età repubblicana; in altre, come Sparta, giungendo dopo varie peripezie al compromesso di due case regnanti parallelamente. Questo fenomeno politico si svolse in alcune zone nel corso dei secoli IX e VIII, in altre più tardi, nel corso del VII. La monarchia non rimase in vigore che in alcune zone periferiche, arretrate nell'evoluzione politica, come l'Epiro e la Macedonia.

Le poleis e le anfizionie. - La popolazione greca primitiva, dedita alla pastorizia e all'agricoltura, viveva disseminata per le campagne, in casolari e in villaggi. La vita politica dei primi stati di qualche importanza si svolgeva nel palazzo, o nella rocca dove viveva il re. Ma, abbattuto o esautorato quest'ultimo, il potere passò alla collettività degli abitanti abbienti, con a capo i γένη dei nobili; e si dovette spesso fissare una sede per i magistrati, per il senato, per le adunanze dell'assemblea popolare.

La scelta cadde per o più su una località che rispondesse a una o a più d'una delle seguenti esigenze: che fosse luogo di convegno per i mercati, o porto, o centro cultuale, o rifugio in caso di pericolo. Sorse così la polis greca (v. città), alla cui concezione dovettero concorrere gli esempî dei grandi centri abitati non greci, delle isole dell'Egeo e delle coste anatoliche, e dei grossi centri, in cui dovettero organizzarsi i coloni greci, per resistere agli attacchi delle popolazioni indigente.

La polis, oltre a concentrare in sé la vita politica e amministrativa dello stato, attrasse a sé gran parte di quella religiosa, commerciale, industriale, culturale, divenendo anche centro di attrazione demografica. Vi si stabilirono le famiglie nobili, i commercianti, gli artigiani, i nullatenenti in cerca di lavoro: divenne il cuore dello stato, tanto che, nell'uso greco, una stessa parola, polis, designa così la città come lo stato; per quanto buona parte della popolazione fosse ancora nelle campagne, e il possesso agricolo costituisse sempre la condizione per fruire dei diritti politici. La polis era, come stato, costituita da tutti gli abitanti liberi del suo territorio, ch'erano in grado di difenderla, armandosi e mantenendosi a proprie spese durante le guerre. I cittadini si riunivano di fatto nella polis, città, nelle adunanze in cui tutti godevano la libertà di parola e di voto, per scegliere i magistrati e i loro buleuti, modificare le leggi, e decidere di pace e di guerra.

Questa organizzazione cittadina, se non impedì il raggiungimento di una certa unità culturale dei Greci, ostacolò invece validamente i tentativi di unità politica. Poiché l'aumento territoriale di una polis non poteva avvenire se non con l'annientamento politico di altre polleis. Tale aumento talora si ebbe, su scala abbastanza piccola, in una regione di gente omogenea, per più o meno spontanea aggregazione di minori città confinanti, come per l'Attica e per la Laconia settentrionale, i cui abitanti, pur continuando a vivere nei vecchi centri, divennero cittadini dell'unica grande polis, Atene o Sparta. Per lo più, invece di questa sympoliteía, si ebbero degli edifici politici ottenuti con la violenza, riducendo le poleis a condizioni di sudditanza, senza concedere ai loro abitanti la cittadinanza della polis dominatrice (come per i perieci di fronte agli Spartiati, per gli Orneati di fronte agli Argivi); o, peggio, togliendo loro anche la libertà personale, riducendoli a schiavi della gleba (come i penesti della Tessaglia, gl'iloti della Laconia e della Messenia).

A unioni politiche più ampie, panelleniche, i Greci non giunsero che di fronte a gravissimi e generali pericoli esterni, derivanti da aggressioni, come quelle dei Persiani e dei Galli; ma furono poi, queste, unioni del tutto effimere, perché effimero fu il pericolo che le provocò. La forma più ampia e relativamente durevole di unificazione politica di più poleis, di potenza quasi equivalente, si ebbe con le federazioni, non troppo strette e in genere a scopo difensivo, alle cui magistrature supreme fu consuetudine che ogni città partecipasse con un'aliquota fissa di rappresentanti.

L'origine di queste federazioni (v. federazione) è, con ogni probabilità, da rintracciarsi nelle antiche anfizionie, o leghe sacrali, a scopo di culto. Di esse le più arcaiche sono, a quanto pare, quelle delle colonie asiatiche: degli Ioni intorno al tempio di Posidone Eliconio sul promontorio di Micale, dei Dori intorno a quello di Apollo Triopio presso Cnido, e degli Eoli meridionali; poi ne sorsero altre a Delo, isola sacra ad Apollo; a Calauria, isola sacra a Posidone; e nella penisola, dove si imperniarono sui santuarî di Zeus di Dodona e di Olimpia, e su quello apollineo, prima sorgente alle Termopile, e poi trapiantato a Delfi.

Le diete anfizioniche, prima solo sacrali, incominciarono poi a trattare altri argomenti di comune interesse: viabilità, rapporti commericiali e politici, intese contro comuni nemici o pericoli. L'anfizionia andò così trasformandosi in una specie di federazione sociale-politica di molte città, spesso gareggianti per ottenerne la direzione. È da una di queste anfizionie che deriva il termine comune di "Elleni": prima nome degli abitanti della Hellás, piccola zona della Tessaglia meridionale i cui abitanti preminevano sull'originaria anfizionia delle Termopile, poi usato per tutti i popoli appartenenti a quell'anfizionia, anche dopo il suo trapianto a Delfi, e l'ingresso in essa di tutti gli stati importanti della penisola.

La seconda colonizzazione. - Mentre in Grecia cadevano le monarchie e si andavano formando i primi stati di qualche estensione (in Tessaglia, Attica, Argolide, Laconia) e le prime federazioni (Beuzia, Elide ecc.), incominciava da essa un nuovo esodo coloniale; parte per la superpopolazione della Grecia, parte per i molti malcontenti dei cambiamenti politici, parte per il miraggio di facili guadagni e di vita facile in lontane terre e mercati di fama favolosa.

Preceduti da pirati e da mercanti, i coloni greci batterono nuove vie, per stanziare le loro sedi in tutti i paesi mediterranei che si presentarono adatti: e così, dall'800 al 600 circa a. C., lungheggiate le coste orientali del Mar Ionio e superato il canale d'Otranto, scesero nella regione poi detta Magna Grecia, indi in Sicilia e poi risalirono in Campania e fino a Massalia (Marsiglia); superati i Dardanelli si stanziarono nel Bosforo, nel Ponto Eusino, nella Mentide; e, movendo dalle coste già ricche delle isole egee e dell'Anatolia, impiantarono aziende commerciali in Egitto, e colonie in Cirenaica. Le condizioni dei Greci e dei loro coloni nelle varie zone non furono naturalmente uniformi e le originarie differenze si acuirono attraverso i secoli, nei diversi ambienti geografici, economici, culturali e storici.

Molte genti del nord-est e del nord-ovest della penisola, dall'Epiro alla Tessaglia e Macedonia, lontane dai centri d'irradiazione culturale, occupate esclusivamente nell'agricoltura e nella pastorizia, conservarono usi e costumi molto primitivi. Altre, come quelle della Laconia, dopo un primo periodo di rigoglio culturale, dovettero rinunciarvi dandosi una ferrea costituzione militaresca per conservare i frutti delle loro conquiste territoriali. Di contro, ci furono terre, prossime al mare, e volte all'oriente, e fornite di materie prime per la fabbricazione di manufatti commerciabili, che presto svilupparono la marineria, l'industria e il commercio, con rapidi progressi economici, demografici (e quindi coloniali) e culturali: Atene, le città dell'Eubea, e quelle dell'Istmo e dell'Argolide (Megara, Corinto, Sicione, Argo, Egina).

Nell'Asia Minore, se gli Eoli si occuparono a preferenza di agricoltura, e i Dori furono spesso alle prese coi bellicosi indigeni, gli Ioni, con buone terre e buoni porti, sulle vie dei commerci coi civili popoli d'Oriente, di spirito avventuroso, amanti dei traffici, ebbero una vita fiorente e una civiltà brillante e precoce con tendenza all'orientalismo, e le loro città, Mileto, Efeso, Focea, Samo, furono centri industriali e base per vaste imprese coloniali e commerciali, in Egitto, nel Ponto Eusino, in Italia, a Massalia. La città, di origine complessa, di Naucrati in Egitto (vi avevano i fondachi sei città ioniche, una eolica, sei doriche, ed Egina), fu fiorentissima nel periodo anteriore alla conquista persiana dell'Egitto. Le genti doriche (della Laconia e di Tera) stanziatesi in Cirenaica s'occuparono dei commerci tra le genti libiche e il mondo mediterraneo, ostacolate però spesso dalle vicine colonie fenicie delle Sirti, e poi assoggettate dall'Egitto.

I coloni ionici e dorici della Sicilia (Calcidesi a Nasso, Catania, Leontini, Zancle, Imera; Megaresi a Megara Iblea e Selinunte; Corinzî a Siracusa, Acre, Camarina e Casmene; Rodio-Cretesi a Gela e ad Agrigento) disposero di terreni fertili, facilmente presi a indigeni miti e senza rincalzi dal di fuori, ma si trovarono poi a lottare, nel sec. VI, coi Fenici, o per meglio dire coi Cartaginesi, che si stanziarono nella Sicilia occidentale (a Mozia, Panormo, Solunto) impedendo ogni ulteriore tentativo greco in quella zona (come quelli del cnidio Pentatlo nel 580, e dello spartano Dorieo nel 510 e segg. a. C.). Nell'Italia meridionale i coloni ioni (Calcidesi di Regio, Cuma, Napoli; Focesi di Elea, ecc.) e dori (Laconi di Taranto, Achei di Metaponto, Crotone, Sibari, e sottocolonie) riuscirono, fin verso il 500 circa, ad affermarsi con stati ricchi e floridi; ma col sec. V s'iniziò la loro decadenza, dovuta specie alle lotte tra colonie greche, all'ondata di genti italiche di tipo sabellico che occupò tutto il paese dal Sannio allo Stretto, alle ostilità coi Iapigi della zona pugliese, e al diffondersi della malaria endemica nelle zone costiere paludose.

I Focesi, fissati in Massalia, sfruttando i contrasti tra i Liguri e i Celti, e dominando culturalmente entrambi, si assicurarono le vie e i proventi degli scambî commerciali con le genti del nord e dell'ovest, e poterono fissare una quantità di sottocolonie sulle coste liguri e provenzali. Per parecchio tempo, vivendo nella zona periferica d'azione sia degli Etruschi sia dei Fenici, svilupparono pacificamente l'opera loro. Le prime difficoltà con gli Etruschi si ebbero quando i coloni Focesi cercarono di impiantarsi in Corsica (battaglia di Aleria del 540 circa), e le prime coi Fenici quando i coloni Focesi divennero confinanti e concorrenti con essi sulle coste iberiche. I coloni, per lo più ionici, che si stanziarono sulle coste dell'Eusino, ebbero una funzione più economica che culturale, ostacolati dal clima e dagl'indigeni.

I primi importanti stati unitari, o federali. - Le prime federazioni sacrali che assunsero prestigio politico, sorsero, come si è detto, nelle zone coloniali dell'Asia Minore: dove, di fronte agli indigeni di usi, lingua: e religione diversa, e prementi su centri greci, i coloni d'intere zone, che dovevano prestarsi man forte, furono prima spinti a riconoscere la propria unità etnica, e poi a federarsi con scopi sacrali e politici. Ma anfizionie sorsero poi presto fra le isole dell'Egeo, come quella con sede a Delo; fra le città marinare della parte orientale della penisola greca, come quella di Calauria (che comprendeva in origine Ermione, Epidauro, Egina, Nauplia, Prasie di Laconia, Atene e Orcomeno di Beozia; e in cui più tardi Nauplia fu sostituita da Argo, e Prasie da Lacedemone); e fra le città e i popoli della Tessaglia meridionale e delle zone attigue: Elleni (poi sostituiti dai Tessali), Beoti, Driopi (poi detti Dori), Eubeesi (poi sostituiti col termine più comprensivo di Ioni), Perrebi, Dolopi, Magneti, Opunzî (poi più comprensivamente Locresi), Eniani (ed Etei), Achei, Malî e Focesi. Quest'ultima anfizionia, la quale aveva originariamente la sua sede alle Termopile, di fronte al pericolo derivante per essa dall'unificazione delle tetrarchie tessaliche si trapiantò al tempio apollineo di Delfi nella Focide.

Di fatto i quattro cantoni in cui è naturalmente divisa la zona tessala (Pelasgiotide ad est, Estieotide ad ovest, Ftiotide a sud e Tessaliotide a nord), dopo di essersi ognuno unificato politicamente costituirono una lega politica di quattro tetrarchie, con a capo un τανός o re elettivo (sistema che pare stato concepito in Tessaliotide), a Lominciare dalla fine del sec. VII. Poi dalla Tessaliotide la tagia passò alla Pelasgiotide, nella famiglia di Aleva "il Rosso", di Larissa. I Tessali riuscirono a estendere la loro egemonia a danno di tutti i piccoli popoli vicini e, penetrati nella lega anfizionica delle Termopile, cominciarono a spadroneggiarvi, coi voti di quei popoli soggetti; volgendo le loro mire a dominare politicamente sugli altri membri della lega (Locresi, Focesi, Beoti, Attici ed Eubeesi), della Grecia centrale. Fu allora che la lega trapiantò la sua sede a Delfi. Ma non era possibile evitare i conflitti, impedire ai Tessali la preminenza nella lega, né impedirne l'accesso agli Ateniesi e ai Dori del Peloponneso: sorse così "la guerra sacra" contro i Focesi, dell'Alevade Euriloco, alleato con Atene e Clistene di Sicione, e i coalizzati avendo vinto (582 a. C.) riorganizzarono la lega delfica come panellenica (fu da allora che tra gli Ioni vi parteciparono gli Ateniesi, e fra i Dori quelli peloponnesiaci). Così l'influsso dei Tessali si fece sentire nella Grecia centrale: in cui più volte essi riuscirono, temporaneamente, a dominare nella Focide, finché ne furono definitivamente cacciati con la battaglia del Parnaso, del 500 circa.

Non più fortunata era stata l'azione dei Tessali in Beozia verso il 540, terminata con una sconfitta a Ceresso. La Beozia un tempo era stata divisa in varie anfizionie, che diedero poi luogo a due stati federali: uno a nord, con Orcomeno e Aspledone; e uno comprendente il resto della regione, con una trentina di città (che costituivano da cinque a sette cantoni) fra cui principali quelle di Tebe, Tespie, Tanagra. Tra le due federazioni vi furono lunghe lotte, terminate, verso il 500, con l'unificazione di tutti sotto l'egemonia di Tebe, dove si adunò la magistratura federale dei "beotarchi".

L'Attica, una volta costituita da tanti staterelli (la tradizione parla di dodici), fu, in parte pacificamente, unificata da Atene. Tale unificazione o "sinecismo" doveva, nelle sue grandi linee, essere un fatto compiuto fin dal sec. VIII; ma in seguito anche altre zone entrarono nel sinecismo (Eleusi nel sec. VII, Salamina qualche tempo prima di Solone); mentre forse andava all'opposto perduta la Megaride. Certo l'unificazione ateniese non significò la cessazione di ogni particolarismo: si ricordino i dissidî tra i Pediei, i Diacrî e i Paralî (ossia "pianigiani", "montanari", "gente di mare") ancora nel sec. VI. All'Attica poi si avvicinarono come amiche le beotiche Eleutere e Platea (quest'ultima dal 519 circa a. C.).

Nell'Argolide, la dualità che si ha già nel periodo miceneo fra il nord con Micene e il sud con Tirinto provocò la formazione di uno stato di tendenza unitaria (sulla base di una precedente anfizionia del tempio di Era presso Micene) a nord intorno a Micene; e di uno federale intorno a Tirinto e poi ad Argo (anch'esso inizialmente basato su un'anfizionia, quella di Calauria). Da Argo poi partì un movimento unificatore che raggiunse il suo apogeo con Fidone prima della metà del sec. VII; questo Fidone congiunse tutta l'Argolide settentrionale (comprese Sicione e Corinto fin qui indipendenti, e poi nuovamente indipendenti dopo Fidone, con proprie famiglie di dinasti: gli Ortagoridi e i Cipselidi), l'isola di Egina, gran parte dell'Acaia, e la Cinuria.

Circa il 900 a. C., quando la città alta di Lacedemone fu sostituita da quella sottostante di Sparta, gli Spartiati non possedevano che l'alta valle dell'Eurota; ma, quando, nell'800 circa, parteciparono alla colonizzazione di Taranto, avevano già raggiunto il mare, e più tardi occuparono, oltre il Taigeto, Messa, che diede nome di "Messene" a tutte le terre conquistate in quella direzione fino dal 700 circa, quando fu ridotta a schiavitù della gleba (iloti), come già parte di quella della Laconia, la popolazione della Messenia settentrionale, ribellatasi e riassoggettata un secolo dopo, ai tempi di Tirteo (600 circa). In seguito, intorno a questo stato unitario, comprendente cittadini di pieno diritto (spartiati), liberi senza diritti politici (perieci) e iloti, e ampliatosi anche in Cinuria, ai danni degli Argivi, e ai confini dell'Arcadia (550 circa), si andò formando una vasta lega, in cui entrarono le varie città dell'Arcadia, l'Elide unificata, Corinto dopo la caduta della tirannide dei Cipselidi (550 circa). Fuori di tale lega rimasero soltanto, dclle genti peloponnesiache, gli Argivi e parte degli Achei.

Nell'Eubea vi fu una lotta accanita per l'egemonia tra Calcide ed Eretria: la quale ebbe la sua conclusione nella cosiddetta guerra lelanzia, in cui i Calcidesi, aiutati dai Samî e dai Tessali, vinsero gli Eretriesi, sorretti dai Milesî e dai Corinzî.

Quanto al mondo coloniale, gli stati più importanti costituiti dal sec. VIII al V furono: in Italia quelli di Taranto, fino ai confini metapontini; di Metaponto; di Sibari che possedeva nell'interno Pandosia e sul Tirreno Scidro, Lao e Posidonia; di Crotone. In Sicilia assunsero precoce importanza: Siracusa, dominante fino a Camarina; Gela, i cui tiranni con Gelone s'impadronirono di Siracusa trapiantandovisi nel 485; Agrigento, che, fondata nel 580, dominò fin sulle rive tirreniche dell'isola; Selinunte.

Ancora notevole la potenza di Cuma che seppe resistere agli Etruschi; di Massalia fondatrice di decine di emporî, di Corcira (Corfù) e Potidea (nella Calcidica), colonie corinzie; di Bisanzio e Calcedone, colonie megaresi, dominanti il Bosforo; di Cirene.

Lotte sociali, legislatori e tiranni. - Nell'originaria economia greca, a quasi esclusiva base agricola, l'aumento della popolazione, col corrispondente sminuzzarsi della proprietà fondiaria, portò presto a sperequazioni fra ricchi e poveri. Gli effetti ne furono: la riduzione a schiavitù della gleba di parte della popolazione (penesti tessali, iloti laconi-messenî), e lo sviluppo dell'emigrazione, con le imprese coloniali. Ma anche le colonie vennero poi a saturarsi demograficamente, non offrendo nuove terre agli ultimi venuti, che dovettero adattarsi alla vita del mezzadro, del salariato, del pezzente. D'altra parte i governi, quasi ovunque nelle mani dei nobili, avevano usurpato al popolo le attribuzioni ch'esso aveva avute al tempo dei re, e amministravano spesso la giustizia nella maniera più parziale.

Incominciò così il contrasto fra i nobili, ricchi proprietarî terrieri, e il demo; vittorioso per i primi, finché i secondi furono una massa di nullatenenti. Ma poi lo sviluppo della marineria, della pirateria, del commercio, dell'artigianato, dell'industria, modificarono a mano a mano le condizioni dell'economia generale, e molti del demo disposero di larghi mezzi economici; l'introduzione della moneta favorì e accelerò quello sviluppo; il rinvilimento dei metalli e i progressi della metallurgia permisero un più generale uso di armi difensive, e aumentarono l'importanza del demo per il servizio militare; e così il popolo, conscio della sua nuova forza economica e materiale, passò alle rivendicazioni politiche e sociali.

Le quali furono raggiunte penosamente: prima si ottenne la codificazione scritta delle norme di legge, a Creta, a Locri (Zaleuco), a Siracusa (Diocle), a Catania (Caronda), ad Atene (Dracone e Solone), a Mitilene (Pittaco), ecc.; codificazione che spesso si considerò sancita dalla volontà stessa di una divinità. Poi si attentò al potere politico, perché il tradizionalismo e l'egoismo della vecchia nobiltà dei "geomori", o possessori terrieri, continuava a considerare come base indispensabile per i diritti politici il possesso rurale. La lotta si fece sanguinosa e violenta: con esilî, confische, ridistribuzioni di terre, ecc. Ne conserva un quadro, pieno di passione, la poesia di Teognide.

Fu in questi frangenti che alcuni uomini di genio, in genere nobili di origine, prendendo le difese del demo, ma appoggiandosi anche su una guardia del corpo, e occupando le cittadelle, assunsero, in maniera più o meno palese, un nuovo potere monarchico, che, per essere usurpato e contrastato, ebbe il nome di "tirannide". I tiranni fecero la loro rapida e agitata apparizione in quelle zone del mondo greco in cui più profonda era stata la modificazione di vita economica, più rapido lo sviluppo civile, e più precoci le contese sociali (in Asia Minore, nell'Eubea, in Attica, nelle città dell'Istmo e nell'Argolide, in Sicilia) assumendo un potere soverchiatore e moderatore delle lotte di partito, e infliggendo un colpo mortale all'aristocrazia (con lo sviluppo della potenza marittima che dava lavoro al demo, con la costituzione di nuove tribù territoriali che rompevano le consorterie gentilizie, e con l'aprire le magistrature a tutti). Le tirannidi lasciarono dovunque larga traccia di sé, con la grandiosità di opere pubbliche (porti, canali, bonifiche, strade, templi, mura cittadine), coi progressi delle arti e delle lettere, con le imprese imperialistiche, con l'assetto democratico, che, in genere, sopravvisse dovunque vi furono tirannidi, mentre il resto del mondo greco restò ancora a lungo soggiogato dalle oligarchie.

Oligarchia e democrazia: Sparta e Atene. - Il più proficuo e ovvio confronto che si possa stabilire fra i due ordinamenti, oligarchico e democratico, che si dividevano il mondo greco, è quello tra i due stati che prima delle guerre persiane erano i più potenti e dopo di quelle divennero nemici implacabili: Sparta e Atene.

Anche a Sparta si ebbero un movimento antimonarchico, aristocratico, e uno antiaristocratico, democratico; ma meno radicali e con risultanze peculiari. Il vecchio monarca fu anche qui abbattuto dai nobili dominanti nelle tribù, e sostituito, a quanto pare, in un primo momento, coi tre capi di quelle tribù; donde si passò alla tipica diarchia, ossia al potere delle due sole famiglie degli Agiadi ed Euripontidi, circondate dai geronti (in origine i capi delle 27 fratrie). Questo risorgere di un potere regio diede a Sparta il potere moderatore nelle lotte di partito, che mancò altrove; e i due diarchi, che si sorvegliavano a vicenda, conservarono, di padre in figlio, le tradizioni di soldati e di comandanti. Poco dopo, un secondo movimento, democratico, sostituiva alle tre tribù personali cinque tribù territoriali, i cui magistrati civili, gli efori, arrogandosi diritti prima regi, e assumendo nuove attribuzioni per soddisfare a nuovi bisogni, finirono per concentrare su di sé gran parte del potere giudiziario, politico, legislativo (v. efori).

Sparta dapprima diede la cittadinanza agli abitanti delle terre conquistate, ma poi modificò il suo sistema parte riducendo a perieci (liberi ma privi di diritti politici) e parte a iloti. I cittadini di pieno diritto, o spartiati, erano in grandissima minoranza di fronte ai soggetti; ma, essendosi ripartiti le terre degl'iloti e facendole lavorare da essi, avevano ottenuto (fino a che gl'iloti rimanessero tranquilli) la base economica della propria vita, e potevano disinteressarsi dell'agricoltura e del commercio, per darsi esclusivamente alla vita delle armi. Essi costituirono così un esercito poderoso, stabile, disciplinato, quale nessun altro stato greco possedeva, e contro cui i sudditi, dispersi e d'interessi contrastanti, non avrebbero potuto ribellarsi con probabilità di vittoria. Società costituita militarmente, la spartiate si resse per secoli con leggi tradizionali che impedirono i repentini cambiamenti, governo chiuso, poco numeroso, misoneista, lo spartano ebbe grande continuità di metodo; e l'esercito stabile e perfetto di opliti fu considerato invincibile e costituì la base per la formazione del predominio prima nel Peloponneso e poi in tutta la Grecia. Già dicemmo della formazione della lega peloponnesiaca, che fu facilitata dall'influsso spartano sul tempio più famoso della regione: quello di Zeus a Olimpia. Gli alleati godevano di notevoli autonomie, purché conservassero il regime oligarchico, e contribuissero, durante le guerre, decise di comune accordo, con uomini e col vettovagliamento necessario.

La lega spartana, nella seconda metà del sec. VI, era il più importante e il più forte aggruppamento politico della Grecia: ai suoi capi, i Lacedemoni, Creso chiese aiuto, Amasi d'Egitto inviò doni; e ad essi, più tardi, gli Ioni e gli Eoli fecero ricorso contro la Persia, come a difensori e rappresentanti dell'Ellenismo.

Assai diverso lo svolgimento della storia ateniese. Ad Atene il disagio dei piccoli proprietari indebitati, il dissidio fra le famiglie nobili, la debolezza militare, che permise a Megara di prendere Salamina, spinsero il popolo a nominare arconte, con pieni poteri, per fare riforme, Solone (594). E Solone abolì la servitù per debiti, annullò le ipoteche gravanti i terreni; proibì l'esportazione del grano, riformò le monete, i pesi e le misure, diede una costituzione scritta, dividendo la popolazione in classi, di vario diritto politico e di vario onere fiscale, secondo il censo, riformò le attribuzioni dei magistrati, della bulè, dell'Areopago, istituì i tribunali popolari. Ma l'edificio eretto da Solone, dopo pochi anni, era già pericolante: le lotte regionali e di classe ripresero, l'anarchia fu talvolta assoluta (589-584), i tentativi di tirannidi si susseguirono, come quello di Damasia nel 583 fallito, e quello, riuscito, di Pisistrato che, glorioso per il ricupero di Salamina, e sorretto dalla forte famiglia degli Alcmeonidi, riuscì a occupare, coi suoi soldati, l'Acropoli nel 561-60. Cacciato nel 556, egli tornò a mano armata, nel 546, regnando poi fino alla morte (528). Questo secondo periodo di tirannide pisistratea fu pieno di opere: costruita una flotta, il tiranno iniziò una politica di egemonia marittima, attirando a sé i sacerdoti di Delo, ponendo a Nasso il tiranno amico Ligdami, prendendo Sigeo sull'Ellesponto e a ovest d'esso Lemno e Sciro, ponendo il piede al Pangeo, favorendo l'occupazione fatta da Milziade del Chersoneso tracico, ottenendo l'amicizia dei Lidi. Inoltre rintuzzò la potenza beotica, favorì i commerci, l'industria, l'agricoltura, fortificò e abbellì Atene, e la rese centro famoso letterario e artistico.

Ma Atene, resa potente dal tiranno, non volle più saperne della tirannide, ormai superflua. Mentre era tiranno il figlio di Pisistrato, Ippia, gli Alcmeonidi, che, cacciati da Pisistrato, s'erano rifugiati in Delfi, prepararono la rivincita (l'uccisione dell'altro pisistratide, Ipparco, per opera di Armodio e di Aristogitone, pare dovuta solo a motivi privati). Vinti a Lipsidrio, i ribelli tornarono alla carica, guidati da Clistene, sorretto dagli Spartani. Nel 511-10 Ippia doveva cedere la città, e ritirarsi in esilio a Sigeo.

Rimasto al potere in Atene, Clistene iniziò una serie di riforme democratiche; ma contro di lui i nobili chiamarono ancora gli Spartani, e Clistene fu esiliato. Ma non appena i reazionarî, restati al potere, iniziarono l'opera loro, una rivolta popolare li cacciò, e riaprì le porte a Clistene. A dispetto del re spartano Cleomene, che voleva la guerra, ma che fu contrastato dall'altro re Demarato e da parte degli alleati; e a dispetto dei Beoti e dei Calcidesi che intervennero in aiuto dei nobili, ma furono vinti dai democratici ateniesi con due battaglie, che si dicono combattute nello stesso giorno, Clistene poté riprendere e compiere la sua riforma democratica; egli abolì le vecchie tribù personali, costituendo le tribù territoriali, comprendenti ognuna una trittia, o distretto, di montagna, una di pianura, e una rivierasca (spezzando così la potenza aristocratica e ponendo termine alle lotte regionali); istituì per ogni tribù uno stratego, creò una bulè di 500 membri estratti a sorte rappresentanti proporzionalmente tutti i demi dell'Attica, e così via. Atene aveva una sua costituzione democratica, quasi in opposizione a quella oligarchica di Sparta. La storia pose in contrasto le due potenze e le due costituzioni, saggiandone l'efficacia e la vitalità.

Il pericolo barbarico nell'est e nell'ovest. - L'occupazione e colonizzazione delle coste asiatiche erano state possibili ai Greci per l'anarchia e lo sminuzzamento politico del mondo anatolico, dopo la caduta del regno hittita. Ma col sec. VIII a. C. si andarono costituendo due nuovi grandi stati anatolici; uno più lontano in Frigia; e uno, proprio alle spalle delle colonie greche, in Lidia. Quest'ultimo, superata la crisi della devastazione dei Cimmerî, conquistò le terre frigie, e, necessitando di sbocchi sul mare, iniziò la conquista delle coste greche, prendendo prima Priene e Smirne, e poi, ai tempi di Creso (dal 561 in poi), una dopo l'altra tutte le rimanenti città ioniche, tranne Mileto. Ma di pari passo con la conquista dei Lidi avvenne il loro grecizzamento: cosicché la Ionia, pure avendo perduta la sua indipendenza, poté continuare a svolgere la propria civiltà. Se tali condizioni fossero durate, dopo quella della Ionia, i Lidi avrebbero certo minato la libertà delle isole e della penisola greca: un prodromo eloquente si ha nella costruzione di una flotta, ordinata da Creso.

Ma intanto si andava ingigantendo l'impero persiano, che nel 546 conquistava la Lidia, nel 525 l'Egitto, impossessandosi così anche delle colonie greche del Mar Nero meridionale e dell'Egeo orientale, di Cipro e della Cirenaica, che erano suddite dei regni soggiogati. Per un primo periodo il dominio persiano non impedì la floridezza economica e culturale dei sudditi greci, che trassero larghi guadagni dalla loro posizione intermedia fra il grande impero d'Oriente e il mondo mediterraneo. Ma prima o poi i Persiani, alla prima occasione favorevole, avrebbero certo ripreso il progetto di Creso, sia per tornaconto, sia per le continue richieste di aiuto che ad essi rivolgevano i Greci stessi, nelle loro lotte intestine.

Nel tempo stesso che ai Greci d'Oriente sovrastava il pericolo lidio e poi il persiano, quelli di Occidente dovevano fronteggiare i pericoli etrusco e fenicio. Gli Etruschi, nel periodo di espansionismo coloniale che caratterizza la loro attività, nel sec. VII e VI, avevano conquistato anche parte della Campania, attentando alla libertà delle città greche costiere: Cuma e Napoli; assaliti i coloni greci di Lipari; e fatta alleanza coi Cartaginesi, assalendo poi, presso Aleria in Corsica (540 c.), la flotta focese e obbligando i Focesi a sgombrare quell'isola. Ma Cuma resistette. Nel 524 e successivi invano gli Etruschi la assediavano, respinti dai Cumani, guidati da Aristodemo che poco appresso aiutava anche i Latini, nella battaglia di Aricia, contro gli Etruschi. Finché visse Aristodemo, gli Etruschi non osarono più ripetere il tentativo.

Intanto in Sicilia i Fenici, o per meglio dire i Cartaginesi, incominciavano a ostacolare ogni impresa greca, nella parte occidentale dell'isola. Già dicemmo come essi vincessero nel 580 il cnidio Pentatlo, come, nel 510 e seguenti, agissero contro lo spartano Dorieo. Quando poi, per opera dei tiranni di Agrigento e di quelli di Gela (poi passati a Siracusa) negli ultimi anni del sec. VI e nei primi due decennî del V, si costituirono nell'isola due potenti stati dorici alleati di tendenza imperialistica, i Cartaginesi cercarono di attrarre a sé tutte le colonie greche gelose di quella supremazia: Megara Iblea con la sua colonia, Selinunte; le ioniche Regio, Zancle e Imera; e gl'indigeni Siculi. Fu questa coalizione che permise ai Cartaginesi l'infausta spedizione del 479, contro i tiranni dorici terminata con la vittoria di Gelone a Imera.

Le guerre persiane. - Una volontà fattiva di collaborazione tra i Greci nel terreno politico non si manifesta se non a partire dalle guerre persiane. Con esse incomincia la storia della Grecia, intesa come unitaria storia politica d'una nazione.

La vicinanza e l'affine civiltà dei Lidi e dei Greci d'Asia avevano facilitato la sottomissione degli Ioni ai Lidi e preparato l'assimilazione civile dei Lidi agli Ioni. Perciò queste prime lotte per la indipendenza tra barbari e Greci non destarono contro i barbari il sentimento nazionale dei Greci d'Asia ed ebbero scarsa eco nella madrepatria. Le cose mutarono quando al regno di Lidia si sostituì l'impero persiano. Era il più vasto impero che fosse mai stato, e sullo scorcio del sec. VI si trovava nel massimo vigore della sua espansione. Lontani, diversissimi per civiltà e per costumi, a un'assimilazione dei Persiani ai Greci non era neanche da pensare. Nel Persiano il Greco sentiva il padrone straniero e gli ripugnavano soprattutto la smisurata distanza tra il monarca e i sudditi e la devozione illimitata dei sudditi verso il monarca, che ai suoi occhi pareva vergognosa servitù. Per questo il dominio persiano, sebbene non oppressivo, si sentì come un peso. D'altronde Dario non intendeva fermarsi al possesso della Ionia, ma mirava a sottomettere la penisola balcanica. L'opera di sottomissione doveva procedere a gradi. Il confine settentrionale dell'impero da questa parte doveva essere il Danubio. La spedizione oltre il Danubio che Dario stesso condusse nel territorio degli Sciti (513 a. C.) non mirava se non ad atterrire le tribù transdanubiane e a impedire le loro scorrerie al di qua del fiume: un fine analogo a quello che più tardi si propose con la sua spedizione transdanubiana Alessandro Magno, e con le sue spedizioni transrenane Cesare. Il fine fu raggiunto, sebbene la nostra tradizione, colorendo il racconto di queste vicende alla luce degli eventi posteriori, rappresenti la spedizione come un insuccesso. Dopo ciò la conquista della penisola balcanica poté cominciare; si sottomise l'isola di Taso, e Aminta, re di Maeedonia, riconobbe l'alta sovranità del gran re. Il pericolo per i Greci ancora liberi era imminente. Circa il 499, presa occasione da contese intestine scoppiate in Nasso, i Persiani, valendosi soprattutto di contingenti forniti dalla Ionia e in particolare da Mileto, tentarono la sottomissione di quell'isola. Il tentativo terminò con un insuccesso. Questo insuccesso e gl'incidenti avvenuti tra ufficiali greci e comandanti persiani fornirono al malcontento che fermentava già nella Ionia contro lo straniero l'occasione di scoppiare in aperta ribellione. Della ribellione si mise a capo Aristagora, il tiranno di Mileto, deponendo la tirannide e instaurando in Mileto e nelle altre città ioniche la democrazia. Inferiori per terra, gli Ioni avevano sui Persiani la superiorità marittima, ciò che li rendeva quasi sicuri nelle loro città fortificate poste sul mare. S'intende che la vittoria finale non era possibile, data la disparità delle forze, senza il soccorso della madrepatria; ma nella penisola i Greci, che sentivano assai poco la solidarietà coi fratelli d'Asia, non avevano consapevolezza del pericolo persiano. Così gli Ioni, dopo un soccorso di poche navi, avuto da Atene e da Eretria, furono abbandonati a sé stessi. Ma, animati da quel soccorso, avevano proceduto vittoriosamente fino a Sardi dandola alle fiamme (498); ciò che fece dilagare la ribellione dalla Propontide all'isola di Cipro. Il sopravvenire d'ingenti forze persiane impedì poi agli Ioni di tenere l'aperta campagna, e anche Cipro andò perduta. Gl'insorti si dovettero pertanto limitare a difendersi entro le mura delle loro città. Una tale guerra, con i pericoli e i sacrifizî che comportava e senza speranze di successi che compensassero quei sacrifizî, rese meno salda l'unione tra le città e fece risorgere le contese civili. Aristagora, il capo sagace e strenuo dell'insurrezione, dovette allontanarsi da Mileto e perì combattendo i Traci in un tentativo di colonizzazione alla foce dello Strimone (496). I Persiani apprestarono ora un'ingente squadra fenicia e la concentrarono presso Mileto, ov'essa riportò accanto all'isola di Latle una vittoria sui Greci, dovuta soprattutto ai dissensi e alle defezioni nell'armata avversaria (494). Dopo ciò Mileto cadde in potere dei Persiani e fu saccheggiata e devastata, tanto che non riebbe mai più l'antico splendore. La Ionia venne a poco a poco sottomessa. Il vincitore usò in generale mitezza e cercò di pacificare gli animi.

Ma le vicende stesse di questa lotta avevano ormai acuito il dissidio fra Greci e barbari, che sara d'ora innanzi uno dei motivi fondamentali della storia greca, e l'avevano esteso alla madrepatria, con la ripercussione che vi ebbero le vicende di quella guerra, e in particolare l'eccidio di Mileto. Subito dopo domata l'insurrezione ionica, i Persiani ripresero l'espansione nella penisola balcanica. Mardonio, inviato in Tracia con un esercito e una flotta, riaffermò il predominio persiano sulle sponde settentrionali dell'Egeo e anche in Macedonia (493). Le difficoltà che incontrò l'esercito nella sua marcia, le perdite che subì per gli attacchi di tribù tracie, i gravi danni che ebbe l'armata per una tempesta nei pressi dell'Athos persuasero Dario a seguire, per attuare il suo programma, una via diversa. Dati e Artaferne furono inviati con una squadra navale e con un esercito attraverso l'Egeo direttamente contro le due città che sole avevano soccorso gli Ioni ribelli, Eretria e Atene (490). Eretria fu, dopo pochi giorni d'assedio, presa e incendiata. Ma quando i Persiani sbarcarono sulle coste dell'Attica, si fecero incontro a essi le forze ateniesi agli ordini di Milziade e riportarono la famosa e decisiva vittoria di Maratona, che li costrinse ad abbandonare l'impresa, imbarcandosi subito per tornare in Asia. La vittoria era dovuta alla fiera risolutezza degli Ateniesi, all'audacia e perizia del comandante, alla superiorità della tattica greca, la quale alle masse indisciplinate dei Persiani contrapponeva la falange degli opliti, i cittadini liberi stretti consapevolmente per la difesa comune da una salda disciplina per cui ciascuno era tenuto a non abbandonare il vicino e sicuro di non esserne abbandonato.

La Persia, dopo Maratona, non disperò della vittoria, ma riconobbe che vi si richiedeva preparazione maggiore. La guerra fu ripresa dal successore di Dario, Serse, che mosse egli stesso al comando di forze considerevolissime di terra e di mare e, passato l'Ellesponto su ponti di barche, procedette lungo la costa meridionale della Tracia verso la penisola ellenica. La vittoria di Maratona incuorò i Greci alla resistenza. A capo della resistenza si posero le due maggiori potenze elleniche, Sparta, alla testa della sua lega che comprendeva la maggior parte del Peloponneso, e Atene. Nell'intervallo appunto tra la battaglia di Maratona e la spedizione di Serse, gli Ateniesi, avvertendo il pericolo d'un nuovo assalto persiano e riconoscendo che la sicurezza da nuove aggressioni non poteva aversi se non conquistando la superiorità marittima, avevano, per consiglio e ispirazione di Temistocle, creato una grande armata navale composta di triremi; e tuttavia, nonostante la loro superiorità marittima, non esitarono ad accettare l'egemonia di Sparta. Gli alleati ritennero di non poter difendere la Tessaglia e stabilirono la loro prima linea difensiva alle Termopile, dove fu inviato con un piccolo corpo di truppe, in attesa di maggiori forze che si venivano preparando, il re spartano Leonida, mentre la flotta federale incrociava nelle vicinanze, presso l'Artemisio, all'estremità settentrionale dell'isola d'Eubea. I Persiani giunsero nella buona stagione del 480 in Tessaglia e poi procedettero verso le Termopile, mentre la loro armata si disponeva di fronte alla greca sulla costa di Tessaglia presso Afete. Serse forzò rapidissimamente il passo delle Termopile, prima che giungessero i soccorsi destinati a Leonida, il quale cadde con i suoi trecento Spartani sul campo. Questo costrinse l'armata greca ad abbandonare la posizione dell'Artemisio e diede a Serse il possesso di tutta la Grecia centrale: dove i Beoti, avversi ai loro vicini ateniesi, passarono senz'altro dalla sua parte. Gli Ateniesi dovettero sgombrare la loro città, che fu presa e saccheggiata dai Persiani. Ma i confederati non si perdettero d'animo; la loro flotta riportò presso l'isola di Salamina, grazie alla perizia marinaresca dei Greci, al loro valore, all'eccellenza delle loro navi e in particolare delle triremi ateniesi, una grande vittoria. Dopo ciò Serse rinunziò alla guerra navale, ma credette di poter continuare la guerra terrestre lasciando in Grecia l'esercito al comando di Mardonio. Questo esercito fu distrutto l'anno seguente dagli opliti dei confederati, nella battaglia di Platea (479). Tale battaglia dimostrò in modo definitivo la superiorità degli eserciti greci e della loro tattica sulle masse barbariche, quella superiorità che doveva finire per portare i Greci alla conquista dell'impero persiano. Anche per mare il vantaggio stava dalla parte dei Greci. I Persiani disponevano bensì di armate fenicie eccellenti; ma i Fenici d'Asia non combattevano per la propria libertà o espansione, come i Fenici di Cartagine, che furono quindi degni rivali dei Greci di Sicilia, sì per un dominio straniero e sotto la direzione suprema di ufficiali stranieri. Ciò che, a parità di condizioni, li rendeva inferiori ai loro avversarî. Ancora nel 479, mentre l'esercito vinceva a Platea, la flotta confederata si spingeva sulla costa asiatica, e qui a Micale, presso Mileto, sconfiggeva per terra e per mare i barbari e chiamava a libertà i fratelli d'Asia. L'anno seguente sul principio di primavera i confederati s'impadronivano di Sesto sull'Ellesponto, escludendo così virtualmente i Persiani dall'Europa.

La Pentecontaetia. - Con questo nome si chiama il periodo di circa mezzo secolo che corre tra la presa di Sesto e la guerra del Peloponneso. Si svolgono durante la pentecontaetia gli effetti delle vittorie con cui i Greci avevano fiaccato l'offensiva persiana. Queste vittorie non solo garantirono ai Greci la sicurezza dai Persiani, che di fatto non rinnovarono mai più i loro attacchi contro la Penisola Balcanica, ma diedero ai vincitori la piena consapevolezza della propria forza e del valore dei loro ordinamenti politici e militari, fondati sulla libertà cittadina. Di qui la fiducia in sé, il superbo contrapposto tra Greci e barbari, l'intensità nuova dei moti politici, l'audacia che pervade tutta la vita spirituale del popolo greco nel corso del sec. V. Una parte preponderante nel nuovo sviluppo ebbero gli Ateniesi. Subito dopo la presa di Sesto e la liberazione delle colonie d'Asia, poiché la guerra s'era ormai trasformata di terrestre in marittima e poiché le città liberate si sentivano assai più strette d'affinità con gli Ateniesi che con gli Spartani, i Greci delle isole e delle coste d'Asia e di Tracia si staccarono dalla lega spartana e offersero l'egemonia agli Ateniesi. Si costituì in tal modo la Lega delio-attica, imponente organismo federale, il maggiore e il più saldo che la Grecia avesse visto fino allora, fondata sull'autonomia piena dei confederati nelle cose interne e sull'eguaglianza di tutti nel deliberare intorno agl'interessi comuni in una dieta che doveva radunarsi a Delo. Quivi anche si raccoglievano nel tesoro federale i contributi versati dagli alleati per la guerra. Agli Ateniesi spettava la presidenza della lega e la direzione delle imprese militari decise dalla dieta. Finché fu vivo il ricordo della servitù persiana e della guerra di liberazione e finché si continuò l'offensiva contro la Persia, la lega rimase salda e compatta. Alla compattezza di essa contribuì il vigoreggiare del moto democratico in Grecia, per una gran parte del sec. V, dovuto sia al dissolvimento delle vecchie oligarchie per effetto delle mutate condizioni economico-sociali, sia alla coscienza maggiore di sé che avevano acquistato le classi, le quali con la lancia e col remo avevano vinto la guerra per l'indipendenza. Il moto democratico s'affermò perfino nel Peloponneso, nonostante che ivi le oligarchie potessero contare sull'appoggio di Sparta. Ma Sparta riuscì a domarlo perché gli Ateniesi, ancora legati a lei dal ricordo delle comuni vittorie, non osavano prendere le parti della democrazia peloponnesiaca. Nella stessa Atene, del resto, nei primi anni dopo le guerre persiane, ancora non erano state tratte interamente le conseguenze che scendevano dalle condizioni mutate, e la classe possidente, capeggiata da Aristide e da Cimone, conservava tuttora il predominio. Cimone si acquistava in quegli anni il favore del popolo con le sue imprese militari e particolarmente con la grande vittoria che riportò nel 470-69 alla foce dell'Eurimedonte nella Panfilia sull'armata persiana, la quale si apprestava, pare, a entrare nell'Egeo. E Temistocle, che con politica più lungimirante prevedeva e preparava la lotta contro Sparta, prima ostracizzato, poi condannato in contumacia per tradimento, dovette fuggire in Persia (464). L'appoggio dato a Sparta contro i Messenî ribelli, in contraddizione evidente con gl'interessi d'Atene e con lo spirito democratico della sua popolazione, finì con l'esautorare Cimone e col condurre al trionfo in Atene la democrazia radicale, guidata da Efialte e da Pericle (462-61). Assassinato poco dopo Efialte, Pericle rimase a capo di Atene e ne fu per circa trent'anni re non coronato, senza altri poteri del resto che quelli che gli dava costituzionalmente la carica di stratego, alla quale era eletto di anno in anno, pronto sempre a tornare a vita privata al primo voto contrario dell'assemblea. In possesso di questa autorità fondata sul consenso di tutti, ma di fatto quasi assoluta, egli ha la responsabilità piena dell'indirizzo che seguì fino ai primi anni della guerra del Peloponneso la politica ateniese e dell'uso che il popolo ateniese fece delle sue forze, allora nel pieno rigoglio. All'interno Pericle promosse la democrazia radicale, con lo sviluppo che diede ai tribunali popolari, nei quali i giurati si reclutavano per la massima parte nella classe meno abbiente. Al difuori cercò, con l'aiuto di una larga propaganda democratica, di minare il prestigio e l'egemonia spartana. Nello stesso tempo riprese col massimo vigore la lotta contro la Persia in Egitto, cercando di guadagnarlo alla civiltà e all'espansione greca e anticipando così l'opera che più tardi vi compirono i Tolomei. Ma, sebbene il ricordo della guerra nazionale impedisse quella cooperazione fra Sparta e la Persia che fu poi possibile nella guerra del Peloponneso, nonostante la smisurata audacia di cui Atene diede prova in quegli anni, che furono veramente gli anni della sua maggiore grandezza, essa si trovò impari a sostenere la doppia guerra contro la Persia e contro la lega peloponnesiaca. In Grecia gli Ateniesi, dopo un lungo assedio s'impadronirono di Egina, e, vinti a Tanagra ma vincitori a Enofita (457), sottoposero alla loro egemonia la Beozia. L'impresa d'Egitto peraltro, non condotta con forze sufficienti, terminò con una catastrofe della flotta ateniese, paragonabile per la sua misura e per i suoi effetti alla catastrofe siciliana del 413. Sotto l'impressione di questo trionfo dei barbari, Sparta, invece di profittarne per riprendere con più vigore la lotta contro Atene, concesse una tregua di cinque anni, e Atene se ne giovò per rinnovare energicamente la guerra contro la Persia, sotto la guida di Cimone. Questi condusse una spedizione nell'isola di Cipro (450), dove morì di peste senza essere riuscito a fiaccare nell'isola la resistenza persiana. La vittoria presso Salamina di Cipro (449), con cui l'armata ateniese si aperse la via del ritorno, servì soltanto a preparare una pace onorevole fra Atene e la Persia (448), che lasciava però Cipro ai Persiani. Alla ripresa della guerra in Grecia, peraltro, Atene si trovava ancora in condizione d'inferiorità, non avendo potuto rimediare ai disastri subiti, e così, sebbene sotto la guida di Pericle riuscisse a ricuperare l'Eubea ribellatasi (446), perdette la Beozia e le altre regioni della Grecia centrale, su cui aveva affermato la propria superiorità; e dovette acconciarsi a tali perdite con la pace dei trent'anni che concluse poco dopo (445).

Il ritardo con cui gli Ateniesi, dopo Salamina e Micale, avevano ripreso in grande la politica d'espansione contro la Persia e la coincidenza di questa ripresa con la guerra in Grecia, imputabili il primo soprattutto a Cimone, la seconda soprattutto a Pericle, fecero sì che solo assai più tardi i Greci traessero tutte le conseguenze delle grandi vittorie da loro riportate sopra Dario e Serse. La pace con la Persia, cui Atene si trovò costretta, privò la Lega delioattica del suo contenuto ideale, che era la lotta contro lo straniero. Il tributo si continuò a raccogliere, ma, invece d'adoperarlo contro la Persia, lo si adoperò per gl'interessi particolari di Atene. Il tesoro fu trasportato, forse col pretesto di garantirne meglio la sicurezza, sull'acropoli di Atene. La dieta federale non fu più radunata; si favorirono sempre più nelle città della lega i moti democratici; si reagì al malcontento delle classi possidenti diminuendo le autonomie e allargando la giurisdizione dei tribunali popolari ateniesi. Qua e là, in territorî conquistati a città ribelli, si condussero colonie (cleruchie) di cittadini ateniesi. La lega marittima si trasformò così in un vero e proprio impero, e la città egemonica in una città tiranna (πόλις τύραννος) senza che nulla si facesse per placare i malcontenti e avviare i confederati a una unione più intima con la metropoli, avvantaggiandoli materialmente e moralmente a compenso della declinante autonomia. Da ciò le ribellioni sempre più frequenti, ultima e più grave, prima della guerra del Peloponneso, quella di Samo (440-39). Ormai i confederati, dimentichi dei vantaggi che pure avevano dall'unione, erano tenuti insieme soltanto dalla forza. La consapevolezza di questa condizione di cose e la certezza che Sparta avrebbe finito col profittarne, indussero Pericle a provocare, prima che la crisi latente nell'impero scoppiasse, la guerra del Peloponneso, con la speranza che la riaffermata superiorità marittima di Atene avrebbe rassodato la sua vacillante autorità sull'impero e frenato la tendenza che poteva avere Sparta a profittarne, per rinnovare la sua egemonia.

In tutto questo periodo all'intensa vita politica, alle lotte strenue contro i barbari o per l'egemonia o per difendere le autonomie cittadine, aveva corrisposto nell'intera Grecia e particolarmente in Atene un intenso sviluppo economico, una fervida e audace vita spirituale. Atene si era trasformata in grande città; il suo porto, il Pireo, congiunto con essa in un unico sistema difensivo dalle cosiddette "lunghe mura", era divenuto uno dei centri maggiori del commercio mediterraneo; la città s'era abbellita e ingrandita, sull'acropoli s'erano venuti erigendo quegli edifizî che costituiscono uno dei complessi monumentali più grandiosi che esistano; nell'arte s'erano spezzate le pastoie dell'arcaismo, e, per la prima volta su suolo europeo, pittura, scultura e architettura tentavano con libera audacia la soluzione dei problemi più ardui. Nel campo del pensiero, superando gli ardimenti della filosofia ionica, lo spirito si poneva liberamente di fronte a qualsiasi tradizione e le chiedeva le sue ragioni e si sforzava di formulare a suo modo le leggi dell'etica e della politica. In letteratura raggiungeva il suo massimo fiore il dramma, il prodotto più maturo e più tipicamente classico della poesia greca. E i tre grandi tragici, Eschilo, Sofocle, Euripide, l'ultimo soprattutto, che fu detto, e non a torto, il poeta dell'illuminismo antico, scuotevano il pubblico portando sulla scena i problemi religioso-morali che affaticavano le coscienze di tutti. La commedia alla sua volta prendeva impulso dalla vita complessa e tumultuosa delle grandi città che allora si venivano formando L alle sue smaglianti invenzioni fiabesche consertava con insuperata libertà di parola la satira politica, la critica letteraria e la battaglia per idealità religiose e morali. E frattanto lo spirito critico, l'allargata visuale, la ricchezza delle esperienze nuove, l'irrobustirsi della riflessione che s'esercitava in tutti i problemi della vita pratica e teoretica preparavano il terreno su cui poté sorgere, alquanto più tardi, il capolavoro della storiografia antica, l'opera di Tucidide. Centro del vivacissimo movimento artistico e intellettuale era Atene, l'Atene di Pericle; e perciò questa età fu chiamata non immeritamente dall'uomo che reggeva allora i destini ateniesi e che aveva egli stesso lo spirito aperto a tutte le manifestazioni nuove dell'arte e del pensiero, così come con coerenza e audacia aveva attuato in Atene, fino a un segno che nell'antichità rimase insuperato, la libertà politica. Che nel procedere impetuoso di quel moto di pensiero troppe cose si abbattessero e si minassero, le quali un pensiero più cauto e più scaltrito doveva rivalutare, non è dubbio. Non deve quindi stupire se questo movimento ideale, che fin dall'antichità fu designato col nome di sofistica, fosse fatto segno ai sospetti di quelli che amavano le tradizioni patrie. Fu anche, dentro limiti relativamente ristretti, fatto segno a qualche persecuzione, sicché taluno dei pensatori più arditi, come Anassagora, dovette allontanarsi da Atene. Tutto ciò contribuì certo a minare quell'unità spirituale del popolo greco, e in particolare dell'ateniese, la quale era stata così mirabile al tempo delle guerre persiane. E tuttavia siffatto danno e i pericoli che portava con sé avrebbero potuto essere corretti se in un punto fondamentale la tradizione, sposandosi con l'egoismo cittadino, non avesse impedito il trionfo della critica demolitrice e rinnovatrice e con esso un'attuazione dell'ideale di libertà anche maggiore di quella patrocinata da Pericle. Pericle aveva spezzato le barriere tra le classi come non riuscì mai più altrove nell'antichità, e persino gli schiavi avevano in certa misura partecipato a questo elevamento delle classi inferiori, godendo in Atene di una libertà e di un rispetto, che destavano lo scandalo delle classi più abbienti. Ma l'egoismo del demo che si avvantaggiava dello sfruttamento degli alleati, che si trasformavano in sudditi, impedì che si pensasse a tempo a spezzare le barriere tra la città dominante e le altre, con una politica di concessioni di cittadinanza, analoga a quella che Roma seppe nel sec. IV attuare in Italia. Non che non cominciasse ad apparirne la necessità; ma vi si pensò fattivamente solo sullo scorcio della guerra del Peloponneso, quando cioè le autonomie conculcate avevano già reagito contro l'imperialismo ateniese, preparandogli il colpo mortale.

La guerra del Peloponneso. - La guerra del Peloponneso scoppiò nel 431. Cause occasionali furono: un conflitto tra Corinto e la sua colonia di Corcira, nel quale Atene per assicurare i suoi commerci e la sua espansione nel Mar Ionio (sulla cui sponda era stata fondata nel 444, per iniziativa appunto di Pericle, la colonia panellenica di Turî), si alleò con Corcira; una controversia sorta fra Atene e Potidea, colonia corinzia nella penisola Calcidica appartenente all'impero ateniese, controversia che terminò con la ribellione di Potidea, spalleggiata dai Corinzî; e infine un decreto che escludeva i Megaresi (partecipi, come i Corinzî, della lega peloponnesiaca capitanata da Sparta) dai porti dell'impero ateniese. L'aver Pericle rifiutato ogni soddisfazione agli Spartani anche sull'ultimo punto mostra che egli, per le ragioni che dicemmo, volle la guerra. Pericle però intendeva di condurre la guerra senza grandi offensive né grandi battaglie terrestri. Non faceva conto sull'esercito degli opliti, che, reclutato nelle classi possidenti, s'era lasciato decadere sotto il governo della democrazia radicale, e perciò, abbandonato al nemico il territorio stesso dell'Attica, egli aveva fatto concentrare la popolazione rurale nelle fortificazioni collegate della città e del Pireo. La guerra, a suo avviso, doveva essere sostenuta per mare, danneggiando il commercio peloponnesiaco e riaffermando la supremazia navale ateniese. Ma questo piano di guerra richiedeva una perduranza a tutta prova e una spesa fortissima per stipendiare i marinai mobilitati. Ciò spiega come il malcontento, aggravato da un'epidemia che fece strage della popolazione agglomerata in Atene, scoppiò violentemente contro Pericle poco dopo il principio della guerra (430), e come poi, sebbene il primo scoppio d'ira si placasse e Pericle venisse richiamato al potere, i suoi piani fossero mutati poco dopo la sua morte, avvenuta nel 429. tra maggiore audacia offensiva, voluta dal partito democratico radicale, che, sotto la guida di Cleone, ebbe influsso preponderante in quegli anni, diede ad Atene i maggiori successi ch'essa conseguisse in questa prima parte della guerra del Peloponneso (guerra archidamica, 431-421), cioè l'occupazione di Pilo sulla costa occidentale della Messenia, la cattura dell'intera flotta peloponnesiaca e quella di un corpo d'opliti spartani nell'isola di Sfacteria (425): successi che non furono compensati dalla rotta toccata dagli Ateniesi a Delio in una loro audace offensiva in Beozia (424). Ma frattanto le ribellioni si rinnovarono nell'impero ateniese. Furono bensì domate quella di Potidea (429) e quella di Lesbo (427), ma non si riuscì a domare né allora né poi quella di Anfipoli (424), colonia fondata da Pericle nella Tracia meridionale, presso lo Strimone (437), e delle vicine città calcidiche, suscitata dallo spartano Brasida. La morte di Cleone, avvenuta in battaglia in un tentativo per ricuperare Anfipoli (422), diede in Atene il sopravvento al partito della pace, composto da democratici moderati e capeggiato da Nicia, e si concluse così la pace che porta appunto il nome di Nicia (421), e poco dopo un trattato d'alleanza difensiva fra Atene e Sparta. Questa pace e più quest'alleanza privarono Atene dei vantaggi che le assicurava la sua perduranza decennale. Infatti stava allora per spirare una tregua di trent'anni, che Sparta aveva conclusa con Argo, la seconda per potenza tra le città peloponnesiache, la sola che non accettasse l'egemonia di Sparta. La fine di questa tregua fu il segnale di una ripresa d'ostilità tra Argo e Sparta e di un rinnovarsi del moto democratico nel Peloponneso, in condizioni assai più favorevoli di quel che non fosse stato subito dopo le guerre persiane, quando era fresco il ricordo della vittoria, dovuta soprattutto al valore spartano, di Platea. Ma ora il predominio in Atene della democrazia moderata e più i due trattati di Nicia fecero sì che gli Ateniesi non soccorressero se non mollemente la coalizione democratica antispartana e, agevolando agli Spartani la vittoria di Mantinea sui coalizzati democratici (418), fecero sì che andasse perduta definitivamente per Atene la possibilità di demolire la lega peloponnesiaca, anticipando l'opera di Epaminonda. Chiusa agli Ateniesi dalla pace con la Persia la via dell'espansione in Oriente, dalle presenti contingenze quella dell'espansione nella Grecia stessa, non rimaneva altro campo che l'Occidente alle mire espansionistiche. Le quali germogliavano dal rigoglio delle forze ed erano favorite dalle finanze restaurate col raddoppiamento dei tributi che Cleone aveva imposto agli alleati profittando del successo di Sfacteria. In Occidente, caduta la monarchia dei Dinomenidi (465), le città siceliote e italiote s'indebolivano sotto l'apparente floridezza in lotte intestine, rendendosi incapaci di profittare delle loro forze ancora rigogliose per un, espansione, che allora avrebbe potuto avere probabilità di successo, contro gli avversarî che ne mettevano in pericolo l'avvenire, i Cartaginesi e gl'Italici. Atene aveva esteso colà i suoi commerci, aveva stretto leghe più o meno stabili con le città calcidiche, che si sentivano soffocate dal prevalente elemento dorico, aveva anche fondato la colonia di Turî, che le fu però poco fedele, e combattuto per qualche anno, ma con scarsa energia, in difesa delle città calcidesi durante la prima parte della guerra del Peloponneso (427-24). Ora, prendendo a pretesto una lotta tra Selinunte, alleata siracusana, e Segesta, sua antica alleata, essa intervenne con una grande spedizione, che mirava evidentemente a sottoporre la Sicilia greca all'egemonia ateniese (415-413).

La tenace resistenza opposta, sotto la guida di Ermocrate, da Siracusa, che gli Ateniesi assediarono, gli aiuti corinzî e spartani condotti da Gilippo, la scarsa capacità del comandante ateniese, Nicia, fecero sì che l'impresa terminasse, con un disastro: la distruzione della flotta ateniese nel porto grande di Siracusa, e quella dell'esercito assediante nella sua disastrosa ritirata. Per impedire che dal Peloponneso giungessero aiuti a Siracusa, nell'ultima fase della guerra siciliana, gli Ateniesi avevano essi stessi violato la pace di Nicia, devastando il territorio spartano. Ora la guerra riprese con nuovo vigore in Grecia, dove la distruzione della flotta ateniese diede animo agli avversarî di Atene (guerra deceleica, 413-404). Gli Spartani non si limitarono più a invadere temporaneamente l'Attica, come nella prima parte della guerra, ma vi occuparono una posizione fortificata, Decelea, da cui la devastavano in permanenza. Gli alleati ateniesi insorsero; inoltre Sparta, a differenza di quel che aveva fatto dopo la catastrofe ateniese in Egitto, strinse alleanza contro Atene con la Persia, obbligandosi a cedere ai Persiani le città greche dell'Asia minore, procacciandosi così i mezzi per armare e pagare una flotta poderosa. La resistenza degli Ateniesi fu strenua. Essi riportarono ancora notevolissime vittorie navali (411-10) a Cinossema, ad Abido, e finalmente a Cizico, dove catturarono e distrussero l'intera armata peloponnesiaca. Riuscirono persino a superare le difficollà create da una rivoluzione in senso oligarchico che avvenne nel 411 in Atene, bene spiegabile dopo tanti disastri che si attribuivano al predominio della democrazia radicale, e dalla restaurazione democratica che seguì subito dopo. Campeggiò tra queste vicende la figura ambigua e geniale di Alcibiade, esperto nel maneggio degli affari non meno che nella strategia, avventuriero più che politico, sospetto per la smisurata ambizione ai concittadini, i quali lo allontanarono dal comando nei momenti appunto in cui solo la sua genialità avrebbe, forse, potuto salvarli. Infatti l'esaurimento era tale da far soltanto meraviglia che essi soggiacessero così tardi nell'impari lotta. Ancora una grande vittoria riportarono per mare, raccogliendo in uno sforzo supremo tutte le loro energie, nella battaglia delle Arginuse (406). Ma la loro armata fu distrutta poco dopo (405) dall'ammiraglio spartano Lisandro nella battaglia di Egospotami. Che se anche la causa immediata della sconfitta fu la trascuratezza dei generali ateniesi, questa non fece che abbreviare l'agonia della città. Stretta per mare e per terra, dopo aver prolungato fino all'estremo la propria resistenza, Atene dovette capitolare (aprile 404).

L'egemonia Spartana. - Così si sfasciava la prima grande federazione stretta fra Greci sulla base dell'egemonia d'una città. A quella federazione ne seguì un'altra, fondata sullo stesso principio egemonico, in apparenza tanto più salda quanto era più vasta. Sparta, dopo avere con la propaganda per l'autonomia minato le basi dell'impero ateniese, ora strinse, intorno al grande nucleo costituito dalla lega peloponnesiaca e dai nuovi alleati della Grecia centrale e settentrionale che le si erano uniti durante la guerra, la maggior parte delle città già partecipanti alla lega ateniese. Vincolo materiale e ideale insieme del nuovo impero, di cui fu organizzatore Lisandro, era l'appoggio dato dovunque alle classi possidenti contro gli eccessi della democrazia radicale che, permessi e favoriti dagli Ateniesi, avevano determinato un vivacissimo spirito antidemocratico nelle elites intellettuali. Ma la reazione, venuta dappertutto al potere col sostegno degli opliti spartani, si comportò selvaggiamente, in modo da suscitare l'orrore degli Spartani stessi e della classe abbiente su cui si appoggiava. Tipico fu il caso di Atene, in cui s'insediò un'oligarchia di trenta membri (trenta tiranni), che, sotto la guida di Crizia, cercò di assicurare il proprio dominio mercé stragi efferate, tanto che si disse che i trenta tiranni avevano in pochi mesi fatto più vittime della stessa guerra del Peloponneso. Il grido di orrore che si sollevò contro tali crudeltà fece sì che, quando il fuoruscito ateniese Trasibulo, occupata con 70 compagni la piazzaforte di File al confine attico-beotico, iniziò la guerra per la libertà della patria, i trenta non trovassero se non linitato appoggio negli Spartani e nella stessa classe possidente ateniese, mentre le classi popolari si sollevavano a favore di Trasibulo. Così Trasibulo rientrava in Atene restaurandovi la democrazia che si assoggettava peraltro anch'essa al predominio di Sparta, la quale, pure intervenendo militarmente nell'Attica sotto il re Pausania a salvaguardia del prestigio delle sue armi, non aveva voluto fiaccare, come avrebbe potuto allora, l'insurrezione democratica.

Ma, fallita così miseramente questa prova di fondare l'egemonia inasprendo la lotta tra le classi e mettendo al potere la classe possidente, si rendeva tanto più necessario darle un nuovo contenuto ideale. E questo fu fornito dalla ripresa della lotta nazionale contro la Persia. Nell'ultima parte della guerra del Peloponneso, gli Spartani erano stati validamente aiutati da Ciro il giovane, figlio di re Dario II, che aveva il comando in Sardi. Quando, poco dopo la morte di Dario, Ciro si sollevò contro il fratello maggiore Artaserse II, erede del trono persiano, egli ebbe l'aiuto più o meno scoperto di Sparta. La spedizione di Ciro terminò con la battaglia di Cunassa (401), in cui, sebbene i suoi mercenarî greci, i cosiddetti Diecimila, capitanati dal fuoruscito spartano Clearco, vincessero dalla loro parte gli avversarî e potessero tornare intatti al campo, i Persiani di Ciro piegarono quando egli stesso cadde combattendo. La memorabile ritirata in cui i diecimila Greci, dalle vicinanze di Babilonia, resistendo alle insidie dei barbari, si apersero la via fino alle sponde del Ponto Eusino, ravvivò il sentimento, che le guerre persiane avevano promosso, della superiorità del Greco sul barbaro e accese le speranze per la ripresa della lotta nazionale, che Atene aveva chiuso mezzo secolo prima. Prendendo occasione dal conflitto che scoppiò nell'Asia Minore fra i Persiani, che volevano rassodarvi il loro dominio dopo la ribellione di Ciro, e le città che avevano aiutato il principe ribelle, Sparta intervenne per liberare le città greche dal barbaro. Il successo non poteva mancare, specie quando a capo delle forze elleniche in Asia, di cui una parte considerevole era costituita dalle reliquie dei Diecimila, fu posto il re spartano Agesilao. Nel 395 egli si avanzò nella Lidia e riportò sui Persiani una vittoria presso il fiume Pattolo, poi procedette nella Frigia ellespontica fino alle frontiere della Paflagonia. Dall'audace offensiva ch'egli preparava per l'anno seguente potevano sperarsi i maggiori successi, forse persino il distacco dell'intera Asia Minore dalla Persia. Ma Sparta stessa aveva dato l'esempio dell'alleanza col barbaro per spezzare l'impero ateniese. E l'impresa nazionale tentata ora dagli Spartani, dopo aver fondato la loro egemonia sull'alleanza col barbaro e sull'oppressione del proletariato, non poteva trovare il consenso dei Greci, tenacemente attaccati alle loro autonomie locali. Essa infatti si era attuata violando, più persino che non fosse avvenuto nell'impero ateniese, il principio stesso delle autonomie con cui Sparta aveva iniziato la guerra del Peloponneso. Fomentavano il malcontento i Persiani, che avevano raccolto una considerevole armata navale in Caria, affidandone il comando al fuoruscito ateniese Conone. La guerra contro Sparta s'iniziò in Beozia, dove Tebe rifiutò di accettare la mediazione spartana nelle sue ostilità contro la Focide. Il tentativo fatto da Sparta per soffocare immediatamente la ribellione si chiuse con la sconfitta presso Aliarto, in cui trovò la morte Lisandro, il fondatore e organizzatore dell'impero marittimo spartano (395). E tuttavia la ribellione di Tebe si sarebbe potuta probabilmente domare se all'alleanza di Tebe non avesse subito acceduto Atene. Seguirono Argo e Corinto, unendosi strettamente fra loro in simpolitia. Le quattro potenze costituirono una lega con centro a Corinto e si misero in relazione con la Persia. Agesilao, richiamato, dovette abbandonare l'impresa d'Asia e, traversata col suo esercito la Tracia, la Macedonia e la Grecia settentrionale, riportò vittoria a Coronea (394); ma la vittoria non fu decisiva e non riuscì a lui, come non era riuscito poco prima ai Lacedemoni della madrepatria vincitori sui confederati in una grande battaglia presso il fiume Nemea, di rompere le linee avversarie e fiaccare la potenza militare della Beozia. Frattanto, a Cnido presso la costa asiatica, l'armata persiana, composta di navi greche e fenicie agli ordini di Conone e Farnabazo, riportava una decisiva vittoria sull'armata spartana e poneva termine, dopo circa un decennio, all'egemonia marittima di Sparta. Conone, venuto al Pireo alla testa della flotta e salutato come liberatore, diede subito opera a rinnovare le fortificazioni del Pireo e le lunghe mura, distrutte dopo la capitolazione di Atene. E mentre la guerra si protraeva con varie vicende, ma senza successi decisivi, nella penisola, gli Ateniesi profittavano delle contingenze per tentare di ricostruire il loro impero marittimo. Ma, sebbene in ciò non mancassero di usare temperamenti e riguardi per non urtare troppo alla scoperta il Gran Re, era però evidente che tale tentativo contrastava con gli interessi persiani. Sicché si delineò a poco a poco un mutamento politico della Persia, che si venne riaccostando a Sparta: e il primo segno fu l'arresto di Conone in Sardi. Sparta era pronta a pagare al Gran Re il prezzo che egli chiedeva, cioè l'abbandono nelle sue mani dei Greci d'Asia, tradendo i connazionali per conservare quel che poteva della sua egemonia, così come li aveva traditi per acquistarla. Ma non altrettanto pronti a cedere erano i confederati greci del re, i quali ben sapevano che della clausola insidiosa dell'autonomia, inserita nel nuovo trattato, Sparta avrebbe profittato per sciogliere federazioni e simpolitie e riaffermare la sua egemonia nella penisola. La Persia, d'altronde, se aveva ragione di essere poco soddisfatta dei suoi nuovi alleati, ne aveva anche più di non aver fiducia in Sparta. Sicché il conflitto si protrasse ancora per qualche anno e Sparta intervenne ancora nell'Asia Minore, più per dimostrazione che per vero proposito di riprendere la guerra nazionale. Ma infine la pressione spartana da un lato e dall'altro l'acuirsi del conflitto con Atene, conseguenza necessaria della tentata ricostituzione dell'impero marittimo, indussero la Persia alla pace detta di Antalcida (386). Questa pace restituiva al re i Greci d'Asia e, col sancire l'autonomia di tutte le città greche grandi e piccole della madrepatria, metteva tale autonomia sotto la tutela nominale del Gran Re ed effettiva di Sparta.

Risultato dunque della diuturna lotta fratricida era stàto quello di distruggere in apparenza gli effetti delle guerre persiane asservendo i Greci d'Asia alla Persia e dandole nominalmente una specie di alta sovranità sulla Grecia, poco dissimile da quella che i Romani vi ebbero dopo la battaglia di cinoscefale; con la differenza però che i Romani possedevano le forze per far valere quell'alta sovranità, in quei limiti che a loro paresse d'esercitarla, e lo avevano appunto dimostrato a Cinoscefale, mentre i Persiani tale forza non possedevano e a tutti era noto che avevano dimostrato di non averla. Sicché, nonostante l'apparente umiliazione, l'indipendenza effettiva della penisola greca dal barbaro non correva in realtà alcun pericolo. Ma era ormai irreparabile il danno dell'avere per la seconda volta abbandonato il pensiero di un'espansione vittoriosa nell'impero persiano, che fu ripreso solo assai più tardi, e in condizioni del tutto mutate, da Filippo e da Alessandro. Ora, disciolta la appena ricostituita lega marittima ateniese, disciolta la lega beotica, spezzata l'unione tra Argo e Corinto e tornata Corinto nella lega peloponnesiaca, l'egemonia spartana pareva stabilita nella penisola greca più saldamente che mai. Solo a nord, attorno ad Olinto, le città greche della Calcidica avevano costituito un organismo statale più solido delle leghe fino allora formatesi in Grecia, sostituendo alle autonomie sovrane delle città un'unica cittadinanza federale. Era un notevolissimo progresso, frutto degli insegnamenti dati dalle lotte fratricide. Ma Sparta si affrettò a distruggere questo organismo nuovo e vitale e ad impedire che altri profittassero del suo esempio. Olinto fu assediata e costretta alla resa. Durante la guerra, truppe spartane che traversavano la Beozia avevano, con un colpo di mano, su richiesta degli oligarchici tebani, occupato di sorpresa la rocca di Tebe, la Cadmea.

Ma questa egemonia spartana, che pareva così salda, era fondata unicamente sulla violenza e destituita di qualsiasi contenuto ideale. La difesa dell'autonomia delle città non costituiva un legame, quando questa non era minacciata o, peggio, quando le barriere tra le città si volevano spezzare intenzionalmente per costituire unità intercittadine. E, d'altronde, l'occupazione della Cadmea, fatta in piena pace, mostrava quale spirito egoistico animasse gli Spartani nell'applicazione di quel principio. Più grave ancora era la scarsa base effettiva di questa egemonia. Perché nel dominante stato spartano una piccola minoranza di cittadini, forniti di pieni diritti, signoreggiava con la forza sopra una grandissima maggioranza di cittadini e sudditi in condizioni inferiori e di servi della gleba. E così un piccolo incidente militare, in cui cadessero o fossero fatte prigioniere due o tre centinaia di opliti spartani, bastava a scuotere un predominio in apparenza saldissimo. In tali condizioni, non è meraviglia che l'egemonia spartana dopo pochi anni fosse ridotta in frantumi. Occasione fu un colpo di mano dei fuorusciti democratici tebani, che sotto la guida di Pelopida uccisero i capi oligarchici e cacciarono il presidio spartano dalla Cadmea.

L'egemonia tebana. - Tebe sulle prime si trovò isolata; e a tutti pareva che la sua resistenza agli Spartani non potesse protrarsi a lungo. La guerra corinzia sembrava infatti aver dimostrato che Sparta, con l'appoggio morale e finanziario della Persia, era nella penisola invincibile. Ma conforme alla natura stessa del suo predominio, fondato sulla forza, Sparta, cercando di consolidarlo con atti di brutale prepotenza, ne affrettò la rovina, cui si avviava per la sua stessa natura. Così, per meglio assicurarsi della neutralità ateniese, lo spartano Sfodria, in piena pace, tentò per sorpresa di occupare il Pireo. La sorpresa non riuscì, ma gli Ateniesi, anche dopo ciò desiderosi di pace, furono costretti alla guerra dal rifiuto di qualsiasi soddisfazione, che, se può aver avuto piccine origini d'ordine privato, scendeva in sostanza dalla logica stessa della politica spartana. Atene rispose alleandosi con Tebe e ricostituendo la sua lega marittima (377). La ricostituiva con criterî nuovi, assicurando la piena autonomia delle città alleate e con ciò evitando di mettersi in contrasto con la pace di Antalcida. Rinunziava a cleruchie e a giurisdizione e persino a possessi privati nel territorio della lega e ne escludeva naturalmente le città greche d'Asia appartenenti al Gran Re. In pochi anni tutte, può dirsi, le Cicladi e le Sporadi orientali e settentrionali e le città greche della Tracia meridionale aderirono alla lega; inoltre Tebe, l'Eubea, Giasone di Fere e, in occidente, l'Epiro e la potente Corcira. Organo direttivo della lega era una dieta federale che si radunava in Atene; i tributi fissi erano sostituiti da contribuzioni di cui la dieta fissava l'ammontare. Sparta tentò bensì di opporsi ai progressi ateniesi, ma la vittoria navale di Cabria presso Nasso (376) distrusse l'ultimo avanzo della potenza marittima spartana nell'Egeo. E tuttavia Atene desiderava ardentemente la pace, e il consolidarsi e l'estendersi della potenza di Tebe ai confini dell'Attica non mancavano di destare le sue apprensioni. Sicché si venne, con la mediazione persiana, a trattative, e fu nel 375 stretta una pace tra Sparta e Atene, che però incidenti sorti nel Mar Ionio, dove appunto allora Atene cercava d'estendere la sua lega, turbarono non appena conclusa. Chi profittò di questa rinnovata ostilità fu Tebe, la quale riunì ormai sotto il suo predominio quasi intera la Beozia, ricostituendo, con più saldo organismo, la lega che la pace di Antalcida aveva distrutta. Questo fece sì che Sparta e Atene si riaccostassero nuovamente e che in un congresso tenuto a Sparta nel 371 si concludesse la pace generale. La pace riconosceva la nuova lega ateniese, fondata sul principio dell'autonomia, ma nella mente degli Spartani, da cui era promossa, mirava a distruggere la lega beotica, che non era fondata su quel principio. Sicché, quando Epaminonda, delegato tebano, chiese di firmare in nome dei Beoti, Agesilao, con l'implicito assenso di tutti gli altri firmatarî, non volle permetterlo, e Tebe rimase esclusa dalla pace. Con visione realistica delle condizioni generali, come nel 386 aveva rinunziato all'Asia, così ora Sparta riconosceva di non poter impedire la ricostituzione della lega marittima ateniese, e cioè il tornare di Atene a grande potenza come prima della guerra del Peloponneso. Ma si riteneva forte a sufficienza per riaffennare, dopo queste concessioni, il suo predominio nel resto della Grecia. Non era per parte sua che una questione di forza, e tutti ormai prevedevano la caduta di Tebe. Ma i Tebani sapevano di combattere per l'esistenza; e inoltre avevano un generale genialissimo in Epaminonda, il quale, all'attacco serrato delle falangi peloponnesiache, contrappose la tattica nuova dell'ordine obliquo (v. epaminonda). L'effetto fu l'inattesa vittoria che i Tebani riportarono a Leuttra (371). Immediatamente l'egemonia spartana, fondata sulla forza, minata da quel principio di autonomia che essa proclamava, si sfasciò. Nello stesso Peloponneso lo spirito democratico, fino allora violentemente compresso, insorse con inaudita violenza. Esso trionfò nell'Arcadia che, staccandosi da Sparta, si costituì sull'esempio della Beozia in lega unitaria. Epaminonda, intervenendo nel Peloponneso in favore del moto antispartano, invase la Laconia e mise per un momento in pericolo la stessa Sparta. Poi, chiamando a libertà i Messenî, diede loro un centro nella città di Messene, fondata per sua iniziativa sulle pendici del monte Itome (369). Così l'unità peloponnesiaca fu spezzata per non essere poi ricostituita se non, in contingenze del tutto diverse, dagli Achei, e il Peloponneso cessò d'avere nella storia greca quella parte preponderante che aveva avuto dalla metà del sec. VI. Parte preponderante a cui s'era bensì dovuta soprattutto la grande vittoria sui Persiani, ma s'era anche poi dovuto, nel corso del secolo successivo, il logorarsi dei Greci in lotte intestine, nelle quali Sparta, scarsamente partecipe del progressivo movimento civile, aveva sostenuto a proprio profitto i due principî attardati della oligarchia e dell'isolamento delle singole città, sforzandosi di far camminare a ritroso la storia, che indirizzava la Grecia a forme più libere di governo e associazioni sempre più intime tra città e città.

Negli anni che seguirono, Tebe stabilì la propria egemonia nella Grecia centrale, esclusa l'Attica, e nella Tessaglia, dove combattè con varia fortuna (notevole particolarmente nel rispetto militare la battaglia di Cinoscefale, in cui cadde Pelopida, 364), ma finì con lo stabilire saldamente il proprio predominio. Questo predominio Epaminonda tentò di estendere anche sul mare, facendo costruire una flotta e conducendola, senza che gli Ateniesi osassero darle battaglia, fino alla Propontide, dove guadagnò all'alleanza beotica Bisanzio (364). Ma era un'egemonia la quale non attuava nessun principio nuovo e, vuota di qualsiasi idealità, si fondava anch'essa unicamente sulla forza. Il passo decisivo, che poteva renderla stabile, quello cioè di trasformare la lega beotica rinnovata da una lega cantonale in più vasto e progrediente organismo, chiamando a farne parte città che accettassero, fuori dei termini della Beozia, l'egemonia beotica, non solo non fu fatto, ma non fu neanche pensato; e ciò appunto, sebbene simili tendenze si fossero già manifestate altrove in Grecia, per l'inferiorità culturale dei Beoti, che li rendeva impotenti alle iniziative novatrici nel campo della politica. In questo stava in germe la dissoluzione, nell'atto stesso che si fondava, della nuova egemonia. La quale d'altronde non ebbe se non vita breve e contrastata. L'adesione dell'Eubea ai Beoti, l'occupazione fatta da loro di Oropo (366) al confine dell'Attica, il tentativo di fondare una potenza marittima, l'avevano sempre maggiormente separata da Atene, che si era riaccostata a Sparta e aveva finito con lo stringersi con essa in alleanza. Anche la lega arcadica, che si era data in Megalopoli un nuovo centro (368), non era riuscita ad assicurare la propria stabilità. Si trattava di una delle regioni meno progredite della Grecia, e si capisce che il moto unitario trovasse negl'interessi cantonali efficace contrasto, tanto più che Sparta era sempre pronta a fomentarvi i dissensi. Appunto lo sfasciarsi della lega arcadica, da cui si staccò Mantinea alleandosi con Sparta, diede occasione all'ultimo intervento di Epaminonda nel Peloponneso. Questo intervento si chiuse con la battaglia di Mantinea, nella quale Epaminonda, combattendo contro gli Ateniesi, gli Spartani e i loro alleati, preparò quella vittoria che la sua morte sul campo impedì di conseguire (362).

Il frantumarsi delle egemonie. - Alla battaglia di Mantinea seguì una pace generale, dimostrazione più che altro dell'incapacità dei contendenti a risolvere con le armi i dissensi che travagliavano la Grecia. Sparta, che non volle riconoscere la libertà dei Messenî, rimase esclusa dalla pace, ma ridotta all'impotenza e messa fuori di fatto dalla grande politica greca. Atene, esausta dalle lunghe lotte, aveva dovuto assistere a defezioni gravi nel seno della rinnovata lega marittima, che non era riuscita a conservare integra, sebbene alla testa delle sue armate fossero in quegli anni taluni dei suoi maggiori uomini di guerra: Cabria, Ificrate e Timoteo, il figlio di Conone. Questa nuova lega s'era venuta nuovamente, come la prima, trasformando in impero senza che tale trasformarsi avesse la relativa giustificazione che la lotta contro il barbaro le aveva dato durante la pentecontaetia; e la stanchezza e la mancanza di quell'entusiasmo, che aveva animato gli Ateniesi nel sec. V, spiegano come si rinunziasse a ogni audacia innovatrice non facendo più nessun passo su quella via, per cui Atene s'era messa momentaneamente dopo la battaglia d'Egospotami con la concessione della cittadinanza ai Samî. Più salda in apparenza, ma solo in apparenza, era la federazione che si stringeva intorno a Tebe. Nessuna ragione ideale, nessun vantaggio materiale spingeva i Focesi e i Tessali a spargere il loro sangue per la egemonia beotica. E quanto al tentativo di estendere la supremazia beotica sul mare, esso fu lasciato senz'altro cadere dopo la morte di Epaminonda. Era evidente che non se ne sarebbero potuti trarre vantaggi, i quali compensassero le spese necessarie per allestire un'armata, specie in un paese così alieno dal traffico marittimo come la Beozia. D'altronde nel seno della lega beotica propriamente detta, già prima della morte di Epaminonda, s'erano fatte sentire velleità separatistiche ed erano state violentemente represse, con la distruzione di Orcomeno.

Quasi a un tempo s'iniziarono le guerre che dovevano condurre alla dissoluzione dell'egemonia beotica e della lega marittima ateniese. Nell'Egeo Chio, Coo e Rodi sobillate da Mausolo di Caria, stringendosi in lega tra loro e con Bisanzio, iniziarono contro Atene quella guerra di secessione che è nota col nome di guerra sociale degli Ateniesi (357). Nella Grecia centrale Tebe, che insieme con i suoi alleati Tessali predominava nell'anfizionia delfica, cercò per mezzo di condanne anfizioniche di reprimere le velleità secessionistiche dei Focesi. Segno dei tempi questo, e soprattutto dell'inferiorità culturale dei nuovi egemoni, lo sfruttamento a fini politici del prestigio sacrale del tempio delfico. L'effetto fu contrario alle mire dei Beoti; le condanne provocarono i Focesi ad aperta ribellione, ed essi, sotto la guida di Filomelo, occuparono di sorpresa il tempio di Delfi, iniziando la guerra sacra, che travagliò per più di dieci anni la Grecia (356-346). Terminò più rapidamente la guerra sociale degli Ateniesi; essi v'impiegarono i loro migliori generali, ma Cabria morì combattendo presso Chio (356) e Timoteo e Ificrate, non rispondendo alle speranze in essi collocate, furono destituiti e chiusero poco gloriosamente la loro carriera politico-militare. Atene dovette acconciarsi a una pace che riconosceva il distacco delle più potenti sue alleate, e da allora in poi la lega ateniese si ridusse a un mediocre organismo fiacco e pronto sempre a ulteriori sfaldamenti. Ma la lotta nella Grecia centrale fu terribilmente più accanita, perché Tebe era nel pieno rigoglio della sua potenza, e i Focesi, disponendo a loro grado dei tesori delfici, potevano mettere in campo considerevolissimi eserciti mercenarî. Caduto Filomelo combattendo contro i Beoti a Neone (355), Onomarco ricostitui con nuove leve l'esercito focese e riuscì a vincere in battaglia campale nella Tessaglia Filippo II di Macedonia, che era accorso, da loro chiamato, in difesa dei Tessali (354), e danneggiò gravemente gli stessi Beoti ricostruendo Orcomeno. Ma portò nella guerra sacra un mutamento decisivo, il sorgere della Macedonia a grande potenza. I Macedoni, stirpe greca o grecizzata abitante a nord della Tessaglia, avevano sullo scorcio del sec. VI ridotto a unità, scendendo lungo le valli dell'Aliacmone e dell'Axio, la regione che da loro prese il nome di Macedonia, e poi avevano tentato tra varie vicende, in alleanza o in guerra con i Calcidesi, gli Ateniesi e i Traci Odrisî, di spingersi verso lo Strimone. S'era conservata presso di essi con l'antica pienezza dì poteri la monarchia, così come all'altro estremo del mondo greco in Cipro e, fino quasi alla metà del sec. V, in Cirene. Circondava i re una ricca e potente aristocrazia feudale, quella che col nome di ἑταῖοι (compagni) costituì sempre la cavalleria macedonica. Accanto alla cavalleria i re organizzarono, sull'esempio che forniva la Grecia, la fanteria, costituita essenzialmente da piccoli proprietarî, cui diedero in segno d'onore il nome di πεζέταιροι (compagni a piedi). La lotta perenne contro le vicine tribù tracie e illiriche e contro gli stessi Greci agguerrì i Macedoni e mantenne viva la loro fedeltà alla dinastia degli Argeadi che li capeggiava. E i re seppero profittare delle più recenti innovazioni della tattica e della strategia greca per fare del proprio esercito un sempre più perfetto strumento di guerra. Così, quando dopo varie e gravi crisi dinastiche venne al trono un principe sagace ed energico come Filippo II, egli poté presto disporre d'un popolo compatto e fedele e d'un esercito agguerrito e disciplinato, che abbisognavano solo di essere guidati con intelletto geniale e con mano ferma per assicurare alla Macedonia una posizione preponderante nella penisola balcanica. I successi di fatto non mancarono. Superati in breve tempo alcuni pretendenti, Filippo vinse gl'Illirî (358) che avevano invaso la Macedonia e ucciso in battaglia il suo predecessore Perdicca (359); poi s'impadronì di Anfipoli (357), la vecchia colonia di Pericle, che gli Ateniesi avevano tentato invano da tanti anni di ricuperare, e si stabilì saldamente nel territorio del Pangeo, fondandovi la colonia cui diede il nome di Filippi (356) e assicurandosi il provento di quelle miniere, che resero di colpo la Macedonia la più ricca delle potenze greche, come n'era ormai la più forte militarmente. S'intende che l'occupazione di Anfipoli e poi delle fortezze che ancora rimanevano in quella regione agli Ateniesi gli suscitò contro l'inimicizia di Atene, ma era o pareva inimicizia impotente. Anche in Tessaglia Filippo era intervenuto riprendendo i piani d'espansione già iniziati dai suoi predecessori, e solo momentaneamente li aveva interrotti dopo la vittoria dei Focesi. Ora, chiamato un'altra volta dai Tessali, discese con forze maggiori e riportò sui Focesi una decisiva vittoria nel campo di Croco presso il golfo Pagaseo, dove cadde Onomarco (353). Gli Ateniesi e gli Spartani, intervenendo immediatamente con forze alle Termopile, preoccupati dei pericoli che potevano nascere da una marcia vittoriosa di Filippo nella Grecia centrale, gl'impedirono per allora di penetrarvi, e ne profittarono i Focesi per riorganizzare le loro forze sotto Faillo e poi sotto Faleco senza che i Beoti riuscissero, nonché a domarli, neppure a strappar loro Orcomeno. Ma Filippo, che ormai aveva il dominio di quasi intera la Tessaglia, escluso dalla Grecia centrale, riprese la sua espansione al nord dell'Egeo, e quivi attaccò gli olinzî che dopo la caduta dell'egemonia spartana avevano saldamente ricostituito la loro federazione nella Calcidica. Il pericolo macedonico indusse gli Olinzî a cercare l'aiuto di Atene, ma Atene, fiaccamente guidata da Eubulo, non seppe soccorrerli col dovuto vigore e, nonostante gli aiuti degli Ateniesi, Olinto cadde e fu distrutta e tutto il territorio calcidese incorporato nella Macedonia. Era uno smisurato guadagno, e ne furono atterriti quegli Ateniesi, che, come Demostene, da lungo tempo avevano intuito il pericolo che la Macedonia costituiva per la Grecia e avevano additato in Filippo il nemico da combattere. Ma anche essi ormai dovevano riconoscere che con l'insufficiente preparazione morale e materiale degli Ateniesi a tanta guerra, con i gravissimi dissensi che dividevano tra loro i Greci, la lotta non aveva alcuna speranza di successo, e conveniva fare la pace per avere il modo di preparare militarmente e diplomaticamente la guerra decisiva. Perciò tutti i partiti in Atene collaborarono alla pace conclusa con Filippo (346) che porta il nome di Filocrate. Condizione implicita dell'accordo era l'abbandono a Filippo della Tracia meridionale, di cui egli allora s'impadronì (salvo i possessi ateniesi nel Chersoneso) e della Focide ormai in sfacelo per il venir meno dei tesori delfici. Passando le Termopile, che nessuno più pensava a contendergli, Filippo scese nella Focide, costrinse i Focesi alla capitolazione, ricostituì d'accordo con i Beoti l'anfizionia, liberando Delfi e assumendo egli stesso subito dopo la presidenza dei giuochi pitici.

L'egemonia macedonica. - Le condizioni della Grecia, non potevano non apparire allora assai dolorose; piena come era di dissensi, di lotte in cui si consumavano le sue forze, senza che, sfasciate l'una dopo l'altra le tre maggiori egemonie, si scorgesse la possibilità di una rinnovata concordia, e meno che mai di una rinnovata espansione nel territorio dell'impero persiano. Questo alla sua volta si andava sfasciando per gl'incessanti contrasti tra i popoli che vi erano stati a forza incorporati e per i dissensi tra i dominatori. Tali lotte intestine, combattendosi col consiglio e con le armi dei Greci, rinnovavano ogni giorno la dimostrazione della superiorità civile e militare di questi sui barbari; ma di tanta superiorità i Greci non avevano il modo di valersi a proprio profitto. Assorbiti nelle lotte del presente, i politici più sagaci non cercavano punto un rimedio a siffatto stato di cose. Solo alcuno dei più distaccati dalle minute contingenze del giorno, come Isocrate, pensava a una ripresa vigorosa della lotta contro il barbaro e giungeva a vagheggiare l'ipotesi che Filippo offrisse ai Greci per la vittoria sulla Persia l'ausilio efficace del proprio braccio, ma naturalmente non si sarebbe mai sognato di desiderare che a tal fine il re macedone riducesse con la forza i Greci alla sua dipendenza. Altri, più aderenti alla concreta realtà, avevano più netta la percezione delle mire ambiziose di Filippo al dominio della Grecia. Di essi taluni vi si adattavano con passiva rassegnazione, credendo vana ogni resistenza. Di contro, Demostene e i suoi amici avevano da tempo risoluto di combattere Filippo come il più pericoloso avversario della libertà della Grecia, specie d'Atene. Ma combatterlo con un più largo senso della solidarietà tra i Greci liberi, non mirando solo al particolare interesse di Atene, sì preparandosi con sagge concessioni agl'interessi e alle aspirazioni altrui, a riunire in un fascio tutte le forze elleniche per la difesa della comune libertà. Ciò si rendeva tanto più urgente e nello stesso tempo tanto più difficile, in quanto dappertutto moltissimi, consapevoli della potenza di Filippo, si rivolgevano a lui per opportunismo e per interessi sia personali sia di classe, sia anche di egoistico patriottismo locale. In particolare le classi possidenti, stanche delle frequenti turbolenze e degli eccessi demagogici, inclinavano a farsi garantire da Filippo stabilità di condizioni anche a costo di rinunziare perciò, almeno in parte, alla libertà della patria, precisamente come gli oligarchici ateniesi, al tempo della guerra deceleica, s'erano mostrati disposti a tradire la patria agli Spartani. Esse trovavano d'altronde un alleato valido, sebbene inconsapevole, nell'inerzia dei molti che guardavano soltanto all'ora presente non rendendosi conto dei pericoli intraveduti da Demostene. Demostene quindi negli anni successivi alla pace di Filocrate consacrò tutte le sue energie ad inimicare il popolo ateniese contro Filippo, cercando però d'impedire che si venisse prima del tempo a un aperto conflitto. A tal fine egli non ristava dal denigrare gli uomini politici che volevano sul serio un accostamento alla Macedonia, mentre curava la preparazione finanziaria e militare della guerra, si studiava di stringere relazioni con gli avversarî di Filippo nelle varie città greche e di preparare le basi per un'alleanza delle maggiori potenze elleniche contro i Macedoni. A ciò si richiedeva soprattutto, nonostante gli attriti verificatisi negli ultimi tempi, un ravvicinamento con Tebe. Prezzo di questo ravvicinamento non poteva essere se non l'abbandono della politica filospartana, che era ormai tradizionale in Atene da quando aveva cominciato a declinare l'egemonia di Sparta. Tale politica era fondata non sopra una comunanza d'ideali, ma sia sul ricordo dell'antica lotta comune contro i Persiani, sia sul prestigio che Sparta, pur dopo i molti disastri, ancora conservava; e, vantaggiosa quando si trattava di combattere Tebe, ora non arrecava più alcun effettivo vantaggio. Nel Peloponneso, la potenza di Sparta era ormai equilibrata da quella di avversarî inconciliabili come Messene, Megalopoli e Argo; fuori del Peloponneso Sparta non aveva nessuna autorità, e un'amicizia con essa non faceva che rendere impossibile l'amicizia con Tebe, che era il solo mezzo d'impedire, se ancora si poteva, l'estendersi dell'egemonia macedonica alla Grecia centrale. Ma un'amicizia con Tebe, che il pericolo permanente della potenza macedonica rendesse stabile, significava per parte di Atene, come per parte di Tebe, la rinunzia a una politica rispettivamente panateniese e panbeotica per una politica panellenica. Si preparava così nella storia greca qualcosa d'interamente nuovo, diverso sia dalle leghe temporanee o permanenti strette sulla base dell'egemonia, come era stata quella dei Greci contro Serse sia dalle leghe temporanee in cui potenze affatto autonome, ma senza vera comunanza di propositi né d'ideali, si erano unite per interessi contingenti, come la lega corinzia. A questo lavorio di Demostene, il cui fulcro ideale era la difesa della libertà contro il predominio del monarca macedone, Filippo non contrapponeva punto il programma della guerra panellenica contro il barbaro. Le sue relazioni anzi con la Persia rimasero sempre buone, e persino quando il suo assalto contro Perinto sul mar di Marmara (340) suscitò i sospetti dei satrapi, il soccorso a Perinto fu inviato da essi di propria iniziativa e sconfessato dal Gran Re. Ciò che Filippo contrapponeva, oltre alla propaganda spicciola della corruzione, era il miraggio della pace e dell'ordine instaurato al posto dei dissensi che insanguinavano la Grecia, era il principio delle autonomie locali, del polverizzamento cioè delle federazioni maggiori, quel principio che prima di lui gli Spartani e, dopo, più d'uno dei diadochi proclamarono e infine i Romani, sempre con lo scopo evidente di sottomettere al proprio predominio la Grecia, rendendole impossibile, così polverizzata, qualsiasi resistenza efficace ai dominatori. Il contrasto fra Demostene e Filippo non consisteva dunque, come immaginano molti moderni, nell'opposizione tra un ideale panateniese e un ideale panellenico o in quella d'un ideale particolaristico all'ideale unitario, ma in quella tra l'ideale della libertà e la realtà della forza e degl'interessi materiali. Questo Demostene sapeva e questo dà alle sue orazioni, nonostante i sofismi avvocateschi di cui talora riboccano, nonostante le calunnie contro gli avversarî, la loro veracità profonda, e ne spiega l'efficacia su tutti quelli che in tutti i tempi hanno amato la libertà della propria patria.

Filippo profittò della pace per estendere la sua autorità sia in Epiro sia in Tracia. In Tracia, dopo aver tentato invano di conquistare Perinto, pose l'assedio a Bisanzio. Bisanzio con parecchie altre delle antiche alleate ateniesi, consapevole del pericolo, s'era novamente stretta in lega con Atene. E Atene le inviò soccorsi, che costrinsero Filippo a rinunziare all'impresa, e dichiarò violata la pace di Filocrate e fece, su proposta di Demostene, spezzare la stele su cui era incisa. Ora Filippo per continuare nella sua espansione non aveva altra via se non quella di minacciare per terra Atene, poiché la superiorità marittima degli Ateniesi era per allora assoluta. L'arma che egli adoperò fu una nuova guerra sacra che, come membro del consiglio anfizionico, gli desse diritto d'intervenire. Ed egli riuscì a fare che la guerra sacra si decretasse, col pretesto d'un commesso sacrilegio, contro i Locresi di Anfissa, alleati tebani, su proposta del ieromnemone ateniese, a lui ligio se pure non da lui comprato, Eschine. Era un'abile mossa per seminare la discordia fra Tebe e Atene e per frustrare il ravvicinamento, cui da tanti anni tendeva Demostene. Ma, più valida degl'intrighi politici, la realtà delle cose agì sullo spirito ateniese, quando, per iniziare appunto la guerra sacra, Filippo passò col suo esercito le Termopile e occupò Elatea. Fu allora decisa quell'alleanza con Tebe ch'era stata la perenne mira di Demostene, e di colpo la lega panellenica ch'egli aveva iniziato abbracciò la parte nel rispetto militare più importante della Grecia centrale. E, segno dei tempi mutati, Demostene acquistò in Tebe prestigio uguale a quello che già possedeva in Atene, primo forse tra gli uomini politici greci accettato liberamente come guida oltre i limiti della propria città.

Le sorti della lega panellenica precipitarono a Cheronea, ove i Macedoni riportarono una decisiva vittoria (338) dovuta all'eccellenza della loro fanteria e della cavalleria tessalica di cui essi disponevano, al perfezionato armamento della loro falange fornita di lunghe lance (sarisse), escogitato in base alle esperienze fatte dall'ateniese Ificrate con i suoi peltasti, e infine all'uso sapiente delle innovazioni tattiche di Epaminonda e Pelopida, e in particolare alla tattica delle armi combinate da essi introdotta, ma ora usata per la prima volta su larga scala. Tebe dovette accettare le durissime condizioni imposte dal vincitore, di sciogliere la lega beotica e ricevere un presidio nella Cadmea. Atene, forte della sua superiorità marittima, sicura nell'ambito delle fortificazioni, avrebbe potuto resistere, ma preferì cedere, preparando la ripresa della guerra a tempo più opportuno. Cedeva rinunziando alle sue cleruchie del Chersoneso, dissolvendo quel che rimaneva della sua antica lega marittima, ma conservando piena la sua autonomia, intatta la sua armata, salve le colonie che ancora possedeva nell'Egeo. Dovette però entrare nella nuova lega ellenica costituita da Filippo, con centro a Corinto, la quale abbracciò anche tutta la Grecia settentrionale e centrale, compresa l'Etolia e tutte le città peloponnesiache meno Sparta, a cui Filippo si contentò di dimostrare la propria superiorità strappandole a profitto dei vicini buona parte del territorio e invadendo la Laconia, come già aveva fatto Epaminonda. Ma non la distrusse né l'assoggettò; era quello infatti il modo di tenere sempre legate a sé le città confinanti con Sparta, da lui arricchite di spoglie spartane: Argo, Megalopoli e Messene.

La battaglia di Cheronea raccolse la Grecia ad unità e permise l'espansione ellenica nell'Oriente. Perciò è da respingere la concezione romantico-liberale secondo cui con la battaglia di Cheronea si chiuse la storia greca. Ma altrettanto erronea è la concezione moderna che considera la battaglia di Cheronea come il culmine quasi della storia greca, come il momento in cui si creò per la prima volta in Grecia un'unità nazionale che si paragona in modo più o meno esplicito all'unità delle nazioni moderne. Sarebbe infatti antistorico paragonare anche lontanamente nei suoi effetti la battaglia di Cheronea alla battaglia di Solferino. Non già che possa rinnovarsi il vieto pregiudizio secondo cui i Macedoni erano barbari, onde la sottomissione dei Greci ai Macedoni sarebbe stata la loro prima sottomissione allo straniero, preludio della loro definitiva sottomissione a Roma. I Macedoni apparivano barbari ai Greci e tali da essi erano detti in quanto arretrati in civiltà, non partecipi di quel moto ideale per cui la Grecia s'era creata il suo mirabile patrimonio d'arte e di pensiero, perché non conoscevano quella libertà politica che pareva ai Greci inseparabile dalla civiltà loro. Ma non c'è prova che venissero considerati come popoli di razza diversa; ed oltre all'essere essi stessi probabilmente elleni di stirpe e di lingua, s'erano ad ogni modo inseriti risolutamente nella nazione ellenica, con l'assumere l'attico a loro lingua culta, col farsi scolari nella scienza e nell'arte delle stirpi greche più progredite, col modellare sull'esempio greco le proprie istituzioni militari, con l'aprirsi insomma, consapevolmente, sin dai tempi di Alessandro Filelleno, agl'influssi civili della Grecia e a quelli soltanto. Ma essi sentivano la profonda differenza che correva fra le istituzioni politico-sociali dei Greci e le proprie e l'impossibilità di assimilare le une e le altre, corroborata dal dislivello della cultura e dalla disparità delle condizioni economiche, e quindi, stabilendo la loro supremazia sulla Grecia, non pensarono neppure lontanamente ad un'assimilazione o fusione. I Greci, di nome sempre autonomi, non potevano essere che i sudditi della monarchia settentrionale; sudditi tuttavia non equiparati nei diritti e nei doveri agli altri sudditi, ma perennemente separati da essi, in modo da costituire una semplice appendice della Macedonia, nella quale, sotto le apparenze di deliberazione spontanea del sinedrio federale stabilito a Corinto, non si realizzava che la volontà dei dominatori. Il sinedrio fu una semplice lustra, destinato necessariamente a scomparire non appena non se ne avesse più bisogno. Per allora Filippo dovette dare alla signoria che egli aveva fondato con le armi un contenuto che la rendesse in qualche modo accettabile. E vi giunse per due vie: l'una fu la garanzia, fornita dalla costituzione federale, degli ordinamenti in vigore nelle singole città, che sotto l'apparenza di una concessione era gravissimo attentato alla libertà cittadina perché ne impediva lo spontaneo sviluppo, ma ad ogni modo mirava a legare agl'interessi di Filippo la classe più abbiente; l'altra fu il programma della lotta panellenica contro il Persiano. Questo programma Filippo non lo desumeva dalle tradizioni patrie della Macedonia. Presso i Greci, da quando Aristagora era insorto contro il dominio persiano e da quando Sparta ed Atene avevano riportato sul barbaro le vittorie rimaste famose, la guerra al barbaro era sentita come guerra nazionale, la liberazione dei fratelli a lui asserviti era sentita come un dovere, l'espansione in un territorio che i barbari per la loro inferiorità civile erano incapaci di difendere come un diritto. Tutte queste tradizioni, tutte queste aspirazioni erano estranee ai Macedoni. Essi non avevano partecipato alla guerra nazionale, o meglio vi avevano partecipato dal lato dei barbari. Essi non avevano contro il Persiano nessun odio e non avevano nessuna ragione di fare proprio quel sentimento di superiorità e di disprezzo che la libertà e il progresso civile avevano generato per i barbari nei Greci. La storia, come s'era attuata fino allora, sembrava indirizzare i Macedoni per altre vie e segnare loro altre esigenze. Posti continuamente in pericolo dagli assalti delle vicine tribù tracie ed illiriche, i Macedoni solo da poco avevano fatto provare a quelle tribù gli effetti della loro superiorità civile e militare. Liberarsi da tali pericoli, consolidare il loro predominio, aprire alla civiltà tutta la parte settentrionale della penisola balcanica, questo sembrava il compito assegnato dalla storia ai Macedoni. E l'urgenza di esso doveva apparire tanto più chiara ora che un nuovo popolo, i Celti, insediandosi nella parte nord-ovest della penisola, metteva già in pericolo le confinanti tribù tracie e illiriche. L'aver trascurato questo compito, che era a pieno rispondente alle forze di cui allora disponevano i Macedoni, si dimostrò più tardi esiziale alla Macedonia. L'aver rivolto i Macedoni ad altro compito, a quella sottomissione cioè dell'Oriente a cui la storia indirizzava i Greci della penisola, fu l'opera più importante e duratura di Filippo. Per questa via egli preparò certo quella meravigliosa espansione della civiltà greca cui si dà il nome di ellenismo; e sarebbe qui vano e antistorico il cercare se tale espansione i Greci avrebbero potuto anche ora conseguirla per altra via senza l'aiuto dei Macedoni e del loro predominio. Ma distaccò così perennemente dal popolo macedonico quelle forze vive che costituirono poi il fulcro dei grandi stati ellenistici. E l'impresa panellenica condotta così dai Macedoni, oltre ad essere in un certo senso antimacedonica, era anche e più, come è stato detto con acuto oxymoron, antigreca, perché, aumentando la sproporzione di forza tra i Greci dominati e i Macedoni dominatori, doveva avere, come ebbe, l'effetto di rendere il dominio più duro, più insopportabile, più ripugnante alle aspirazioni di libertà che erano insite nell'anima greca.

Dal sinedrio ellenico Filippo fece deliberare la guerra contro la Persia prendendo a pretesto l'intervento persiano in Europa a difesa di Perinto; e, preludio di una maggiore offensiva, inviò un primo reparto di truppe in Asia Minore. Forse questa nuova impresa aveva suscitato in Macedonia qualche malcontento. Certi dissensi nella corte e tra i nobili non mancavano, e non sappiamo se veramente a soli motivi privati fosse dovuto l'assassinio che troncò nel 336 la carriera di Filippo. Gli succedette in Macedonia senza alcun contrasto il figlio Alessandro III, che già si era dimostrato un valoroso ufficiale nella battaglia di Cheronea. Alessandro iniziò il suo regno combattendo vigorosamente contro Illirî e altri barbari cui la morte di Filippo aveva fatto rialzare la testa. Vivo era anche il fermento in Grecia, e vive le speranze di ricuperare la libertà che ivi la morte di Filippo aveva suscitate. Sicché, sparsasi la voce della morte di Alessandro nell'Illiria, Tebe insorse, e si prepararono a porgerle mano Atene, l'Etolia, e molti dei Peloponnesiaci. Comparendo fulmineamente col suo esercito sotto le mura di Tebe, Alessandro spense per il momento presso i Greci ogni velleità di ribellione, e, combattendo contro i Tebani che rimasti soli si difendevano col furore della disperazione, prese la città d'assalto e passò a fil di spada o vendette schiava l'intera popolazione (335). Trentamila Greci perirono così o caddero nell'estrema miseria: una catastrofe, nelle lotte tra Greci, fino allora inaudita, la quale atterrì gli avversarî del re e li costrinse a piegare, ma alienò da lui gli animi della gran maggioranza dei Greci, nel momento appunto in cui stava per iniziare la guerra panellenica. Profittando del terrore che il disastro aveva ispirato, egli chiese ad Atene la consegna di Demostene e d'altri avversarî della Macedonia, ma gli Ateniesi, vinto il panico, rifiutarono, e il re che, stante la loro superiorità marittima, non aveva il modo di domarli, dovette risparmiare loro questa umiliazione. Dal sinedrio corinzio Alessandro si fece riconoscere come egemone, con l'autorità stessa di Filippo, e nella primavera del 334 iniziò la sua campagna d'Asia. Le forze greche che portava con sé, prescindendo dai Tessali più strettamente uniti alla Macedonia e dai mercenarî, erano di pochissimo conto e servivano in realtà soltanto a dare alla sua impresa quel carattere panellenico ch'egli voleva assumesse. Era in realtà un'avventura militare d'un popolo guerriero e consapevole della sua forza, a un di presso come la conquista del Messico e del Perù per parte degli Spagnuoli, ma s'idealizzava agli occhi degli stessi conquistatori come impresa panellenica contro il barbaro, e tale in un certo senso era, perché, destituiti d'una civiltà propria i Macedoni e insufficienti all'opera di colonizzazione, aprivano con le loro vittorie la via alla diffusione della civiltà greca e all'espansione del popolo greco nell'Oriente. Eccede i termini di questo riassunto di storia greca la narrazione della guerra vittoriosa d'Alessandro in Asia, della distruzione dell'impero persiano, della sua spedizione nell'India. Qui basterà il dire che la conquista e le stesse esigenze che ne nascevano, di governare una moltitudine di uomini smisurata al confronto dell'esiguo manipolo dei Macedoni conquistatori e da essi profondamente diversa, fecero sì che a poco a poco Alessandro tendesse a trasformarsi da re di una tribù di guerrieri, che si sente il camerata, non il despota dei suoi commilitoni, in monarca alla maniera orientale, lontano dai sudditi di cui è padrone assoluto. Con questa trasformazione che s'operava in lui andava di pari passo il suo tentativo di fondere Greci e barbari, mescolando gli uni e gli altri nell'esercito, e stringendoli con parentadi. Tale tentativo, ingenuo insieme e violento, disconosceva la disparità profonda tra il Greco e il barbaro. A una fusione non poteva arrivarsi davvero con questi mezzi esterni, sì attraverso una compenetrazione delle due civiltà, che aprisse ai barbari la conoscenza dell'arte e della scienza ellenica, e permettesse ai Greci d'intendere ed apprezzare le esperienze morali, religiose e politiche dell'Oriente. Ma a questo non si pervenne che assai più tardi attraverso un lento e faticosissimo processo. Il prematuro tentativo d'Alessandro termino con un fallimento completo che già si delineava prima della morte di lui. In Grecia le imprese del Macedone furono seguite con profondo stupore e ammirazione, ma senza quell'entusiasmo che aveva destato l'impresa vittoriosa dei padri. La pericolante libertà e la caduta di Tebe smorzavano l'entusiasmo; per quanto, come è naturale, mercanti, soldati, avventurieri d'ogni specie accorressero da tutte le parti della Grecia allora e poi a porsi al servizio del nuovo impero e soprattutto a popolare le numerosissime colonie fondate da Alessandro, e più tardi dai successori nella regione conquistata. Ma l'esempio ammonitore del passato ritenne per molti anni Atene dal tentare la rivincita, e gli stessi patrioti che più lavoravano, come Demostene, a prepararla, erano i primi a impedire, a costo della propria popolarità, ogni tentativo avventato, che avrebbe potuto esporre Atene alla sorte di Tebe. Un tentativo d'insurrezione fu fatto invece da quella città che, da Filippo volutamente risparmiata, sola si era tenuta fuori della lega ellenica: Sparta. Prima che l'ultima resistenza persiana fosse doma, aiutata di denaro e navi persiane, Sparta insorse (331), ma essa era nello stesso Peloponneso circondata da nemici, né poteva procedere oltre senza aver prima fiaccato la città, che gli Arcadi ed Epaminonda avevano eretto appunto a baluardo contro di lei, Megalopoli. La resistenza di Megalopoli, che il re di Sparta Agide assediò, diede tempo ad Antipatro, lasciato da Alessandro al governo della Macedonia, di accorrere con forze preponderanti nel Peloponneso, prima che la ribellione dilagasse; e la vittoria di lui sopra gli Spariani presso Megalopoli, dove Agide morì combattendo, domò l'insurrezione e costrinse anche Sparta ad accedere alla lega, che abbracciò così tutta intera la penisola greca. Ma quando la lega ebbe assolto il compito, che Alessandro le assegnava, di fornire la giustificazione alla sua guerra panellenica, il re non ebbe più bisogno di usare alcun riguardo agli antichi alleati; volle che essi si riconoscessero ormai suoi sudditi, come gli Asiatici e come i Macedoni. Perciò impose a tutti i Greci di onorarlo quale dio (324). Non si trattava di un capriccio brutale di despota, come poté ad esempio apparire ai Romani, nelle forme in cui fu preteso, il culto di Caligola. Il culto ellenistico dei monarchi, che, sintesi nuova di concetti orientali e di concetti greci, non germogliava però da motivi veramente religiosi e forse non ebbe mai presso i Greci, come neppure più tardi presso i Romani, eco profonda nelle coscienze, nasceva dall'impossibilità di stabilire tra popoli assuefatti alle libertà repubblicane un sentimento di sudditanza e di lealismo monarchico che separasse il monarca, elevandolo, dal suddito e giustificasse a un tempo la devozione di questo verso di quello, se non per mezzo di una deificazione appunto del monarca. Per allora la coscienza repubblicana era tanto viva che la deificazione si accettò in Grecia con riluttanza estrema, sebbene Demostene fosse egli stesso l'autore della proposta che Atene su questo punto cedesse. Non cedette invece sull'altro punto, sull'ordine dato cioè da Alessandro, trascurando i diritti del sinedrio corinzio, di richiamare dappertutto gli esuli. Era certo un atto di grazia e come tale fu sentito dai moltissimi che se ne avvantaggiavano, ma era anche un atto di sovranità il quale incideva su quelli che erano considerati come i diritti inalienabili d'ogni stato libero; e pareva preludere alla trasformazione delle libere repubbliche greche in municipî macedoni, ma senza quella totale o parziale parificazione al popolo dominante che era la caratteristica dei municipî romani. Questo spiega come gli animi in Atene e in Etolia s'irritassero sempre più a ribellione già prima che Alessandro morisse. Demostene, risoluto sempre a frenare le impazienze, fu travolto, in occasione dei banali incidenti sorti per la fuga in Atene del tesoriere di Alessandro, Arpalo, dalla coalizione degli avversarî che aveva e fra gli amici della Macedonia e fra i più temerarî assertori della libertà. La coalizione era capitanata da Iperide, il quale, andato in esilio Demostene, divenne l'uomo più potente d'Atene.

Dalla guerra di Lamia alla battaglia d'Ipso. - La morte di Alessandro, sopravvenuta quasi improvvisamente a Babilonia nel 323, mentre egli era ancora nel fiore dell'età, precipitò l'impero in una terribile crisi e fece insorgere in Grecia, guidati da Atene, gli avversarî della Macedonia. Demostene, che dimentico dei torti ricevuti predicava nel Peloponneso la guerra della libertà, fu richiamato in patria e vi ritornò trionfalmente e diresse insieme con Iperide la politica ateniese durante la nuova guerra, che fu detta guerra di Lamia. La sconfitta della federazione ellenica a Cheronea aveva già dimostrato l'inferiorità militare dei Greci collegati di fronte ai Macedoni nella piena acme della loro potenza. Ora la conquista dell'Asia, con gl'immensi tesori che metteva a disposizione del vincitore e con le armate da guerra che si erano venute creando nei porti greci e fenici dell'impero, rendeva la superiorità dei Macedoni anche più schiacciante. Sicché le speranze di successo dei confederati greci, anche se la sorpresa degli avversarî e la perizia dei generali assicuravano loro qualche vittoria, non potevano fondarsi che sulla crisi dell'impero macedonico, la quale, già latente nei contrasti che si delinearono durante gli ultimi anni di Alessandro, non tardò a scoppiare. Ma il breve ritardo con cui scoppiò e la precipitazione con cui i Greci, esasperati dagli ultimi provvedimenti di Alessandro, presero le armi, permisero ai Macedoni di soffocare la ribellione. Consapevoli del comune interesse a domare la Grecia, gli ufficiali macedoni che reggevano le sorti del vasto impero frenarono le loro rivalità per vincere i ribelli. Ancora i dissensi tra loro non s'erano acuiti al punto da usare gli uni contro gli altri come arma il sentimento autonomista e repubblicano della Grecia. Ora al soccorso di Antipatro, il governatore della Macedonia, che dai confederati, per il vantaggio della momentanea superiorità delle forze, era stato assediato in Lamia, mossero dall'Asia prima Leonnato, poi, caduto Leonnato in battaglia, dopo aver dato ad Antipatro il modo di disimpegnarsi dall'assedio, Cratero, il reggente dell'impero. L'enorme preponderanza di forze che avevano ora i Macedoni diede ad essi la vittoria sui collegati a Crannone. Dopo la quale, avendo i vincitori offerto la pace alle singole città ribelli, mentre rifiutavano di trattare con la lega, questa si sfasciò e Atene si trovò sola, come dopo Cheronea e dopo la caduta di Tebe, dinnanzi al nemico. Ma ora non aveva più la superiorità navale che potesse assicurarle una pace onorevole. La prevalenza del numero, che, ancora intatto l'impero, possedeva l'armata macedonica, aveva permesso all'ammiraglio Clito di riportare sulla flotta ateniese la vittoria decisiva di Amorgo, ponendo fine per sempre alla supremazia ateniese nell'Egeo, sebbene gli Ateniesi per conservarla, con uno sforzo di guerra quale non avevano più attuato dopo la battaglia delle Arginuse, avessero messo in mare 170 triremi. Atene dunque dovette piegare al vincitore (322). Il quale impose la condanna dei responsabili maggiori della guerra, l'abolizione della democrazia, la limitazione della piena cittadinanza alla classe più abbiente. Siffatto ordinamento reazionario, istituito con la violenza, non poteva essere mantenuto che con la violenza; e perciò un presidio macedonico fu introdotto in Munichia, la collina che domina il Pireo. Ordinamenti analoghi furono introdotti nel resto della Grecia. La lega corinzia non si ricostituì. Caduta la larva delle libere repubbliche confederate, sotto l'egemonia d'un re macedone, per la lotta nazionale contro il barbaro, la Greeia era ridotta palesemente in condizioni di sudditanza; e per mantenervela si contava sulla rivalità delle classi, legando la classe più abbiente al dominatore, che solo poteva conservarle il potere contro le masse ricalcitranti e solo poteva impedire le vendette cui queste anelavano. Ma era così soppresso l'appoggio morale che la Grecia unita poteva dare all'unità dell'impero e, col dissenso reso permanente e acuito tra Greci, trasformata la Grecia nel terreno più adatto a fomentare e incancrenire le lotte per il primato, che s'iniziarono subito dopo tra gli ufficiali di Alessandro, e che condusserti alla stabile scissione dell'impero. In Grecia rimaneva ancora in armi contro i Macedoni l'Etolia, che allora era divenuta ma delle maggiori potenze elleniche quando scoppiò la prima delle grandi crisi che distrussero l'unità imperiale. Senza analizzare le ragioni profonde di tale crisi (v. diadochi), qui basti dire che una delle ragioni principali fu l'impossibilità per la Macedonia, specie così moralmente separata dalla Grecia come era, sia di governare dalla sua posizione eccentrica il vasto impero, sia di acconciarsi ad essere la lontana provincia di un impero avente il suo centro a Babilonia. Queste tendenze separatistiche della Macedonia furono impersonate, sebbene non del tutto consapevolmente, da Antipatro, quando, insieme col reggente Cratero, col satrapo d'Egitto Tolomeo e con altri governatori macedoni, prese le armi contro Perdicca. Perdicca all'incontro rappresentava, sia pure a proprio profitto, la tendenza unitaria, esercitando e volendo esercitare come primo ministro nell'impero la massima autorità, in nome dei due re, il figlio postumo di Alessandro e il deficiente fratello di lui, Filippo Arrideo. Antipatro che era passato in Asia, dopo l'assassinio di Perdicca e il trionfo dei coalizzati (321) riconosciuto come reggente, tornò in Europa conducendo seco i due re (320) e diede così un altro colpo all'unità dell'impero e al prestigio della dinastia. Quando morì (319) lasciando la reggenza ad un anziano ufficiale macedone, Poliperconte, anziché al proprio figlio Cassandro, egli credette di aver servito fedelmente i suoi re. Ma la lega che si strinse immediatamente contro Poliperconte fra i più potenti governatori ai quali aveva aderito Cassandro, che godeva il favore di non pochi tra i Macedoni rimasti nella madre patria e nei presidî della Grecia, mostrò quale opera di dissoluzione avesse fatto, nolente, Antipatro.

Poliperconte, il cui potere vacillava, cercò di consolidarlo appigliandosi nella Grecia a una politica del tutto opposta a quella seguita dal predecessore, proclamando cioè la libertà delle città greche e ristabilendovi la democrazia. Le lotte di classe e di partito arsero allora terribilmente nella penisola e non mancarono vittime, tra cui la più nobile Focione (318), che aveva capeggiato in Atene il governo reazionario. E certo, se Poliperconte fosse riuscito a stringere in saldo legame la Macedonia e la Grecia, soddisfatta nelle sue aspirazioni repubblicane e democratiche, avrebbe anticipato d'un secolo l'opera di Antigono Dosone, ciò che le avrebbe permesso di consolidarsi prima dell'intervento romano. Ma Poliperconte era contrastato da gran parte dei Macedoni e i suoi avversarî trovarono ascolto nella stessa famiglia reale. Alla regina Euridice parve che non valesse la pena di mettere in pericolo la dinastia e l'unità dello stato perché il potere spettasse a Poliperconte piuttosto che a Cassandro, e si accordò con Cassandro, credendo più facile di poter esercitare, d'intesa con lui, un'autorità effettiva, in nome del deficiente marito, Filippo Arrideo. A tutela peraltro dei diritti, messi così a pericolo, del fanciullo Alessandro, intervenne, con l'aiuto di Poliperconte e delle armi epirote, la madre di Alessandro Magno, la regina Olimpiade. Il prestigio che la vedova di Filippo godeva tra i Macedoni diede senz'altro nelle sue mani la Macedonia. Ma la ferocia delle sue vendette contro Euridice e Filippo Arrideo (317), che essa mise a morte, contro la famiglia di Antipatro, contro molti maggiorenti macedoni, che le erano stati avversarî, alienò rapidamente da lei gli animi dei sudditi. Sicché Cassandro poté tornare in Macedonia, assediarla in Pidna, costringerla a capitolare e farla mettere a morte (316). Il fanciullo Alessandro fu da lui tenuto prigioniero in Anfipoli, e fu menomato così quel pegno dell'unità dell'impero, che era costituito dalla dinastia degli Argeadi e dalla lealtà verso di essa di tutti i Macedoni. Queste vicende e la resistenza dei reazionarî greci, ormai strettamente legati a Cassandro, impedirono che la democrazia trionfasse, nonostante il proclama di Poliperconte. E nella stessa Atene dove Cassandro, grazie all'appoggio dell'ufficiale che comandava il presidio di Munichia, era riuscito a conservare il Pireo, si dovette venire a un accordo, con cui s'insediava un governo oligarchico, più moderato però di quello istituito da Antipatro. Ne fu a capo, con poteri che, senza violare la costituzionalità delle forme, si accostavano a quelli di un tiranno, un esperto e prudente uomo di stato, Demetrio di Falero (317). Cassandro infatti può dirsi l'iniziatore di quel ripristino delle antiche tirannidi in Grecia, che si protrasse per circa tre quarti di secolo. I nuovi tiranni non desumevano il loro potere dalle forze endogene delle città, ma erano nel fatto, anche se non ne portavano il nome, anche se più o meno rispettavano le forme costituzionali, governatori macedoni, i quali spesso avevano l'appoggio di presidî. Istituzione questa che poté momentaneamente servire agl'interessi macedonici, che però, stante la tradizionale avversione dei Greci ad ogni potere arbitrario, tenne invece desto il sentimento antimacedonico e preparò nella seconda metà del sec. III il dilagare del movimento repubblicano. Per allora Demetrio di Falero diede ad Atene la pace e la tranquillità dopo tante lotte, assicurandole così un benessere materiale che forse non aveva più conosciuto dopo l'età di Pericle. Ma questo non bastava a legare né gli Ateniesi né i Greci alla causa di Cassandro. Lo spirito che aveva animato le leghe elleniche di Demostene e d'Iperide vigoreggiava sempre in Grecia. Quando Cassandro si coalizzò con altri governatori macedoni contro il più potente dei governatori, Antigono (315), che, signore di gran parte dell'Asia, minacciava di ricostruire a proprio profitto l'unità dell'impero di Alessandro, Antigono si valse del sentimento repubblicano come di leva per scuotere nella penisola l'autorità dell'avversario. E in Grecia imperversarono più che mai le lotte fra le varie tendenze e i diversi potentati macedoni che le patrocinavano, né le acquietò la pace conclusa nel 311 fra Antigono e i suoi avversarî, in cui tra l'altro una clausola sanciva l'autonomia delle città greche e un'altra riconosceva come re il giovane Alessandro, che Cassandro si affrettò poco dopo a togliere di mezzo. L'autonomia delle città greche fu proclamata ancora una volta da Tolomeo d'Egitto (308), il quale se ne valse per cercare d'estendere in Grecia la sua autorità, occupando Corinto e Sicione. Poi si rinnovò la lotta fra Antigono e Cassandro. Antigono riprese su larga scala in Grecia la propaganda autonomistica e repubblicana, e riuscì a strappare a Cassandro Atene (307), che accolse a braccia aperte il figlio di Antigono, Demetrio, poi delto Poliorcete, quando si presentò con una forte squadra navale al Pireo e cacciò il presidio macedonico da Munichia. Mentre Demetrio di Falero prendeva la fuga, in Atene si restaurava la democrazia e Demetrio Poliorcete era proclamato salvatore e colmato d'onori. La lotta per restaurare la libertà e difendere la libertà restaurata si fece più aspra allorché, rinnovatasi la coalizione contro Antigono e richiamato Demetrio dal padre in Asia (306), Cassandro ne profittò per ricuperare nella penisola il terreno perduto. L'assunzione del titolo di re da parte di Antigono e Demetrio prima, poi per parte di Tolomeo, Seleuco, Lisimaco e Cassandro (il quale legittimava così il possesso effettivo ch'egli già aveva della Macedonia), segnò lo sfasciamento in varî stati del grande impero macedonico, ma non diede pace alla Grecia, in cui il Poliorcete accorse nuovamente con forze per respingere Cassandro che assediava ormai Atene (304). Vittorioso di Cassandro, Demetrio parve rinnovare per un momento con maggiore consistenza l'opera di Filippo e d'Alessandro Magno ricostituendo la lega corinzia sulla base delle autonomie e democrazie da lui restaurate e difese.

Dalla battaglia d'Ipso alla morte di Pirro. - La labilità di questa restaurazione apparve peraltro poco dopo, quando, sconfitti Antigono e Demetrio nella battaglia d'Ipso in cui Antigono perdette la vita (301), il sogno di dominazione di Antigono rovinò. Allora una buona parte dei Greci e prima di tutti gli Ateniesi si staccarono senz'altro da Demetrio cercando di conservare libertà e democrazia con destreggiarsi tra lui e Cassandro. La Macedonia, ridotta alle sole sue forze, privata di tutta quella balda gioventù che era andata a stabilirsi in Asia e in Egitto, incapace di riconquistare il dominio dell'Egeo, che Demetrio deteneva ancora con le reliquie delle armate e dei tesori paterni, non era in grado di assoggettare la Grecia ai suoi voleri, ma poteva essere sufficiente a frenare l'invadenza di Demetrio. La morte di Cassandro, avvenuta poco dopo (297), e la fine prematura del suo figlio primogenito Filippo IV con i torbidi che seguirono, con l'indebolimento prodotto dall'affermarsi della vicina potenza epirotica sotto la guida del geniale Pirro, diedero occasione a un nuovo intervento di Demetrio Poliorcete nella Grecia, il quale riuscì ad occupare Atene (294) e poi, ucciso uno dei figli di Cassandro e costretto l'altro alla fuga, ad assidersi sul trono di Macedonia. Per un momento dovette parere che l'unità della Macedonia e della Grecia si realizzasse nuovamente e che questa volta il legame ormai antico di Demetrio con le democrazie greche permettesse di darle una salda base. In realta Demetrio, appena sul trono di Macedonia, riprese la tradizione dei predecessori, cominciò ad accostarsi agli oligarchici e a svelare le sue mire imperialistiche, lasciando cadere le simpatie repubblicane, di cui s'era servito per acquistare terreno e partigiani in Grecia. Ma in tal modo egli preparò a sé la sorte che aveva preparata alla famiglia di Cassandro. Gli altri re macedoni, particolarmente Tolomeo di Lago e Seleuco, quando vollero agire contro di lui, insospettiti delle sue mire imperialistiche e temendo che egli rinnovasse il sogno ambizioso del padre, trovarono facile alleanza nel sentimento repubblicano in Grecia, specie in Atene, che insorse contro Demetrio nel 287. Mentre Pirro e Lisimaco gli strappavano la Macedonia, mentre gli si ribellavano quelli tra i Greci su cui più egli contava, il Poliorcete cercò di ricostruire la sua potenza con un audace tentativo in Asia, dove finì miseramente prigioniero di Seleuco la sua vita di avventuriero, lasciando al figlio Antigono detto Gonata i possessi che gli rimanevano nella Grecia e nell'Egeo. E nella Grecia disunita si continuò a combattere senza che ai contrasti potesse trovarsi una soluzione negli anni successivi in cui la Macedonia fu tenuta dal generale macedone che occupava con titolo di re la Tracia e buona parte dell'Asia Minore, Lisimaco. Né le cose cambiarono gran fatto quando, caduto Lisimaco combattendo contro Seleuco nella battaglia di Corupedio (282 o 281) e assassinato Seleuco, la Macedonia cadde in potere di Tolomeo detto Cerauno, figlio di Tolomeo di Lago. Ma allora sopravvenne dal nord un nuovo nemico, i barbari Celti (280). Tolomeo Cerauno perì combattendo con essi e la Macedonia precipitò nell'anarchia. Orde di Celti invasero la Grecia dove, nonostante la resistenza opposta dai Greci alle Termopile, superarono i passi e si avanzarono saccheggiando fino a Delfi (279). Qui però incontrarono per parte dei Delfî e degli Etoli valida resistenza e dovettero iniziare una ritirata che fu per essi disastrosa. Comunque, lasciate per ora in pace la Macedonia e la Grecia, i Celti dilagarono nella Tracia meridionale dove la morte di Lisimaco e di Tolomeo Cerauno aveva scosso il dominio macedonico, donde poi passarono più tardi nell'Asia Minore. Il più potente dei dinasti greci di allora, Pirro, re d'Epiro, era lontano, e combatteva in quegli anni con varia fortuna per la difesa dell'ellenismo in Italia contro i Romani, in Sicilia contro i Cartaginesi. Della sua assenza e dell'anarchia in cui la Macedonia era caduta profittò Antigono Gonata, che, chiusa la sua lotta con Antioco di Siria, il figlio e successore di Seleuco, e voltosi definitivamente dall'Asia all'Europa, riportò sui Galli una grande vittoria a Lisimachia sull'Ellesponto, e, aiutato dal prestigio che quella vittoria gli diede, ricuperò il regno paterno. Tale suo successo fu per un momento messo in forse da Pirro, il quale, tornato in Grecia col prestigio che le sue guerre in Occidente, anche se non sempre vittoriose, gli avevano assicurato, strappò facilmente ad Antigono la Macedonia, e parve sul punto di unificare la Grecia. Ma sarebbe stata ad ogni modo unificazione instabile, perché basata soltanto sulla sua valentia di soldato e sulla potenza militare degli Epiroti. Il suo sogno di dominio si chiuse col vano tentativo su Sparta e con la sorpresa da lui tentata in Argo, frustrata da Macedoni e Spartani per una volta collegati, dove trovò la morte (273 o 272).

Le leghe etolica e achea e il risveglio repubblicano. - Ciò che caratterizza la storia greca dalla metà del sec. IV è il partecipare ad essa in misura sempre maggiore di popolazioni greche rimaste più addietro nella civiltà, a mano a mano che facevano proprî i progressi civili delle altre stirpi. Prima di tutti, i Macedoni. Quando peraltro essi, dopo le varie crisi dinastiche e la morte di Pirro ripresero, sotto la guida di Antigono Gonata che diede nuovamente unità alla Macedonia, il loro sforzo per il predominio nella Grecia, si trovarono a combattere con difficoltà assai più gravi di quelle incontrate da Filippo II. Infatti due altre stirpi greche, di poco conto ai tempi di Filippo, partecipavano allora alle vicende della nazione e cercavano anzi di avervi una parte decisiva: gli Epiroti e gli Etoli. Gli Epiroti erano simili ai Macedoni per spirito militare e anche per aver conservato, quasi soli tra i Greci, i loro ordinamenti monarchici con la dinastia degli Eacidi. Ma il paese era assai più disunito che non la Macedonia, e gli ordinamenti monarchici si erano conservati solo o quasi in una delle tribù costituenti il nocciolo del popolo epirotico: i Molossi. Nelle altre parti dell'Epiro propriamente detto, la Caonia e la Tesprozia e più nelle regioni circostanti che in vari momenti furono ad esso incorporate, s'era già radicato lo spirito repubblicano; così in Ambracia, la colonia corinzia che Pirro fece sua capitale. Perciò l'Epiro, nonostante i copiosi elementi di forza e di ricchezza, subì, in misura assai maggiore della Macedonia, l'efficacia delle tendenze disgregatrici, e vera potenza fuori dei proprî confini non ebbe se non quando tali tendenze furono tenute a freno dall'energia e dal valore di un re geniale come Pirro. Subito dopo la morte di Pirro esso decadde a potenza di second'ordine, ma fu ancora per lungo tempo, sotto il re Alessandro, figlio e successore di Pirro, rispetto alla Macedonia, un vicino gagliardo e incomodo, quale non era stato ai tempi di Filippo e d'Alessandro. Più dell'Fpiro erano pericolosi gli Etoli. Questa stirpe, semibarbara ancora sullo scorcio del sec. V, si era venuta incivilendo specie a partire dalla metà del sec. IV. Il nocciolo della sua forza era costituito dalla lega fra le tre tribù degli Ofionei, Apodoti ed Euritani. Sul mare essi non ebbero uno sbocco importante che sotto Filippo II con l'occupazione di Naupatto. L'Etolia, salvo la parte più meridionale attorno a Calidone e a Pleurone, era abitata per villaggi (κατὰ κὼμας), quindi centri cittadini non vi ostacolarono, come nella Beozia o nella Tessaglia, il formarsi di una lega regionale (κοινόν) che, pur rispettando le autonomie locali, era però uno stato saldo e compatto. Una lega di tal fatta, in cui le tendenze disgregatrici non sussistevano o solo in misura scarsissima, era nella Grecia cosa nuova. Dandosi, non sappiamo quando precisamente, una tale costituzione, gli Etoli avevano utilizzato e superato le esperienze fatte dalle poleis e dalle leghe greche nel corso dell'età classica. Il loro ordinamento del sec. III gli Etoli dovevano già sostanzialmente possederlo al tempo della guerra di Lamia, quando parteciparono alla lega ellenica e si dimostrarono i più strenui e irriducibili avversarî della Macedonia. Poi, intromettendosi con varia fortuna nelle lotte fra i Diadochi, e specie resistendo vittoriosamente a Demetrio Poliorcete, allargarono i loro confini e il loro influsso. Essi costituivano già lo stato più potente di tutta la Grecia centrale e meridionale al tempo dell'invasione gallica, cui opposero la più valida resistenza. Questa resistenza non solo permise loro di acquistare nuovo terreno, ma confermò ad essi, al posto della Macedonia, il predominio nell'anfizionia delfica, che detennero quasi per un secolo. Frattanto, poco prima o poco dopo il 279, gli Etoli vennero incorporando nel loro territorio buona parte delle popolazioni minori della Grecia centrale, specie quelle abitanti intorno al monte Eta, compreso anche il mezzogiorno della regione tessala. Sicché la Macedonia, quando si riorganizzò sotto Antigono Gonata, li trovò padroni delle Termopile e fu obbligata a fare con essi i suoi conti. Altro pericolo contro cui la Macedonia doveva combattere in questa età era la rinnovata pressione ai suoi confini di popolazioni barbare, tracie ed illiriche, premute esse stesse da quella stirpe barbarica che si era di recente stabilita nella penisola balcanica e vi aveva fondato l'impero di Tylis: i Celti. Inoltre presso i Macedoni era tuttora vivo lo spirito monarchico; ma, caduta la dinastia degli Argeadi e quella di Antipatro, la nuova dinastia degli Antigonidi aveva ancora da prender piede nella regione. Pure accolto con largo favore dai Macedoni, che da lui avevano sperato la loro rinascita, Demetrio Poliorcete non aveva saputo guadagnarsene gli animi. Aveva portato in Macedonia le sue consuetudini e le sue ambizioni di avventuriero e di principe ellenistico, invece di prendere quel tono di monarca paternalistico, che solo si confaceva al carattere ed alle tradizioni dei Macedoni. Da ciò la poca saldezza del suo dominio, onde la Macedonia andò con proprio danno travolta di nuovo nelle lotte fra i dinasti. Ma Antigono Gonata, superiore per questo al padre, di quanto gli era inferiore per genialità, fu un principe alla maniera di Filippo II, solo più temperato e più colto. Caposaldo della sua politica fu prima di tutto l'amicizia con gli Etoli. Misurata ormai la potenza di questa lega nel pieno vigore della sua forza espansiva, egli credette necessario evitare qualsiasi cozzo con essa, e lasciare che organizzasse a sua posta l'anfizionia e i territorî nuovamente acquistati. Salvo questa rinunzia, egli intendeva nel resto riaffermare nella Grecia il primato macedonico. Ma Filippo e Alessandro si erano sforzati di dare a quel primato un contenuto ideale. L'egemonia di Antigono non aveva nessun contenuto ideale; era come la spartana dopo la pace di Antalcida: l'egemonia per l'egemonia. E si esercitava poi nel modo più odioso per il sentimento greco, instaurando, nelle varie città, dei tiranni che ne assicurassero la devozione alla Macedonia. L'esempio era stato dato da Cassandro, ma nessuno lo attuò con tanta coerenza e in sì larga misura come Antigono Gonata. E l'effetto fu non solo di tenere sempre vivo nell'animo dei Greci lo spirito repubblicano e antimacedonico, ma di preparargli a quando a quando, se la tirannide era o sembrava farsi più oppressiva, bruschi e fattivi risvegli. Altro caposaldo infine della politica di Antigono Gonata era il curare la potenza navale della Macedonia. Egli aveva ereditato da Demetrio Poliorcete una notevole armata da guerra, e di questa si era valso per combattere Tolomeo Cerauno ed Antioco. Anche ora, rinunziato al predominio in Asia, e instaurata quella politica di amicizia con i Seleucidi, che fu poi tradizionale nella casa reale di Macedonia, dell'armata egli si servì per contendere con varia fortuna il dominio dell'Egeo ai Tolomei. Questi di contro cercavano di asserirlo a sé, per poter influire sulle cose di Grecia e d'Anatolia assicurando al commercio egiziano quegli sbocchi di cui aveva bisogno. La politica navale di Antigono, peraltro, acuiva il contrasto con i Tolomei e ne faceva i naturali protettori delle tendenze repubblicane di Grecia, anche se essi, seguendo in ciò le sagge direttive di Tolomeo di Lago, evitassero di impegnarsi troppo a fondo nella penisola. La più vasta insurrezione dei repubblicani greci contro Antigono fu quella che è conosciuta col nome di guerra di Cremonide, dall'uomo politico ateniese che vi ebbe una parte direttiva. Con Atene, che aveva goduto a partire dal 287 un ventennio di libertà, si unì ora Sparta, che dopo aver partecipato vigorosamente sotto il re Areo I alla guerra contro Pirro e contrihuito al disastro di Argo, in cui crollò la potenza epirotica, aveva riacquistato nel Peloponneso un'autorità non più raggiunta dai tempi di Epaminonda. Essa aveva trovato alleati dovunque una città peloponnesiaca era riuscita a rovesciare la tirannide stabilitavi da Antigono. Ora la potenza marittima, che un tempo aveva portato Atene come più valido contributo proprio alle leghe elleniche per la libertà, fu sostituita dall'appoggio che diede ai collegati con l'armata egiziana Tolomeo II Filadelfo, il successore di Tolomeo di Lago. Ma il Pireo era in mano dei Macedoni fin dal tempo di Demetrio Poliorcete. E i Macedoni occupavano Corinto con la sua rocca e tenevano saldamente la linea dell'istmo. Né gli Egiziani poterono soccorrere Atene dalla parte di mare, né gli Spartani superare sull'istmo le linee macedoniche. E in tale tentativo Areo fu sconfitto e morì combattendo presso Corinto (264). Sicché anche questa lotta per la libertà terminò per gli Ateniesi come le precedenti, in modo anzi più grave, in quanto dopo la capitolazione (263), che li mise interamente in potere di Antigono, ne rimasero prostrate le forze e gli animi, come non era avvenuto sino allora; e Atene cessò da questo momento, può dirsi, di essere l'Atene di Demostene, il centro ideale dei Greci che amavano la libertà. Non molto dopo una vittoria decisiva di Antigono presso Coo sulla flotta egiziana parve rinsaldare definitivamente il predominio macedonico. Tanto più che anche la potenza spartana era stata fiaccata da un altro colpo, la rotta e la morte di Acrotato, successore di Areo, presso Megalopoli, in una battagliȧ contro gli Arcadi, alleati della Macedonia.

Ma, nonostante tanti disastri, lo spirito di libertà era nella Grecia ancora vivo. Esso si era affermato, quasi inavvertitamente, nel cantone settentrionale del Peloponneso, l'Acaia, dove le città achee, a partire dal 281-280, s'erano a poco a poco organizzate in un saldo stato federale, costituito sull'esempio di quello che dall'altra parte del golfo corinzio avevano formato i vicini Etoli. Probabilmente Antigono non ascrisse a questo fatto che importanza assai scarsa; ma il fatto acquistò un rilievo tutto nuovo, quando il giovane Arato, un sicionio appartenente a una famiglia ehe aveva avuto in Sicione il dominio, ucciso il tiranno che allora vi spadroneggiava in nome di Antigono, ristabilì nella patria le istituzioni repubblicane. Anche questo poteva parere un incidente banale, una delle vicende comuni della turbolenta vita greca di allora. Ma si trasformò in un evento decisivo nella storia greca, quando Arato, superando i pregiudizî del municipalismo autonomistico, unì Sicione alla lega achea e fece che questa cessasse di essere una semplice lega cantonale. Con ciò egli si rese il capo ideale della lega e ne iniziò quella espansione per cui, a poco a poco, incorporò tutto il Peloponneso e divenne la massima potenza ellenica. Ma questo non si attuò che attraverso tappe successive e in mezzo a gravi e crescenti difficoltà. Contenuto e scopo di tutta la prima parte della vita politica di Arato fu la lotta spietata contro i tiranni, che s'identificava con la lotta contro la Macedonia. Egli trovò sulle prime un alleato in Alessandro, figlio di Cratero, governatore dei possessi greci di Antigono e particolarmente di Corinto e di Calcide. La ribellione di Alessandro fu per la Macedonia un colpo assai grave, perché essa si trovò così separata dai suoi amici ed alleati peloponnesiaci. Ed anche quando la morte di Alessandro permise ad Antigono di ricuperare il possesso importantissimo di Corinto, non fu che un vantaggio passeggero. Arato con l'aiuto dei repubblicani corinzî riuscì a occupare per sorpresa nel 242 la città e la rocca dell'Acrocorinto. Nel tempo stesso la lega achea si estese a Megara e a parte dell'Argolide. Fu grave iattura per il dominio macedonico nel Peloponneso. Contemporaneamente, non sappiamo bene tra quali precise contingenze, subiva per opera dell'Egitto un grave colpo il predominio macedonico nel mare Egeo. Sicché, quando Antigono venne a morte, circa il 240, se gli era pienamente riuscita l'opera di riorganizzazione della Macedonia, la sua politica greca, nonostante le vittorie terrestri della guerra di Cremonide e la sua vittoria marittima di Coo, poteva dirsi interamente fallita. Della sua amicizia gli Etoli avevano approfittato per estendere la propria potenza, sottoponendo al loro predominio con la vittoria di Cheronea (245) anche la Beozia, onde nella Grecia centrale, oltre l'Eubea, non rimaneva ad Antigono che il fiacco appoggio di Atene. E nel Peloponneso i suoi alleati si trovavano indifesi di fronte all'espansione dell'Acaia promossa da Arato.

La politica del successore di Antigono, Demetrio detto l'Etolico, fu necessariamente diversa da quella del padre. La Macedonia, a cui i vicini barbari creavano difficoltà sempre maggiori, non aveva, abbandonata a sé, forze sufficienti per mantenere accanto alla sua supremazia terrestre quella supremazia marittima, che al tempo di Filippo non aveva avuta. Demetrio pertanto lasciò decadere l'armata macedonica e volse i suoi sforzi sia alla difesa contro i barbari, in particolare i Dardani e gl'Illirî, sia alla lotta per l'egemonia terrestre in Grecia. In questa lotta da allora innanzi la Macedonia non fu contrastata se non assai mollemente dai Tolomei, così per quel generale infiacchimento della politica egiziana che comincio a manifestarsi sotto l'apparente floridezza dopo i primi anni del terzo Tolomeo, l'Evergete, come per il decadimento dell'armata macedonica che permise ai Tolomei di consolidare, senza bisogno di ulteriori sforzi, il loro predominio sull'Egeo. Ma anche, per rinnovare il tentativo di egemonia terrestre in Grecia, Demetrio abbandonò la politica del padre. Si avvide che gli conveniva a tal fine fiaccare il predominio acquistato dagli Etoli nella Grecia centrale, cercando prima di tutto di aprirsi i passi che vi conducevano e raccogliere intorno a sé i malcontenti che l'espansione etolica aveva creato. Rotta l'innaturale alleanza con gli Etoli, egli trovò peraltro strette contro di sé le due maggiori leghe repubblicane della Grecia, l'etolica e l'acaica. Scoppiò così quella violenta guerra contro gli Etoli e gli Achei, che da lui prese il nome di guerra demetriaca.

Ne fu forse occasione l'estendersi del moto repubblicano nella Grecia settentrionale. Venuto a morte Alessandro, il figlio di Pirro, nell'Epiro la dinastia degli Eacidi, sebbene sentendosi debole fosse ricorsa all'appoggio della Macedonia, fu travolta, e, istituita una repubblica federativa con centro a Fenice, l'Epiro si alleò con gli Etoli, mentre a sud Ambracia, la vecchia capitale di Pirro, con le regioni vicine veniva incorporata allora o poco dopo nella lega etolica. Solo una piccola parte degli Acarnani con l'appoggio della Macedonia difese ostinatamente contro gli Etoli la propria indipendenza. E tuttavia i successi di Demetrio sulle leghe repubblicane confederate non furono lievi. Egli riacquistò terreno contro gli Etoli sia in Tessaglia sia nella Grecia centrale, dove strappò ad essi la Focide e la Beozia, riuscì a conservare Atene, nonostante gli assalti e la propaganda repubblicana degli Etoli e degli Achei, e per mezzo del suo generale Biti vinse anche i confederati in una grande battaglia. Ma nel Peloponneso, con cui ormai, dominata dagli Achei la linea dell'istmo, non comunicava che con estrema difficoltà, perdette terreno. Gran parte dell'Arcadia venne in mano degli Achei, i quali riuscirono ad acquistare anche Megalopoli (235), che per molti anni era stata come la cittadella del predominio macedonico nel Peloponneso. Ivi infatti il tiranno Lidiade, deposto il potere, proclamò l'unione della città agli Achei, e in compenso fu eletto per l'anno seguente magistrato supremo della lega (stratego). Resisteva ancora Argo, e si tenevano fuori della lega, pur non aderendo alla Macedonia, l'Elide, Messene e Sparta. Nell'occidente della Grecia Demetrio, non potendo intervenire di persona, combattè per mezzo degl'Illirî con cui strinse alleanza, e gl'Illirî inflissero agli Epiroti tali danni che, sebbene l'intervento degli Etolo-achei inducesse poi i barbari alla ritirata, l'Epiro si staccò dalla coalizione antimacedonica, accostandosi, prima agl'Illiri, poi, quando la potenza cirica declinò, alla Macedonia. Mentre così strenuamente si batteva contro i Greci, Demetrio doveva difendersi anche dai barbari che minacciavano dal nord la Macedonia, e particolarmente dai Dardani, i cui assalti lo avevano appunto indotto ad accostarsi agl'Illirî, i quali avevano allora costituito uno stato semicivile di qualche importanza sull'Adriatico meridionale con centro a Scodra. Ma l'alleanza con gl'Illirî non era senza pericolo. Essi ne erano infatti incitati a pirateggiare sempre più arditamente nell'Adriatico e nell'Ionio a danno dei Greci e degl'Italici. A queste piraterie e agli attacchi degl'Illirî contro l'Epiro, l'Acarnania, le città greche di Apollonia e d'Epidamno nell'odierna Albania e l'isola di Corcira, che essi per un momento riuscirono a soggiogare, dopo avere sconfitto presso l'isola di Paxo la flottiglia degli Etolo-achei, non potevano rimanere indifferenti i Romani, i quali dominavano ormai su tutta la penisola italiana a sud di Rimini. Ciò diede occasione al primo intervento romano nella penisola balcanica (229-28) che portò alla piena sconfitta degl'Illirî e all'adesione a Roma di Corcira e delle due colonie greche di Apollonia e d'Epidamno (Dyrrachium) che costituirono una preziosa testa di ponte al di là del canale d'Otranto. Prima di tale intervento Demetrio era morto in battaglia contro i Dardani, lasciando un figlio, Filippo, minore di età. Nel nome di Filippo assunse la reggenza il provetto cugino Antigono, detto Dosone, che prese poco dopo titolo di re. Mentre crollava a occidente la potenza degl'Illirî alleati dei Macedoni e si stabilivano nell'odierna Albania i Romani, parve che quasi tutto crollasse quel che rimaneva del dominio macedonico nella Grecia. Aristomaco, il tiranno d'Argo, abbandonando la causa macedonica, depose il potere e fece adesione alla lega achea. Ribellatosi interamente il Peloponneso, andò perduta per i Macedoni anche l'Attica, perché il comandante macedonico Diogene consegnò il Pireo agli Ateniesi, e gli Ateniesi si vendicarono in liberta. Fu anche quello un momento decisivo, come quello della liberazione di Sicione. Atene poteva aderire alla lega achea, farsi la capitale morale del più importante e civile stato federativo che si fosse mai costituito in Grecia. Invece si tenne separata dalla lega, isolandosi dalla vita politica dei proprî connazionali. Ciò fu per tutta la Grecia e per la stessa Atene danno grave e irreparabile.

La rivoluzione sociale a Sparta e la nuova simmachia macedonica. - Intanto in molta parte della penisola la borghesia meno abbiente, non più forte dell'appoggio del proletariato, a cui i Macedoni e i loro amici s'erano studiati di togliere ogni potere, era andata decadendo e in parte proletarizzandosi. A ciò avevano contribuito i dissesti prodotti dalle guerre, l'asse spostatosi verso Oriente della vita economica del mondo ellenistico e l'esodo dei più attivi e capaci borghesi o proletarî, che attratti dal fascino dell'Oriente vi avevano cercato fortuna, combattendo, mercanteggiando o colonizzando. Più acuta la crisi si manifestò a Sparta dove, conservatosi l'ordinamento che risaliva ai secoli VII e VI, un piccolo numero di cittadini privilegiati si trovava di fronte a un numero assai superiore di cittadini decaduti per la povertà dai loro diritti, accanto ai quali erano, pronti a far causa comune con loro, anche più numerosi, i perieci e i servi della gleba (iloti).

Che in queste condizioni Sparta non potesse senza radicali riforme riprendere un posto direttivo nella politica greca, era chiaro a ognuno, e l'opinione che si aveva intorno all'originaria ripartizione delle terre attribuita a Licurgo agevolava la rivoluzione, in quanto la richiesta di nuova partizione della proprietà fondiaria, che qui le condizioni di fatto rendevano più violenta che altrove nella Grecia, si coloriva di legittimità, quasi un ritorno all'antico. Non deve quindi meravigliare se a Sparta la rivoluzione sociale fu prima tentata da un re generoso ma debole, Agide IV, poi, messo Agide a morte dai reazionarî (241), attuata con ferma e lucida energia da un re geniale e valoroso, Cleomene III (227). La riforma permise a Cleomene di rinnovare la potenza militare di Sparta sia per l'accresciuto numero dei soldati sia per l'entusiasmo loro verso il re liberatore. Effettuata prima, questa riforma avrebbe probabilmente impedito lo sfacelo della lega peloponnesiaca. Ma è naturale che gli Spartani non vi si risolvessero se non quando le più dure esperienze ne avevano dimostrato la necessità.

Ad attuare la rivoluzione sociale in Sparta, Cleomene aveva dovuto assicurarsi l'appoggio dell'esercito, iniziando la guerra contro la lega achea, per una questione di confini con Megalopoli. La guerra, sebbene con alterno successo, era stata nell'insieme vantaggiosa e gloriosa per Sparta. La lega achea, bene organizzata politicamente, era infatti militarmente fiacca, e l'uomo stesso che ne stava a capo, Arato, quanto era esperto politico e astuto cospiratore, tanto era inetto uomo di guerra. E ora, avvenuta la riforma, Cleomene, per consolidarla, s'apprestò alla lotta con lena anche maggiore. E di nuovo gli Achei non resistettero al suo impeto offensivo; presso Megalopoli Arato fu sconfitto e Lidiade, l'antico tiranno di Megalopoli, il migliore ufficiale della lega, cadde combattendo (226). Sotto l'impressione delle sconfitte gli Achei piegarono a pensieri di pace. D'altronde Cleomene non voleva frantumare la lega e neppure ingerirsi nelle sue faccende interne; chiedeva solo di esserne riconosciuto come egemone. Così di colpo Sparta avrebbe riconquistato il predominio del Peloponneso, perduto con la battaglia di Leuttra. Abbandonati alle loro sole forze, non soccorsi dagli Etoli, ingelositi dai progressi della lega achea e ostili, gli Achei, se non volevano rinunziare alla politica antimacedonica seguita fin qui, non avevano altra via che quella di piegare. L'unione dell'Acaia a Sparta avrebbe ridato al Peloponneso l'efficienza antica. Forse però con poco vantaggio della Grecia, essendo sorte nel nord due potenze, l'Etolia e la Macedonia, le quali, anche separate, erano in grado di far contrappeso alla nuova egemonia spartana, e certo non vi si sarebbero sottomesse e non avrebbero potuto coesistere con essa pacificamente. Ma non questi pensieri turbavano Arato e gli Achei, quando ebbero a trattare con Cleomene, sì, oltre e più che le consuete ambizioni o il consueto particolarismo, il terrore della rivoluzione sociale. Perché le classi meno abbienti, stanche dell'oppressione economica, si ispiravano all'esempio spartano e guardavano a Cleomene come a salvatore. Ciò indusse gli Achei a rompere le trattative. La guerra riarse; Cleomene occupò Argo, s'impadronì di Corinto, assediò perfino Sicione. Ed ora, ridotti all'estremo, gli Achei disfecero l'opera cui avevano lavorato con tanta tenacia da trent'anni, richiamarono i Macedoni nel Peloponneso, accettandone l'egemonia. Con le sole sue forze, perché gli scarsi aiuti finanziarî di Tolomeo Filadelfo e di Tolomeo Evergete sono appena da mettere in conto, la Grecia era riuscita a liberarsi quasi interamente dal predominio macedonico, combattendo non contro la Macedonia dilaniata da lotte intestine dei tempi di Cassandro e di Demetrio Poliorcete, ma contro la Macedonia riorganizzata e tenuta saldamente in pugno da Antigono Gonata e Demetrio l'Etolico. Quel che non era riuscito alle leghe elleniche di Demostene era riuscito ai nuovi stati federali dell'Etolia e dell'Acaia, che avevano saputo superare i particolarismi cittadini e s'erano aiutati del poderoso risveglio repubblicano, con cui la Grecia aveva reagito all'assolutismo dei monarchi e all'arbitrio dei tiranni. Ora i Macedoni, esclusi dalla Grecia, vi rientravano non per forza propria, ma chiamati dai Greci stessi come arbitri dei loro dissensi. Ve li chiamavano, perché, se avevano saputo superare l'egoismo cittadino, non avevano saputo superare, come non seppe mai la civiltà antica, l'egoismo di classe. E tuttavia il pericolo, che faceva tremare le classi possidenti peloponnesiache, era più apparente che reale. Cleomene infatti non era un rivoluzionario idealista, che si preoccupasse degl'interessi dei diseredati, dentro o fuori i termini della sua patria. Egli aveva proceduto a una nuova divisione di terre in Laconia, perché era il solo modo di dare a Sparta più numerosi soldati; e d'altronde aveva creduto di rimettere così in vigore la costituzione di Licurgo. Fuori, il proletariato, che aveva sperato da lui la rivoluzione sociale, dovette presto disingannarsi. Egli non era neppure un politico dalla larga visuale, come Demostene, che pensasse di assicurare la libertà della patria mercé la libertà di tutti i Greci; come Lisandro e come Agesilao, Cleomene non si preoccupava che della potenza di Sparta. E appunto per questo, quando Antigono Dosone condusse nel Peloponneso i suoi agguerriti Macedoni, la rinnovata potenza spartana crollò, come era crollata di fronte ad Epaminonda. Non solo tutte le nuove conquiste andarono rapidamente perdute, ma con la decisiva vittoria di Sellasia (222) Antigono s'apriva la via della Laconia e, mentre Cleomene si dava alla fuga, occupava Sparta; la prima volta che Sparta fosse occupata da truppe nemiche. Le riforme di Cleomene furono subito abolite, e cadde con esse il sogno della rinnovata potenza spartana. Ora, chiamato dai Peloponnesiaci, sostenuto dalla simpatia delle classi possidenti, in tutta la penisola e nella stessa Sparta, dove gli avversarî della rivoluzione tornavano al potere, Antigono era veramente l'egemone, in ben altro significato che non fossero stati Filippo o Alessandro. Egli organizzò tutti i suoi alleati di Grecia in una vasta simmachia, che rinnovava e per molti rispetti superava la lega corinzia di Filippo, d'Alessandro e di Demetrio Poliorcete, immettendovi lo spirito della lega ellenica di Demostene. Mentre la lega corinzia aveva abbracciato soprattutto singole città, la nuova lega abbracciava soprattutto stati federali, alcuni ragguardevolissimi per estensione e potenza, come l'Acaia e l'Epiro. Comprendeva inoltre la Tessaglia, l'Eubea, la Locride orientale, la Focide, la Beozia, l'Acarnania libera e finalmente Sparta, privata dei suoi re. A differenza della lega corinzia, mentre in quella quasi tutti i Greci avevano aderito coattivamente ed anelando alla liberazione, qui tutti, o quasi, vi avevano liberamente aderito, riconoscendo a sé necessaria la tutela della potenza macedonica. E mentre la lega corinzia era stata una larva sotto cui Filippo e Alessandro avevano mascherato la loro volontà di dominio, ora la federazione era tutt'altro che un semplice strumento nelle mani dell'egemone, era, sotto l'egemonia macedonica, una unione di popoli liberi. Ordinanze unilaterali, come quelle d'Alessandro, per gli onori divini e per la restituzione degli esuli, sarebbero state impensabili. Sicché tanto sangue non s'era sparso invano, e la Macedonia e la maggior parte della Grecia erano finalmente strette insieme in un organismo, il quale conciliava nel modo più perfetto che fosse fino allora riuscito autorità e libertà, organismo che era, in sé e nelle energie onde era animato, creazione nuova. Sarebbe stato vitale? Da ciò dipendeva l'avvenire della nazione. Una forza peraltro lo minava interiormente, l'egoismo di classe, che troppo aveva influito nel suo costituirsi e gli straniava energie, la cui importanza s'era potuta misurare dalla stessa guerra cleomenica. E dal difuori lo mettevano in pericolo la gelosia e l'avversione della maggior potenza della Grecia centrale, la lega etolica. Anche assai dannoso fu il rimanerne fuori Atene, che, badando agli interessi del momento e non riuscendo a superare l'egoismo particolaristico, continuò a isolarsi dalla politica greca e non diede alla lega il lievito morale delle sue tradizioni gloriose. Esiziale alla lega fu anche la morte prematura di Antigono Dosone che, tornato in Macedonia, aveva riportato un'altra vittoria sui barbari (221-220). Gli succedette il diciassettenne figlio di Demetrio, Filippo V. Di ciò profittarono i Romani per intervenire nuovamente contro gli Illirî (219), che, fiduciosi nel risorgere della potenza macedonica, avevano rialzato la testa. Ora, senza che i Macedoni potessero impedirlo, i Romani regolarono a loro posta le cose dell'Illiria meridionale, e consolidarono con grande vantaggio per l'avvenire il proprio dominio sulle sponde dell'odierna Albania. E gli Etoli alla loro volta, o gli uomini che dirigevano la politica etolica, Scopa e Dorimaco, credettero giunto il momento d'intromettersi nel Peloponneso e di provocar a guerra la lega achea, che pensavano di poter facilmente sopraffare, se la Macedonia non era pronta a soccorrerla. Ancora una volta il particolarismo attentava in Grecia all'unità nazionale, già sulla via di costituirsi, proprio negli anni in cui, caduti i Greci d'occidente sotto il predominio romano, si cominciava già a delineare il pericolo d'un intervento di Roma nell'oriente. L'opera disgregatrice fu iniziata dunque dagli Etoli, gli stessi nei quali i Romani più tardi trovarono efficaci, se non in tutto consapevoli, collaboratori, nell'assoggettare al proprio predominio la Grecia. Rimasti addietro nella civiltà, assuefatti a usare nelle relazioni internazionalì sistemi che ai Greci più progrediti sembravano barbarici, gli Etoli avevano di fronte agli altri Greci seguito di regola una politica egoistica e scarsa d'ideali. Erano stati senza scrupolo amici di Antigono Gonata quando aveva istituito in ogni parte di Grecia delle tirannidi, e quando nella guerra di Cremonide aveva domato sanguinosamente la lega costituita fra Sparta ed Atene per la libertà. Così ora, senza che alcuno li minacciasse, senza nessuna ragione ideale, tentavano di turbare a proprio profitto l'equilibrio raggiunto faticosamente nel Peloponneso. A difesa dei suoi alleati Achei accorse, come era suo dovere e suo interesse, Filippo, e per deliberazione del sinedrio ebbe inizio quella guerra contro gli Etoli, che fu detta la guerra sociale degli Achei. Essa fu combattuta nel tutt'insieme con vantaggio dei confederati, le cui forze erano di gran lunga superiori a quelle degli Etoli; gli Etoli perdettero tutti i possessi che avevano nel Peloponneso e perdettero anche alquanto terreno nella Grecia centrale e nella Tessaglia. Ma nonostante l'attività volonterosa di Filippo mediocremente diretta, sia nel rispetto militare, sia nel rispetto politico, la guerra non diede i risultati che avrebbe potuto. Essa lasciò gli Etoli umiliati e irritati, ma non domi, e li preparò ad essere gli alleati di qualsiasi avversario della simmachia. L'eco delle immani battaglie che si combattevano in Italia fra Romani e Cartaginesi indusse Filippo ad accettare la pace di Naupatto (217) sulla base dell'uti possidetis. Volle le mani libere per intervenire nel grande conflitto tra le repubbliche occidentali; e non pensò egli stesso, e non pensarono i suoi alleati, troppo nella loro deliberazione ligi agl'interessi del momento, che allora sarebbe stato possibile, fiaccare la lega etolica e strapparle il primato nell'anfizionia, strumento ad essa di predominio nella Grecia centrale, assicurandosi così, mercé la consolidata unità greco-macedonica, un influsso decisivo nelle sorti dell'occidente. Inoltre la pace riconosceva la separazione di Sparta dalla simmachia, grave danno facilmente evitabile. Sparta fu infatti d'allora in poi una spina nel fianco della lega achea e si rinnovò, ad onta della riunione di quasi tutto il Peloponneso nella lega, quell'impotenza dei Peloponnesiaci, fuori dei loro confini, che, voluta e attuata da Epaminonda, tutti i re macedoni avevano lasciato sussistere, ritenendola conforme al loro interesse, e che solo Antigono Dosone aveva per pochi anni rimosso con la vittoria di Sellasia.

La conquista romana. - La sconfitta dei Romani a Canne indusse Filippo a stringere alleanza con Annibale, e certo Roma doveva apparire a Filippo assai più pericolosa di Cartagine e sembrargli interesse vitale per la Macedonia strappare ad essa Corcira e i possessi al di là dell'Adriatico. Ma per combatterla efficacemente sarebbe convenuto poterle contendere il dominio del mare. Invece, per la corta vista di Filippo e per l'egoismo delle classi borghesi poco disposte ai sacrifizî, né egli né i suoi alleati avevano provveduto a ricostituire una marina da guerra, sebbene gli eventi occidentali avessero dimostrato l'importanza del predominio navale. Cosi non solo il re non poté intervenire in Italia a favore di Annibale, né prestare il minimo aiuto alle due maggiori città greche dell'occidente, Siracusa e Taranto, che combattevano la loro lotta estrema per la libertà, ma neppure impedire che una squadra romana penetrasse nel mare Egeo (210). Nella stessa penisola greca, forti dell'appoggio romano, si collegarono contro di lui gli Etoli, gli Elei, i Messenî, i Lacedemoni. Ad essi si unì dall'Asia l'attivo e procacciante re di Pergamo, Attalo, che prevedendo i successi dei Romani contava su di loro per allargare il suo piccolo stato. Nessuno di questi si faceva probabilmente un'idea esatta del pericolo romano. Ma in tutti certo le ambizioni e le rivalità particolaristiche soverchiavano d'assai il sentimento della solidarietà verso i loro connazionali, tanto più che non si battevano per difesa, ma erano essi con l'aiuto straniero gli assalitori. Si manifestava in ciò e nell'abbandono in cui da tutti i Greci furono lasciate Taranto e Siracusa quel collasso del sentimento nazionale, che doveva poi essere fattore precipuo dell'asservimento della Grecia ai Romani. I Romani, dopo aver aizzato così contro Filippo tanti nemici, togliendogli la possibilità d'infastidirli nella guerra contro Cartagine, non s'impegnarono a fondo. Si ritirarono presto con la loro squadra dall'Egeo (208-7), e lasciarono che i loro alleati si difendessero per conto proprio. Anche ora Filippo mostrò la sua moderazione, accordando agli Etoli una pace separata (206), che consolidava bensì qualche vantaggio da lui ottenuto durante la guerra, ma non danneggiava sostanzialmente la lega e non le toglieva neppure il predominio dell'anfizionia. A questa pace seguì poco dopo quella con Roma conclusa a Fenice (205), che pose termine alla prima guerra macedonica dei Romani, con apparente vantaggio di Filippo, lasciandogli gli acquisti territoriali fatti in Grecia ed anche qualche poco di terreno acquistato nell'Illiria. Ma il vantaggio sostanziale era dei Romani che potevano ora liberamente condurre a termine la guerra con Cartagine, dopo aver tenuto a bada con poca fatica e poco danno un pericoloso avversario, col quale avrebbero potuto poi riprendere la partita interrotta in condizioni assai migliori. Anche un altro effetto aveva avuto questa guerra. Sparta, riorganizzatasi militarmente sotto Macanida, aveva ripreso i disegni ambiziosì di Cleomene, e, sebbene Filippo avesse fatto il possibile per soccorrere i suoi alleati, circondato com'egli era da tanti nemici e inceppato dalla presenza delle navi romane nell'Egeo, gli Achei s'erano trovati spesso abbandonati alle sole proprie forze, sperimentando il danno e la vergogna della loro fiacca organizzazione militare. Al grave inconveniente rimediò un esperto ufficiale originario di Megalopoli, Filopemene, che prima come ipparco riordinò la cavalleria e poi come stratego la fanteria achea, e con l'esercito così riorganizzato sconfisse ed uccise presso Mantinea Macanida (207). Questo successo rinvigorì la lega achea, ma nello stesso tempo, dandole consapevolezza della sua forza, rallentò i legami che aveva stretti con la Macedonia.

Dopo la pace Filippo, il quale, avvertita ormai la necessità della potenza marittima, s'era costruito una flotta da guerra, se ne valse per strappare ai Tolomei, d'intesa con Antioco III il Grande, re di Siria, i loro possessi nell'Egeo (202-1) prevalendosi della minore età di Tolomeo V Epifane, salito sul trono d'Egitto alla morte di Tolomeo IV Filopatore. E certo il predominio marittimo nell'Egeo sarebbe stato di grande importanza, per consolidare la simmachia macedonica e per fronteggiare un altro intervento romano: e i Greco-egizi indeboliti non erano in grado di contrastarglielo. Ma i Rodî e Attalo, che ingelositi si collegarono contro di lui, trovarono presto l'appoggio di Roma, che, messa fuori di combattimento Cartagine, anelava a riprendere la guerra con Filippo. Un incidente tra Filippo ed Atene, che i Romani avevano voluto comprendere nella pace di Fenice, fornì ad essi ottimo pretesto d'intervento. Gli Ateniesi, i quali dopo la guerra di Cremonide non s'erano più battuti contro la Macedonia, paghi di tenersi fuori della nuova simmachia, ora, sobillati dagli avversari di Filippo e in particolare dai Romani, gli dichiararono guerra. Immaginavano forse così di riprendere la politica di Demostene, ma di fatto non s'ispiravano come lui a idealità panelleniche, sì per rancori particolaristici davano occasione allo straniero d'intervenire nella penisola greca. Turbando una pace che assicurava ai Greci una misura di libertà, quale forse fino allora non s'era avuta mai, iniziavano una guerra, in cui fattore decisivo era l'intervento straniero.

Nell'autunno del 200, diede principio alla seconda guerra macedonica il console Galba sbarcando le sue legioni nei possessi romani dell'odierna Albania. Subito dopo, la sua fortunata invasione della Macedonia fece sì che gli Etoli, rompendo la pace con Filippo, tornassero all'alleanza romana (199). La simmachia macedonica s'era tenuta neutrale, ma la neutralità, benevola sul principio verso Filippo, s'andava facendo più benevola verso i Romani a mano a mano che si dimostrava la superiorità delle loro forze. E bastò la vittoria importante ma non decisiva di Flaminino ai passi dell'Aoo (198), perché la simmachia senz'altro si sfasciasse, e, gli uni prima gli altri poi, gli alleati si dichiarassero per Roma. Fra essi gli Achei, che più di tutti s'erano avvantaggiati dell'aiuto militare dei Macedoni. Era la prima volta, dopo le invasioni persiane, che lo straniero prendeva piede in Grecia. E mentre allora con la ferma volontà di unione e di resistenza, che si manifestò tra i Greci, s'iniziò la storia politica della Grecia come nazione, così ora, con la mancata volontà d'unione nel momento decisivo, si chiuse virtualmente quella storia. La volontà d'unione mancò in parte perché il contrasto con i Romani nei costumi e nella civiltà era ben lungi dall'essere così profondo come quello con i Persiani, in parte perché ora quasi dappertutto in Grecia minoranze egoistiche di possidenti opprimevano una massa meno abbiente che, nelle condizioni in cui era ridotta, si disinteressava delle sorti della patria. Si aggiungeva che i Romani riprendevano abilmente la politica tentata con successo nel sec. IV dalla Persia e poi dalle monarchie ellenistiche, di garantire le autonomie locali, dissolvendo quelle maggiori aggregazioni che comportavano rinunzie e sacrifizî, ai quali i Greci, pur riconoscendone a quando a quando la necessità, non s'erano adattati se non con estrema riluttanza. La disgregazione che in tal modo si rinnovava doveva ridurre la Grecia all'impotenza così come aveva arrischiato di ridurvela la pace di Antalcida. Ma allora la tutela del gran re, per l'impotenza militare della Persia, era puramente nominale, e nella propria borghesia guerriera, da cui lo stesso re reclutava il nucleo dei suoi eserciti, la Grecia aveva la guarentia della indipendenza. Ora, col declinare della borghesia e col venir meno dello spirito militare, i Greci non avevano più quella garanzia, la quale del resto sarebbe appena bastata contro una potenza di prim'ordine come era Roma. Sicché da ora in poi la storia greca si riduce a una serie di lotte in cui singoli stati greci, non soccorsi affatto, o soccorsi del tutto inefficacemente dai loro connazionali, affrontano Roma, e Roma li abbatte separatamente, con uno sforzo minimo, non paragonabile neppure di lontano a quello che era stato necessario per soggiogare Cartagine. Intanto la Macedonia, rimasta sola, fu vinta nella decisiva battaglia di Cinoscefale (197) e costretta a una pace in cui rinunziava a tutti i suoi possessi greci e, salvo dieci triremi, alla sua marina da guerra. Nelle Istmie del 196, fra l'immenso entusiasmo dei Greci convenuti per la festa, Flaminino proclamò libere tutte le città e i popoli tolti a Filippo. Poi egli affrontò e vinse Sparta, che, sotto Nabide, s'era ridata una ragguardevole potenza militare, e la costrinse a umiliarsi davanti a Roma e a cedere territorio alla lega achea, ma senza distruggerne l'indipendenza per non dare agli Achei troppo potere. Quindi s'imbarcò per l'Italia, non lasciando in Grecia neppure un presidio romano. Pareva che la Grecia, senza presidî romani né macedonici, tutta ordinata in libere repubbliche, fosse più libera di prima. In realtà mancava tra le repubbliche ogni legame politico e, poiché tutte erano amiche ed alleate di Roma, arbitri delle loro contese erano i Romani. I più operosi alleati dei Romani e i più efficaci loro ausiliarî nella vittoria di Cinoscefale erano stati gli Etoli, fedeli alla loro politica antimacedonica, che datava dalla morte di Antigono Gonata. Ma i Romani non avevano fatto la guerra per il vantaggio degli Etoli ed era quindi naturale che non si fossero preoccupati di dare alla lega quegl'incrementi che essa ne sperava. Da ciò, poco dopo, la necessità di un nuovo intervento romano in Grecia. Infatti gli Etoli, mentre prendevano essi stessi le armi per guadagnare terreno nelle regioni strappate a Filippo (192), chiamavano in Grecia Antioco di Siria, il quale s'era inimicato con Roma pel minaccioso intervento diplomatico romano che sembrava non volesse permettergli di compiere l'opera, a cui da anni attendeva con tenacia ed energia, di rinnovare l'antica potenza dei Seleucidi. Ma Antioco non poté intervenire che con poche forze e gli Etoli si trovarono isolati, o quasi, nella Grecia, essendosi dichiarate per i Romani le due maggiori potenze greche, la Macedonia e l'Acaia. Se infatti il sentimento nazionale greco non s'era sollevato in favore di Filippo, che pure aveva tenacemente combattuto da anni i Romani, era naturale che non si sollevasse a favore degli Etoli, che erano stati fino allora gli alleati più ardenti di Roma contro i proprî connazionali. Con ciò, non potendosi Antioco impegnare a fondo in Grecia, le sorti della lotta erano decise già prima che essa cominciasse. La disfatta delle Termopile, che costrinse Antioco, fiaccamente soccorso dagli alleati, a ripiegare in Asia (191), lasciò gli Etoli soli di fronte alla strapotenza romana. Ne profittò Filippo per cercar di riconquistare parte di quel che aveva perduto in Tessaglia e nelle regioni circonvicine, e gli Achei per unificare definitivamente il Peloponneso, aggregando alla loro lega quegli stati peloponnesiaci che avevano simpatizzato con l'Etolia: Sparta, la Messenia e l'Elide. I Romani, sulle prime, condussero la guerra in Grecia con mediocre energia, preoccupandosi soprattutto di vincere in Asia Antioco. Ma, assicurata la loro supremazia nell'Egeo con le battaglie del Corico e di Mionneso e costretto Antioco alla pace con la battaglia decisiva di Magnesia (190-89), rivolsero la loro attenzione alla Grecia, dove Fulvio Nobiliore assediò la città più importante della lega etolica, Ambracia (189), senza che venisse fatto agli Etoli, nonostante la sua eroica resistenza, di poterla liberare. Dovettero quindi gli Etoli fare poco dopo la pace, riconoscendo la supremazia romana, accettando perdite territoriali, rinunziando al primato nell'anfizionia delfica, che avevano tenuto per quasi un secolo. E di nuovo i Romani lasciarono la Grecia, in apparenza libera come prima, senza imporle presidî e senza esigere altro che una moderata indennità di guerra dai belligeranti. Ma ora la dimostrazione che avevano dato i Romani della propria assoluta superiorità militare, il disprezzo crescente per l'impotenza e le beghe dei Greci e nello stesso tempo la sfiducia in questi, il proposito di togliere loro la possibilità di ogni ribellione fecero che la tutela divenisse più pesante e più vigile. Essi attesero a limitare gl'incrementi che Filippo credeva d'essersi guadagnati con la fida alleanza contro Antioco e gli Etoli, e a favorire nel seno della lega achea le tendenze disgregatrici. Di queste tendenze cadde vittima Filopemene, l'uomo più insigne della lega. Ribellatasi Messene, contando sulle simpatie dei Romani e particolarmente di Flaminino, Filopemene, accorso per domare la ribellione, fu per un disgraziato incidente fatto prigioniero e messo a morte (183). Ma di questo incidente profittarono gli Achei; sotto l'impressione di orrore e di sdegno da esso suscitato, lo stratego Licorta riuscì a ristabilire in tutto il Peloponneso la vacillante autorità della lega. Non altrettanto fortunato era stato Filippo, il quale s'era visto costretto a cedere gran parte dei suoi nuovi acquisti. Da ciò egli era stato indotto a riprendere, dopo la breve parentesi, la politica antiromana che aveva seguito per tutta la vita, preparando con infaticabile ardore la riscossa. Morendo (179-78) egli lasciò al figlio Perseo la Macedonia meravigliosamente riorganizzata, rinvigorita da amicizie e da alleanze con le vicine tribù barbare, fornita d'un esercito numeroso, agguerrito e bene equipaggiato. Era evidente per i Romani che, se volevano mantenere la loro supremazia nella penisola balcanica, dovevano fiaccare la potenza militare macedonica. Perciò, con pretesti di poco conto, essi dichiararono guerra a Perseo (171), e tenendolo a bada con trattative gl'impedirono quella vigorosa offensiva in Grecia che avrebbe potuto rialzare gli animi abbattuti dei Greci e chiamarli alla difesa della causa nazionale. Così Perseo rimase solo o quasi e la sua mancanza di genialità gl'impedì perfino di usare efficacemente del meraviglioso istrumento di guerra che era l'esercito macedonico riorganizzato da Filippo V. Tuttavia il protrarsi del conflitto e qualche successo non decisivo di Perseo, dovuto più che altro alla mancanza di capacità e d'energia dei comandanti romani, fecero che insurrezioni isolate contro Roma si verificassero e che dappertutto si mostrassero velleità di ribellione, nell'Etolia non meno che nell'Acaia. Mere velleità: perché, aggravandosi il dissesto economico e la sperequazione tra le classi, la Grecia era sempre maggiormente turbata da contese sociali in mezzo a cui le classi possidenti nella loro grande maggioranza si appoggiavano fiduciose a Roma, che garantiva loro la stabilità delle condizioni e dei possessi. Bastò che il console Marcio Filippo riuscisse a varcare i passi dell'Olimpo e a invadere la Pieria (169) perché quelle velleità cominciassero a venir memo. La vittoria decisiva di Pidna, riportata dal console Emilio Paolo (168), abbatté la monarchia macedonica; Perseo fu fatto prigioniero, la Macedonia divisa in quattro repubbliche tributarie di Roma. La ribellione dell'Epiro fu terribilmente punita con la devastazione del paese dei Molossi e la riduzione in schiavitù di quella intera popolazione. Fiere repressioni in Etolia ed altrove punirono le velleità di ribellione; mille Achei sospetti di aver favorito Perseo furono deportati in Italia. Nell'Illiria meridionale i Romani distrussero il regno degli Ardiei, e fecero prigioniero il re Genzio che s'era alleato con Perseo. Poi Emilio Paolo tornò a Roma per trionfarvi e di nuovo nessun presidio romano rimase nella penisola greca. Ma ormai i Greci non s'illudevano più sul valore di una libertà dipendente dal beneplacito straniero. L'odio fermentava presso le classi popolari greche, ma era odio impotente, e d'altronde a renderlo più impotente lavoravano senza tregua i Romani, continuando a fomentare dappertutto, e particolarmente nella lega achea, le tendenze disgregatrici. Quale fosse lo stato degli animi si vide allorché Andrisco, un giovane che si pretendeva figlio di Perseo, quello cui gli storici diedero il nome di Pseudofilippo, si presentò al confine macedonico. Appartenesse o no egli veramente alla famiglia reale, presto ebbe nelle mani tutta la Macedonia. E poiché i Romani, distratti dalla terza guerra punica, che allora combattevano, non gl'inviarono contro, sulle prime, che poche forze, egli riportò su di esse una vittoria (149), che consolidò la sua autorità e gli procacciò da ogni parte simpatie. Ma anche ora le aspirazioni nazionali rimasero allo stato di semplici velleità: la sola potenza che militarmente contasse qualche cosa nella Grecia, la lega achea, invece di profittare dell'occasione che fornivano la resistenza di Cartagine e l'insurrezione della Macedonia, preferì dimostrare la sua lealtà verso Roma, dando efficace rincalzo ai Romani nella guerra contro il pretendente. E profittò nello stesso tempo delle loro preoccupazioni per risolvere a sua posta le controversie con Sparta, le quali, anche dopo la sua adesione alla lega, risorgevano ad ogni tratto, favorite dall'appoggio che i malcontenti Spartani trovavano in Roma. I Romani lasciarono fare; ma quando Cecilio Metello, vinto il pretendente nella seconda battaglia di Pidna (148), ebbe ristabilita l'autorità romana in Macedonia, e quando Scipione Emiliano ebbe cominciato a fiaccare l'estrema resistenza cartaginese, credettero venuto il momento d'imporre la loro volontà alla lega achea. Aurelio Oreste, legato romano, recò all'assemblea degli Achei la deliberazione del Senato che staccava dalla lega non solo Sparta ma anche Argo, Corinto, Orcomeno ed Eraclea presso l'Eta che di recente vi aveva aderito (147). Era un colpo decisivo alla potenza e anche alla stessa indipendenza degli Achei, e il Senato sperava certo che avesse senza bisogno di guerra il suo effetto. Ma le masse popolari furibonde si rifiutarono di sottostare a tale imposizione. E quando Eraclea, facendosi forte della deliberazione romana, si staccò dalla lega, lo stratego Critolao le dichiarò guerra e mosse ad assediarla (146). Era anche questa una guerra perduta prima che s'iniziasse, perché, pur senza parlare dei dissensi sociali che turbavano la lega e impedivano l'unione degli animi contro lo straniero, le due maggiori potenze militari greche, la Macedonia e l'Etolia, erano state già abbattute, e perché l'infinita sproporzione di forze tra Achei e Romani non poteva davvero essere compensata da qualche popolazione della Grecia centrale che prendesse le armi per gli Achei. Immediatamente mosse contro Critolao Cecilio Metello con le sue legioni vittoriose e lo sconfisse a Scarfea e procedette fino all'Istmo. Gli Achei fecero un estremo sforzo chiamando alle armi anche gli schiavi e tenevano la linea dell'Istmo con un notevole esercito sotto lo stratego Dieo, quando sopravvenne con due legioni il console Lucio Mummio; questi, rinviato in Tessaglia Metello, volle riservato a sé solo l'onore di chiudere la guerra, e, sconfitto Dieo sull'Istmo nella battaglia di Leucopetra (146), entrò in Corinto. La città fu saccheggiata e rasa al suolo; la popolazione uccisa o venduta schiava; la lega disciolta; la Grecia messa alla dipendenza del governatore della nuova provincia di Macedonia.

Altrove (v. acaia) è detto degli ordinamenti, che i Romani diedero allora alla Grecia; qui basterà rilevare, che, sebbene i Romani rispettassero le autonomie locali, tuttavia, disciogliendo le leghe o togliendo ad esse ogni consistenza politica, regolando, secondo il loro beneplacito, le condizioni della Grecia, posero in quel momento termine alla sua indipendenza. Indipendente restò soltanto Atene, la cui amicizia con Roma risaliva al sec. III e che, nel suo egoistico isolamento, era rimasta estranea alle lotte dei connazionali per l'indipendenza. Ma ora anche gli Ateniesi cominciarono a partecipare ai sentimenti di cupa e impotente disperazione, con cui i loro connazionali sottostavano al dominio romano.

L'oligarchia dei più abbienti si teneva frattanto anche in Atene unita strettamente a Roma, anzi essa, con l'appoggio di Roma circa il tempo della guerra sociale dei Romani, preparava una riforma costituzionale in senso oligarchico e governava frattanto senza l'assemblea popolare e senza le magistrature ordinarie. Ma bastò la notizia che Mitridate VI Eupatore, re del Ponto, aveva iniziato vittoriosamente la sua guerra contro Roma e chiamato a libertà i Greci d'Asia, i quali sollevandosi misero a morte migliaia d'Italici che caddero nelle loro mani, perché anche Atene insorgesse contro gli oligarchici e contro Roma ad un tempo, collegandosi con Mitridate (88). Mitridate mandò immediatamente un corpo di truppe agli ordini del suo generale Archelao, che assunse la difesa del Pireo. La difesa della città fu assunta con pieni poteri dal filosofo Aristione. Contro la città ribelle mosse Silla, sbarcato in Apollonia (87), che l'anno precedente impadronendosi di Roma aveva aperto in Italia l'era delle guerre civili, e che, resosi momentaneamente padrone dello stato romano, s'era assicurato il comando della guerra mitridatica. Aristione e Archelao resistettero disperatamente l'uno in Atene, l'altro al Pireo, e, non essendo più le due fortezze in comunicazione tra loro per essere abbattute le lunghe mura, Archelao fece il possibile per soccorrere e vettovagliare gli Ateniesi. E certo, se giungeva in tempo l'esercito che Mitridate aveva spedito attraverso la Tracia nella Grecia, le condizioni di Silla potevano farsi assai gravi; ma il 10 marzo 86, prima che i soccorsi fossero giunti, gli Ateniesi essendo ormai stremati, Silla prese d'assalto la città e vi fece immensa strage. Ridottisi i difensori di Atene nella rocca e quelli del Pireo in Munichia, egli poté affrontare e vincere l'esercito pontico nella battaglia di Cheronea, e, caduta anche l'Acropoli, riportò un'altra vittoria decisiva ad Orcomeno sopra un secondo esercito pontico che era sbarcato a Calcide e di là era passato nella Beozia. Così fu definitivamente rinsaldato il dominio romano sulla penisola greca. Quest'ultimo episodio di ribellione, che ai Greci costò assai caro, non aveva servito che a dimostrare l'impotenza cui erano ormai ridotti per essere loro mancata a tempo debito la volontà d'unione e di sacrificio di fronte allo straniero, e dovette la sua relativa importanza solo alle congiunture favorevoli, che gli offersero la guerra sociale e l'inizio delle guerre civili tra i Romani. Questa stessa coincidenza però tra l'ultimo episodio della lotta dei Greci per l'indipendenza e l'inizio delle guerre civili in Roma mette in chiara luce la ripercussione che le vicende dei vinti ebbero su quelle dei vincitori. Essa si dimostrò in modo anche più concreto e tangibile quando lo stesso generale, che era entrato vittorioso in Atene, entrò pochi anni dopo vittorioso in Roma.

Bibl.: Alla ricostruzione moderna della storia greca hanno contribuito in un primo momento soprattutto la critica della tradizione e l'indagine filologica (Bentley, Bayle, Wolf, ecc.): donde il carattere prevalentemente negativo di tale ricerca. A partire dalla fine del Settecento una più approfondita esperienza politica s'introduce nella storia greca, in specie per opera degl'Inglesi, tra cui il Mitford (History of Greece, 1784-94), in Thirlwall (Histoy of Greece, 1835-38) e il Grote (History of Greece, 1846-1856) con il quale ultimo culmina la storiografia liberale. Intanto in Germania il romanticismo portava a scoprire con spirito simpatetico gl'ideali della vita ellenica, sia nelle sue manifestazioni artistiche e mitologiche, sia anche, con lo storicismo nascente, negli aspetti pratici dell'organizzazione statale: donde le opere, diversissime per la forma, ma unite da un substrato comune di pensiero, di O. Müller (Geschichte Hellenischer Stämme und Städte, 1820-24), di A. Boeckh (Die Staatshaushaltung der Athener, 1817), di G. Curtius (Griechische Geschichte, 1857), ecc. In parte connesso con questo indirizzo, ma con più viva preoccupazione dei problemi politici in senso antiliberale e con lo sforzo, affatto nuovo, di connettere il mondo greco al cristianesimo attraverso l'ellenismo, sta J. G. Droysen (Geschichte Alexanders des Grossen, 1823; Geschichte der Nachfolger Alexanders, 1836; Geschichte der Bildung des hellenistischen Staatensystems, 1843, rifusi in 2ª ed. come Geschichte des Hellenismus, 1877-78). Un apropaggine della storiografia romantica è anche la Griechische Kulturgeschichte di J. Burckhardt, Stoccarda 1898-1902. Già la seconda ed. del Droysen rivela il passaggio della ricerca al periodo positivistico in cui alla più esatta e minuta indagine, fatta con l'aiuto di tutte le scienze sussidiarie, specialmente l'archeologia, l'epigrafia venuta in nuovo fiore e la nascente papirologia, non si accompagna se non raramente lo sforzo di una comprensione intima della civiltà greca. Tipica la Griechische Geschichte di G. Busolt, che giunge sino alla fine della guerra del Peloponneso (2ª ed., Gotha 1893-1904) e che rimane ancora oggi preziosa per la raccolta del materiale. Interamente superata invece la Griechische Geschichte di A. Holm (Berlino 1886-1894). Di gran lunga superiore per il senso politico, maturato sul Grote e sul Droysen, di cui segue l'indirizzo, e per la piena valorizzazione di tutte le fonti, in ispecie per la vita economica, è la Griechische Geschichte di J. Beloch (1ª ed., Strasburgo 1893-1904; 2ª ed., Strasburgo-Berlino 1912-1927). Un moncone è rimasta la storia della Grecia inserita da E. Meyer nella sua Geschichte des Altertums (1ª ed., 1884-1902; 5ª ed. incompleta, 1921-1931) la quale non giunge che alla battaglia di Mantinea (362 a. C.), ma è fondamentale sia per la comprensione della storia greca in funzione della storia antica in generale, sia per la valutazione assai fine dei moti culturali e religiosi. Nessuna delle opere più recenti compete con questa, mentre la ricerca particolare intonata alle nuoveesigenze va rinnovando tutti i problemi. Basti qui citare: J. B. Bury, History of Greece, 1900 segg.; Cambridge Ancient History, II segg., 1924 segg.; Glotz-Cohen, Histoire de la Grèce, I segg., Parigi 1925 segg.; A. Ferrabino, La dissoluzione della libertà nella Grecia antica, Padova 1929.

Per l'organizzazione politica dei Greci v. inoltre: Fustel de Coulanges, La cité antique, Parigi 1864, trad. it. di G. Perrotta, Firenze 1924; A. Freeman, History of Federal Government, 2ª ed., Londra 1893; U. von Wilamowitz-Moellendorff, Staat und Gesellschaft der Griechen, Berlino-Lipsia 1910; H. Francotte, La polis grecque, Paderborn 1907; G. Glotz, La polis grecque, Parigi 1928; Hermann-Swoboda, Lehrbuch der griechschen Staatsaltertümer, 6ª ed., Tubinga 1913; Busolt-Swoboda, Griechische Staatskunde, 3ª ed., Monaco 1920-1926; U. Kahrstedt, Griechisches Staatsrecht, I segg., Gottinga 1922 segg.

Per la storia arcaica cfr.: G. Glotz, La civilisation égéenne, Parigi 1925; L. Pareti, Storia di Sparta arcaica, I, Firenze 1917; G. De Sanctis, 'Ατϑις. Storia della Repubblica Ateniese, 2ª ed., Torino 1912; E. Pais, Storia della Sicilia e della Magna Grecia, I, Torino 1894; E. Ciaceri, Storia della Magna Grecia, Roma 1924 segg.; H. G. Plass, Die Tyrannis, 2ª ed., Lipsia 1859.

Per la storia del sec. V e del IV: G. B. Grundy, The great Persian war, Londra 1907; Henderson, The great war between Athens and Sparta, Londra 1927; A. Ferrabino, L'impero Ateniese, Torino 1927; J. Beloch, Die Attische Politik seit Perikles, Lipsia 1884; Marshall, The second athenian confederation, Londra 1905; E. v. Stern, Geschichte der spartinischen und thebanischen Hegemonie, Dorpat 1884; U. von Wilamowitz-Moellendorff, Aristoteles und Athen, Berlino 1893; A. Schaefer, Demosthenes und seine Zeit, 2ª ed., Lipsia 1885; P. Jouguet, L'impérialisme macédonien et la conquête de l'Orient, Parigi 1926.

Per l'età ellenistica: J. Kaerst, Geschichte d. Hellenismus, I, 3ª ed., Lipsia 1927, II, 2ª ed., 1926; W. S. Ferguson, Hellenistic Athens, Londra 1912; W. W. Tarn, Antigonos Gonatas, Oxford 1913; G. Niccolini, La lega achea, Pavia 1913; A. Ferrabino, Arato da Sicione e l'idea federale, Firenze 1921; B. Niese, Geschichte der griechischen und makedonischen Staaten, I-III, Gotha 1893-1903.

Per l'età romana: G. Colin, Rome et la Grèce de 200-146 a. J.-C., Parigi 1905; M. Holleaux, Rome et la Grèce et les monarchies hellénistiques, Parigi 1921; G. De Sanctis, Storia dei Romani, IV, i, Torino 1923; G. F. Hertzberg, Geschichte Griechenlands unter der Herrschaft der Römer, 1866-75; J. Mahaffy, The silver age of the Greek world, Cambridge 1911.

Lingua.

Caratteristiche generali. - Il greco appartiene alla famiglia linguistica indoeuropea (v. indoeuropei). Che esso abbia col gruppo italico relazioni più intime che con altre lingue fu creduto in altri tempi da glottologi illustri quali A. Schleicher, G. Curtius, G. I. Ascoli. Oggi questa dottrina può dirsi definitivamente superata, nonostante i tentativi compiuti da alcuni filologi (W. v. Christ, E. Cocchia) per rimetterla in onore. Essa potrebbe essere dimostrata vera soltanto dall'accordo dei due rami linguistici in una serie d'innovazioni grammaticali. Ora gli esempî che si possono addurre sono scarsi e nessuno sfugge al sospetto che l'accordo sia casuale. Anche H. Hirt, che unico forse fra i glottologi viventi insiste nel rilevare un certo numero di concordanze grammaticali fra greco e latino, rinunzia a dare un'interpretazione storica ai fatti linguistici, limitandosi ad affermare che tra le lingue europee nessuna appare tanto prossima al greco quanto la latina (Handbuch d. griech. Laut- u. Formenlehre, Heidelberg 1902, p. 23, 2ª ed. 1912, p. 25. Indog. Grammatik, I, ivi 1927, p. 57). Possiamo concludere con A. Pagliaro (Sommario di linguistica arioeuropea, I, Roma 1930, p. 181) che fra le due lingue sussiste unicamente "una parentela culturale dovuta all'essere esse il mezzo d'espressione di due civiltà in continuo rapporto, che si affacciano al mondo moderno come un tutto unitario; parentela la quale è tanto più importante in quanto è sostenuta da una più lontana parentela genetica".

Le numerose forme, o dialetti, in cui il greco fino dall'inizio della tradizione appare differenziato, hanno una serie di caratteri comuni per cui si rivelano come variazioni d'un unico tipo linguistico.

Ricordiamo alcuni di quei caratteri, soprattutto fonetici e morfologici′ pei quali il greco acquista un particolare aspetto che lo distingue da tutte le altre lingue indoeuropee. Anzitutto è da notare che il greco presenta pressoché inalterate le vocali che la comparazione delle lingue sorelle ci autorizza a considerare come indoeuropee, e mantiene l'opposizione di sillabe brevi a sillabe lunghe su cui si fonda il ritmo indoeuropeo. Gli originarî dittonghi sussistevano ancora nel greco più antico; ma ben presto si rivelò la tendenza a ridurli nella pronunzia a semplici vocali, e la riduzione si compì con rapidità maggiore o minore pei diversi dittonghi nei diversi dialetti. Le originarie liquide sonanti , , sono rappresentate in greco da αρ, ρα e da αλ, λα. In principio di parola la semivocale j si ridusse ad un'aspirazione (‛) e in condizioni non ben precisate a zd = ζ (onde alla coppia ἧπαρ lat. iecur fa contrasto ζυγόν iugum). Preceduta da un'occlusiva la stessa semivocale fu trattata in greco altrimenti che in tutte le altre lingue (kj, kj > σσ, att. beot. ττ; tj, thj > σσ,σ, att. σ, beot. ττ; gj, dj > ζ cioè zd). Il suono s tra vocali si dileguò. Il sistema consonantico indoeuropeo risultò assai semplificato dacché le aspirate sonore (bh, ecc.) si ridussero ad aspirate sorde (ph, ecc.) e furono eliminate le labiovelari (qw, ecc.) che in condizioni diverse nei diversi dialetti divennero labiali o dentali e più di rado gutturali. In fine di parola il greco non tollera, oltre alle vocali, altri suoni che n, r, s. L'accento greco serba il carattere eminentemente musicale dell'accento indoeuropeo, e quindi meglio che "accento" si direbbe "tono". Però, quanto alla posizione, mentre nella parola indoeuropea si poteva liberamente spostare, in greco l'accento è vincolato dalla cosiddetta legge delle tre sillabe, cioè non può retrocedere oltre la terzultima sillaba. Nella declinazione il fatto più saliente consiste nella riduzione del numero dei casi, che nell'indoeuropeo erano almeno otto, a soli cinque (compreso il vocativo che spesso non si distingue dal nominativo), essendosi fusi lo strumentale e il locativo col dativo e compiuta la fusione, parzialmente attuata già nell'indoeuropeo, dell'ablativo col genitivo. Di fatti particolari nella flessione del nome si può ricordare che il nominativo e il genitivo singolare dei temi maschili in -ᾱ - mostrano nelle rispettive desinenze (nom. -s, gen. omer. -ᾱ ο classico -ου) l'influsso dei temi in -ŏ-. È peculiare al greco la formazione del superlativo col suffisso -τατο-. Nel paradigma dei pronomi "noi" e "voi" il greco estende il tema ἀσμε- risp. ὐσμε- al nom. (lesb. ἄμμες, ὔμμες, attico ἡμεῖς, ὑμεῖς), a cui originariamente era estraneo. Fuori del greco non s'incontrano i pronomi οὗτος, αὐτός, (ἐ)κεῖνος, dor. lesb. κῆνος, dor. τῆνος, né si forma dal tema sem- (lat. semel) il numerale "uno" (εἷς, μία, ἕν da σεμς, σμια, σεμ). Nella coniugazione si nota che fra le lingue sorelle la greca è quella che dispone del maggior numero di forme, poiché non soltanto conseria il repertorio indoeuropeo, ma lo accresce. Sono categorie di nuova formazione il perfetto attivo in -κn e l'aoristo passivo col suffisso -ϑη-. È creazione greca la seconda persona singolare dell'imperativo medio con la desinenza -σϑω, evidentemente ricalcata sulla corrispondente desinenza attiva -τω, la cui antichità è provata dai riscontri indiani e italici.

I substrati preellenici. - In complesso, la struttura del greco è notevolmente diversa da quella che siamo in diritto di attribuire all'indoeuropeo. È naturale supporre che la trasformazione sia dovuta a una reazione delle lingue proprie dei popoli coi quali si mescolarono i portatori del dialetto indoeuropeo destinato a divenire il greco; ma di queste lingue poco o nulla sappiamo. Le numerose iscrizioni del millennio II a. C., scoperte a Creta, non furono ancora decifrate e quindi nulla possono rivelarci della lingua parlata dagli abitanti preellenici della grande isola. Talune iscrizioni assai meno antiche (secoli VI-IV), trovate pure a Creta (Praisós) e nelle isole di Lemno e di Cipro, scritte in lettere greche e rispettivamente in caratteri ciprioti e perciò leggibili - ma non per questo intelligibili - attestano soltanto la sopravvivenza, in quei luoghi, di genti alloglotte in età storica.

Ai margini del mondo greco, in Asia Minore, troviamo pure in età storica i resti di quattro lingue non greche - frigio, licio, cario, lidio - consistenti soprattutto in iscrizioni, di cui talune (licie specialmente) assai estese, ma interpretate solo in parte (v. asia minore, IV, pp. 918-920).

Più scarsa è la nostra informazione delle lingue che si parlavano ai confini settentrionali della Grecia. Del tracio infatti non possediamo che una breve iscrizione, alcune glosse e nomi proprî; dell'illirico soltanto nomi. Perciò non si possono fare se non supposizioni circa l'influsso del substrato preellenico sulla lingua greca. Ad esempio A. Meillet (Aperçu, ecc., 3ª ed., Parigi 1930, p. 71) nota che la sostituzione greca delle sorde aspirate ph, th, kh, alle corrispondenti aspirate sonore bh, dh, gh si accorda con tendenze di cui si hanno indizî per lingue diffuse dal Mediterraneo al Caucaso, e che lo sviluppo di -σσ- dai nessi fonetici -t(h)j-, -k(h)j- fa pensare alla frequenza delle parole uscenti in -σσπς nel mondo linguistico "egeo".

Le testimonianze più sicure d'un substrato preellenico sono quelle che ci fornisce l'onomastica, specialmente geografica. È merito principalmente di P. Kretschmer (Einleitung iji die Geschichte d. griech. Sprache, Gottinga 1896) l'aver dimostrato che i toponimi formati con -νϑ-, frequenti in Grecia, corrispondono foneticamente a quelli formati con -νδ- in Asia Minore, e che gli uni e gli altri, al pari di quelli terminati in -(σ)σος (attico -ττος) e in -σ(σ)α, attestano un tipo linguistico non indoeuropeo né semitico, il cui dominio si estendeva dall'Asia Minore alle isole egee e al continente greco. Occorre appena ricordare il monte Παρνασσός, e nell'Attica il monte ‛Υμηττός e il demo Προβάλινϑος, nel Peloponneso Κόρινϑος, Τίρυνς (-νϑ-) e il monte 'Ερύμανϑος, a Creta Ποικιλασσός e Πύρανϑος, a Paro il monte Μάρπησσα, a Rodi il demo Κάμυνδος, in Asia Minore ‛Αλικαρνασσός, "Ασπενδος, ecc. Naturalmente il minoico Λαβύρινϑος rientra in questa serie. Allo stesso tipo linguistico sono da riferire anche parecchi nomi geografici formati con elementi radicali evidentemente non greci, al di qua e al di là dell'Egeo, quali "Αρνη (Beozia, Tessaglia, Licia); Μυκαλησσός (Beozia, Caria) e Μυκάλη (Caria); Περγασή (Attica) e Πέργαμον, Πέργη (Asia Minore); Σάμος, Σάμη (nomi di più isole), Σάμινϑος (Argolide), Σαμυλία (Caria).

Nel lessico greco le voci di origine straniera sono più numerose di quanto si crede comunemente, ma non sempre è facile riconoscerne la provenienza. Dal mondo semitieo, più precisamente dai Fenici, tolsero i Greci, oltre ai segni dell'alfabeto e ai nomi delle singole lettere, un certo numero di vocaboli quali βύβλος "papiro", κάδος "vaso, urna", μνᾶ "mina" (peso e moneta), σάκκος "panno ruvido, sacco". Dall'egizio derivano, in parte attraverso il semitico: ἔβενις "ebano", νίτρον "nitro", ὀϑόνη "tela di lino", ὄασις "oasi". Dal tracio si crede che venga βρῦτον "birra"; dal frigio σατίνη "carro da guerra". La penetrazione latina nel lessico greco speita ad un'età più tarda. Di molte voci greche che non si spiegano con etimi indoeuropei è probabile la derivazione dalla lingua (o dalle lingue) della civiltà cretese-micenea, ma non si può dimostrare per la nostra ignoranza di quelle lingue. Talora si tratta di parole che ricorrono anche in altre lingue, ma con differenze formali che non permettono di ricondurle a una base comune indoeuropea né di ritenerle passate in prestito dall'una all'altra lingua, sicché non resta che supporle derivate da una fonte ignota. Tali sono, ad esempio, Fοῖνος lat. vīnum (l'umbro vinu non consente una base italica woinom); λείριον lat. lilium; μίνϑη lat. mentha (il rapporto delle vocali è oscuro come in κυπάρισσος cupressus); ῥόδον lat. rosa; σῦκον (beot. τῦκον) armeno thuz lat. fīcus. Spesso ritroviamo quei suffissi -νϑ- e -σ(σ)- che incontrammo nella toponomastica "egea". Così accanto a κυπάρισσος si schierano βόρασσος, λέβινϑος, νάρκισσος, ὄλυνϑος, ὑάκινϑος e altri nomi di piante, e poi ἀσάμινϑος "tinozza", (σ)μήρινϑος "filo, cordicella" ecc. A. Debrunner (in M. Ebert, Reallexikon der Vorgesch., IV, Berlino 1926, pp. 525-527) raccolse dalla letteratura glottologica una lunga lista di vocaboli che si presumono di origine egea. Sono nomi di piante, di animali e di minerali, di vesti e di alimenti; parole riguardanti la musica e la danza, i giuochi, la costruzione e l'arredamento della casa, la navigazione e i traffici, la guerra e la caccia, le istituzioni politiche e sociali, la religione. Una critica severa potrà eliminare dalla lista un certo numero di parole, ma altre certo ne aggiungerà una più approfondita esplorazione del vocabolario greco.

Le varietà dialettali. - Fino dai tempi più antichi il greco presenta una grande varietà di forme. Ogni regione, ogni città rivela un parlare proprio; ogni genere letterario ha una forma linguistica consacrata dalla tradizione, ma trattata diversamente da ogni autore. Queste varietà si riconducono a un certo numero di tipi principali, che si dicono dialetti. Come altrove, cosi anche in Grecia non si può stabilire una divisione netta fra dialetto e dialetto, fra varietà e varietà dialettale. Pensare il differenziamento linguistico come il risultato di successive divisioni di un nucleo primitivo e rappresentare la varietà dei dialetti sotto la forma di un albero genealogico può essere giusto solo nel caso che una frazione di popolo, migrando, abbia perduto il contatto con le altre ovvero quando per divergenze politiche o religiose due o più parti d'una comunità linguistica si siano rese estranee l'una all'altra. Ma più spesso avviene che differenze linguistiche sorgano entro un territorio continuo. Ogni novità grammaticale si propaga da un dato punto sopra una data area; evidentemente i limiti delle diverse aree si incrociano; e poiché un dialetto viene definito da una somma d'innovazioni linguistiche, è chiaro che ogni dialetto può averne una o più d'una in comune con altri, sicché tutti i dialetti appaiono collegati tra loro come anelli di una catena. Inoltre può avvenire - ed è avvenuto più volte in Grecia - che una gente si sovrapponga ad un'altra: in tal caso la lingua che soccombe suole reagire sulla lingua vincitrice, che talvolta prende l'aspetto d'una lingua mista. Le condizioni di fatto sono dunque assai complesse; a oscurarle si aggiunge che, mentre di alcuni dialetti siamo informati con discreta larghezza, di altri scarseggiano o mancano i documenti. La seguente distribuzione cerca di conciliare i fatti linguistici coi dati storici e geografici.

I. Dorico: 1. Laconia (con Taranto ed Eraclea). 2. Messenia. 3. Argolide (con Egina). 4. Corinto (con Corcira e Siracusa) e Sicione. 5. Megara (con Bisanzio e Selinunte). 6. Creta. 7. Milo e Tera (con Cirene). 8. Rodi (con Gela e Agrigento). 9. Le altre isole doriche dell'Egeo (Nanfio [Anáfē], Stampalia, Calimno, Cnido, Coo, Nisiro, Folegandro, Piscopi [Tḗlos]). 10. Le colonie doriche in Sicilia non ricordate con la rispettiva metropoli.

II. Il dialetto dell'Acaia e delle sue colonie in Italia (Crotone, Metaponto, Posidonia, Sibari) rassomiglia al dorico, ma l'insufficienza dei documenti non permette di determinarne con esattezza la posizione: le iscrizioni arcaiche sono troppo scarse e le meno antiche, più numerose, non rispecchiano più il dialetto della regione. Con l'acaico si suole ricordare il dialetto di Cefalonia, d'Itaca e di Zacinto (Zante), ma il collegamento non è sicuro.

III. Il dialetto dell'Elide occupa un posto intermedio fra il gruppo I e il IV, dai quali però si distingue per alcune peculiarità proprie.

IV. Gruppo di nord-ovest: Vi rientrano: 1. i dialetti della Locride e della Focide, che mostrano qualche affinità coi dorici del Peloponneso; 2. quelli dell'Epiro, dell'Acarnania, dell'Etolia, della Ftiotide (Tessaglia meridionale) e degli Eniani, poco documentati.

V. Eolico: Comprende tre varietà divergenti: 1. dialetto di Lesbo (con Tenedo e la parte settentrionale della costa asiatica dell'Egeo). 2. Tessalico settentrionale, distinto in varietà locali tra cui spiccano quelle della Tessaliotide e della Pelasgiotide. 3. Beotico. La stretta parentela originaria di questi dialetti, attestata da una serie di caratteri comuni, è oscurata dalla penetrazione di elementi occidentali in misura più ristretta nel tessalico, più larga nel beotico, che, pur serbando un aspetto prevalentemente eolico, potrebbe dirsi dialetto intermedio fra gli eolici e quelli di nord-ovest.

VI. Arcade-Ciprio: Caratteristiche comuni collegano questi due dialetti geograficamente divisi e distanti. Sono i resti della popolazione "achea" che un tempo si stendeva dal Peloponneso a Cipro e poi fu sopraffatta da una successiva immigrazione di genti elleniche.

VII. Panfilio: Isolato dal resto del mondo greco ed esposto all'influsso di lingue barbariche, questo dialetto ebbe uno sviluppo tutto particolare. I documenti, non molto copiosi, rivelano una strana miscela di caratteri discordanti, che sembra confermare il ricordo d'una varietà di stirpi, contenuto nel nome Παμϕύλιοι. Prevalgono tuttavia le affinità col ciprio e con l'arcadio, ai quali li collega, come terzo membro del gruppo acheo, il Meillet.

VIII. Ionico-Attico: Si distingue anzitutto in Ionico e Attico. Nello Ionico si distinguono tre varietà corrispondenti a tre zone geografiche:1. Ionia asiatica con le isole di Chio e Samo. 2. Cicladi (Delo; Nasso e Ceo; Paro con Taso e Faro; Sifno). 3. Eubea (Calcide con le colonie Reggio e Cuma; Eretria e Stira).

In questa enumerazione non si è tenuto conto del macedonico, che alcuni studiosi (tra i glottologi O. Hoffmann e G. N. Hatzidakis) considerano come un dialetto greco, laddove altri lo tiene per una lingua distinta, forse affine all'illirica (Hirt) o formatasi per la mistione di elementi greci e illirici o traci (Kretschmer), o dichiara (Meillet) che la qualità, più che la scarsità, del materiale trasmessoci non permette di risolvere la questione (v. macedonia).

Alcuni linguisti (D. Pezzi, C. D. Buck) hanno cercato di ridurre tutta la varietà dei dialetti greci a due tipi fondamentali: ionici e non ionici. Ragioni storiche e linguistiche inducono a preferire una tripartizione. O. Hoffmann distingue: dorico in senso largo, acheo (suddistinto in nord-acheo, ossia eolico, e sud-acheo cioè arcado-ciprio) e ionico. A. Thumb raccoglie in tre vasti gruppi gli otto principali dialetti (da noi enumerati), chiamando rispettivamente occidentali, centrali e orientali i dorici in senso largo, gli eolici ed achei e gli ionico-attici, e mettendo a parte il panfilio come misto d'elementi occidentali e centrali.

La qualifica geografica si riferisce alla posizione relativa dei gruppi in età preistorica. La distribuzione dei dialetti in tre gruppi storicamente significa che l'immigrazione degli Elleni avvenne, per così dire, in tre scaglioni, o in altre parole, che i tre gruppi rappresentano tre successivi strati etnici. Che nell'antica Grecia sia avvenuta una sovrapposizione di stirpi diverse è indubitato; se gli strati siano stati tre, o più di tre, non si può dire con certezza. A. Debrunner (op. cit., p. 525) osserva che l'analogia storica rende verosimile una stratificazione più complessa; e il Meillet distingue senz'altro quattro gruppi (ionico-attico, arcado-ciprio, eolico, occidentale) rappresentanti altrettante "poussées d'envahissement" (op. cit., p. 79). Anche la successione degli strati è materia di discussione. Nessuno contesta che l'immigrazione delle stirpi occidentali sia stata l'ultima (in questo caso l'antica tradizione di una "invasione dorica e ha un fondo di verità storica); quanto alle immigrazioni precedenti, le opinioni divergono. P. Kretschmer (in Glotta, I, 1907, p. 9 segg. e presso Gercke-Norden, Einleitung, 3ª ed., Lipsia 1923, I, p. 528) dalla presenza di elementi orientali (ionici) nei dialetti centrali (achei) inferì che i primi invasori greci fossero ionici (o, più precisamente parlando, quel popolo di cui sono un rampollo gli Ioni della storia), e che gli Achei più tardi li scacciassero dalla Grecia (fuorché dall'Attica) a quel modo che i Dori poi scacciarono gli Achei dalla più gran parte del continente e delle isole, o si mescolarono a essi. Questa dottrina ha trovato per ora più dissensi che consensi. A. Thumb (Handbuch, Heidelberg 1909, p. 66) la giudica un'ipotesi probabile ma non necessaria.

Le fonti per la conoscenza dei dialetti greci sono i testi epigrafici, i testi letterarî e le notizie tramandateci dagli antichi grammatici e lessicografi. Le iscrizioni rivelano un gran numero di varietà dialettali, ma i loro dati sono troppo spesso frammentarî. Relativamente poche iscrizioni in dialetto ci restano dei secoli VII-V a. C. Quelle dei secoli IV-II, molto più numerose, risentono più o meno l'influenza della koin ellenistica che già si diffondeva per tutta la Grecia; non poche si potrebbero dire scritte in "lingua comune" con vernice dialettale. Un'ampia documentazione epigrafica abbiamo soltanto dell'attico, cioè proprio di quel dialetto che anche la letteratura ci fa conoscere meglio di ogni altro. I testi letterarî, in confronto delle iscrizioni, offrono un materiale più copioso, ma soltanto di quei pochi dialetti che furono usati nella letteratura. Le iscrizioni ci dànno indicazioni preziose sulla fonetica e sulla grammatica delle varie parlate, ma il loro vocabolario per lo più è ristretto e la fraseologia poco variata. I testi letterarî ci dànno in cambio un vocabolario più ricco e una sintassi più varia. Tra i documenti dell'erudizione filologica antica il più importante per lo studio dei dialetti greci è il lessico che va sotto il nome di Esichio d'Alessandria.

Le lingue letterarie. - Caratteristica della letteratura greca è la varietà delle lingue letterarie. Però, fuorché in Attica, a Lesbo e a Siracusa e sporadicamente altrove - in beotico abbiamo i frammenti di Corinna -, la letteratura non si valse della parlata locale. In generale si può dire che per ogni genere letterario si formò una lingua propria, indipendente dal dialetto nativo dei singoli scrittori, e che il suo sviluppo fu determinato da condizioni particolari. La più antica forma di linguaggio greco a noi nota, quella in cui ci pervennero i poemi omerici, è un prodotto artificioso nel quale appaiono mescolati elementi proprî di dialetti fortemente divergenti - come lo ionico, che ne costituisce il fondo, e l'eolico di cui serba numerose vestigia - e di tempi diversi. La lingua dell'epos fornì la veste a tutta la poesia esametrica, da Esiodo fino ai tempi più tardi, ed esercitò un influsso sulla poesia greca in generale. Neanche la lirica lesbica, che il confronto coi documenti epigrafici permette di considerare come la più aderente, tra le forme poetiche, all'idioma materno dei suoi cultori, è immune del tutto da infiltrazioni del dialetto epico. La mescolanza dialettale risalta soprattutto nella lirica corale, il cui linguaggio si può definire un dorico generico con sovrapposizione di elementi epici ed eolici nello stesso tempo. La Ionia, che precedé le altre regioni nello sviluppo della civiltà, fu anche la prima a darsi una lingua letteraria distinta dai parlari locali. Nella Ionia nasce la prosa greca narrativa e scientifica; e per lungo tempo anche scrittori nativi di altre regioni si valgono della lingua ionica. Sotto l'influenza di questa si svolge la più antica forma, a noi giunta, di lingua letteraria attica, il dialogo della tragedia. Solo verso la fine del sec. V la lingua degli scrittori attici si fa più aderente al dialetto locale e ben presto diviene lingua letteraria di tutta la Grecia.

La fortuna del dialetto attico è decisa da quando Atene diventa la capitale spirituale dei Greci. A crearla però concorsero anche ragioni politiche. Già nel sec. V l'attico incomincia a diffondersi fuori dei naturali confini come lingua delle comunicazioni fra Atene e le città confederate; e dai primi anni del sec. IV in poi gradatamente si afferma come lingua ufficiale in tutte le città ioniche dell'Egeo, anche in quelle che non avevano fatto parte della lega marittima ateniese. Nel diffondersi però l'attico si modifica, poiché la popolazione ionica che l'adotta ritiene alcune particolarità grammaticali (soprattutto fonetiche, come ss invece di tt, rs invece di rr) e lessicali del proprio dialetto, e così modificato si propaga ad altre terre greche e seguendo il cammino vittorioso di Alessandro diviene la lingua internazionale dell'Oriente classico. La diffusione di questa ormai lingua comune (κοινὴ διάλεκτος) dell'ellenismo fu in parte ostacolata per un certo tempo (circa 250-50 a. C.) dalla cosiddetta koin acheo-dorica formatasi nella Grecia occidentale e come lingua della lega etolica e della lega achea penetrata in altre regioni, per es. in Arcadia. Un'altra koin, più propriamente dorica, restò in uso fino all'età imperiale nelle isole doriche dell'Egeo. Ma alla fine gli antichi dialetti scompaiono. La storia precisa del loro regresso non è stata ancora scritta; ma si può pensare che verso il 500 d. C. fossero quasi tutti estinti. Più a lungo di altri dové resistere il dialetto laconio, a giudicare dal fatto che alcune sue peculiarità sopravvivono tuttora nel parlare degli Zaconi, che abitano un tratto montuoso del Peloponneso. Che l'unificazione della lingua nell'età ellenistica non fosse un fenomeno soltanto letterario risulta dal fatto che i dialetti greci odierni - con l'eccezione testé indicata - non sono la continuazione degli antichi, ma suppongono come base una lingua approssimativamente uniforme, una koiné parlata. Documenti veri e proprî di questa non abbiamo. Le sue caratteristiche ci sono in gran parte rivelate da scritture familiari (lettere, conteggi, ecc.) conservateci in numerosi papiri, da iscrizioni private, e nella letteratura specialmente dai testi biblici (versione dell'Antico Testamento detta dei Settanta e Nuovo Testamento). Sulla natura e l'essenza della koiné si è discusso e si discute tra gli studiosi. Come si è visto, la koiné letteraria in sostanza è lingua attica con infiltrazioni ioniche; l'apporto degli altri dialetti è trascurabile. Che la koiné parlata abbia ricevuto nelle singole regioni differenti coloriture per influsso dei dialetti locali è ovvio, ma determinare il grado e i modi di tale influsso non è facile. Il Thumb riduce a un minimo l'elemento dialettale anche nella lingua parlata, mentre il Kretschmer lo ritiene così notevole che non esita ad attribuire a questa il carattere di lingua mista.

Negli ultimi secoli a. C. e nei primi d. C. il greco compie una serie d'innovazioni che gli conferiscono un aspetto molto diverso dall'antico. Ad esempio, accentuandosi una tendenza che in qualche dialetto (nel beotico specialmente) si era manifestata assai presto, i dittonghi αι, ει (che in attico era passato ad ē già nel sec. V, se non prima), οι e la vocale ē(η, ῃ) si riducono rispettivamente ad e, i, ü, i. I dittonghi lunghi āi, ōi perdono il secondo elemento. Si sviluppano le consonanti spiranti, ignote al greco antico e frequenti nel moderno. L'accento, che prima era musicale, diventa espiratoris (intensivo) e insieme sparisce la differenza tra vocali brevi e lunghe. L'uso delle preposizioni si estende, restringendosi in pari tempo quello dei "casi" della declinazione. Quanto al verbo, basterà ricordare la graduale eliminazione dell'ottativo. Queste ed altre novità si svolgono con ritmo diverso nelle diverse regioni ellenistiche. In generale si può dire che in Egitto e in Asia, cioè nei paesi dove il greco era lingua importata, il processo fu più rapido che in Grecia. Così, ad esempio, mentre nei papiri egizî lo scambio di αι con ε appare già verso il 150 a. C., per l'Attica la riduzione di quel dittongo è documentata dalle iscrizioni soltanto nel sec. II d. C.

Bibl.: Storia della lingua greca: W. Wackernagel, Die griechische Sprache (nel vol. Die griech. u. latein. Literatur u. Sprache di U. v. Wilamowitz ed altri, Lipsia 1905, 3ª ed. 1912); A. Meillet, Aperçu d'une histoire de la langue grecque, Parigi 1913, 3ª ed. 1930; O. Hoffmann, Geschichte d. griech. Sprache, Lipsia 1911, 2ª ed. Berlino 1916; P. Kretschmer, Die griech. Sprache (in Einleitung in die Altertumswissenschaft di A. Gercke ed E. Norden, I, Lipsia 1910, 3ª ed. 1923); U. v. Wilamowitz-Moellendorff, Geschichte d. griech. Sprache, Berlino 1928; A. Debrunner, Griechen (op. cit., pp. 508-28).

Comparazione del greco con altre lingue: K. Brugmann e B. Delbrück, Grundriss d. vergleichenden Grammatik d. indogerm. Sprachen, Strasburgo 1886-1900, 2ª ed. 1897-1916; K. Brugmann, Kurze vergleichende Grammatik, ecc., Strasburgo 1904; H. Hirt, Indogerm. Grammatik, Heidelberg 1921-29; A. Meillet e J. Vendryes, Traité de gramm. comparée des langues classiques, Parigi 1924, 2ª ed. 1928; J. Wackernagel, Vorlesungen über Syntax mit bes. Berücksichtigung von Griechisch, Lateinisch u. Deutsch, Basilea 1920-24, 2ª ed. 1926-1928.

Grammatiche storiche: K. Brugmann, Griechische Grammatik, Monaco 1886, 4ª ed. rifatta da A. Thumb, 1913; H. Hirt, Handbuch, ecc. (citato nel testo); E. Kieckers, Historische griech. Grammatik, Berlino 1925-26. Si possono ancora consultare con profitto: G. Meyer, Griechische Grammatik, 3ª ed., Lipsia 1896 e D. Pezzi, La lingua greca antica, Torino 1888. Ha valore soltanto come grammatica descrittiva e si raccomanda per la ricchezza del materiale R. Kühner, Ausführliche Grammatik d. griech. Sprache, 3ª ed. curata da F. Blass (vol. I) e B. Gerth (II), Hannover 1890-1904.

Dizionarî etimologici: W. Prellwitz, Etymologisches Wörterbuch d. griech. Sprache, Gottinga 1892, 2ª ed., 1905; E. Boisacq, Dictionnaire étymologique de la langue grecque, Heidelberg 1907-1916, rist. 1923. Invecchiato: G. Curtius, Grundzüge d. griech. Etymologie, 5ª ed., Lipsia 1879. Utile come raccolta di materiale, ma insufficiente nelle spiegazioni e antiquato anche rispetto all'epoca della pubblicazione: L. Meyer, Handbuch d. griech. Etymologie, Lipsia 1901.

Sull'onomastica greca in generale: C. Autran, Introduction à l'étude critique du nom propre grec, Parigi 1924 segg. - Opere principali sull'antroponomastica: A. Fick, Die griech. Personennamen nach ihrer Bildung erklärt ecc., Gottinga 1874, 2ª ed. rinnovata da F. Bechtel, 1894; F. Bechtel, Die hist. Personennamen d. Griechischen bis zur Kaiserzeit, Halle 1917. - Sulla toponomastica: A. Fick, Altgriech. Ortsnamen, in Beitr. zur Kunde d. indog. Spr., XXI-XXIII e XXV (1896-99); id., Vorgriech. Ortsnamen als Quelle f. die Vorgesch. Griechenlands, Gottinga 1905; id., Hattiden u. Danubier in Griechenland, ivi 1909. - Sui nomi etnici: A. Fick, Älteste griech. Stammverbände, in Zeitschr. f. vergl. Sprachf., XLVI (1914).

Sulle lingue dei popoli coi quali i Greci ebbero antichi contatti è fondamentale la Einleitung del Kretschmer (citata nel testo). Importanti anche H. Hirt, Die Indogermanen, Strasburgo 1905-07; J. Huber, De lingua antiquissimorum Graeciae incolarum, Innsbruck 1921. - Sullo stato degli studî informano: C. Autran, Les langues propres de l'Asie antérieure ancienne, in Meillet-Cohen, Les langues du monde, Parigi 1924; J. Friedrich, Hethitisch u. "kleinasiatische" Sprachen, Berlino 1931.

Sui dialetti greci antichi esiste una ricchissima letteratura. Le opere fondamentali sono quattro, di cui le prime tre sono rimaste incompiute: H. L. Ahrens, De graecae linguae dialectis, Gottinga 1839-43; R. Meister, Die griech. Dialekte, Gottinga 1882-89; O. Hoffmann, Die griech. Dialekte, Gottinga 1891-98; F. Bechtel, Die griech. Dialekte, Berlino 1921-24. - Ottimi manuali riassuntivi sono: A. Thumb, Handbuch d. griech. Dialekte, Heidelberg 1909, 2ª ed. ampliata da E. Kieckers, ivi 1932; C. D. Buck, Introd. to the study of the Greek Dialects, Boston 1910, 2ª ed., 1928. La più vasta raccolta d'iscrizioni dialettali, oggi naturalmente sorpassata, è quella curata da H. Collitz (col concorso di F. Bechtel e d'altri): Sammlung d. griech. Dialekt-Inschriften, Gottinga 1884-1915. Eccellenti raccolte antologiche sono: E. Schwyzer, Dialectorum graecarum exempla epigraphica potiora, Lipsia 1923 (sostituisce il Delectus inscriptionum graecarum di P. Cauer); F. Solmsen, Inscriptionnes graecae ad inlustrandas dialectos selectae, Lipsia 1903, 4ª ed. curata da E. Frankel 1930. - Sulla graduale scomparsa degli antichi dialetti: P. Wahrmann, Prolegomena zu einer Geschichte d. griech. Dial. im Zeitalter des Hellenismus, Vienna 1907, e gli studî di E. Kieckers per Creta e di M. Buttenwieser per la Boezia, in Indog. Forschungen, XXVII e XXVIII (1910 e 1911).

Sulle lingue letterarie nell'antica Grecia: E. Zarncke, Die Entstehung d. griech. Literatursprachen, Lipsia 1890; A. Meillet, Aperçu, cit., parte 2ª. - Sul dialetto omerico, v. omero; sulla lingua dei singoli scrittori v. le rispettive voci.

Sulla Κοινή in generale: P. Kretschmer, Die Entstehung der Κοινή, Vienna 1900; A. Thumb, Die griech. Srpache im Zeitalter des Hellenismus, Strasburgo 1901. Ne tratta largamente anche il Meillet, Aperçu (v. sopra). - Sulla lingua dei papiri: E. Mayser, Grammatik d. griech. Papyri aus der Ptolemäerzeit, I, Lipsia 1906, 2ª ed., Berlino 1923; II, i (1926). - Sul greco biblico: J. H. Moulton, Einleitung in die Sprache des Neuen Testaments, Heidelberg 1911; F. Blass, Grammatik des neutestamentlichen Griechisch, Gottinga 1896, 6ª ed. rielaborata da A. Debrunner 1931; R. Helbing, Grammatik der Septuaginta, Lipsia 1907.

Storia della linguistica greca. Sugli studî grammaticali degli antichi: H. Steinthal, Geschichte der Sprachwissenschaft bei den Griechen und Römern, 2ª ed., Berlino 1890-91. - Sugli studî dei moderni glottologi: A. Thumb, Die griechische Sprache, Strasburgo 1916, in Gesch. d. indogerm. Sprachwissenschaft, diretta da W. Streitberg, II, i; J. Marouzeau, Dix années de bibliographie classique, Parigi 1927-28, cui fa seguito L'année philologique, Parigi 1928 segg. - Per tenersi al corrente della nuove pubblicazioni sono indispensabili i bollettini bibliografici che appaiono regolarmente nell'Indogerm. Jahrbuch (dal 1914, in continuazione di quelli che pubblicavano le Indogerm. Forschungen, 1892-1910) in Glotta (dal 1907) e a radi intervalli, con riguardo a determinati argomenti, in Jahreshbericht über die Fortschritte d. klass. Altertumswissenschaft del Bursian (dal 1873).

Letteratura.

Caratteri e periodi. - La storia della letteratura greca è anche, per gran parte, storia dello spirito greco, considerato in tutte le forme del suo progressivo svolgimento. Se presso qualsiasi popolo, in generale, le espressioni letterarie, o propriamente estetiche, non possono né debbono essere disgiunte dalle restanti forme della vita spirituale, presso i Greci, in particolare, esse furono quasi sempre intimamente associate con gli scopi tutti del sapere e della civiltà. Arte e scienza costituirono per molto tempo una cosa sola; e non diventarono davvero distinte ed autonome se non quando la letteratura greca aveva ormai compiuto la maggior parte del suo ciclo creativo, ossia agl'inizî quasi dell'età alessandrina.

Questa intima e un poco primitiva connessione con le varie forme della vita spirituale rende lo studio della letteratura greca estremamente complesso, obbligando a tener conto d'una quantità di opere e d'aspetti che sembrerebbero essere per lo più estranei all'argomento. La complessità, poi, è ancora accresciuta da un altro fatto non meno importante e significativo: cioè dalla grande dispersione dei fenomeni letterarî, i quali assai spesso non si lasciano ricondurre sopra un'unica linea di svolgimento. Evidentemente la mancanza di unità che si osserva nella storia politica dei Greci trova, non senza ragione, esatto riscontro anche nella loro storia letteraria, tutta frammentata e divisa per stirpi, per dialetti, per generi, ecc. Che se la letteratura, la lingua, l'arte, il pensiero sono appunto gli elementi onde nacque e si nutrì nei Greci la coscienza della loro unità nazionale, d'altra parte questa coscienza non fu abbastanza forte o decisa da superare effettivamente tutti gli ostacoli e da formare sia uno stato sia una letteratura nazionale greca. Nel campo politico la coscienza dell'unità non arrivò quasi mai alla sua vera attuazione, o vi arrivò solo parzialmente e tardi, nell'età alessandrina. In modo analogo, anche nel campo letterario essa si condusse con lentezza e con esitazione. Infatti per molto tempo, e si può dire fin quasi ai primordî dell'alessandrinismo, non abbiamo una produzione comprensiva e unitaria, bensì una quantità di manifestazioni isolate, che fioriscono - con ricchezza certamente meravigliosa e con vigore artistico non più raggiunto dopo d'allora - nei varî centri della vita ellenica. Fioriscono, in forme e dialetti diversi, nelle diverse città della madrepatria e delle colonie, presso le diverse stirpi, degli Ioni, degli Ionico-Attici, degli Eoli e dei Dori.

La divisione del popolo greco, non solo in città fra loro contrastanti, ma specialmente in stirpi di tradizioni e di dialetti diversi, è un presupposto essenziale che ha influito profondamente sull'indole e sull'aspetto di questa letteratura: ha nuociuto alla sua unità, ma ha giovato nel medesimo tempo alla sua incomparabile ricchezza e varietà. Si pensi alla rigogliosa fioritura dei cosiddetti generi letterarî, i quali a ragione o a torto sono considerati quasi come un'invenzione del genio greco. Ebbene, i generi letterarî, che in Grecia compaiono così molteplici e così caratteristici (e che, prima di venire definiti con rigore schematico dai grammatici, si erano davvero formati e sviluppati nella pratica dell'arte), derivano principalmente dalla condizione di cose sopra descritta. Infatti, nelle stirpi e nei luoghi diversi lo spirito artistico, esuberante di giovinezza, si manifestò naturalmente in forme diverse; le quali a poco a poco diventarono tipiche - per una certa inclinazione imitativa che è pure propria dei Greci - e si riprodussero sempre, anche fuori delle originarie contingenze, costituendo i generi, col loro proprio dialetto, col loro metro, con le loro intonazioni (v. genere letterario). Perciò, in corrispondenza col variopinto quadro politico ed etnico della nazione, abbiamo il variopinto quadro della letteratura, ricco di tali forme molteplici e disparate: che non sono disparate soltanto, come accade dovunque, per le varie personalità degli artisti, ma per la differenza delle stirpi e delle condizioni e dei luoghi a cui ciascuna di esse rispettivamente appartiene. Queste forme la Grecia sembra averle inventate, nel suo slancio creativo: non perché vi siano sorte effettivamente dal nulla, senza esempî e senza precedenti (ciò risulta ormai poco credibile; e lo si vedrà in seguito); ma perché vi coesistettero, o vi si successero con speciale abbondanza, e soprattutto vi assunsero valore tipico. In ogni caso, poi, la Grecia le ha comunicate e trasmesse alle altre nazioni, alla letteratura romana e alle successive letterature europee, applicando su tutte la sua incancellabile impressione: impressione letteraria formale, in cui però era implicita e indissolubilmente congiunta una profonda influenza di contenuto spirituale. Gli esemplari ellenici, e cioè non soltanto i singoli capolavori, le singole opere d'arte, ma il loro tipo astratto, i generi innalzati a valore ideale, furono come un fondamento su cui vennero fino all'età moderna plasmandosi e propagandosi le letterature dell'Occidente. Questa propagazione costituisce il fenomeno cosiddetto del classicismo: che per un aspetto ha giovato a diffondere la cultura, a suggerire opportune ispirazioni, ad alimentare il senso dell'ordine e dell'armonia; ma ha anche prodotto danni non lievi, ai quali più volte nel corso dei secoli si è cercato di reagire: imposizione di schemi, imitazione servile, inciampo agl'impulsi della fantasia, ecc.

In mezzo alla molteplicità e alla dispersione con cui ci appaiono le manifestazioni della letteratura greca, si possono tuttavia distinguere alcune linee di maggiore rilievo. Esse coincidono in massima, com'è naturale, con quelle che vengono di solito osservate nel gran quadro della storia politica: la quale, pur essendo, come s'è detto, assai disorganica, lascia ugualmente intravedere una certa ossatura, segnata dall'emergere dell'una stirpe, o dell'una città, al disopra delle altre, dalle lotte per l'egemonia, dalla tendenza, lenta e ardua ma innegabile, a superare lo stretto cerchio della polis e a raggiungere una maggiore unità. Quindi, in corrispondenza col movimento generale della storia e della cultura, che per intricate vie dall'una o dall'altra parte mirano al predominio e all'unificazione, è giusto contemplare anche lo svolgersi della letteratura greca e tagliare anche in essa certi periodi, che abbiano un contenuto concreto.

Con criterio non storico, ma stilistico, i periodi della letteratura greca si sogliono contraddistinguere in preclassico, classico e postclassico: dove il termine di paragone è costituito dai capolavori (considerati come classici per eccellenza) della produzione ateniese, fra il 500 e il 300 circa a. C. Ma questi medesimi periodi acquistano una più profonda e accettabile significazione, quando alle ragioni stilistiche (le quali sono illusorie, perché soltanto nell'arbitrio dei grammatici e dei retori può esistere uno stile perfetto, da valere come classico) si sostituiscano le ragioni reali della storia e della cultura. Allora il primo periodo, preclassico, prende nome di ellenico o ionico; e rispecchia la condizione, essenzialmente divisa, in cui vivono e operano durante i primi secoli le varie città e colonie della Grecia; onde alla fioritura intellettuale e letteraria partecipano in modo più che mai sporadico quasi tutte le regioni e le stirpi elleniche; ma pure, fra esse, hanno già una certa prevalenza, ed esercitano un più largo influsso, gli Ioni, com'è soprattutto dimostrato dalla grande importanza e diffusione dell'epopea. Va dalle origini, 800 circa a. C., allo scoppio delle guerre persiane, circa 500 a. C. Il secondo periodo, classico, si chiama più convenientemente attico: e segna un progresso verso l'unità, in quanto il fervore artistico e spirituale s'incentra veramente in Atene, erede e continuatrice della cultura ionica, e da Atene s'irraggia, coincidendo con la posizione egemonica o impero che essa, la capitale dell'Attica, la polis per eccellenza, è riuscita a conquistarsi. Va dalle guerre persiane, 500 circa a. C., allo sfacimento della polis e all'instaurazione degli ordinamenti monarchici per opera di Filippo e d'Alessandro il Macedone, 320 circa a. C. Il terzo periodo, postclassico, rappresenta la definitiva propagazione e unificazione dell'ellenismo: propagazione attraverso l'Oriente e il Mediterraneo, sopra un terreno infinitamente più vasto e più compatto, unificato sia dalle monarchie ellenistiche, prima, sia, poi, soprattutto dall'impero romano. Si divide perciò in due parti, con caratteri assai distinti: periodo ellenistico o alessandrino, dalla fondazione delle monarchie ellenistiche, 320 circa a. C., alla riduzione dell'Egitto a provincia romana, 30 a. C.; periodo romano, da questa epoca fino press'a poco ai tempi dell'imperatore Giustiniano, 527 d. C.

Primo Periodo: Ellenico o Ionico (800-500 a. C. circa). - La storia della letteratura greca incomincia per noi, come in sostanza incominciava nel concetto degli antichi, con Omero, ossia con l'epopea fiorita nelle colonie greche d'Asia Minore, specialmente presso gli Ioni. Ma questo non significa altro se non che i poemi omerici furono la più antica opera, di qualche estensione e di valore artistico, che fosse consegnata alla scrittura e quindi affidata alla tradizione storica. Infatti la scrittura, d'origine semitica-settentrionale, fu accolta (e poi perfezionata) dai Greci d'Asia Minore, specialmente dagli Ioni, fra il sec. IX e l'VIII a. C., che è appunto l'epoca a cui per altre ragioni si fa risalire la composizione dell'epopea. Allora, con l'alfabeto, ecco introdotto il più potente mezzo per l'espressione, la trasmissione e lo sviluppo d'ogni cultura; ecco aperta la via a uscire dalla preistoria e quindi anche a inaugurare la produzione letteraria.

In realtà tuttavia Omero si trova, non agl'inizî, bensì al termine ormai di un lungo e fecondo svolgimento, nel quale vennero elaborandosi i materiali e la forma dell'epopea e, insieme con questa, si apprestarono anche, naturalmente, altre forme ed ispirazioni artistiche. Ciò risulta, in modo inconfutabile, dal contenuto e dalla costituzione dei poemi, dall'esame del patrimonio mitico-religioso, della lingua, dello stile, del metro, e in particolare dalle scoperte archeologiche. La scoperta della civiltà egeo-micenea - cioè di una o più anteriori civiltà prodotte nel bacino orientale del Mediterraneo durante il II millennio a. C. da stirpi sia elleniche sia anche non elleniche, di cui Omero, se non è più testimone diretto, pure raccoglie vividamente i riflessi - è stata per tale riguardo la prima grande rivelazione. Essa ha fatto capire quanto sia falso il concetto, ch'ebbe molta voga in passato soprattutto ai tempi del Romanticismo, secondo cui la poesia omerica sarebbe essenzialmente originaria, primitiva, ingenua, spontanea, popolare.

Ma questo concetto, si associa con un altro che non sembra ancora tramontato, e che è d'importanza preliminare, coinvolgendo tutto quanto il problema delle origini: per cui si afferma di solito l'assoluta originalità (meglio è dire, per non equivocare, originarietà) non solo di Omero, bensì della letteratura greca in generale. La letteratura greca, a differenza delle successive, sarebbe sorta in modo del tutto spontaneo, isolata, non nutrita di elementi e di esempî né paralleli né anteriori; si sarebbe fatta da sé, creando i suoi mezzi, le sue forme meravigliose (i generi) sia nel campo dell'arte propriamente intesa, sia in quello del pensiero, per poi comunicarle in perenne eredità agli altri popoli. Tali affermazioni, al pari di quella che riguarda Omero, derivano da un complesso di sentimenti e d'ideologie, diffuse per opera dei romantici sulla fine del sec. XVIII e sul principio del XIX, quando la preistoria ellenica era ancor tutta da esplorare. Ora le indagini archeologiche, non solo quelle ond'è venuta in luce la civiltà egeo-micenea, ma altre più recenti, da cui si sono ottenuti importanti risultati nell'interno dell'Asia, ci avvertono che anche i Greci, nei loro inizî, ebbero rapporti, direttamente e indirettamente, con le civiltà di nazioni più evolute: Babilonesi, Hittiti, Fenici, Egizî; da questi attinsero elementi, oltre che della vita pratica, anche della vita spirituale: dell'arte figurata, della mitologia, della religione, della scienza, della musica, della poesia. Quanto più si continuerà a scavare negli strati della preistoria, specialmente presso quei popoli dell'Asia Minore (Lici, Frigi, Carî, ecc.) sui quali si sovrapposero le colonie greche degli Ioni e degli Eoli, tanto più riuscirà presumibilmente illuminata di nuova luce la genesi dell'epopea e di tutta l'antica letteratura ellenica. Che la più antica produzione letteraria sia sorta in terra di colonia, e proprio in Asia Minore, non è senza significato: perché quella era la condizione e quello il luogo in cui più facilmente s'incrociavano le influenze dei popoli orientali, apportando ogni sorta di elementi e stimolando le energie creatrici. Queste nei Greci si rivelarono potentissime e spiccatamente superiori; onde essi in buon punto assunsero il primato della civiltà e crearono nell'ordine spirituale più di ciò ch'era stato suggerito o tentato dagli altri.

Distinguere nelle origini dell'ellenismo la poesia, le cosiddette forme poetiche e letterarie, dal resto, è assolutamente inopportuno. Allo stesso modo come non è lecito mai separare la forma dal contenuto, così non si deve disgiungere la poesia dagli elementi che la costituiscono, dalle fonti ispiratrici, dalla lingua (che trasmigra non come segno, ma come patrimonio spirituale), dal verso (che non è puro suono, ma fantasma interiore), dalle idee e dalle immagini. L'epopea, o anzi, per essere esatti, tutta l'antica poesia dell'Ellade, qualunque forma rivesta, e in metro e senza metro, è essenzialmente espressione di mito. I miti, siano quelli più nobili, della leggenda divina ed eroica, siano quelli più umili, della novella e della favola (particolarmente esopica), costituiscono un patrimonio non solo vastissimo ma di svariata provenienza; che i Greci in parte crearono di proprio, con fertilità fantastica veramente eccezionale, ma in parte anche ricrearono attingendolo dagli altri, e agli altri comunicandolo per tutte le vie del commercio e della colonizzazione. Dunque la mitologia (o, per meglio dire, la "mitopea") - intesa in questo senso largo che coinvolge quasi tutta la primitiva facoltà del concepire e del poetare umani (concepire per immagini, sia a fondo religioso, sia filosofico, sia puramente fiabesco) - è il grande vincolo che lega la poesia greca ai suoi antecedenti preistorici. La poesia greca nacque, prima che nei poemi di Omero (e prima ancora che negli eventuali canti epici isolati facenti capo ad Omero), nell'opera anonima, ma certamente non informe, non disgiunta da adeguata espressione, degl'infiniti narratori che fin dai tempi più remoti cominciarono a popolare di creazioni fantastiche la loro visione dell'universo. Gli spunti mitico-narrativi, che non erano soltanto ellenici, ma anche derivati da altre nazioni, furono i primi modelli dell'epopea. E di lì sorsero pure, in generale, le altre forme poetiche e musicali; nelle quali si dimostra, o s'intuisce, la medesima lontananza di origini. I nomi di inno, di elegia, di giambo, di ditirambo, in cui si annunciano non solo certi tipi di verso, ma altrettanti generi letterarî; e i nomi di parecchi strumenti musicali, primo fra tutti la cetra, appaiono all'analisi linguistica esser di origine non ellenica ma preellenica. I nomi: e quindi anche le cose.

Già i Greci stessi avevano oscura coscienza che la poesia propriamente epica, di grande estensione e fatta per la pura recitazione, fosse stata preceduta da forme più semplici, di poesia accompagnata col canto e con la musica, detta perciò convenzionalmente lirica: inni religiosi, cantilene, oracoli, ecc.; di cui attribuivano la produzione a figure più o meno leggendarie di profeti, come Orfeo, Museo, Eumolpo, Tamiri, Lino, ecc. La critica moderna non discorda, in sostanza, dall'antica, quantunque segua una via molto diversa e tragga le sue conclusioni soprattutto dall'analisi dei poemi stessi di Omero. Questi contengono notizie intorno a brevi componimenti epico-lirici di vario genere; e specialmente hanno ricordo di certe canzoni (οἴμη), in cui gli antichissimi aedi, come Femio e Demodoco, contemporanei di Agamennone, di Ulisse, ecc., alla corte dei principi cantavano, accompagnandosi alla cetra, "le gesta degli dei e degli eroi". Inoltre, essi medesimi, i poemi di Omero, nella loro struttura tecnica, nella composizione delle parti, nell'indole della lingua e del metro, tradiscono le tracce delle fasi antecedenti. Quanto alla composizione delle parti (senza per nulla compromettere l'unità dei due poemi, considerati, così come sono nello stato attuale, opere d'arte intere e inscindibili), è evidente che in organismi così vasti sono confluiti i materiali di canti isolati, ristretti a qualche personaggio, a qualche mito, a qualche fatto particolare. La lingua, non corrispondente a nessun dialetto effettivamente parlato, ma dotta, artefatta, è frutto di un secolare esercizio poetico; ha le formule, gli strumenti, il frasario della tradizione e dei modelli; in mezzo al colorito generalmente ionico racchiude cospicui elementi di un altro dialetto, l'eolico, i quali secondo ogni probabilità le derivano da un'anteriore fase di poesia. Il lungo verso epico, l'esametro - detto ἔπος, cioè "parola" - sembra essere lo sviluppo di un verso più breve (forse di soli tre piedi, senza cesura), più adatto per l'accompagnamento musicale. È pur necessario, in generale, stabilire un nesso di dipendenza, per cui la poesia, tendente ad essere autonoma, ad essere semplice parola, cioè discorso, cioè epos, sia ricondotta all'arte che l'ha generata: la più antica e la più elementare delle arti, la musica.

Quindi, per molte ragioni - e anche per analogia con le vicende della poesia eroica presso gli altri popoli, romanici, germanici, slavi, ecc. - si suppone che dapprima abbiano avuto vita quasi delle "canzoni di gesta", cantate e musicate. Queste canzoni probabilmente furono opera degli Eoli, che, provenendo dalla Tessaglia e da altre regioni del continente ellenico, per primi si erano stanziati sulle coste nord-occidentali dell'Asia Minore, nella Troade e nelle isole adiacenti. Infatti nell'epopea, soprattutto nell'Iliade, gli Eoli lasciarono non solo le tracce linguistiche suddette, ma l'impressione rilevantissima e rivelatrice delle loro gesta, delle loro tradizioni gentilizie: il loro eroe era Achille, oriundo della Tessaglia; la dinastia di Agamennone forse aveva guidato, essa, l'emigrazione eolica in Asia; di origine tessalica, cioè eolica, era, secondo una trasparente leggenda, la madre di Omero stesso.

Ma il passaggio dalle canzoni di gesta all'epopea, dalla forma musicale degli aedi a quella recitata dei rapsodi, fu poì compiuto dagli Ioni, inseritisi nel mezzo delle colonie eoliche, fra il nord e il sud delle coste d'Asia Minore. Essi, forniti di più larghe qualità intellettive, erano destinati al predominio. La stirpe degli Eoli, e in generale tutto il gruppo dorico-eolico, conserverà anche in epoca storica la sua peculiare e ristretta attitudine, la sua predilezione per le forme lirico-musicali (pur di argomento generalmente narrativo, s'intende); mentre la stirpe degli Ioni - da cui derivano anche gli Attici - con la curiosità e la mobilità del suo intelletto svolgerà sempre più la tendenza verso l'elemento pragmatico, discorsivo, logico, razionale, ecc., e come all'epopea, così darà incremento al dramma, alla novella, al romanzo, alla storia, alla filosofia.

Le canzoni eoliche fiorirono intorno al 1000 a. C. e nel secolo successivo: cioè subito dopo finita la civiltà micenea, dopo l'emigrazione in Oriente, dopo le lotte per la conquista dell'Asia, di cui era stato episodio importante fisso nella memoria e nella gloria, la guerra di Troia condotta da una lega di Elleni aventi a capo un dinasta di Micene, Agamennone, e con protagonista (almeno nell'ambizione degli Eoli) l'eroe tessalico, Achille. L'epopea ionica, che succedeva alle canzoni eoliche, venne dunque ad affermarsi circa il sec. IX e l'VIII a. C., proprio nel periodo in cui s'introduceva (e si perfezionava grecamente) l'alfabeto. Essa si espresse, da allora, per un paio di secoli e più, in una lunga serie di opere letterarie, ormai fissate nella scrittura. Fra queste, i monumenti più antichi e più gloriosi sono l'Iliade e l'Odissea.

Omero. - La persona di Omero, quantunque non debba affatto considerarsi come un puro e semplice simbolo, svanisce inesorabilmente nelle nebbie della leggenda. Questo però non vuol dire se non ch'egli è anteriore al limite primo in cui cominciò a sorgere l'interesse storico, biografico e autobiografico, per le persone degli artisti: anteriore dunque, sia pur di poco, al sec. VIII-VII a. C., quando compaiono figure storicamente osservate ed osservabili, come quelle di Esiodo, di Archiloco, ecc. Inoltre, al nome di Omero per molto tempo (e cioè fino allo svegliarsi della critica) gli antichi attribuirono, oltre all'Iliade e all'Odissea, quasi tutti gli altri prodotti dell'epopea ionica, i poemi - certamente posteriori all'Iliade e all'Odissea - del cosiddetto ciclo epico. E questo significa che la produzione dell'epopea ionica da lui era cominciata, e non già finiva in lui: Omero era non un recente redattore o raccoglitore, bensì il prototipo, il maestro, il fondatore della tecnica, l'artefice del capolavoro sul cui esempio veniva foggiandosi la serie dei componimenti successivi; i quali componimenti, essendo opera di discepoli, di Omeridi - come appunto si chiamavano -, ritornavano ugualmente al suo nome, si attribuivano a lui. Dunque Omero fu l'autore dei due poemi più antichi, l'Iliade e l'Odissea - per i quali infatti la tradizione è più ferma e solidale - o, se si vogliono separare i due poemi e considerare già il secondo come la più diretta e felice filiazione del primo, fu in ogni caso l'autore dell'Iliade.

Entrambi i poemi si riferiscono a quel gruppo di leggende, connesse con la guerra di Troia, che erano particolarmente care ai coloni dell'Asia Minore. Sono l'espressione di un mondo eroico, cioè grande nelle proporzioni, lontano nel tempo, solenne. La loro eroicità però è di diversa misura. L'Iliade, trattando l'argomento stesso della guerra, risonando d'armi e d'armati, ci dà un'impressione più viva dei tempi che descrive; mostra una più fedele conoscenza (pur a distanza di parecchie generazioni, beninteso) della civiltà micenea, di quelle condizioni politiche e sociali, di quei costumi, ecc. Insomma è più eroica e più arcaica. L'Odissea invece coi suoi ambienti di vita familiare, di vita comune, con le sue avventure di viaggio, ci trasporta in un'aria diversa, dove si respirano una morale, una religione, una coscienza più evolute; e in particolare, nelle peregrinazioni di Ulisse, sembra riprodurre l'influenza dei primi viaggi tentati dai Greci in Occidente, l'influenza delle aspirazioni che non avevano forse ancora condotto, ma stavano per condurre i Greci, nel sec. VIII, a fondare le loro colonie anche in Occidente. Insomma è più moderna. Questa differenza di tono dipende forse dalla differenza della materia, la quale nel poema delle grandi gesta ha legato il poeta a una maggiore osservanza delle condizioni storiche e quindi lo ha portato a una specie di stilizzazione arcaicizzante, mentre nel poema della vita comune lo ha lasciato libero di mescolare e sovrapporre le impressioni del presente? Oppure dipende (come i filologi più severi sogliono affermare) da diversità di autore, per cui fra la composizione dell'Iliade e quella dell'Odissea sia da frapporre l'intervallo di circa un secolo? Questo è un mistero; e tale rimarrà probabilmente sempre, nonostante le ragioni che la critica ha accumulate in un senso o nell'altro, dal tempo dei χωρίζοξτες alessandrini sino ai giorni nostri.

Considerandole sotto l'aspetto estetico, le due opere appaiono non solo segnate col suggello della più alta poesia, ma anche assai affini tra loro. Entrambe, nonostante il largo respiro narrativo e la grandiosità e l'ampiezza che le distacca dalle semplicì canzoni di gesta, tuttavia conservano l'interesse per il fatto isolato; tagliano dal complesso della storia o della leggenda, p. es. della guerra di Troia, una breve azione che possa essere svolta psicologicamente e drammaticamente (per es. l'ira di Achille, il travaglio di Ulisse); non espongono gli avvenimenti nella loro successione storico-cronologica, bensì (come Aristotele osservò) nell'ordine poetico del verosimile e del necessario; ci trasportano in medias res senza ricominciare tutto il contesto dei fatti ab ovo. Questa particolarità, che implica una vivace forza di fantasia e di sintesi spirituale, non s'incontra più nei successivi prodotti dell'epopea ionica, designati col nome di ciclici; e pertanto è da ritenersi una caratteristica dell'arte omerica. Segna il passaggio (e in questa posizione di passaggio collochiamo la persona di Omero) fra le canzoni eoliche e il ciclo epico; fra lo spirito lirico-musicale e lo spirito pragmatico-discorsivo-razionale che finirà per prevalere presso gli Ioni. Ma è lecito parlare di ordine, di sintesi spirituale, insomma di organismo poetico nei poemi omerici? L'analisi filologica del secolo scorso, specialmente iniziata da F. A. Wolf, come ha negato o svalutato per lo più la persona di Omero riducendolo a un semplice compilatore, così ha infranto l'unità dei due componimenti cercando di dimostrare che non sono se non un'aggregazione o sovrapposizione di parti mal congegnate fra loro. Questa specie di critica è stata utile, in quanto ci ha insegnato a distinguere i materiali di cui si servì l'epopea omerica, le fasi antecedenti alla sua costituzione; ma ha passato il segno quando adombrandosi delle mende, delle interpolazioni e delle variazioni introdottesi nei poemi durante il corso dei tempi, si è lasciata sfuggire i segni del genio creatore. E certamente oggi i più tornano a credere nell'unità fondamentale dei due poemi, intesi come opere d'arte.

Questa unità è dimostrata specialmente dalla concezione - diciamo cosi - finalistica di entrambe le opere, per cui tutte le parti, tutti gli episodî, quantunque qua e là rilassati o segnati da tracce d'imperfezione e da residui di varie epoche, sono però, non solo rivissuti col medesimo spirito, col medesimo sentimento, ma diretti e coordinati al medesimo effetto finale, che ha scopo altamente drammatico. La drammaticità è un'altra caratteristica essenziale della poesia omerica; e fu esattamente intuita dagli antichi filosofi (Platone, Aristotele, ecc.), ai quali l'epopea di Omero parve il prototipo della tragedia attica. Essa è, in fondo, la vera e sola dote che abbia consentito di trasformare l'enorme materia dei miti, di contenuto puramente pragmatico-narrativo, in poesia viva e palpitante, permeata d'interiore lirismo. E, infatti, sostituisce l'elemento lirico-musicale delle anteriori canzoni di gesta. Senza di essa si cadrà poi nell'arida narrazione dei poemi ciclici. Iliade e Odissea son pure, sostanzialmente, "mitopea", al pari degli altri poemi: il loro autore s'immerge nella gioia del novellare, nel lusso delle immagini, ecc. Ma qui i miti (è indubitabile) non contano se non a causa della loro capacità emotiva; sono scelti e condotti e rivissuti con riguardo alle passioni che possono suscitare. C'è una mente che partecipa all'azione. Tutti i casi della vita, lieti o tristi, passano nei due poemi: ma contemplati e quasi vigilati dall'alto con largo e doloroso senso di umanità. Questo senso di umanità ha dato ai due poemi valore universale. Perciò gli Elleni, non soltanto della Ionia ma d'ogni parte, si riconobbero immediatamente in essi e ne fecero il loro "libro" per eccellenza, il fondamento della loro cultura.

Intorno all'Iliade e all'Odissea la fioritura epica fu abbondantissima nella Ionia, attraverso i secoli VIII e VII, protraendosi poi anche, per pura forza d'inerzia, fin sulla soglia del V a. C. Essa diede origine a una serie di poemi, la maggior parte dei quali si sogliono designare col nome complessivo di ciclo epico. Di tali poemi a noi sono pervenuti soltanto i riassunti compilati dai grammatici, e un certo numero di frammenti. Erano per lo più attribuiti alla persona medesima del glorioso iniziatore, Omero; e solo in progresso di tempo, con l'avvento della critica, per opera di Erodoto, di Aristotele, ecc., si cominciò a dubitare d'una tale attribuzione: per cui i poemi del ciclo rimasero anonimi, oppure furono assegnati a diversi nomi di rapsodi e di Omeridi (Stasino, Egesia di Cipro, Aretino di Mileto, Agia di Trezene, Antimaco di Teo, ecc.). Formavano una specie di corpus del patrimonio leggendario più solenne e più accetto presso gli Ioni. Collegandosi l'uno con l'altro, comprendevano la narrazione degli avvenimenti mitici dall'origine del mondo alla fine dell'epoca eroica: Titanomachia; Edipodia; Tebaide ed Epigoni; Ciprie (le quali servivano come introduzione, ampia e complessiva, alla breve azione dell'Iliade); Etiopide; Piccola Iliade; Iliupersis (cioè "Distruzione di Troia"); Nostoi (cioè i "Ritomi", fra cui naturalmente s'inquadrava, e veniva per ultima, l'Odissea); Telegonia. La materia di taluno fra questi poemi poteva anche essere anteriore a quella dell'Iliade o dell'Odissea; ma certo la forma era più recente. In essi si attuava ormai uno spirito nuovo. La tendenza verso i grandi organismi narrativi, per cui dalle canzoni eoliche già erano sorti i poemi omerici, procedeva sempre più; e, non assistita dal genio poetico, si trasformava in attitudine riflessiva e in curiosità ordinatrice dei fatti: cioè i fatti, per quanto leggendarî, venivano ricercati e guardati in modo realistico e pragmatistico, come materia di storia, come verità; quindi erano connessi ed esposti integralmente, nella loro successione cronologica. La sublime facoltà omerica, di tagliare dal complesso dei fatti una breve azione sovvertendo l'ordine cronologico per suscitare l'interesse drammatico, è venuta meno. Il ciclo epico è l'espressione di una fantasia che si esaurisce; di una poesia che dovrà cedere il campo alla prosa. Infatti il passaggio dall'ἔπος all'ἱστορία dei logografi e dei filosofi naturalisti della Ionia non è lontano.

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Ma intanto la produzione dell'epos - che era sentita come la più alta e universale forma, non solo di poesia, ma anche di conoscenza - non si limitava alla Ionia. Dalla Ionia, e in generale dalle colonie greche dell'Asia Minore, dove s'era svolto e perfezionato, l'epos rifluiva nella madrepatria; e accompagnava poi gli Elleni nelle altre terre di colonia, verso l'Occidente, in Sicilia e nella Magna Grecia, comunicando anche i suoi influssi a popoli diversi, Italici ed Etruschi. La maggiore di queste diramazioni si costituì (ciò non sembra casuale) in paesi eolici del continente ellenico, nella Beozia, dov'era un antico culto delle Muse e dove probabilmente sussistevano i germi di quella primitiva poesia epico-lirica che era trasmigrata in Oriente, nelle colonie eoliche e poi specialmente nelle ioniche, e che dall'Oriente ritornava ingigantita con l'efficacia dei suoi modelli e con la nobiltà dei progressi compiuti.

Esiodo. - La poesia epica della madrepatria non ebbe lo splendore della produzione orientale: sorgeva in terreno più arido e più ristretto; rispondeva alle modeste condizioni di vita che erano proprie del continente greco. Il principale rappresentante di essa fu Esiodo: al cui nome si lega una quantità di opere (conservate solo in parte), che ce lo fanno apparire come un caposcuola, come l'iniziatore d'una tradizione e d'una tecnica poetica, a somiglianza di Omero. La persona di Esiodo però non è, sotto l'aspetto storico, così evanescente come quella di Omero. E non è così evanescente, per due ragioni che sono connesse l'una con l'altra: anzitutto perché egli appartiene ad età posteriore, essendo vissuto certamente verso la fine del sec. VIII, intorno al 700 a. C.; e poi perché egli non si lascia più assorbire tutto quanto dagl'incantesimi della fantasia, bensì piega verso la riflessione. Non ha aspirazioni puramente ideali; guarda all'aspetto pratico e materiale della vita; parla di sé e delle sue vicende personali. La sua famiglia, da Cume eolica, sulle coste dell'Asia Minore, era tornata nel continente, stabilendosi ad Ascra, piccolo villaggio agricolo in Beozia, ai piedi dell'Elicona (il monte sacro alle Muse). Quivi Esiodo coltivava i beni ereditati dal padre; e nel medesimo tempo esercitava l'arte del rapsodo: arte che evidentemente si era già propagata nella madrepatria e conduceva lui, come i cantori ionici, come gli omeridi, a frequentare le pubbliche cerimonie dei paesi d'intorno, portandovi (in gara con altri concorrenti) i canti della tradizione epica. È notevole che, sebbene Esiodo fosse d'origine eolica, stanziato in territorio eolico, tuttavia la sua produzione, sotto l'aspetto tecnico del dialetto, del verso, del frasario, ecc., è tipicamente ionica, e omerica. Questo ci conferma (se pur fosse necessario) la posteriorità di Esiodo rispetto ad Omero: ossia, ci dimostra che l'epopea ionica, innestatasi sulle radici eoliche, aveva ormai dato il suo massimo fiore e, diffondendosi, assumeva una posizione di assoluto dominio.

Come rapsodo, come cantore di dei e di eroi, Esiodo guardava, o doveva guardare, verso il cielo; come agricoltore, era legato alla terra. La sua poesia sembra conciliare ed equilibrare questa duplice condizione. Infatti, essa non s'innalza mai alle più alte vette; si tiene di solito a un livello mediano. E poiché effettivamente le disposizioni intellettuali, non solo sue, ma del suoi tempi e del suo paese, tendevano a scendere al lato pratico e ordinario della vita, perciò Esiodo poté esprimere in versi i frutti non soltanto dell'immaginazione ma del pensiero, i risultati dell'esperienza, gl'insegnamenti morali, religiosi ed economici. Fu poeta essenzialmente didascalico, nel senso non retorico, ma reale della parola.

Infatti, compose tra l'altro Le opere e i giorni; che sono la più diretta e riconoscibile emanazione della sua personalità. Questo carme, sebbene scritto nel dialetto, nel verso e nel frasario dell'epopea, tratta un argomento umilmente didattico e soggettivo: prende le mosse da vicende e da interessi privati dell'autore, per svolgere un'ampia serie di precetti sull'utilità del lavoro, sul governo della casa, sull'agricoltura e sul commercio marittimo. Ossia, tratta di tutto ciò che occupava intensamente la vita pratica di lui Esiodo e dei Greci contemporanei. Il periodo storico che va dal sec. VIII al VII a. C. non soltanto è epoca di mutamento nelle disposizioni intellettive, ma di crisi sociale ed economica, specialmente nella Grecia continentale: cessate le grandi imprese di guerra, attenuati i bagliori delle gesta eroiche, si cercava di trarre faticosamente dalla terra e dal mare (sciamando anche in cerca di nuove colonie, nell'Occidente) i mezzi dell'esistenza. Tutto ciò si rispecchia nella concezione di Le opere e i giorni, che è materiata e ispirata dal cupo conflitto tra povertà e lavoro. Ma le medesime inclinazioni pratiche, riflessive, didascaliche, si esplicano negli altri componimenti, di contenuto epico, che costituirono la principale attività del poeta di Ascra: nella Teogonia, nello Scudo di Eracle, nel Catalogo delle donne, nelle Eoie: componimenti i quali con maggiore o minore certezza sono attribuiti ad Esiodo; e in ogni caso sono espressivi della sua scuola e della sua maniera: poiché l'esempio di Esiodo diede origine a un'abbondante produzione di opere analoghe, poemi catalogici, genealogici e cosmogonici, sull'origine del mondo, sulle divinità, sugli eroi e sulle eroine, e poi anche sulle dinastie di principi. Lo scopo e il carattere precipuo di questa produzione (come appare soprattutto dal suo più genuino modello, che è la Teogonia) consiste nel dare al patrimonio teologico o mitologico ordinamento e sistema, sottoponendolo alle prime esigenze della curiosità dottrinale o storica. Dunque, è l'identico scopo e carattere che abbiamo notato nel ciclo epico.

La poesia esiodea deve in realtà collegarsi con quella ciclica, della quale è contemporanea. Infatti essa rappresenta, al pari del ciclo, il decadimento dello spirito fantastico ed eroico nelle generazioni successive ad Omero; e s'incanala, insieme con quello, nel medesimo alveo che condurrà verso la storia e la filosofia. Ciò non vuol dire che in Esiodo - nei componimenti che appartengono alla sua personalità, e che della sua personalità sono rivelatori, come Le opere e i giorni e fino a un certo punto la Teogonia - manchi o sia del tutto scarso l'affato poetico. Questo si rivela specialmente in talune movenze di accorata mestizia o di sdegno e in un certo fervore di passione morale e religiosa. Ma i valori poetici sono compenetrati e assorbiti in una forma più generale e più larga, che non è, e non vuol essere, di arte pura, bensì di conoscenza e di sapienza.

Il distacco da Omero, non soltanto sotto l'aspetto artistico, ma soprattutto sotto gli aspetti intellettuali, si fa profondamente sentire sia nel ciclo, sia in Esiodo e nei suoi successori. E diventa tanto più accentuato, quanto più si procede nel sec. VII e nel VI a. C. Di solito esso è inconsapevole: poiché inconsapevolmente mutava anche il modo d'intendere i poemi omerici in quelli stessi che li esaltavano e li accoglievano come il fondamento di ogni cultura. Ma altre volte il distacco è voluto, e assume i caratteri della revisione, dell'opposizione e della critica.

Un antico componimento anonimo, le cui origini risalgono al sec. VI o al VII (quantunque a noi sia giunto in redazione assai posteriore, attraverso il Museion del retore Alcidamante), raccontava una specie di finta tenzone poetica fra Omero ed Esiodo - l'Agone di Omero ed Esiodo - in cui il secondo riusciva vittorioso: e vittorioso appunto in grazie alla superiorità dei suoi concetti morali e religiosi. Questo piccolo libro fu probabilmente composto in qualche scuola di rapsodi (nella Beozia); ed è molto significativo, perché ci scopre quali fermenti e forze di pensiero si agitassero intorno alle vecchie forme dell'epopea. L'epopea ionica, nella sua enorme diffusione e nell'ormai lunga durata, portava con sé i germi del dissolvimento. Tutto ciò ch'essa acquistava in ampiezza lo perdeva in profondità. Assorbiva elementi svariati, si piegava alle cresciute esigenze spirituali; s'avvicinava alla logografia, alla storia, alla scienza; diventava una forma capace d'accogliere ogni cosa. Ma con ciò lo spirito epico era ucciso. Infatti, mentre ancora perdurava la produzione ciclica ed esiodea, già s'apriva la strada alla parodia: entravano in scena componimenti scherzosi e aneddotici che sono il rovesciamento assoluto dell'epopea. Per es., fra il sec. VIII e il VII (cioè in epoca anteriore ad Archiloco, il quale ne faceva già menzione) venne fuori il Margite, poema parodico ch'era attribuito addirittura ad Omero: evidentemente perché fu composto presso un gruppo di Omeridi, nella Ionia stessa. In quest'opera al sublime Achille era sostituito un povero gaglioffo, di nome Margite, che "arti molte sapea ma tutte male" e faceva assai ridicola figura nelle più umili circostanze della vita. La violazione dello spirito epico-eroico era poi resa tanto più manifesta in quanto fra i solenni esametri s'intercalava un altro metro, attinto dai bassi strati della poesia popolaresca e volgare, il giambo: metro che riceverà definitivo battesimo letterario da Archiloco.

Dunque, il mondo eroico, su cui poggiava l'epopea, era gravemente minacciato (specialmente, s'intende, nell'evoluta coscienza degli Ioni). Al di là di esso non solo maturavano la riflessione, la curiosità storica, l'interesse pragmatico, la meditazione morale e religiosa, ma anche veniva emergendo, con le sue infinite possibilità, il mondo umile o grottesco della vita ordinaria. Questo era stato avvicinato un poco perfino da Omero, non nell'Iliade, bensì nell'Odissea (che appunto perciò ha indole o apparenza più moderne); e poi maggiormente era stato accolto da Esiodo, in Le opere e i giorni. Ma le vere sue manifestazioni esso le trovava per lo più negl'incolti esperimenti della novella e della favola. Accanto alle superbe narrazioni delle gesta degli eroi, che i rapsodi portavano di paese in paese, non poteva mancare questo più umile ma non meno universale genere di cultura. L'epopea rappresentava il lato nobile, guerresco, avventuroso della vita. E la favola l'altro lato: la vita d'ogni giorno, modesta, comune, borghese. Per varietà di argomenti, per potenza di personificazione, per ampiezza di significato, questa era pure una specie di epopea, o meglio era la grande "commedia umana" che veniva intuita per la prima volta dallo spirito di osservazione del popolo; e che spesso restava nel popolo, affidata alle cure informi di autori plebei (come sarà, nel sec. VI, Esopo); talora era trasmessa all'arte dei più autentici poeti. Archiloco, il grande giambografo, che ci si presenta proprio a metà del sec. VII, fu essenzialmente poeta di favole: e per questo suo aspetto la tradizione critico-letteraria degli antichi gli assegnò un posto corrispondente, sebbene antitetico, a quello di Omero.

La lirica. - Esaurite le fonti vive dell'epopea, la poesia, la fantasia, il sentimento dovevano trovare un altro sbocco. Lo trovarono infatti nelle molteplici forme di quella che convenzionalmente chiamiamo lirica: la quale ebbe appunto il suo splendore nel secolo VII e nel VI a. C. Con essa ritornavano a galla e acquistavano dignità letteraria le primitive manifestazioni lirico-musicali, di cui s'è detto precedentemente, che avevano avuto la loro parte negli inizî dell'epopea stessa, per es. nelle brevi "canzoni di gesta" eoliche (quando i versi eroici venivano non recitati ma cantati), e che erano poi rimaste sempre più sommerse dalla tendenza degli Ioni verso i grandi organismi narrativi e verso la forma logico-discorsiva. Carattere distintivo della lirica era, come dice il nome, l'accompagnamento del canto e della musica (mediante la lira, o la cetra, o il flauto, o altri strumenti, a seconda dei "generi"): carattere esterno, a cui però corrispondeva una speciale intrinseca disposizione della materia. Veramente, quando si parla di lirica greca, non si deve pensare a poesia di pura effusione dei sentimenti: perché questa fu sempre molto rara presso i Greci, specialmente agl'inizî, e avrebbe implicato un maggiore e più rapido sviluppo nelle facoltà spirituali, nella psicologia e nell'autocoscienza. La materia della lirica è in generale quella stessa dell'epica, o non molto diversa, cioè fatta di miti, di racconti, di favole, ecc.; ma sentita e rivissuta in altro modo: in modo più profondo, più intimo, più soggettivo. Tra i fenomeni che più contraddistinguono la trasformazione spirituale nel passaggio dall'età di Omero all'età dei lirici è notevolissimo il sorgere, sia pur lento e graduale, del soggettivismo e dell'individualismo: l'attitudine degl'individui a guardare nel proprio io, o ad affermare la propria personalità staccandola dalla compagine anonima degli aggruppamenti sociali. Naturalmente queste tendenze cominciavano appena a disegnarsi: erano soverchiate (e lo saranno ancora per molto tempo, fin quasi all'età alessandrina) dalle opposte forze del collettivismo, del tradizionalismo, dello spirito autoritario, ecc. Ma pure, nella lunga e proficua lotta che si combatte attraverso tutta la storia greca per lo svolgimento della coscienza individuale, hanno grande importanza i primi passi allora compiuti. Esiodo - come abbiamo visto - è la prima personalità che ci si affacci con carattere proprio, soggettivo. Per tale carattere egli riesce a staccarsi un poco dal comune solco dell'epica, in cui viene lavorando; e serve di transizione al nuovo genere. A lui seguono le numerose figure dei lirici, ciascuno dei quali sa far trasparire di là dalla materia trattata la propria persona.

Varie furono le condizioni e le occasioni che favorirono l'incremento della lirica. Anzitutto le condizioni politiche. Scomparse le monarchie dei tempi eroici, nelle libere città s'iniziava un periodo di grandi rivolgimenti e di accanite passioni, attraverso le diverse fasi dell'aristocrazia, della tirannide e della democrazia. Si aggiunga la crisi religiosa, che è pure una caratteristica del sec. VII e del VI: giacché, in contrasto con l'ingenua teologia dei poemi omerici, da una parte si diffondeva l'incredulità e la critica dall'altra sorgevano nuove forme di fede più ardente e più entusiastica alimentate dai misteri. In mezzo a queste vicende la vita del sentimento s'intensificava; forti personalità acquistavano rilievo, e cercavano nel canto la loro espressione. Talvolta erano gli uomini politici stessi, gli statisti, i guerrieri, che davano di piglio alla lira.

Con la sua varietà la lirica corrisoonde, meglio di ogni altra forma letteraria, al variopinto quadro della nazione. Ed è diffusa un po' dappertutto, nella moltitudine dei piccoli stati che erano sorti o che venivano sorgendo, con infinito travaglio di passioni e di discordie intestine, così nella madrepatria, come nelle colonie d'Oriente e d'Occidente. Tuttavia si possono e si debbono distinguere anche per la lirica i diversi centri d'irradiazione. La Ionia naturalmente, occupa un posto affatto speciale. Essa, che aveva dato sviluppo all'epopea e che ancora teneva il primato nel complesso della cultura, non poteva per evidenti ragioni primeggiare nella lirica: perché a questa si opponevano le tendenze logiche, pragmatiche, discorsive, che erano la principale caratteristica degli Ioni e il fondamento della loro eccellenza in altri campi. E anzi gli Ioni nel campo della lirica produssero, originalmente, quelle sole forme che più si avvicinavano (tanto nell'aspetto ritmico, quanto nella sostanza) all'epopea, e quindi anche alla narrazione, al ragionamento, al discorso: cioè l'elegia e il giambo, che gli antichi consideravano come un genere mediano (non pienamente lirico) e designavano col nome dei componimenti eroici, cioè ἔπη "versi discorsivi".

La dipendenza e quasi la filiazione diretta dall'epopea è specialmente manifesta nell'elegia: la quale ripete suppergiù il medesimo metro eroico, l'esametro dattilico, e solamente ne spezza la continuità troppo lunga e solenne, alternando ad ogni esametro intero un esametro tronco (il cosiddetto pentametro) in modo da costituire delle brevi strofe (distici elegiaci: ἔλεϕοι) a cadenza rapida e serrata. Il giambo era per lo più, come il verso epico, a serie continua, libero dai legami e dalle spezzature delle strofe: ma in compenso aveva di per sé stesso un andamento più umile e assai vicino al discorso familiare. Tanto il metro elegiaco quanto il giambico derivavano, secondo ogni verosimiglianza, dalle popolazioni preelleniche d'Oriente; e in origine erano accompagnati con la musica e col canto. Si dice che ἔλεγοι significasse "canna": cioè il flauto, su cui in età preistorica si modulavano i distici elegiaci. Ma nello spirito degli Ioni queste primordiali forme di poesia cambiarono alquanto la loro natura, e diventarono puramente recitative, prestandosi così all'esposizione di qualsiasi materia, anche didattica e ragionata. In origine (secondo una tradizione a cui non c'è motivo di negar fede) l'elegia era stata una specie di "lamento" da cantarsi nei funerali; ma quand'essa ci compare in luce di storia, noi la troviamo impegnata ormai in ogni sorta d'argomenti: canti di guerra, espressioni d'amore, narrazioni di leggende, esortazioni politiche, insegnamenti morali e filosofici. Talora, ordinata in brevissima serie di distici, essa serve come iscrizione o epigramma (di qui comincia l'uso degli epigrammi, che diventerà poi frequente e svariato) da collocarsi sulle tombe, sui monumenti, ecc.: ma non è lirica, non querula, non passionale; bensì narrativa, commemorativa, lapidaria. Similmente il giambo era stato in origine una specie di canzone salace in cui si esprimevano gli scherzi e i lazzi popolari (perciò fu inserito, come abbiamo visto, nel Margite pseudomerico, a far contrasto con gli esametri eroici); ma poi, nell'uso letterario, anch'esso si estende al mondo svariato della sapienza, della realtà quotidiana, della favola, della predicazione morale, ecc. In complesso, l'elegia e il giambo raccolgono tutti quegli elementi della vita, della meditazione, del pensiero, ecc., che non si adattavano all'irrigidita e sorpassata forma dell'epopea. Queste due nuove fomie poetiche si svolgono parallelamente; i cultori dell'una sono spesso anche cultori dell'altra; esse sono entrambe espressione di un unico momento storico e di un medesimo ambiente spirituale, la Ionia; e soltanto è da notare che nell'elegia si rispecchia il lato piuttosto aristocratico della vita e della coscienza, mentre nel giambo affiora di preferenza la parte umile e plebea.

Scrittore di elegie, ma soprattutto di giambi, fu, verso la metà del sec. VII, Archiloco di Paro: il quale dalla tradizione storico-letteraria e dai pochi frammenti ci appare come una delle più poderose figure della poesia greca. Egli versa nella sua poesia, con insolita audacia, sentimenti d'amore e d'odio, d'ira e di vendetta. La foga della passione dà alla sua personalità un rilievo straordinario, e gli consente di mettere a nudo, spregiudicatamente, gli aspetti meno nobili, e magari turpi e osceni, della vita e della realtà in generale. Egli ha pure scopi precettistici; e trae materia non solo dalle sue vicende personali, ma dal regno della favola, il quale gli serve a rappresentare simbolicamente i difetti dell'umanità e gli fornisce i più opportuni elementi per la sua sapienza popolaresca, per la sua morale pessimistica e beffarda.

Sulla medesima via di Archiloco, ma con temperamento alquanto diverso, meno personale, meno aggressivo, si pose un suo coetaneo o di poco posteriore, Semonide di Amorgo (nativo di Samo), autore della famosa satira delle donne. Invece Ipponatte di Efeso, vissuto circa la metà del sec. VI, sviluppò la parte più volgare del grande predecessore: creò il tipo perfetto del poeta maledico e mendicante; giunse a espressioni della massima trivialità, rendendo manifesta tale tendenza anche nel metro, con l'uso del cosiddetto coliambo, o giambo zoppicante.

Questi autori rappresentano l'antitesi completa dell'epopea e dello spirito eroico. Il quale sopravviveva, eccezionalmente, in taluni dei più antichi elegiaci, pur contemporanei di Archiloco.

Sopravviveva in Callino di Efeso, che con versi marziali incitò i compaesani a difendere la patria - l'Asia Minore - da un'invasione dei Cimmerî; e soprattutto in Tirteo, il poeta guerresco per eccellenza. Tirteo era di Mileto (forse è pura e semplice leggenda quella che lo fa d'origine ateniese, salvo che ad Atene egli si fosse dapprima stabilito), ma emigrò a Sparta, e quivi trovò opportuno alimento e occasione al vigore della sua poesia. Infatti egli fu, durante la seconda guerra messenica (poco dopo il 650), l'animatore degli Spartani, per i quali compose le sue raccolte d'elegie: sia le Esortazioni (ὑποϑῆκαι), dirette a svegliare l'ardore bellicoso, sia la Eunomia, dedicata a promuovere la concordia, l'obbedienza alle leggi e in generale i sani principî del buon governo civile. Entrambe queste raccolte, sebbene fossero scritte a uso degli Spartani, in paese dorico, tuttavia, a causa del loro carattere letterario, conservavano il dialetto ionico: invece le Canzoni d'assalto (ἐμβατήρια), del medesimo Tirteo, dovendo essere cantate direttamente dai soldati, ed essendo in altro metro, più vivace (non elegiaco, bensì anapestico), erano composte nel dialetto dei Dori.

Ma se in Callino e in Tirteo risonavano correnti eroiche, è certo che l'indole ionica, abituatasi ai molli ozî dell'Asia, era fatta piuttosto per i pacifici godimenti sia del corpo sia dell'intelletto.

Essa si rispecchiava nel voluttuoso Mimnermo di Colofone (pure vissuto verso la fine del sec. VII), il quale espose con tenera malinconia le gioie della giovinezza e dell'amore. In generale Mimnermo ricavava la materia adatta ai suoi sentimenti dal mondo della mitologia; ma in questa cercava naturalmente, con tendenza ben diversa dall'epopea, i lati più riposti, più tenui, più leggieri: infatti mise assieme - nella raccolta di elegie (Ναννώ) intitolata alla sua donna, - una quantità di leggende d'argomento per lo più amoroso o familiare (perciò egli sarà considerato come un precursore dagli Alessandrini). Inoltre l'indole ionica trovava larga espressione nella poesia sentenziosa, morale, filosofica, didascalica, ecc., di cui fu caratteristico rappresentante, dal sec. VII al VI, Focilide di Mileto. In Focilide sboccava, con aspetto assai simile a quello dei giambografi e in parte anche di Esiodo, la sapienza popolaresca dei motti e dei proverbî, la gnomologia non dotta, ma empirica, dei "Sette Savi" di quei sette savî, la cui famosa leggenda veniva appunto formantosi nella Ionia, durante questo periodo.

In altri autori invece si affacciavano i frutti della dottrina e degl'incipienti studî filosofici.

Senofane di Colofone - trasmigrato però ad Elea, colonia focese nell'Italia meridionale, dove fondò la cosiddetta scuola eleatica - si servì del verso a scopi essenzialmente teoretici. I suoi concetti sulla natura delle cose (Περὶ ϕύσεως) egli li espresse di preferenza, com'era conveniente, nel solenne metro dell'epopea. Ma in elegie e in giambi - ch'erano le forme adatte per accogliere anche lo sfogo del sentimento - prese a combattere le tradizionali credenze religiose e morali, i miti di Omero, i pregiudizî volgari, colpendoli spesso con l'arma del ridicolo (soprattutto nei componimenti intitolati Σίλλοι o Παρῳδίαι).

Un posto assai importante spetta poi a Solone: che fu il più antico scrittore di Atene (vissuto egli pure fra il sec. VII e il VI), e quindi ci rappresenta quella parte della stirpe ionica che risiedeva nell'Attica e che erediterà di lì a un centinaio d'anni il primato della cultura. Solone è soprattutto un sapiente (nell'accennata leggenda era assunto nel numero dei sette savî). È l'uomo della realtà, della verità, della misura; mette la poesia a servizio della propria opera di statista e di riformatore, a servizio della patria e dell'educazione: ma poiché la patria e l'educazione sono la sua fede, perciò egli riesce a stampare anche nella poesia un'impronta caratteristica, fatta di chiarezza, di sincerità, di vigore. Infine, non è da dimenticare Teognide, quantunque non appartenga a stirpe ionica - essendo dorico, di Megara - e quantunque ci conduca ad epoca un po' troppo tarda, essendo vissuto negli ultimi decennî del sec. VI e a principio del V, sino ai tempi delle guerre persiane.

Ma dell'elegia e del giambo avveniva quel ch'era avvenuto dell'epopea: che a poco a poco si consideravano come "generi" fissi, anche prima che intervenissero i grammatici a definirli; e si diffondevano nelle varie regioni della Grecia e delle colonie, non solo per l'emigrazione di poeti ionici (come Tirteo, Senofane, ecc.), ma per l'adozione di essi da parte di poeti non ionici: si diffondevano col loro proprio dialetto ionico, col frasario, con la tecnica, con l'abitudine acquisita di trattare l'una piuttosto che l'altra materia. Anche Teognide è, come i più dei predecessori, poeta essenzialmente politico-moraleggiante: anzi, egli è il poeta "gnomico" per eccellenza. Raccoglie una quantità di elementi tradizionali (di cui non è facile distinguere la provenienza); li condisce con nuova passione; li somministra in forma parenetica (per lo più come ammaestramenti al giovinetto Cirno). Egli non manca di carattere personale; ha una certa sua visione della vita, profondamente pessimistica, con scarsa fede nelle virtù degli uomini: perciò mira a sfogare nei versi i proprî sentimenti di acrimonia, soprattutto il suo rancore di vecchio aristocratico spazzato dalla crescente marea della democrazia. Era nella società, così come nell'arte, un passatista.

Poesia melica. - Dunque la lirica ionica, dell'elegia e del giambo, trovava diffusione e continuazione anche presso le altre stirpi della Grecia. Tuttavia, le altre stirpi - cioè gli Eoli e i Dori - davano origine in quel medesimo tempo ad altre forme, loro proprie: le quali erano più consentanee alle naturali tendenze del loro spirito e dei loro costumi; e corrispondevano anche meglio al concetto della lirica. Infatti, esse erano veramente accompagnate dalla melodia (musica e canto), né mai cercarono di liberarsene: perciò - ad evitare ogni equivoco con l'elegia e col giambo, in cui l'originario elemento melodico era stato subito soppresso - si contraddistinsero col nome di poesia melica. Questa poi si soleva suddividere in monodica e corale, a seconda ch'era fatta per essere cantata da uno solo oppure dal coro. Distinzioni e divisioni certamente superficiali, perché si riferiscono ai fattori esterni della tecnica, dell'istrumentazione, dell'esibizione, ecc.; ma che pure coincidono anche, in gran parte, con le interne disposizioni della sostanza poetica. Non c'è dubbio che dalla melica esulano quegli scopi didascalici, razionali, discorsivi che costituiscono la principale caratteristica della lirica ionica; o se arrivano a introdurvisi (poiché quasi tutta la poesia greca dell'età classica è, in un certo senso, pragmatica e utilitaria), perdono però della loro pesantezza; assumono un tono più lieve, più affettivo, più ardente. Nella forma monodica poi il poeta si pone davvero fronte a fronte con sé stesso: e allora ha occasione di scavare il proprio io ed espandere la piena degl'interni affetti. Invece nella forma corale egli si riversa piuttosto sulla materia del mito e della "gnome": poiché non canta soltanto per sé ma per gli altri; è rivolto agl'interessi, ai sentimenti, agli affetti della comunità; compone per cerimonie nazionali e religiose, in occasione di preghiere, di vittorie, di nozze, di funerali, di simposî, ecc. (quindi le innumerevoli specificazioni della poesia corale in nomoi, inni, peani, epinici, iporchemi, ditirambi, prosodî, partenî, encomî, epitalamî, imenei, treni ed epicedî, scolî, ecc.). Ma in generale, di qualunque materia si trattasse, è certo che nella melica, sia monodica sia corale, era maggiormente aperta la via alle correnti liriche del sentimento e della soggettività (in quei limiti - s'intende - ch'erano consentiti dal grado di sviluppo ancora non molto avanzato della coscienza e della psicologia greca). Naturalmente noi non possiamo giudicare se non della parte che si concretava in parole: ma un importante complemento era costituito dalla melodia, la quale aveva appunto il compito di accrescere l'effetto delle parole prolungandole e sublimandole in echi armoniosi. Provvedeva, essa, a soddisfare le esigenze più astruse e indefinite dell'anima, scendendo in maggiore profondità e traendo dagli abissi dell'inconscio molte di quelle vibratili impressioni che la poesia di per sé non esprimeva, né poteva ancora esprimere, perché ancora non raggiungevano la soglia della coscienza e dell'oggettivazione verbale. Il principale centro d'irradiazione della poesia melica fu presso gli Eoli dell'Asia Minore, e soprattutto nell'isola di Lesbo, in cui, tra la fine del sec. VII e gli inizî del VI a. C., ci si presentano, come segno ed effetto d'un ormai rigoglioso svolgimento, le due grandi figure di Alceo e di Saffo.

Tanto l'uno quanto l'altra composero canti di varia natura (forse anche corali), per feste, cerimonie, ecc.; ma la maggior eccellenza essi la raggiunsero nella forma monodica, nella quale esplicarono una singolare attitudine all'espressione dei sentimenti e degli affetti. Questa attitudine naturalmente era nutrita in loro dalle condizioni della civiltà in cui vivevano; poiché l'isola di Lesbo era allora teatro di azioni e di passioni ardenti: agitata dalle lotte politiche fra l'aristocrazia e la tirannide, e nel medesimo tempo animata da un intenso fervore di vita musicale e letteraria. In Alceo risuonano specialmente i tumulti della guerra e della rivoluzione. Egli è l'uomo di parte, l'aristocratico, che afferra la lira per sfogare i suoi odî politici o, in generale, per effondere gli affanni e i tormenti della sua anima sbattuta dalle tempeste. Alle passioni politiche s'aggiungono in lui, come fonte d'inquietudine e di canto, il vino e l'amore. Difatti egli è anche poeta essenzialmente simposiaco, erotico e sensuale: nel vino e nell'amore cerca il riposo, l'oblio, il sollievo; in realtà trova sempre nuova occasione da cui fare sgorgare l'amarezza, il rimpianto, la noia della vita. Egli è tutto impulso; la pienezza del suo temperamento si traduce in poesia di tonalità vivace e calda. Saffo invece ci trasporta in ambiente più sereno, di vita spirituale e familiare: rispecchia le finezze dell'educazione e della cultura, la quale raggiungeva in Lesbo un alto grado di eleganza ed era specialmente affidata alla società femminile. Famiglia, amicizia, amore non hanno mai trovato espressione così delicata e così immediata come in questa poetessa, che congiunse con la grazia il iu̇gore d'un ingegno veramente originale. In lei tutte le cose acquistano un senso d'intimità dolce e affettuosa: i fatti della vita, i rapporti con le persone care, e anche il mondo della natura e del mito.

Gli Eoli ebbero dunque una magnifica sorgente di canti, ma la lasciarono morire assai presto, insieme col rapido esaurirsi della civiltà di Lesbo. Qualcosa di simile produssero, sull'esempio degli Eoli, gli Ioni: i quali, come avevano ereditato e rifuso nel loro dialetto e nel loro spirito i motivi dell'originaria epopea eolica, così ripeterono e rifusero anche i motivi della melica monodica. Questo ci è dimostrato da Anacreonte di Teo, che fiorì qualche decennio dopo Alceo e Saffo e portò la sua lira di raffinato cantore ionico alle corti di Policrate in Samo e dei Pisistratidi in Atene.

Anacreonte si riattacca in parte, per l'indole poetica, al suo proprio corregionale, Mimnermo di Colofone (e compose, egli pure, elegie); ma più direttamente dipende dai melici di Lesbo. Infatti egli sviluppa la poesia conviviale di Alceo; anzi ne fa quasi un genere apposito, che si perpetuerà, soprattutto in Atene, nella tipica imitazione delle Anacreontiche: canta il vino e l'amore, le donne e i fanciulli, i fiori e le danze, le gioie e i piaceri. Non i dolori: poiché in lui manca ogni profondità di passione; tutto è lieve, superficiale, spensierato. E qui si sente ormai che la poesia, per eccesso di leggerezza, muore; non vuol essere pesante e ingombrata col materiale delle crescenti esigenze intellettuali, com'è per lo più nella Ionia, presso gli elegiaci e i giambografi di questo periodo, ma d'altra parte si riduce a puro giuoco e distrazione: non cresce dal profondo della vita e del pensiero, ma ai margini della vita e del pensiero.

Più larga e durevole fioritura le forme della poesia melica ebbero presso la stirpe dei Dori, nel Peloponneso - a Sparta, Corinto, ecc. - e nelle colonie.

È significativo che, secondo la tradizione, proprio dall'isola di Lesbo venne a Sparta, fra il sec. VIII e il VII, il famoso Terpandro, che si considera come principale fondatore della poesia tra i Dori, ed era specialmente celebrato per i suoi canti religiosi, detti nomoi, solenni e austeri, accompagnati dal suono grave della cetra (citarodia). Dall'isola di Lesbo giungeva altresì, stabilendosi specialmente a Corinto, Arione di Metimna (di alcuni decennî posteriore a Terpandro); la cui figura, per quanto avvolta nella leggenda, risponde tuttavia alla realtà storica: celebratissimo per aver dato forma letteraria ai canti orgiastici in onore di Dioniso-Bacco, detti ditirambi, che per la loro procacità stavano in perfetta antitesi coi nonmoi, ed erano accompagnati dal suono, non così grave, del flauto (aulodia). Infine, d'origine eolica era probabilmente anche Alcmane, nativo di Sardi nella Lidia; il quale, sulla fine di quel medesimo secolo VII, svolse in Sparta, dove risonavano allora anche le marziali elegie e gli anapesti di Tirteo da Mileto, una cospicua attività, legando il suo nome sia ad innovazioni di carattere tecnico (introduzione di armonie e di metri nuovi, costituzione definitiva del sistema antistrofico, ecc.) sia all'intrinseco valore della sua produzione poetica. Nei suoi versi, composti in gran parte per cori di fanciulle (partenî), lasciò un'immagine assai viva della sua personalità gentile, soffusa di certa mollezza orientale.

Ma a Sparta e dappertutto, in generale, presso i Dori, la poesia dovette assumere carattere diverso da quello che aveva presso gli Eoli, adattandosi alle esigenze, ai costumi, all'indole di una gente per la quale l'individuo era più duramente inquadrato nella collettività e le manifestazioni dell'arte non s'intendevano se non come funzioni di popolo, emanazioni della vita pubblica, del culto, della guerra, dei giuochi nazionali, ecc. Perciò presso i Dori la poesia fu quasi esclusivamente corale: cantata a piene voci da molti, con evoluzione di ritmiche danze, intorno agli altari, sulle piazze, nelle processioni, nei ritrovi. Inoltre, essendo così legata al popolo, anche quando sul principio era composta da musici e poeti forestieri, dovette subito adottare il dialetto indigeno, il dorico: il quale s'impresse nella poesia corale così stabilmente che fu considerato elemento indispensabile di essa: e s'introdusse poi nei cori delle altre stirpi; s'introdurrà anche nei cori del dramma attico, portando il suo speciale colorito, distinto e quasi aristocratico, a far contrasto con la lingua attica delle parti dialogate.

Veramente, nel Peloponneso, sia a Sparta sia nelle rimanenti città, la poesia e tutte le arti in generale non ebbero mai un grande splendore. I Dori - almeno nella madrepatria - si dimostrarono per questo riguardo la stirpe meno produttiva e meno propensa agl'interessi spirituali: appunto perché la vita spirituale era in essi soverchiata e soffocata dalla pratica; ai cittadini incombevano soltanto i doveri della milizia e dello stato; le arti si affidavano a forestieri immigrati, come Terpandro, Arione, Alcmane, Tirteo, ecc. Ma un terreno di gran lunga più favorevole si aperse anche ai Dori, nelle colonie d'Occidente: in Sicilia e nella Magna Grecia; dov'essi riuscirono a staccarsi dalle angustie della loro tradizione e crearono una nuova cultura, ricca, poderosa, fiorente. Il distacco dalla tradizione, la mescolanza del sangue (poiché ivi i Dori s'incontravano con gli Ioni, nonché con altri popoli di diverso ceppo), la prosperità delle terre, la varietà dei commerci, la novità delle impressioni: tutto ciò serviva a produrre un ritmo di vita più celere e più intenso, come accade di solito in terre di colonia, e com'era accaduto infatti ai Greci stessi (Eoli e Ioni) nelle colonie d'Oriente, le quali si erano manifestate più precoci e più fervide della madrepatria, specialmente con la magnifìca creazione dell'epos. All'Oriente eolico-ionico risponde ora dall'opposta sponda l'Occidente dorico-ionico, in attesa che nel mezzo, nel cuore della madrepatria, si risvegli, più tardiva, la civiltà attica.

Il primo rappresentante di questa cultura occidentale (siceliota e italiota), insigne rappresentante della lirica dorica corale, è - fra il secolo VII e il VI - Stesicoro d'Imera: il quale dagli antichi fu qualificato come un secondo Omero, perché, come dice Quintiliano, sostenne con la lira il peso dell'epos. Infatti, i suoi componimenti corali erano poemetti d'argomento mitologico e leggendario, e spesso raggiungevano considerevole ampiezza. Nella sua produzione, così abbondante e molteplice, confluiva l'enorme patrimonio delle tradizioni eroiche di Omero e del ciclo epico (Distruzione d'Ilio Elena, Orestea, Gerioneide, Scilla, Cicno, Cerbero, ecc.); a cui egli aggiungeva umili leggende locali, d'indole romantica e agreste (Dafni, Calica, Radina); e il tutto rifondeva in modo piuttosto intimo, sentimentale, soggettivo. Così mentre in Oriente e nel continente ellenico la tradizione epica si esauriva appesantendosi nelle massicce narrazioni storico-cronologiche dei ciclici e nelle genealogie e nei cataloghi della scuola di Esiodo, in Occidente invece, sotto lo stimolo di nuove impressioni, assurgeva per opera di Stesicoro a una vita nuova.

Continuatore di Stesicoro fu Ibico di Reggio; il quale però appartiene ormai alla seconda metà del sec. VI, e ci riconduce per qualche aspetto all'ambiente orientale. Infatti egli, pur dipendendo direttamente dal poeta d'Imera, svolse la maggior parte della sua attività non nel paese d'origine, bensì in Oriente, alla corte di Policrate in Samo; e non compose soltanto poemetti mitologici o leggendari alla maniera stesicorea, ma anzi fu particolarmente celebrato per le sue canzoni erotiche nelle quali sfogava, piuttosto, gli ardori della passione, alla maniera dei Lesbici e degli Ionici (infatti alla corte di Policrate s'incontrava col ionico Anacreonte, erede dei Lesbici). Questo dimostra che i tempi andavano mutando anche nei riguardi dell'arte corale dorica: le differenze da paese a paese tendevano ad attenuarsi; le varie correnti di poesia si mescolavano l'una con l'altra. I poeti corali non erano più, come in origine, strettamente legati alle pubbliche funzioni; cessavano di essere gl'interpreti della città per passare a servizio di principi; erano chiamati di corte in corte, presso le dinastie che sorgevano sia in Sicilia, sia nel continente e nelle isole dell'Egeo. Su questa linea di svolgimento incontreremo, ai confini col periodo attico, le figure dei più rinomati lirici corali: Simonide di Ceo, Pindaro, Bacchilide; i quali per gran parte dipendono ancora dal passato, ma per altra parte sono affacciati alla nuova età.

Prosa. - Intanto, nella lunga e svariata schiera di poeti che si susseguono dopo lo sfacimento dell'epopea, dal sec. VII al VI a. C sono manifesti i segni di un'importante crisi: vale a dire la difficoltà di mettere d'accordo l'ispirazione poetica con le mutate condizioni della cultura, coi progressi della coscienza spirituale specialmente nel campo delle attitudini riflessive e razionali. Questi elementi, intellettualistici, com'erano per lo più in conflitto con la poesia, così dovevano trovare una loro propria forma di espressione: la prosa. Veramente, le forme liriche che si esplicarono durante questo periodo potevano essere in certo senso un mezzo per risolvere il problema: poiché potevano servire (e servirono infatti talvolta) a portare la luce della poesia sui vertici della cresciuta spiritualità, pur evitando l'arido e prosastico cammino dell'astrazione. Ma esse fiorirono specialmente in quelle parti della Grecia dov'era meno avanzato il progresso della cultura (p. es., presso i Dori del Peloponneso); e nella maggior parte dei casi non esprimevano di fatto se non un grado di lirismo e di soggettivismo ancor molto ristretto. In generale, in quasi tutta la poesia di questo periodo, e nelle forme cosiddette liriche e in quelle epiche o quasi epiche, il progresso della cultura si manifesta piuttosto astrattamente, invadendo l'ingenuo campo dell'arte con la sua rigida impronta intellettualistica. Le preoccupazioni pragmatiche, razionali, speculative hanno, non di rado, la prevalenza; e anziché sublimarsi poeticamente, ricadono col peso del ragionamento, del precetto o dell'erudizione. Questo fenomeno lo abbiamo dovuto constatare un po' dappertutto, specialmente nelle produzioni ioniche o derivate dalla Ionia, nei poemi del ciclo epico, nelle genealogie di Esiodo e degli esiodei, nell'elegia e nel giambo. Curiosità storica incipiente, che spinge i rapsodi, eredi di Omero, a raccogliere e sistemare in ordine cronologico le leggende del passato; spirito scientifico, che interpreta le leggende come fatti veri, o eventualmente le corregge, le modifica, le rinnega; tentativi, quasi filosofici, di spiegare l'origine dell'universo e di definire la natura e la gerarchia delle divinità; scopi didascalici e moraleggianti di vario genere, con cui si fissano norme di vita, s'impartiscono istruzioni politiche, religiose, ecc. È tutto un mondo di pensiero che fermenta e che cerca la sua strada con lo slancio impetuoso delle prime conquiste. Essi s'introduce nelle forme poetiche versificate dell'epopea, dell'elegia e del giambo, perché sul principio non c'era all'infuori del verso altro mezzo d'espressione tecnicamente elaborato: onde la poesia aveva servito, e serviva, a soddisfare tutte quante le esigenze spirituali. Ma la forma più adatta, affine al parlare comune, doveva a poco a poco essere tentata. Il λόγος, il discorso puro e semplice, sciolto dai vincoli della melodia o del metro, cioè la prosa, cominciò a entrare nell'uso letterario, assumendo una sua propria tecnica. Questo avvenne nella Ionia, dove, sotto ogni riguardo, erano le migliori predisposizioni: maggior grado di cultura, indole più spiccatamente intellettualistica, attitudini più positive. Perciò l'antica prosa dei Greci, anche quando fu composta da autori di altre regioni, rivestì normalmente il dialetto ionico. Come dagli accenti melodici delle canzoni di gesta gli Ioni erano passati alla parola, non cantata né musicata, dell'epos, così dall'epos essi stessi arrivarono al logos. Il passo fu breve, non solo sotto l'aspetto formale, ma anche nei riguardi della materia trattata. Infatti la storia e la filosofia (ἱστορίη e σοϕίη), i due campi su cui si esperimentarono quegli antichi prosatori, erano la naturale continuazione della poesia epica, elegiaca e giambica. Ai poemi mitologici e genealogici, com'erano concepiti dopo l'estinguersi della fantasia omerica dagli autori del ciclo e della scuola esiodea, facevano riscontro le ricerche storiche e geografiche dei cosiddetti logografi (propriamente "scrittori di prosa"), le quali si proponevano analogo scopo e avevano molti elementi leggendari.

Tali erano la Geografia e le Genealogie di Ecateo di Mileto (vissuto sulla fine del sec. VI); le Genealogie di Acusilao d'Argo (in Beozia?), che sembrano esser state una specie di parafrasi in prosa da Esiodo; le svariate Cronache di molte città e paesi greci o forestieri, per opera di Cadmo di Mileto (?), Ellanico di Mitilene, Carone di Lampsaco, ecc. (il primo appartiene al sec. VI, gli altri ci conducono ormai sulla soglia del periodo attico). Similmente i carmi didascalici, cosmogonici, mistici, ecc., trovano corrispondenza nelle speculazioni filosofiche dei cosiddetti fisici della Ionia: come Talete di Mileto, Anassimandro e Anassimene pure milesî, Eraclito d'Efeso: i quali si ponevano soprattutto il problema dell'origine e della costituzione dell'universo (Περὶ ϕύσεως).

Senofane, Parmenide, Empedocle. - L'affinità con le precedenti manifestazioni poetiche era così stretta che alcuni di questi filosofi preferirono continuare a esprimere le proprie teorie in versi, per lo più nell'esametro eroico.

Ciò avvenne soprattutto in Occidente, per opera di trasmigrati dalla Ionia, come Senofane di Colofone, o di suoi discepoli, come Parmenide di Elea; e infine per opera di Empedocle d'Agrigento, autore di un poema fisico, Della natura, e di un poema mistico, Le purificazioni, in cui gli elementi dottrinali erano avvivati da entusiastica passione.

Novellistica. - D'altra parte nel nuovo organo della prosa non entrava soltanto la materia dottrinale ed erudita, bensì confluivano anche, ora mescolati, ora svolti separatamente, infiniti elementi fantastici; soprattutto quelli di origine più umile e popolaresca appartenenti al repertorio della novellistica, del romanzo e della favola: i quali non erano mancati neanche nell'epopea, nell'elegia e nel giambo, nei poemi parodici, ecc., ma fuori del metro trovavano molto maggior campo di espansione.

Infatti, durante il sec. VI, sul suolo dell'Asia Minore, presero voga le favole animalesche, attribuite ad Esopo, che ponevano in azione gli animali, ovvero anche gli esseri inanimati e le piante, con succoso intendimento morale. Non erano scritte in forma letteraria definitiva, bensì si tramandavano in lingua parlata, cioè in prosa semplice e disadorna. Intorno a Esopo, povero schiavo oriundo della Frigia, venne pure costituendosi fin d'allora una bizzarra specie di romanzo, che insieme col romanzo dei Sette Savî e con quello dell'Agone di Omero ed Esiodo sta a completare il quadro della cultura e della produzione popolaresca.

Cultura siceliota ed italiota. Retorica. - Di origine essenzialmente ionica, il movimento del pensiero non si propagò sul suolo della madrepatria se non a poco a poco, con maggiore lentezza. Invece un altro centro di vivace irradiazione fu acceso in Occidente. Come già nella poesia, così nei progressi intellettualistici da cui si genera lo spirito scientifico e la prosa, alle colonie orientali ionico-eoliche, fanno riscontro le colonie dell'Occidente, miste di varie stirpi, specialmente Dori e Ioni. Quivi le scuole filosofiche immigrate dalla Ionia, sia quella dei Pitagorici fondata a Crotone da Pitagora di Samo, sia quella degli Eleatici fondata ad Elea (Velia) da Senofane di Colofone, misero saldissime radici; e permearono ampiamente tutta quanta la civiltà dell'Italia meridionale: la quale non solo assunse una sua propria fisionomia, ma ebbe uno svolgimento assai rapido e intenso. Infatti dal mondo ideale dei miti, di cui era espressione la poesia epico-lirica di Stesicoro, le menti passarono in breve alla speculazione razionale, all'osservazione della realtà, alla scienza dell'uomo e della natura. Carattere distintivo degl'Italioti e dei Sicelioti fu lo spirito realistico, sofistico e dialettico. Mentre nella Ionia si svolgevano specialmente le ricerche storiche e geografiche (la ἱστορίη), qui prevalevano le discussioni e i ragionamenti (la διάλεξις): non per nulla l'antica tradizione ha posto nella Sicilia le origini della retorica.

La commedia dorica. - Questa tendenza, poi, non si esprimeva soltanto nelle forme propriamente logiche e scientifiche della critica filosofica, della discussione, del discorso, ma anche in certe forme di arte che erano fondate sullo spirito di osservazione e che, sebbene fossero in versi, si avvicinavano molto alla prosa. Non potevano essere né epopea né lirica e neanche tragedia: ma bensì commedia. Tale è la cosiddetta Commedia dorica: la quale precedette la Commedia attica, ed ebbe carattere più positivo, più pedestre, più aderente allo studio della realtà e della vita; quindi fu affine piuttosto alla Commedia attica nuova, di Menandro, ecc., che non alla fantasiosa Commedia attica antica, di Aristofane. Dato il rapido svolgimento dello spirito greco di Sicilia, si capisce perfettamente come sia sorta la commedia dorica siciliana, e come accanto a essa non sia sorta nessuna specie di tragedia. L'idea di tali rappresentazioni drammatiche apparteneva in origine ai Dori del Peloponneso, di dove l'attingeranno anche gli Attici, creando i loro due tipi di drammi; ma non presso i Dori del Peloponneso, bensì, al solito, in colonia essa si sviluppò veramente, ed ebbe la sua felice attuazione sulla fine del sec. VI, per opera principalmente di Epicarmo: a cui seguirono Formide ed altri minori.

Epicarmo (come è probabile) esercitò la sua attività a Megara Iblea e a Siracusa, tra la fine del sec. VI e il principio del V. Egli occupa un posto molto significativo nella storia letteraria, e da Platone è considerato come l'Omero della commedia, ossia come il prototipo della poesia antieroica. Fu, la sua - per quanto risulta dai pochi frammenti -, commedia d'ambiente e di carattere, nutrita di sapienza popolare e di dottrine filosofiche, in particolare di quella cultura pitagorica che aveva grande diffusione nell'Italia meridionale (infatti dai δράματα di Epicarmo furono anche ricavati florilegi di sentenze); commedia in cui i miti degli dei e degli eroi erano oggetto di parodia (Le nozze di Ebe, Eracle alla conquista del cinto, Ulisse disertore, Ulisse naufrago, ecc.), oppure cedevano il campo alle comunì vicende della vita ordinaria (Il contadino, Le filatrici, La Megarese, Il raffinato, ecc.). Così affiorava nell'arte il mondo della realtà umile e borghese.

Secondo periodo: attico (500-320 a. C. circa). - Fra i due gruppi di colonie, d'Oriente e d'Occidente, che svilupparono più presto la loro cultura, c'era ancora il continente ellenico, destinato a raccogliere e continuare l'eredità di entrambi. Un processo di lenta evoluzione condusse in primo piano l'Ellade continentale, specialmente l'Attica, e da questa fece partire una singolare forza d'attrazione, per cui, quando anche le produzioni letterarie non cessavano nelle antiche sedi della Ionia e dell'Eolide, della Sicilia e della Magna Grecia, tuttavia scemavano d'importanza o ricevevano l'impronta di quel nuovo centro animatore.

Il compito di unificare in tal modo la cultura e quindi anche la letteratura greca (unificare, naturalmente, in senso relativo) a un grado che non si era raggiunto prima d'allora, spettò soprattutto ad Atene: la quale, essendo di stirpe ionica, era anche la più adatta a proseguire i caratteri e l'attitudine dominatrice che già le colonie ioniche d'Asia Minore avevano manifestato nel precedente periodo. Inoltre, la posizione letteraria eminente di Atene è in corrispondenza col primato politico che questa città si conquistò, sul principio del sec. V a. C., durante le guerre contro la Persia, lottando per la libertà degli Ioni d'Asia e poi di tutta la Grecia. Sul principio del sec. V il mondo ellenico correva rischio d'essere soffocato dall'impero persiano verso Oriente e dall'impero cartaginese verso Occidente. Le battaglie di Maratona, di Salamina, di Platea per l'una parte, e d'Imera per l'altra, sventarono questo rischio e permisero all'ellenismo di svolgere la sua funzione storica. Difatti, in seguito alla battaglia d'Imera, anche la Sicilia ellenizzata e la Magna Grecia ebbero un nuovo periodo di floridezza e di potenza, di cui fu a capo la città dorica di Siracusa. E Siracusa parve per un certo tempo poter costituire un impero e creare una letteratura e una lingua comune dorica (κοινή dorica), da contrapporre a quella che si veniva creando per opera degli Attici. Le manifestazioni principali di questa civiltà greca occidentale avvivata dalla potenza siracusana si ritrovano anzitutto nei continuatori della commedia di Epicarmo, specialmente nelle produzioni mimiche (Mimi) introdotte da Sofrone e da Senarco, le quali - per quanto ci appare dai pochi frammenti - non erano più in versi bensì in prosa ritmica, e anche per riguardo al contenuto e all'impostazione drammatica significavano un ulteriore progresso sulla linea del realismo e dell'osservazione scientifica: non drammi, ma dialoghi. Analoghe inclinazioni si ritrovano negl'inizî della retorica, cioè dell'eloquenza tecnicamente elaborata, di cui fu campione Gorgia di Leontini, e nelle opere filosofiche degli Eleatici e dei Pitagorici, in Parmenide e in Zenone d'Elea, in Filolao di Taranto, e anche in Empedocle agrigentino: quantunque questa singolare figura di poeta-filosofo, per il suo atteggiamento ieratico entusiastico, ci appaia un po' fuori del proprio ambiente e piuttosto rivolto verso il passato. Complessivamente, lo splendore della Sicilia e della Magna Grecia servì a richiamare poeti, pensatori e artisti d'ogni parte; e si estese per alquanto tempo, poiché giunse a esercitare il suo fascino anche su Platone.

Tuttavia a importanza molto maggiore era salita, in seguito alle guerre persiane, Atene; la quale, per la posizione assunta di fronte all'Oriente, si trovò davvero all'avanguardia della civiltà. La vittoria di Atene sulla Persia fu, in fondo, vittoria della civiltà sulla barbarie; perché, contro le forze cieche del despotismo e dell'inerzia intellettuale, salvò i principî della libertà politica e quindi anche della libertà di pensiero: permise il libero sviluppo della personalità umana e della coscienza individuale, di quella coscienza individuale da cui, come abbiamo già indicato nel precedente periodo, dipendevano i caratteri essenziali e l'avvenire dell'ellenismo. Portata così a rappresentare, negli elementi più caratteristici e più vitali, il programma dell'ellenismo, la capitale dell'Attica diventò, in certo senso, capitale della Grecia: trasse intorno a sé, politicamente e spiritualmente, gran parte del mondo greco, sebbene non sia riuscita a costituire uno stato unitario e si sia poi infranta anch'essa davanti al particolarismo municipale della nazione; produsse opere che esercitarono larghissima influenza e che a poco a poco furono considerate come classiche, acquistando valore universale. Sotto l'aspetto politico, la grandezza di Atene significò un progresso dei principî democratici; e sotto l'aspetto spirituale fu un espandersi della cultura su più vasti strati della società, un affiorare d'idee più avanzate e più modenie.

Prima che Atene avesse occupato questo posto direttivo, alla chiusa del periodo precedente, dominava nell'Ellade continentale una forma di cultura dorica: cultura essenzialmente aristocratica, che aveva la sua sede religiosa e morale nel santuario di Apollo a Delfi e il suo centro politico in Sparta, poiché Sparta stava a capo d'una confederazione di stati, ed era, e continuò ad essere, depositaria di tutte le tendenze conservatrici.

Lirica corale. - A questa forma di cultura, la quale doveva irrimediabilmente perdere terreno per effetto delle correnti nuove, s'ispiravano in generale - di qualsiasi parte fossero oriundi - i poeti lirici corali che vissero tra il sec. VI e il V, come Simonide di Ceo, Bacchilide e specialmente Pindaro di Tebe. Essi continuavano la tradizione di Alcmane e di Stesicoro; portavano i loro canti nelle cerimonie pubbliche, nelle feste religiose e nei giuochi nazionali; traevano materia non tanto dalla realtà contemporanea quanto dal patrimonio dei miti, dalle memorie e dalle leggende eroiche, le quali venivano considerate come fonte di utili ammaestramenti e come base della più nobile e perfetta educazione. La cultura dorica infatti era tutta rivolta alla venerazione del passato; era austera e religiosa; insegnava ad apprezzare essenzialmeme il valore fisico, nel quale vedeva rispecchiata l'immagine del vero valore morale; considerava la virtù legata con la nobiltà della nascita e come un dono di Dio. I poeti lirici corali, per attaccamento alla tradizione e sopra tutto per le necessità imposte dai costumi e dalle cerimonie a cui erano indirizzati i loro canti, attinsero in gran parte a questi ideali arcaici: vi attinsero anche quando dalla pressione dei tempi o dall'indole propria erano spinti a mescolarli con diverse tendenze, con influssi di razionalismo ionico e magari con germi di pensiero sofistico.

Simonide (per quanto risulta dai frammenti e dalle testimonianze) è quegli in cui le nuove correnti, rompendo l'involucro della tradizione, riuscirono a penetrare più addentro: ond'egli, poeta corale, ci appare in taluni aspetti come un precursore dei sofisti. Visse per lo più alle corti dei principi; nella sua giovinezza partecipò ancora ai fasti di Policrate in Samo e dei Pisistratidi in Atene; poi fu dagli Alevadi in Tessaglia e dai Dinomenidi in Siracusa: ma seppe adattarsi ai mutamenti delle età e delle condizioni; guardò con simpatia ai progressi della civiltà ateniese; subì l'impressione delle guerre persiane e fu l'araldo della vittoria greca. La sua musa, essenzialmente volubile e pervasa di leggiera spiritualità, li permetteva di cantare di tutto e di tutti.

Invece il più puro interprete, e quasi si direbbe il profeta, della tradizione e dell'educazione dorica, è Pindaro: del quale possiamo giudicare con tanto maggior fondamento in quanto egli è l'unico tra i lirici greci di cui sia conservato un buon numero di composizioni intere (i quattro libri degli Epinei, divisi a seconda della loro destinazione alle feste panelleniche: Olimpiche, Pitiche, Istmiche, Nemee). Sebbene vissuto sino all'età periclea, tuttavia per il suo modo di pensare e di poetare egli rientra completamente nell'età anteriore alle guerre persiane. Poco sensibile ai grandi avvenimenti della storia contemporanea, la sua attenzione e la sua simpatia sono rivolte non verso Atene, bensì verso Sparta, verso le istituzioni aristocratiche e monarchiche su cui vede riflessa l'immagine ideale del passato. Anche quando egli s'accorge che la sua umanità non è d'accordo con le nuove tendenze che gli sorgono accanto, tuttavia cerca di risolvere il contrasto in una specie d'equilibrio fiducioso e sereno. Il suo mondo poetico è costituito dal vecchio patrimonio eroico-mitologico che la lirica corale aveva ereditato da Omero e da Esiodo: a cui egli applica una forte impronta d'idealizzazione, animandolo e sublimandolo poi principî di quell'etica nobile e austera che era specialmente in onore presso le popolazioni doriche. Egli rivive la materia dei miti, non passivamente, bensì con profondità di sentimento e con fede: la rivive per proporla come norma di vita, per trarne luce di bellezza e di sapienza. I principî della religione, della morale e della gnomica, a cui Pindaro essenzialmente mira, non restano per lui semplici astrazioni, ma si fondono nel vivo della fantasia, si trasformano in figurazioni mitiche d'insuperabile efficacia rappresentativa. Da ciò dipende la sua grandezza e originalità come poeta.

Poesia drammatica. - La lirica corale, di grandi o di piccoli artisti, era estranea ormai al corso dei tempi, troppo rigida, troppo ristretta; e doveva essere sostituita da qualcosa di più vario e di più comprensivo. Infatti; il passaggio dalla cultura dorica, di cui abbiamo parlato testé, alla cultura attica, la quale sta per spiegarsi in tutta la sua magnificenza, è segnato dalla creazione di una nuova forma d'arte: la poesia drammatica, che, nella sua duplice espressione di tragedia e di commedia, è essenzialmente propria di Atene. Per quanto non si voglia dare grande importanza alle classificazioni dei generi letterarî, è pur certo che questi si vennero determinando l'uno dopo l'altro in rapporto con le mutevoli condizioni ed esigenze dello spirito greco: prima l'epopea presso gli ioni, poi la lirica presso gli Eoli e i Dori, infine presso gli Attici il dramma: il quale evidentemente combinò e rifuse in nuovo tipo gli elementi delle due forme che lo avevano preceduto. La poesia drammatica sorse in Atene sulla fine del sec. VI e sul principio del V, proprio nel momento in cui questa città era per affermarsi e assumere la direzione dell'ellenismo. La tradizione storica vuole che gli Attici ricavassero i primi esempî di rappresentazioni sia tragiche sia comiche dai Dori (di Sicione, di Megara Nisea, ecc.); e questo è probabile, poiché i canti corali, adoperati nelle pubbliche feste e specialmente nelle cerimonie del culto - delle quali alcune erano austere e altre sollazzevoli - potevano per mezzo dell'esibizione prendere l'aspetto o dare l'idea di scene effettivamente rappresentate. Soprattutto certi canti, in cui i coreuti travestiti celebravano la passione di Adrasto o di Dioniso-Bacco o di altri eroi e demoni della natura (inni ditirambici, inni falloforici e simili), si prestarono a questo effetto. Ma d'altra parte è indubitato che tali esempî non trovarono sviluppo presso le popolazioni doriche, a prescindere dai Dori di Sicilia: presso i quali tuttavia, per il rapido orientamento degli spiriti verso il realismo umile e borghese, non si ebbe affatto la tragedia, che nel suo carattere mitico, ideale, fantastico è la forma più significativa della produzione attica; e inoltre anche la commedia, se vi fu coltivata da Epicarmo e dai suoi successori, era però realistica, borghese, senza cori, quindi non aveva nulla a che fare con la Commedia attica antica (la quale, durante il periodo denominato "antico", si svolse in una sfera mitica, altamente fantastica, come la tragedia).

Tragedia e commedia ebbero dunque il loro fondamento e la loro origine in canti corali: erano manifestazioni liturgiche, al pari di molte altre che usavano nelle cerimonie della vita pubblica e del culto, da cui avevano tratto occasione i varî generi della lirica. Perciò anch'esse conservarono a lungo un carattere religioso, sia per lo spirito che le informava - da cui si liberarono soltanto a poco a poco, in progresso di tempo, staccandosi dalle radici della fede - sia per la loro destinazione pratica, che richiese sempre l'intervento dello stato e che era riservata a determinate ricorrenze annuali, nelle feste dionisiache urbane, nelle dionisiache campestri e nelle Lenee. Facevano parte del culto di Dioniso-Bacco: divinità straniera, d'indole orgiastica, di recente introdotta nell'Ellade, e che specie nell'Attica dovette trovare e il terreno e il momento favorevole; mentre meno si prestavano ad accoglierla i Dori, fedeli alle rigide costumanze e al culto moderato e sereno di Apollo delfico.

Ma per costituire il dramma era necessario che gli elementi lirici corali, insegnati dai Dori, venissero a contatto sul terreno dell'Attica con gli elementi epici, narrativi e discorsivi, insegnati dagli Ioni. Infatti, a riscontro con le esibizioni melodiche dei cori c'erano le recitazioni rapsodiche dell'epopea; le quali in Atene, città ionica, continuavano ad essere in grande onore. È noto che appunto al tempo di Pisistrato singolarissima importanza fu riconosciuta alle recitazioni rapsodiche di Omero nelle feste Panatenee. Assai istruttiva per questo riguardo è la conformazione tecnica del dramma, sia tragico sia comico. Esso è composto di canti corali, che in omaggio alla provenienza conservano il dialetto dorico, e di episodî dialogico-narrativi, che sono in dialetto essenzialmente attico, derivato dal ionico e più o meno intinto di ionismi (in dialetto essenzialmente attico, perché dal linguaggio arcaico e aulico dell'epopea si cerca di scendere a poco a poco verso la parlata comune). I canti corali, che sul principio occupano la maggior parte del dramma, in progresso di tempo si riducono e vengono sempre più sopraffatti dal dialogo e dalla narrazione o, per meglio dire, dall'azione. Questo sviluppo del dialogo e dell'azione significa che lo spirito ateniese non si contenta delle forme anguste e frammentarie in cui la lirica aveva necessariamente stilizzato ogni visione di vita, bensì tende verso i grandi organismi della fantasia e del pensiero, dove sia lecito spaziare, ragionare, discorrere, abbracciare la vita in tutta la sua complessità. S'intende che per un tale cammino è facile essere portati oltre il segno e dal campo della poesia passare in quello della prosa, della scienza, della filosofia: ma appunto a questo finiranno per arrivare la tragedia e la commedia attica, le quali, impregnandosi di elementi dialettici, discorsivi, razionali, si trasformeranno in un comune tipo di dramma borghese.

In sostanza si ripete presso gli Attici - per analoghe disposizioni di spirito - il procedimento che abbiamo visto attuarsi presso i loro parenti, gli Ioni; i quali, a causa delle proprie istintive tendenze pragmatiche e logiche, avevano sostituito alle brevi canzoni di gesta degli Eoli i grandi organismi epici, non cantati ma recitati: organismi epici che soltanto da Omero furono concepiti con vivacità di sintesi fantastica, in maniera per così dire drammatica; mentre, dopo Omero, diventarono per lo più pesanti esposizioni di fatti cronologicamente ordinati. Nella poesia drammatica ateniese si riflettono naturalmente le progredite esperienze dei tempi: la lirica ha insegnato ad approfondire i singoli episodî penetrandoli nella loro soggettività; le troppo lunghe narrazioni sono apparse prive di movimento e di effetto artistico: perciò alla narrazione si sostituisce l'azione, che rende il tutto più vivo e serrato e avvicina maggiormente le cose all'anima e ai sensi.

Il dramma dunque - per quanto sia destinato a finire poi press'a poco come l'epopea ciclica - vuol essere, ed è, nel periodo del suo primo splendore, una nuova forma di epopea, più attuale, più vivace, più ardente: si ispira al fuoco di Omero; ricrea per le genti nuove, con anima nuova, l'antico patrimonio mitico e leggendario della nazione; strappa le menti fuori dalla realtà ordinaria, fuori dalle misure della vita normale, e le lancia col libero volo della fantasia e dell'entusiasmo in un mondo sovrumano, meraviglioso, immaginoso, a cui diamo nome di mitologia. Infatti il mondo mitico ed eroico in nessun luogo sopravviveva come nell'Attica: e trovava motivo di reviviscenza nelle gesta eroiche che allora si svolgevano; nella grandezza politica di cui Atene si andava investendo. Non v'ha dubbio che al fervore spirituale da cui nacque l'idea della poesia drammatica contribuirono potentemente le esperienze storiche vissute nel glorioso periodo che fa capo alle guerre persiane.

E questo carattere di accesa idealità, di potenza fantastica, di aspirazione al sublime non si ritrova soltanto nel dramma tragico, bensì anche nella commedia. Potrebbe a tutta prima pensarsi che a confronto con la tragedia, la quale specialmente si riferiva al lato eroico della vita, la commedia rappresentasse il lato opposto, la realtà ordinaria, l'aspetto umile e borghese. Non è così. L'aspetto umile e borghese, la realtà ordinaria costituiranno l'oggetto caratteristico della cosiddetta Commedia nuova, che sorge nel secolo successivo, nel secolo della scienza e della prosa (IV a. C.), allorquando anche il dramma tragico è ormai disceso dalla sua altezza. La Commedia antica è, come la tragedia, un prodotto altamente fantastico, un libero giuoco della fantasia che strappa le menti dalla normalità e le trasporta nella sfera del trascendente: non è il mondo severo e solenne degli dei o degli eroi, ma un mondo sovrumano e mitico anch'esso, quasi si direbbe di spiriti folletti, dove le cose e le persone della vita ordinaria, le cose e le persone della storia contemporanea di Atene vengono trascinate in una specie di ridda diabolica e, per effetto del riso, della satira, dell'ironia, perdono le loro proporzioni naturali, assumono aspetti straordinarî, grotteschi, favolosi. Non v'ha dubbio che l'ispirazione è attinta dai fatti, dalle idee e dalle passioni del tempo; il contenuto anzi è qui, più che altrove, storico e reale, poiché generalmente si riferisce ai quotidiani eventi della vita politica: ma la forma (intesa nel senso non retorico, bensì estetico, della parola) è favolosa come quella della tragedia.

Sembra che in origine tragedia e commedia fossero qualcosa di indistinto e che le prime rappresentazioni cosiddette tragiche - di cui fu introduttore Tespi - trattassero le leggende epico-eroiche in modo piuttosto buffonesco e popolare (forse i coreuti erano travestiti da satiri, cioè in foggia di caproni, τράγοι). Questo si desume anche dal fatto che, quando le tragedie assunsero il loro carattere veramente austero, conforme alla gravità degli argomenti, allora fu sentito il bisogno di aggiungere ad esse, nel medesimo gruppo di rappresentazioni, uno speciale tipo di dramma, detto appunto dramma satiresco, in cui le leggende epiche continuavano a mescolarsi di lazzi e di facezie. Venne così a costituirsi l'ordine normale degli agoni tragici, come fu in uso per lo più durante il sec. V e il IV. Esso comprendeva, per ciascuno dei giorni festivi a ciò consacrati, la rappresentazione di una tetralogia, cioè tre drammi tragici seguiti da un dramma satiresco: e questi sul principio, quando ancora prevalevano i cori, erano legati intorno a un unico soggetto; poi di solito, col progresso degli elementi pragmatici, dialettici, psicologici, si slegarono, permettendo un maggiore approfondimento della materia. Le rappresentazioni tragiche ebbero riconoscimento dallo stato, come funzione religiosa, assai prima che assumessero quest'ordine e questo carattere, il quale si riferisce propriamente al periodo dei grandi tragediografi fioriti nel sec. V: ossia s'iniziarono ufficialmente nel 534 a. C., quando fu registrata la prima vittoria di Tespi. Invece le rappresentazioni della commedia entrarono nel numero delle cerimonie ufficiali più tardi, intorno al 490 a. C., quando ormai la tragedia aveva preso quella sua fisionomia di particolare gravità: allora si stabilirono agoni comici corrispondenti a quelli tragici; e cominciarono a essere registrate le produzioni dei primi commediografi, Chionide e Magnete.

Questi antichissimi, che figurano come precursori o iniziatori nell'uno o nell'altro campo della poesia drammatica, sono per noi ombre vane. Quasi nulla si sa di Tespi (nativo del borgo ateniese d'Icaria), e di quelli che gli furono contemporanei o che immediatamente lo seguirono, come Cherilo e Pratina (il quale ultimo, in particolare, fu organizzatore del dramma satiresco). Qualcosa di più ci è noto intorno a Frinico: che nelle sue tragedie, in mezzo agli argomenti mitici, ebbe l'ardimento d'introdurre anche fatti della storia contemporanea: come nella Presa di Mileto, dove rappresentò la repressione della rivolta di questa città per opera dei Persiani (nel 494), e nelle Fenicie (del 476), dove mise sulle scene la battaglia di Salamina.

Ma la gloria di Frinico rimase offuscata da quella di Eschilo (524-456 a. C.); il quale è generalmente considerato come il vero creatore della tragedia attica, non solo perché a questa impose l'orma poderosissima del genio, ma perché le fece compiere i progressi tecnici che erano indispensabili per lo sviluppo da canto corale a discorso e ad azione drammatica.

Nato ad Eleusi (celebre santuario dell'Attica), egli appartiene al periodo eroico della storia ateniese, e ne è l'interprete più completo e più schietto. Combattente di Maratona, di Salamina e di Platea, spirito essenzialmente patriottico, morale, religioso, egli trovò nella tragedia l'espressione adatta per incarnare le idealità da cui era infiammato. Le antiche leggende eroiche, in mezzo alle quali si svolge la sua poesia, non erano per lui separate dalla realtà presente: poiché anche la realtà presente, nel fervore delle aspirazioni e nell'entusiasmo dei fatti, gli appariva segnata di grandezza, di fede, di eroismo. E questo egli dimostrò, in particolare, prendendo a materia di dramma la battaglia di Salamina e rivestendola con la luce medesima del mito nella tragedia I Persiani. Gli argomenti egli li attingeva per lo più dall'epopea: e "briciole del banchetto di Omero" soleva chiamare le sue produzioni. Ma egli seppe, per virtù propria, raggiungere e portare ad altissimo grado quella facoltà che nell'epopea è più rara e più embrionale, e di cui soltanto il genio di Omero, a differenza dei ciclici, era stato capace, specialmente nell'Iliade: la facoltà di cogliere nelle innumeri vicende della vita gli aspetti che più sono rivelatori del destino umano e che perciò toccano le più profonde corde del cuore e dell'intelletto. Se Omero aveva concepito il suo poema in maniera quasi drammatica, tessendolo intorno a una pietosa vicenda di dolore e di morte, dalla quale emana o nella quale si esprime il mistero della nostra misera umanità e del fato, Eschilo fece di questo mistero il centro genetico e la ragione costante delle proprie concezioni poetiche. Così egli fu veramente poeta drammatico; così scoperse il vero spirito di quella che chiamiamo tragicità. Al suo esempio, in particolare, si deve se anche gli altri poeti, invece di portare sulla scena (come molte volte fu fatto) qualsiasi frammento di leggende epiche, impararono a scegliere e adattare e congegnare quei casi i quali avessero un più profondo significato umano e cioè (per dirla con la classica definizione di Aristotele) fossero tali da suscitare sentimenti di pietà e di terrore. Egli stesso naturalmente non giunse alla piena esplicazione del suo spirito tragico se non per tentativi varî e graduali. Degli ottanta o novanta componimenti che diede al teatro, solo sette ci sono conservati: ma questi bastano a darci un'idea della grandiosità dell'opera, e dei progressi in essa compiuti. Assai notevole infatti è la distanza tra le Supplici (che appartengono ad epoca piuttosto antica) e la trilogia dell'Orestea (che è degli ultimi anni, cioè del 458). Lo sviluppo formale, per cui la parte dialogica è molto più estesa nelle ultime tragedie che non nelle prime, corrisponde allo sviluppo reale e interiore della tragicità: la quale riesce a determinarsi in modo sempre piu netto, fermando chiaramente l'attenzione sui problemi essenziali dell'"umana tragedia", specialmente su quello della colpa e della responsabilità di fronte alla giustizia di Dio e al destino. Intorno a tali problemi la mente di Eschilo scava e approfondisce. Sebbene immerso in una visione eroica e teologica della vita, abituato a conversare con personaggi di leggenda, egli non è estraneo ai progressi che il pensiero greco, soprattutto per influsso della Ionia, aveva compiuti o veniva compiendo sulle vie dell'intellettualismo e del razionalismo filosofico: anzi, egli prende nutrimento anche di lì, ma non per scalzare le basi della fede, bensì per nobilitarla, per spiritualizzarla, per ricrearla con le forze di una coscienza meditata ed evoluta. Eschilo è per molti riguardi affine al suo contemporaneo Pindaro, soprattutto per le disposizioni religiose e morali; ma d'altra parte, nel fermento del pensiero, nella vastità delle concezioni, è di tanto più ricco e più profondo che Pindaro di quanto la cultura attica era più ricca e più profonda che quella dorica; e di quanto l'elemento drammatico superava in potenza psicologica e rappresentativa il semplice elemento lirico-corale.

La grandezza della poesia di Eschilo dipende dunque dalla grandezza del suo spirito e dell'ambiente storico a cui egli appartiene. Le idee che vi sono agitate toccano i più alti vertici dell'anima umana; e non potevano esprimersi se non in quelle forme che Eschilo ha plasmato: in conflitti drammatici di passioni gigantesche, cozzanti sopra uno sfondo mitico ed eroico.

A Eschilo tengono dietro, un poco più giovani, gli altri due insigni tragediografi ateniesi, Sofocle ed Euripide. Se Eschilo ci è apparso come l'interprete caratteristico degli anni che ricevono nome dalle guerre persiane, Sofocle invece, pur occupando con la sua lunga vita quasi tutto il sec. V (496-406 a. C.), è il vero rappresentante dell'età di Pericle, cioè del periodo di transizione che intercede tra le vittorie di Salamina e Platea e la guerra peloponnesiaca: durante il quale la democrazia ateniese, forte dei risultati ottenuti e non ancora arrivata ad eccessi, raccolse, in ogni campo della vita politica e intellettuale, i migliori frutti della prosperità.

Dei centoventi drammi, o anche più, che Sofocle compose, solo sette ci sono pervenuti interi; e questi per la maggior parte sono propriamente posteriori all'età di Pericle e scritti durante la guerra del Peloponneso, in mezzo a vicende tempestose: ma pure, nel complesso, sembrano rispecchiare le condizioni antecedenti e ricevere luce da quegli anni di equilibrio e di benessere nei quali l'autore aveva foggiato il meglio del suo temperamento e della sua arte. Ciò non vuol dire ch'egli fosse insensibile allo svolgersi dei tempi; poiché anzi aveva una speciale facoltà di adattamento, larghezza d'interessi, simpatia e curiosità per tutte le cose; conosceva quello che intorno a lui le nuove forze del pensiero sempre più venivano agitando in contrasto con la fede e con le opinioni tradizionali; subiva l'influsso di storici, di scienziati, di sofisti; subì l'influsso persino del suo più giovane e più audace rivale nella tragedia, Euripide. Naturalmente egli rimase in massima sul terreno della religione e della tradizione, ma in modo meno rigido di Eschilo. Il suo occhio aperto e illuminato non si nascondeva le ingiustizie e le crudeltà della vita, e le riconosceva come tali: non cercava di risolverle, come Eschilo, nel conctto di una superiore e assoluta giustizia divina; ma piuttosto ne traeva occasione per inchinarsi di fronte alla potenza e agl'imperscrutabili disegni degli dei, e per dolersi della fragilità e della nullità umana. Nelle sue opere si trovano rispecchiate impressioni e tendenze molteplici: a volte pare che predomini l'armonia, l'equilibrio, la serenità, a volte il dissidio, il dolore, la sfiducia; si passa dall'ottimismo al pessimismo, dalla ferocia delle passioni gagliarde alla compostezza più tranquilla e più mite. Quindi accade che la poesia di questo tragediografo è oggetto di definizioni generalmente incomplete e assai contraddittorie. Difficile è cogliere quale sia la sua vera visione della vita, e conseguentemente anche la sua propria caratteristica di poeta. Ciò dipende dal fatto ch'egli non ha una caratteristica così netta e saliente come Eschilo da una parte o come Euripide dall'altra. Egli è in una posizione mediana, per cui evita deliberatamente gli eccessi, con sicura tendenza verso la σωϕροσύνη. È dotato d'una singolare facoltà di contemplazione e di oggettivazione, che gli permette di estendere lo sguardo nel complesso movimento della vita e di rappresentarlo con nitido splendore. Questa facoltà lo conduce a sviluppare il dialogo, l'azione, la delineazione dei caratteri (ben più di quanto avesse mai fatto Eschilo, il quale, del resto, nei suoi ultimi drammi si servì dell'esempio di Sofocle stesso). La forza di Sofocle come drammaturgo sta nella condotta dell'azione, ch'egli intesse con mano esperta, e nella pienezza con cui determina il carattere dei personagi principali. I suoi personaggi non sono così eroici come quelli di Eschilo; sono pur sempre concepiti con speciale nobiltà di lineamenti; ma appaiono più vicini a noi, e hanno maggiore ricchezza di colore e di sfumature.

A differenza di Sofocle, Euripide (480-406 a. C.) può considerarsi come l'interprete diretto e genuino del torbido periodo della guerra peloponnesiaca. Questa non era soltanto guerra all'esterno, dibattutasi fra Atene e Sparta per la supremazia nel mondo ellenico, ma anche guerra all'interno, fra i principî dell'antico stato, il quale aveva avuto origine e carattere essenzialmente aristocratici, e le forze irrompenti della democrazia, che andavano degenerando in demagogia; e anche guerra d'idee, fra gli antichi concetti morali, religiosi, filosofici e le nuove tendenze dello spirito, che in tutto introducevano la critica, la negazione, il dubbio.

I diciotto drammi a noi pervenuti d'Euripide (fra circa novanta che ne scrisse) appartengono a quel giro d'anni; e sono l'espressione vita e acuta della crisi generale attraverso cui la polis ateniese si avviava alla rovina. Da un tale stato di crisi s'illumina tutta quanta la personalità del poeta: il quale non è, come Sofocle, prevalentemente assorbito nell'ammirazione ideale del passato, bensì appare piuttosto dominato dall'ansia e rivolto verso il futuro. Infatti, egli fu una specie di precursore, e già prima della guerra del Peloponneso, cioè prima che maturassero del tutto quelle vicende e quelle manifestazioni, di cui ebbe pure a deplorare in parte gli effetti, aveva personalmente contribuito alla formazione del nuovo clima spirituale, seminando dalle scene i germi della critica e del dubbio. Indole melanconica e meditativa di studioso, fornito di spiccate tendenze filosofiche senza essere propriamente filosofo, fu discepolo e amico di quanti in Atene rappresentavano le moderne correnti del pensiero. I concetti più audaci che si affacciavano intorno alla religione, alla patria, all'autorità delle leggi e delle tradizioni, ecc. trovavano immediata risonanza in lui, che avidamente li accoglieva e ne faceva pascolo e tormento alla sua anima di poeta. Come poeta, specialmente come tragediografo, egli non poteva non continuare ad attingere gli argomenti, secondo la consuetudine, al mondo eroico del mito, della religione e della tradizione; e questi in fondo gli erano cari, come sono cari i sogni giovanili, e popolavano volentieri la sua fantasia desiderosa di bellezza. Ma nel medesimo tempo egli sentiva che avevano perduto ogni sincera consistenza, ogni interiore eroicità: e perciò esercitava di continuo il pungolo della critica intorno a essi; li discuteva di proposito, oppure istintivamente li deformava, li abbassava, li umiliava: riduceva i fatti e i personaggi mitici alle proporzioni della comune vita borghese. In Euripide dunque il mondo eroico, che da Omero era venuto gradatamente scemando ma in Eschilo aveva riassunto dimensione gigantesca, si sfascia. Si sfascia nella poesia, perché si sfasciava di fatto nella pratica della vita, in quei momenti in cui la società, demagogica e turbolenta, perdeva negli eccessi plebei la misura dell'antica dignità e dell'antico valore. Le tragedie euripidee, piegando verso un comune tipo di dramma borghese, sono, dopo quelle di Eschilo e di Sofocle, un ulteriore passo sulla via dello svolgimento pragmatico, dialogico, discorsivo (infatti i canti corali, sebbene bellissimi, si distaccano quasi del tutto dall'azione, sino a figurare come semplici intermezzi). Quindi queste tragedie si traducono in una rappresentazione sempre più ricca d'intreccio e più aderente alla realtà; e non solo si avvicinano maggiormente al tono della comune conversazione, ma accolgono non di rado squarci di discussioni retoriche e filosofiche, che guastano l'armonica fusione dell'opera d'arte. Ciò non toglie che Euripide raggiunga le vette della più sincera poesia; poiché è poeta grandissimo ed essenzialmente tragico: in quanto la tragicità egli la ritrova, anche più viva e straziante, in quel miscuglio comico della vita ordinaria, in quella sua umanità, degradata e malconcia, che non è più capace di grandezza, ma è tanto più capace di peccare e di soffrire. Inoltre egli, più di qualsiasi altro, introduce nei suoi drammi la tragedia del proprio spirito: quindi è il più soggettivo dei tre tragici e, in generale, di tutti i poeti greci. Quindi è anche il più moderno. Infatti, per il suo soggettivismo, per il suo modo di sentire antieroico ed elegiaco, egli inaugurò e precorse i tempi; e non per nulla fu specialmente apprezzato e gustato dopo morto, nel secolo successivo.

In Euripide si affermava una nuova società e un nuovo ambiente spirituale: il mondo della piccolezza umana, lo spirito critico, riflessivo, demolitore, ecc. Tutto ciò provocava contrasto con l'antico mondo eroico, che era vivo ancora nei ricordi e nell'immaginazione di molti. Ebbene, questo contrasto - in cui ravvisiamo la nota fondamentale della storia ateniese nella seconda metà del sec. V a. C. -, se dava ad Euripide occasione di sofferenza e di lacrime, doveva d'altra parte trovare la sua espressione più propria nelle forme dell'ironia e della satira, cioè nella commedia. Infatti, esso diventò l'oggetto caratteristico della commedia attica antica: la quale aveva già dato buone prove nel periodo di Pericle, quando fiorirono Cratete e Cratino; ma ebbe i suoi massimi rappresentanti durante la guerra del Peloponneso, in Eupoli (446-411) e in Aristofane (450-385 circa).

Di Cratete, di Cratino, e di Eupoli stesso, nonché di parecchi altri commediografi minori, si conservano soltanto frammenti. Di Aristofane invece, che raggiunse le più alte vette della genialità, possediamo undici commedie intere (fra una quarantina circa da lui composte), le quali si distribuiscono abbastanza bene attraverso a tutto il corso della sua vita. Esse sono in generale di argomento politico: ossia traggono ispirazione dai fatti, dalle passioni, dalle idee, dai problemi d'ogni sorta (anche morali, religiosi, letterarî, ecc.) che interessavano la polis ateniese nelle varie fasi della guerra peloponnesiaca e poi nei primi decennî successivi alla sconfitta. ll motivo animatore è costituito dal contrasto fra l'antico e il nuovo. Aristofane naturalmente tiene le parti dell'antico: conservatore in politica, quindi avverso ai demagoghi; e conservatore anche in tutti quegli altri aspetti che sono connessi col concetto della polis, in morale, in religione, ecc., quindi contrario ai retori, ai sofisti, a tutti i novatori, della poesia, della musica, dell'educazione, ecc., Euripide, Melanippide, Frinide, Socrate, ecc. Questo suo atteggiamento, di conservatore e d'oppositore sistematico, egli lo ricava in un certo senso dall'uso: poiché la commedia era nata fin da principio per esercitare la libertà di parola e la contraddizione, per fare la caricatura, la parodia, la satira, e quindi doveva di necessità attaccare coloro che stavano al governo, le idee e le cose dominanti. Ma lo attingeva però anche dalla sua propria forma mentis, dalla sua struttura morale e intellettuale, dalle forze della sua persuasione. La leggerezza, la superficialità, l'indifferenza estetica di chi ride per il solo gusto di ridere e di far ridere non erano nell'indole di Aristofane e neanche nell'indole dei tempi.

La commedia antica, fiorendo nel periodo più burrascoso e più tragico della storia d'Atene, ha essa pure qualcosa di tragico; con le smorfie del riso, coi lazzi e con le buffonate satiriche riflette i dolori della crisi: è opera di passione, di fermento spirituale, di fede. Ad ogni modo, la grandezza di Aristofane, la sua genialità, consiste nell'arte onde gli elementi storici, politici, patriottici, i quali sono per loro natura contingenti, vengono da lui trasformati in espressioni eterne, di valore universale. Intorno a quegli elementi egli crea un'atmosfera mitica, immaginosa, favolosa, che li fa brillare d'immensa luce, mutandoli in figure comiche straordinarie, impensate, indimenticabili. Si vive in un mondo di assoluta sublimità: la sublimità del comico, naturalmente. È il miracolo della fantasia creatrice. Infatti, importa rilevare come la fantasia si affermava, con tutta la sua potenza, in Aristofane. Essa, che veniva scemando allora, sopraffatta dalla riflessione, nelle forme della tragedia, risorgeva per virtù del contrasto nella Commedia antica, specialmente aristofanea. Ma per poco tempo ormai: poiché, cessato il fervore della lotta, anche le ultime composizioni di Aristofane cambiano carattere: scendono dalla loro altezza, si avviano al tipo di quella che sarà chiamata Commedia nuova. Lo spirito si fa riflessivo, pensoso, astratto; si rifiuta ai voli sublimi; esce dall'involucro dei miti mirando allo studio della realtà; si volge verso la scienza e quindi verso la prosa, le quali predomineranno nel sec. IV

La prosa. - Del resto già nel sec. V, intorno alla tragedia e alla commedia, la scienza e la prosa avevano fatto notevoli progressi ed erano riuscite ad affermarsi in forme loro proprie e autonome. L'esempio principale veniva anche in ciò dalla Ionia, dove sui margini dell'epopea ciclica era cresciuto lo spirito pragmatico, logico, discorsivo, e aveva prodotto i primi prosatori, λογογράϕοι: cioè i primi storiografi, ancora intinti di concezioni mitologiche, e i primi filosofi naturalisti, non liberi ancora da teologia e da misticismo. E un altro esempio veniva dall'Occidente, dalla cultura prevalentemente dorica della Sicilia e della Magna Grecia, dove pure ci si era indirizzati con una certa precocità allo studio della natura e all'osservazione realistica (come si vede persino dalle commedie di Epicarmo), e di più si erano dimostrate o si dimostravano speciali inclinazioni dialettiche e retoriche: poiché l'eloquenza vi era in grande onore, e cominciò presto ad esservi sottoposta a regola d'arte. Queste diverse correnti si scontrano in Atene e contribuiscono a formare una nuova cultura più larga e più avanzata, che tlà sviluppo alla filosofia, alla storia, all'eloquenza, ecc.; e che perciò negli usi della filosofia, della storia, dell'eloquenza, ecc. introduce a poco a poco il proprio dialetto, l'attico. L'attico dunque arriva a imporsi come una specie di "lingua comune" e come organo naturale della prosa; mentre la poesia (se si escludono le parti dialogiche e cioè piuttosto ragionative del dramma) non si libera e non è per liberarsi mai dalle tradizioni che la legano allo ionico o al dorico o all'eolico, dialetti originariamente consacrati all'uso poetico e conservatisi tali sino all'esaurimento della letteratura greca.

Da principio convennero in Atene i continuatori e rappresentanti del pensiero antecedente, soprattutto gli epigoni della filosofia ionica, come Diogene di Apollonia e Anassagora di Clazomene (insieme con pitagorici della Magna Grecia, come Damone di Oa): i quali, nell'ambiente illuminato e spregiudicato di Pericle, proseguirono per la via degli studî naturalistici, svestendoli sempre più dalle soggezioni teologiche e mistiche. Ma poi, a cominciare dalla metà circa del secolo, e specialmente nel periodo della guerra peloponnesiaca, Atene diventò il centro di quel nuovo movimento intellettuale che, in efficace reazione con la filosofia ionica, invase tutta la Grecia: la sofistica, i cui principali rappresentanti, come Protagora di Abdera, Prodico di Ceo, Ippia di Elide, Gorgia di Leontini, provenivano veramente da ogni parte, ma svolsero la loro azione e produssero i più profondi effetti nella capitale dell'Attica.

La sofistica si contrapponeva alla filosofia ionica, e in generale a tutta la filosofia antecedente, in quanto fissava l'oggetto della ricerca non più nella natura e nel mondo circostante, bensì nell'uomo, inteso sia come individuo, sia come essere sociale: e perciò si volgeva a studiare essenzialmente tutte le creazioni dello spirito umano e della cultura, religione, stato, famiglia, nazionalità, patria, poesia, ecc. inoltre, essa si contrapponeva alla filosofia ionica anche nello scopo della ricerca, poiché la filosofia mirava allo scopo teoretico della conoscenza, mentre la sofistica per lo più dubitava della possibilità d'una conoscenza obiettiva e tendeva a esercitare il dominio pratico della vita. Questa era la prima volta che il pensiero greco si allontanava da ogni trascendenza di mito o di natura, e cercava di interrogare sé stesso, i proprî mezzi e le proprie conquiste, i prodotti spirituali dell'umanità. Cosiffatto indirizzo portava la discussione sopra un terreno assai delicato, di credenze, di leggi, di tradizioni e di costumi. Ciò spiega gli eccessi e le audacie a cui, sulle prime, la sofistica giunse; e spiega nel medesimo tempo le enormi ripercussioni di timore e di dubbio ch'essa provocò in ogni ramo della vita contemporanea.

Con la sofistica si collega strettamente anche Socrate di Atene (469-399), sebbene da lui s'inizî un diverso e importantissimo svolgimento, che contrasta con le tendenze per lo più scettiche e immorali dei sofisti e si fonda, infatti, sia sulla definizione dei concetti, sia sulla moralizzazione della filosofia. Socrate non lasciò nulla di scritto, ma per mezzo dei suoi discepoli, che variamente ne interpretarono e diffusero i principî - Platone, Senofonte, Eschine di Sfetto, Antistene, Aristippo, Fedone, ecc. - esercitò influenze incalcolabili. Dal suo seme sorse una quantità di scuole filosofiche, Cinici, Cirenaici, Megarici, Eretrici (oltre a Platone e agli Accademici), che pervadono tutta quanta la cultura del secolo IV a. C.

La sofistica, portando l'attenzione sui problemi dell'uomo, doveva di necessità provocare un incremento della storiografia. Infatti, a prescindere dagli scrittori di memorie biografiche e di ritratti (come Stesimbroto di Taso e Ione di Chio), si ebbe subito agl'inizî di quest'epoca il primo grande storico greco, Erodoto di Alicarnasso (484-425 circa).

Erodoto è ancora abbastanza legato alle tradizioni dei logografi: e lo dimostra, non solo nella predilezione per gli elementi leggendarî, romanzeschi, favolosi, non solo in una certa lentezza e disorganicità narrativa, sì anche nel conservare, egli che scrive in Atene e specialmente per Atene, il dialetto ionico. Ma d'altra parte lo spirito nuovo si rivela nell'attitudine con cui egli sottopone tutto l'insieme delle narrazioni sulle vicende e sui costumi dei popoli a un problema storico, reale e presente, che è quello del conflitto fra Greci e barbari, ossia delle guerre persiane e del divenire di Atene: problema il quale, a dir vero, per il suo oggetto richiama al clima eroico delle generazioni combattenti a Maratona e Salamina, però nel medesimo tempo implica un affiatamento coi progressi critici e filosofici. L'opera erodotea si trova ai confini tra due età: dall'una riceve splendore di fede e di eroismo, dall'altra impara sottili abitudini di discussione e di ragionamento. Su tutto domina l'arte dello scrittore: il quale ha qualcosa di affine coi grandi drammaturghi suoi contemporanei e, nei fatti che narra, fa alitare il soffio della poesia.

Un gran passo in avanti è compiuto dallo storico della guerra peloponnesiaca, Tucidide (460-396 circa), il quale non poteva scegliere materia più conforme alle disposizioni del suo intelletto.

Espone le vicende della politica ateniese in quel periodo burrascoso, a cui per gran parte assistette, o di cui poté avere immediate notizie per documenti o per relazioni; le espone con intendimento oggettivo e realistico, quindi nel linguaggio che si conviene alla realtà, stringato e robusto; non nel linguaggio della tradizione, bensì in quello dell'uso corrente, e perciò in attico (il quale sotto questi auspici fa il suo ingresso nella prosa letteraria). La separazione dalla logografia ionica è netta; tutti i residui della mitologia, della teologia e del misticismo sono condannati e sbanditi; non si ha fede in altro se non in ciò che può essere assodato con metodo critico, e a nient'altro si mira fuorché alla cerchia positiva dei fatti; i fatti s'interpretano come puro gioco d'interessi e di necessità specialmente come risultato delle inclinazioni e dell'indole degli uomini: e gli uomini vengono giudicati non tanto dal punto di vista morale quanto dal punto di vista rigidamente politico e prammatico. Tucidide è in tutto ciò figlio della sofistica. Dall'esperienza dei tempi attinge un amaro senso di scetticismo e di pessimismo, il quale lo avvicina assai ad Euripide.

Dell'esempio di Tucidide si servirono in generale gli storici suoi successori, i quali appresero di lì il metodo e gli scopi della ricerca obiettiva, se anche, per effetto della reazione socratica, si liberarono dalla sofistica e introdussero idee morali e tendenze più serene e più costruttive, o più varie.

Così fece, per primo, Senofonte, di Atene (430-354 circa). Intelletto non molto profondo ma versatile e brillante, era animato da grande varietà d'interessi, i quali lo condussero a essere discepolo di Socrate, ad accompagnare l'avventurosa spedizione dei Diecimila, ecc. Questi interessi lo portarono anche a scrivere un poco di tutto, con limpida semplicità e con garbo; e lo fanno apparire per molti aspetti (lui atticissimo) quasi un precursore dell'età alessandrina: poligrafo, pubblicista, giornalista piuttosto che storico o filosofo. Egli tendeva, in sostanza, all'elemento biografico, aneddotico, personale; per dar forma alle idee morali e politiche che gli stavano a cuore non sdegnava di ricorrere anche all'elemento romanzesco (come dimostrò soprattutto nella Ciropedia). La sua specialità era il libro di memorie e di propaganda; e per questo riguardo dev'essere accostato al grande rappresentante della pubblicistica contemporanea, Isocrate (436-338), il quale mescolava ugualmente la filosofia con la pratica e nelle forme dell'eloquenza d'apparato, solenne, copiosa, persuasiva, esaminava i massimi problemi politici e sociali che s'affacciavano o stavano per affacciarsi alla coscienza non solo ateniese ma panellenica. Isocrate ebbe influenza assai larga sul suo secolo; anche sugli storici, Eforo e Teopompo, che furono suoi discepoli.

La storiografia nel sec. IV diventa essenzialmente retorica e filosofica; rompendo la rigida concezione pragmatica di Tucidide, accoglie gli spiriti della propaganda: s'investe d'idee generali e d'intendimenti oratorî. Gli è che due cose ebbero assoluto dominio in quella età: da una parte le scuole filosofiche, dall'altra i dibattiti dell'eloquenza (non solo giudiziaria, ma specialmente politica). Nell'un campo si affermano, fra una schiera di minori, le grandi figure di Platone e di Aristotele; nell'altro emergono, con tratti di vigorosa passione, Eschine, Iperide, Demostene, ecc. È un immenso fervore di pensieri e di discorsi, in cui si riflettono le condizioni dei tempi: le divisioni dei partiti, le aspirazioni a un nuovo assetto sociale, i rinnovati tentativi di egemonia ateniese, i sogni di unità del mondo greco e di guerra ai barbari, il conflitto con la Macedonia, la definitiva caduta di Atene davanti a Filippo e ad Alessandro Magno.

La sofistica, soprattutto per opera di Gorgia e di Antifonte, aveva dedicato speciale attenzione al campo dell'eloquenza, costituendola in regole e schemi a cui si diede il nome di retorica; e, sulle basi della retorica, aveva cercato di foggiare un'arte della prosa, la quale per perfezione stilistica, per maturità tecnica e anche per un certo andamento ritmico potesse gareggiare con la poesia, considerata come ormai vecchia e non più al corrente coi tempi. Infatti la prosa (per quanto avesse avuto naturalmente dei precursori fin dal sec. VI, nella Ionia, e poi nella Magna Grecia) fu in certo senso il vero genere letterario del sec. IV a. C., opera precipua degli Attici: fu l'ultimo prodotto originale nello sviluppo creativo della letteratura greca, la quale dall'epopea era passata alla lirica, e dalla lirica al dramma, ed esaurendosi il dramma, doveva cercare una forma che meglio si adattasse, finalmente, alle cresciute esigenze dello spirito scientifico.

Celebratissimo fra tutti come maestro di eloquenza e di stile prosastico fu il già menzionato Isocrate, discepolo di Gorgia. Demostene (384-322) più che dalle regole d'arte attinse dalla gravità degl'interessi politici, dalla nobiltà degl'ideali, dall'ardore della passione, onde spesso i suoi discorsi hanno l'ala della poesia. Posizione assai più modesta occupano gli oratori giudiziarî, come Lisia (445-380 circa), che dai grammatici di età posteriore fu scelto a modello di stile attico sobrio e puro.

In che modo la prosa potesse gareggiare con la poesia e sostituirsi ad essa ci è dimostrato specialmente dall'esempio di Platone (427-347), il quale, com'è manifesto, foggiò tecnicamente i suoi dialoghi sotto l'influsso della poesia drammatica (in particolare, egli diceva anche di aver presto a modello i mimi del siracusano Sofrone, che già erano in prosa ritmica). Del resto, a prescindere da questo rapporto tecnico, Platone è tale figura in cui la grandezza del pensatore è pari a quella dell'artista.

Sviluppando i principî della reazione socratica, egli seppe riportare nello spirito dei Greci, dopo il periodo delle aberrazioni e delle demolizioni, le forze vive della fede: fede nella conoscenza umana, nella virtù, nel bene. Le sue concezioni filosofiche fuori del mondo empirico e naturalistico costruiscono la sfera della pura ragione, delle verità ideali e assolute: quindi salgono ad altezze in cui pensiero e fantasia, scienza e arte si toccano. Quindi l'opera di Platone è sublimemente poetica; e spesso non manca di ricorrere perfino all'espediente, poetico per eccellenza, del mito. Ciò vuol dire che la fantasia greca, creatrice di miti, compie ancora una volta il suo miracolo, per mezzo di questo filosofo, sullo sfondo del pensiero astratto e della scienza.

Ma, dopo Platone, Aristotele (384-322) ci conduce in un terreno più normale e meno favorevole alla poesia.

Riconciliando l'ideale col reale, egli trasforma la filosofia in scienza universale di tutte le cose, e la indirizza di nuovo, essenzialmente, allo studio della natura, ossia alla ricerca dei fatti e dei fenomeni naturali, fra i quali comprende anche il mondo storico, morale ed intellettuale. Egli per primo, e poi, anche più, i suoi seguaci, che costituiscono la scuola cosiddetta peripatetica (Teofrasto, ecc.), si mutano in fisici, in filologi, in grammatici, in eruditi, in cultori delle varie discipline, che vengono specializzandosi. Questa è la condizione comune degl'intelletti; da cui si preparano le condizioni e i caratteri della letteratura alessandrina.

La Commedia nuova. - Le antiche forme verseggiate (tragedie, commedie, ditirambi, ecc.), se ancora per forza di tradizione continuavano a coltivarsi, erano però, in tale ambiente, nient'altro che prodotti artificiali o accessorî. Come la poesia potesse essere sentita, in modo piuttosto astratto e filosofico, insegnava Aristotele nella sua Poetica; e qualche interessante esemplificazione, fra teorica e pratica, era pure offerta da Teofrasto, nei suoi Caratteri. Ma appunto, in diretta corrispondenza con codesta visione della vita, naturalistica e positiva, modesta e borghese, istruita e moraleggiante, sorse sulla fine del secolo, dopo un periodo di transizione che si designa col nome di Commedia di mezzo, un nuovo tipo di dramma, la cosiddetta Commedia nuova, coltivata da Menandro, da Difilo, da Filemone, ecc. La quale non tanto derivò i suoi esempî dalla Commedia antica, aristofanea, quanto dalla tragedia: poiché già la tragedia non aveva potuto mantenersi sempre alla sua originaria altezza, nella sfera degli dei e degli eroi, e verso la fine, specialmente per opera d'Euripide, s'era avvicinata a una comune forma di dramma borghese, rappresentando sotto i nomi e le spoglie degli eroi niente altro che le umili condizioni degli uomini. La Commedia nuova si fonda sullo studio della realtà; cerca di tradurre l'osservazione positiva e scientifica della vita e dei caratteri umani in contemplazione d'arte. E in fondo è affine, anch'essa, alla prosa; schiva di elementi fantastici; nutrita di riflessione; non interamente tragica e non interamente comica; "fedele imitazione della vita, specchio della normalità, immagine del vero": come fu definita dai filosofi del tempo, i quali, favorivano e applicavano questa tendenza.

Il principale e più celebrato autore è Menandro, ateniese (343-292), del quale possiamo farci una certa idea da quando in papiri egiziani si sono scoperti ampî frammenti di alcune sue composizioni: poche, a confronto delle moltissime che scrisse (un centinaio). Scarso in esse il movimento drammatico; intensa invece l'elaborazione dei caratteri. La forma di Menandro è specialmente descrittiva; la sua originalità consiste nello studio psicologico delle varie indole morali, ch'egli determina, distingue, colorisce con molta finezza.

Ma nella Commedia nuova, oltre alla diffusione dello spirito scientifico, si possono in pari tempo notare gli effetti di un grande rivolgimento politico e sociale. Si sente che Atene ha perduto ormai la sua posizione di primato, ha finito di guidare i destini della civiltà, si è provincializzata e rinchiusa in sé stessa. L'antico concetto della polis come di libera potenza a cui tutti i cittadini partecipano e in cui esplicano la loro personalità, è caduto o va scomparendo. Gl'individui, che non vivono più per il pubblico, sono indotti a dedicarsi con maggior interesse alla vita privata e interiore. Anche di questa condizione di cose si facevano soprattutto interpreti e banditori i filosofi. Infatti, nel 306, fondava in Atene la sua scuola Epicuro (341-270), fra i cui insegnamenti primeggia quello che suggeriva di "vivere privatamente".

Terzo periodo: ellenistico o alessandrino (320-30 a. C. circa). - Esclusa Atene dalla sua posizione di dominio, il centro della civiltà, e quindi anche della letteratura, si sposta verso le regioni dell'Oriente che Alessandro Magno ha conquistate e che i suoi successori trasformano in varî imperi dinastici. Su esse spicca di gran lunga la capitale dei Tolomei, Alessandria d'Egitto; ma poi entrano in lizza anche le altre: Antiochia, sede dei Seleucidi in Siria; Pergamo, degli Attalidi; la Macedonia, degli Antigonidi. Infine, si può dire che ogni parte della ecumene tende a raccogliere e diffondere i benefizî dell'ellenismo; il quale, pur essendosi già ampliato per mezzo dell'impero ateniese, non aveva mai raggiunto fino allora un aspetto così universale, né mai aveva occupato tanto spazio oltre i confini della madrepatria e delle colonie direttamente collegate con essa. Ora anche Roma sta per entrare nella cerchia di questa influenza, quantunque sia poi destinata a reagire e a imprimere un suo proprio indirizzo, e a sostituirsi, in fondo, all'ellenismo.

Difatti i caratteri precipui della nuova civiltà consistono nella sua forza di espansione, nella sua universalità, nella sua livellatrice opera di ellenizzazione: per cui è chiamata non ellenica, ma ellenistica. In essa le differenze specifiche, che fino allora intercedevano fra genti e regioni diverse, spariscono o tendono a sparire. Contributi varî, tradizioni e costumi d'ogni parte, ateniesi e asiatici, orientali e occidentali, si mescolano assieme e costituiscono un comune fondo di cultura assai laborioso e complesso. Anche la lingua, naturalmente, muta aspetto: sorge una specie di lingua universale greca (κοινὴ διάλεγτος), che altera la fisionomia dell'attico smussandolo e contaminandolo con elementi di diversa provenienza. Questa lingua s'introduce quasi dappertutto, in ogni paese e in ogni genere di scritture; e, pur variando qua e là di colore e di sfumatura, si conserva attraverso i secoli come strumento normale della conversazione elevata e della prosa. Solo in poesia, per ossequio alla tradizione e per effetto della tendenza imitativa, che spinge a riprodurre gli antichi generi nella loro conformazione tecnica, si continuano ad usare, più o meno puramente, in rapporto coi varî generi, gli antichi dialetti letterarî, lo ionico, il dorico, l'eolico.

È manifesto che una tale espansione culturale e linguistica dipende dal maggior grado di unità politica a cui il mondo greco, perennemente diviso in piccoli comuni, arrivò in questo periodo: maggior grado soltanto, perché, a dir vero, l'unità intera non fu raggiunta neanche allora, e soprattutto fu pagata con la perdita della libertà civile, che era tra le massime prerogative dello spirito ellenico: onde il nuovo assetto non sarà fecondo di un reale svolgimento e non sarà duraturo. Ma insomma fu utilmente infranto il cerchio della città-stato, furono abbattute barriere che dividevano genti della medesima stirpe, le antiche poleis dominatrici furono equiparate alle nuove terre di conquista. Con ciò si collega un altro fatto che sta a fondamento della letteratura ellenistica: lo scomparire del collettivismo e l'ulteriore svilupparsi dell'individualismo. Abbattuto il sistema della polis, cessata l'attività e l'interesse per la cosa pubblica, passato il potere nelle mani dei monarchi, i cittadini si ritrovano soltanto come individui: quindi imparano a vivere ciascuno la propria vita privata, non semplicemente quella della propria casa e della propria famiglia (in cui s'incentra la Commedia nuova), sì anche quella della propria coscienza.

In rapporto con tali bisogni vengono fuori, agl'inizî di quest'età, e si propagano largamente nuove scuole filosofiche: accanto a quella, già menzionata alla chiusa del periodo precedente, degli epicurei, si affermano gli stoici (fondatore Zenone di Cizio) e gli scettici (fondatore Pirrone); e notevoli mutamenti e adattamenti subiscono anche le scuole anteriori, specialmente degli Accademici e dei Peripatetici. Per quanto i sistemi differissero l'uno dall'altro, tuttavia c'era in generale un intendimento comune: provvedere, essenzialmente, al lato morale della vita, purificare le passioni, placare gli animi esulcerati dalla perdita della libertà e dalla rinunzia alle consuetudini politiche, avviandoli verso il soddisfacimento degl'interessi spirituali, di quegl'interessi che hanno il loro centro nella coscienza dell'individuo. Una specie di medicamento e di rifugio per gli animi erano quindi anche, accanto alla filosofia vera e propria, gli studî più astratti, scientifici ed eruditi. Mai, prima d'allora, il sapere era stato così energicamente e largamente coltivato, in ogni suo ramo. Precursore principale fu sotto questo aspetto Aristotele, che diede esempio di un'intensa specializzazione.

Perciò l'età alessandrina è contraddistinta soprattutto dallo spirito riflessivo. È l'età delle scienze esatte, della matematica, dell'astronomia, della storia naturale, ecc. Ed è anche l'età dell'erudizione letteraria: filologia, grammatica, ricerche antiquarie, commenti, ecc. La poesia risente di queste mutate condizioni. Da una parte essa è avvantaggiata da quel progresso psicologico che induceva a guardare nella vita interiore della coscienza e ad esplorare gli aspetti umili e modesti delle cose. Di lì essa deriva un'interiorità che di rado era toccata nei poeti dei periodi precedenti: la tendenza all'idillico, all'elegiaco, all'umoristico; la disposizione a interrogare i segreti del cuore, l'attitudine a rappresentare le condizioni più umili e delicate. Perde in grandezza, in potenza fantastica, in sublimità; acquista in grazia, in dolcezza, in interesse umano. D'altra parte essa ha sofferto dell'invadenza scientifica e dell'erudizione, che di solito le tarpano le ali ai più alti voli, e non solo la mortificano caricandola di elementi eterogenei, ma la spingono sul terreno pigro dell'imitazione classicheggiante.

Anche questo è un fenomeno caratteristico degli Alessandrini, il classicismo: cioè la coscienza d'una specie di profondo distacco fra la letteratura del presente e quella del passato, e quindi l'inclinazione, anzi il proposito, di considerare le creazioni del passato come modelli (classici per eccellenza!), che debbano essere studiati e riprodotti in maniera riflessa. La poesia dei periodi anteriori era stata essenzialmente creativa, non tanto per il maggiore o minor genio dei suoi singoli autori, quanto perché aveva goduto di una specialissima condizione, la quale le aveva permesso d'introdurre l'una dopo l'altra le sue forme, i suoi "generi", prima l'epopea, poi la lirica, poi il dramma, ecc., in rapporto con le diverse esigenze di tempo e di luogo. Invece la poesia alessandrina fu essenzialmente riflessa, perché si volse a ripetere tutte le forme antecedenti, e ripetendole le stilizzò; le divise e suddivise in una quantità di schemi minori; le considerò sempre più come generi, con norme tecniche di argomento, di stile, ecc., dalle quali solamente di tanto in tanto qualche autore originale riuscì ad elevarsi. In quest'opera di regolarizzazione tecnicistica la poesia alessandrina ebbe a sua grande alleata la filologia: la maggior parte dei poeti di tale periodo furono anche filologi (raccoglitori di testi classici, editori, commentatori, teorici della letteratura e della lingua, ecc.), talvolta anche naturalisti.

Le origini della letteratura ellenistica debbono essere ricercate nel l'antica sede, in Atene, presso le varie scuole filosofiche, specialmente presso quella dei peripatetici, dove vennero educandosi sulla fine del sec. IV e a principio del III a. C. i giovani rappresentanti delle nuove generazioni (come ad esempio Callimaco, Arato, Alessandro Etolo), dotti e poeti, i quali passarono poi ad Alessandria, ad Antiochia, a Pella, ecc., e così trapiantarono nelle capitali dei successori d'Alessandro il fiore degli studî. A determinare un tale passaggio e incremento della cultura ebbero grandissima importanza le istituzioni di Tolomeo I Sotere e poi di Tolomeo II Filadelfo in Alessandria: il Museo e la Biblioteca, che furono come il focolaio e il simbolo delle tendenze erudite. Nella Biblioteca si raccolsero i tesori letterarî del passato, che diventavano oggetto di laboriose ricerche sia agli scopi filologici e critici sia a quelli poetici.

Di essa furono a capo successivamente, per un paio di secoli, i più cospicui letterati del tempo, a cominciare da Zenodoto di Efeso fino ad Aristarco di Samotracia. Insigne grammatico fu anche Fileta di Coo, uno tra gl'iniziatori del movimento poetico alessandrino; chiamato ad Alessandria da Tolomeo I per dirigervi l'educazione del figlio, il futuro Filadelfo. Fu autore di studî linguistici e filologici (Glosse, ecc.), ma nel medesimo tempo compose elegie e poemetti - epillî - in cui si esprimeva il gusto del tenue, del grazioso, dello squisito. Una sua raccolta di elegie, intitolata alla moglie, Bittide, si riattaccava alla tendenza di cui era stato precursore, circa un secolo prima, Antimaco di Colofone con la Lide: ossia collegava intorno a un esile filo una quantità di leggende di varia origine, ma specialmente amorose, svolgendole negli aspetti più umili e più delicati. Similmente nel poemetto Ermete concentrava l'attenzione sui particolari di una determinata avventura d'amore. Sulla medesima via di Fileta si misero gli altri cosiddetti poeti elegiaci, che fiorirono numerosi fin dai primordî del sec. III a. C.: Ermesianatte di Colofone (autore di una raccolta intitolata alla sua donna, Leontion), Alessandro Etolo, Fanocle, a non dire di Callimaco, la cui figura è assai più complessa e richiederà apposita considerazione. Queste elegie, come anche a maggiore ragione gli epillî, erano di contenuto essenzialmente mitologico, cioè avevano il loro fondamento nel vetusto patrimonio dell'epopea, e soltanto cercavano di atteggiarlo in modo nuovo, più moderno, più soggettivo. La parte propriamente soggettiva, la diretta espressione dei sentimenti individuali, era assai scarsa: e trovava sfogo piuttosto in altre composizioni, ch'erano pure per lo più in distici elegiaci, ma brevissimi: i cosiddetti epigrammi, di cui furono cultori, con varia originalità e attitudine, quasi tutti i poeti alessandrini. Uno dei primi e dei più originali tra essi è Asclepiade di Samo (al quale si collegano Posidippo, Edilo, Niceneto, e molti altri), che nel giro di pochi distici sapeva versare impressioni vigorose e ardenti, cantando le etere, i fanciulli, il vino, l'amore, con note di pessimismo quasi romantico. Temperamento soprattutto lirico, cercò anche di rinnovare la tradizione della poesia eolica di Alceo e di Saffo, introducendo composizioni in metri lirici asclepiadei e in dialetto eolico, delle quali qualche esempio ci è fornito dal suo più giovane amico e discepolo, Teocrito. Intorno ad Asclepiade di Samo e a Fileta di Coo si costituì, nelle isole e sulle coste dell'Asia Minore (per poi espandersi verso Alessandria e verso le altre sedi del mondo ellenistico), un cenacolo di poeti, che erano animati dal comune intento di aprire le vie dell'arte nuova.

La poesia. - La poesia greca era stata da qualche secolo, ed era tuttora, dominata dall'eredità dell'epopea e del ciclo, o diciamo più in generale del mito: eredità che diventava sempre più pesante, non solo perché portava con sé materia e abitudini assai trite, ma soprattutto perché non trovava ormai nessuna interiore corrispondenza con lo spirito dei tempi, i quali, pur dopo le recenti gesta di Alessandro Magno e le guerre dei Diadochi, non avevano quasi nulla di eroico e inclinavano verso la vita borghese. In tali condizioni c'erano tuttavia di quelli che credevano di poter continuare, o risuscitare, l'antica tradizione e comporre poemi di lunga lena, sul tipo omerico o ciclico, prendendo a soggetto sia qualche importante gruppo di leggende del patrimonio mitico, sia anche qualche grande avvenimento della storia. Così, p. es., Antagora di Rodi scrisse una Tebaide, in cui ritentò l'argomento già sfruttato dai ciclici e poi da Antimaco di Colofone; e Riano di Creta si diede a cantare le Guerre messeniche. Ma il più insigne di tutti fu Apollonio Rodio (300-230 circa), il cui poema, gli Argonauti, è l'unico che ci sia conservato per intero.

Anche Apollonio Rodio non fu soltanto poeta, ma erudito, cultore di studî grammaticali, storici, geografici; e come tale venne chiamato alla direzione della Biblioteca di Alessandria, succedendovi a Zenodoto di Efeso. Di studî filologici e antiquarî erano nutrite le sue opere in versi; specialmente il poema degli Argonauti, ch'egli concepì da giovane, come un ambizioso sogno di grandezza, e a cui dedicò poi molta parte della sua attività. Evidentemente egli s'era proposto di essere l'Omero dei proprî tempi, fondendo in unico disegno, di misura non troppo ampia, le caratteristiche tanto dell'lliade quanto dell'Odissea: il poema della conquista congiunto con quello delle avventurose peregrinazioni. L'opera di Apollonio non è estranea alle esigenze e ai gusti dell'età alessandrina; specialmente si conforma a certe norme dottrinali, circa l'estensione e l'unità del poema epico, che provengono da insegnamenti aristotelici e peripatetici. Tuttavia, essa è in massima parte anacronistica, e sostanzialmente mediocre; manca di passione, di movimento, di vera drammaticità; soltanto gli episodi vi hanno vita, i quadretti di genere, le parti secondarie, dove al tono eroico sottentra l'idillico o l'elegiaco o anche, addirittura, l'arcadico e il manierato: poiché nella materia epica si aprono pure il varco le correnti moderne, specialmente l'elemento lirico, della donna e dell'amore, che era il più interessante e il più vivo tra gli elementi dell'alessandrinismo. Nella rappresentazione di Medea, infatti, Apollonio ci offre un'analisi psicologica abbastanza efficace e sviluppata. Il tentativo delle Argonautiche. suscitò ardenti polemiche e, almeno sulle prime, incontrò accoglienza ostile in Callimaco; il quale va considerato come principale interprete del gusto letterario di questa età.

Callimaco di Cirene (320-240 circa) fu quasi il poeta e il critico ufficiale alla corte dei primi Tolomei; nella sua molteplice operosità combinò, meglio d'ogni altro, le attitudini e le disposizioni del periodo storico in cui visse.

Egli aveva formato la sua educazione ad Atene, presso la scuola peripatetica, di dove attinse l'indirizzo e la passione degli studî eruditi: passione che lo doveva condurre a scrivere un gran numero di opere grammaticali, bibliografiche, antiquarie, fra cui spiccavano i Quadri (Πίνακες) in 120 libri, costituenti una specie di enciclopedia storica della letteratura greca. Le consuetudini e la smania dell'erudizione influivano anche nella sua produzione poetica, che non di rado era oppressa da elementi eterogenei. Egli diede definizione programmatica e sicura applicazione alla tendenza rappresentata da Fileta, da Asclepiade e da altri: sosteneva, con piena ragione, che i tempi non fossero adatti per il poema eroico; consigliava di evitare temi troppo solenni e ambiziosi; prendeva bensì la sua materia, generalmente, dal mito, ma cercava le leggende meno comuni, ne desumeva qualche lato, piuttosto umile ed oscuro, isolandolo dal contesto narrativo. Con tale intendimento compose una raccolta di elegie, gli Aitia, in cui, adunando leggende poco note, illustrava le origini di tradizioni, di costumi, di culti, ecc.; e un poemetto, l'Ecale, dove in poche centinaia di versi trattava, in tono minore, un modesto episodio del mito di Teseo. Opportuni dunque e importanti erano in Callimaco i principî critici; e (come possiamo giudicare specialmente dagl'Inni e dagli Epigrammi, essendosi in gran parte perdute le altre opere) non gli mancavano nell'esecuzione certe doti artistiche, di grazia, di finezza, di arguzia, d'eleganza. Sennonché a lui faceva difetto la vera genialità, che si fonda sul calore del sentimento e della fantasia.

Se Callimaco occupa un posto eminente nella letteratura alessandrina a causa soprattutto dell'indirizzo che rappresenta, il posto più alto nel valore dell'arte è tenuto da un suo coetaneo, che visse appartato, fuori degli studî filologici e delle competizioni letterarie, Teocrito di Siracusa (310-250 circa); il quale possedeva quella genialità che a Callimaco e alla maggior parte degli altri era negata. lnfatti noi vediamo com'egli, attraverso all'applicazione di quei medesimi principî con cui i capi della scuola insegnavano a evitare l'epopea, a coltivare l'epillio ecc., giungesse a crearsi una forma sua propria, che consisteva nel cogliere assai più intimamente e direttamente il lato umile e borghese della vita.

Sebbene fosse nativo di Siracusa, anch'egli svolse la sua attività quasi sempre nel mondo orientale alessandrino: poiché l'Occidente greco, che aveva avuto periodi di grande splendore fino al sec. V a. C., era da parecchio tempo in decadenza; e come stava per soggiacere politicamente all'impero dei Romani, così intanto era attratto, per l'aspetto intellettuale, nella comune sfera dell'influenza ellenistica che emanava dalle sponde dell'Egitto e dell'Asia. Teocrito appartenne a quella cerchia di giovani che s'erano adunati nell'isola di Coo, intorno a Fileta e ad Asclepiade, e che erano specialmente rivolti a cantare di tenui leggende o di amori, e coltivavano tra l'altro la moda della poesia bucolica rappresentandosi come pastori e in questa forma esprimendo l'affetto per le cose della natura, per la vita dei campi, ecc. I componimenti di Teocrito portano tutti, con ragione, il titolo di Idillî, cioè "piccoli componimenti poetici". Una parte di essi sono d'argomento pastorale; e procurarono al loro autore la fama di poeta bucolico per eccellenza. Ma non sono i soli caratteristici; e non sono neanche quelli che diano più esatta e più comprensiva l'idea dell'arte di Teocrito. Il quale nel mondo - un po' manierato - dei pastori non cerca altro se non l'occasione di esprimere le qualità congenite della sua indole: che sono il senso della quiete, la gioia del vivere tranquillo, la tendenza verso l'idillico. Egli è il poeta di tutte le manifestazioni dell'umile vita, nelle città così come nei campi, nei mercati, nelle feste, nelle taverne, nelle liete comitive; il poeta della vita guardata negli aspetti semplici e bonarî, degustata con un riposato senso di simpatia umana, di umorismo, di gioia e di floridezza pittorica. Quindi, accanto agli idillî bucolici, abbiamo i cosiddetti mimi urbani, che ci trasportano nel piccolo ambiente borghese delle metropoli; e abbiamo anche gli epillî, i quali sembrerebbero meno adatti all'indole di Teocrito, perché contengono episodî di antichi miti e leggende eroiche. Ma in tutti gli argomenti, o pastorali, o cittadini, o eroici, il poeta applica quel suo modo di vedere che coglie gli aspetti più umili o delicati delle cose; per cui su tutto effonde il suo sorriso pieno di grazia e di giovialità.

A Teocrito si avvicina sotto alcuni riguardi, ma senza raggiungerne affatto il valore artistico, Eroda, che visse parimenti in Coo, verso la metà del medesimo sec. III a. C. I suoi Mimiambi sono piccole scene della vita ordinaria, forse destinate alla rappresentazione teatrale, e composte con intendimenti realistici: d'un realismo però, non solo più brutale di quello di Teocrito (infatti miravano a ricongiungersi, piuttosto, con la tradizione di Archiloco, di Ipponatte, ecc., di cui adottavano persino ii metro, giambico scazonte), ma anche più opaco, cioè puramente descrittivo e obiettivo, non compenetrato, com'è il realismo teocriteo, dalla profonda spiritualità dell'autore.

La genuina ispirazione era in generale assai scarsa. Ci s'illudeva di fare poesia introducendo nella letteratura qualcosa che potesse considerarsi, secondo i concetti del tempo, come un genere nuovo, oppure ripristinando o variamente innestando i generi antichi. I canoni estetici, che erano in voga per effetto della filologia contemporanea, favorivano questa produzione sforzata. Si cercavano elementi in tutti i campi, sia nella cultura popolaresca, nei costumi provinciali, nella novellistica, nel folklore, sia nelle più alte regioni della dottrina e della scienza. Callimaco stesso dava esempio di una tale varietà di toni, perché oltre agli Aitia, all'Ecale, agl'Inni, componeva per l'appunto i Giambi, in cui, pur escludendo di deliberato proposito ogni grossolanità, mostrava di volere far posto alla corrente volgare e popolareggiante. Per conseguenza noi troviamo nella letteratura alessandrina rispecchiate, insieme con tutte le sfumature intermedie, le due opposte tendenze, della poesia dotta e della poesia popolare. Da una parte ci si presentano le forme più basse e più triviali; le quali rimangono basse e triviali, se anche sono composte di solito con scopo artistico ed elaborate con le vernici dello stile, della metrica, ecc. Esse sono rappresentate non solo da Eroda, ma da una schiera di autori che si chiamavano cinedologi o itarodi, fra cui ebbe speciale rinomanza Sotade di Maronea. Dall'altra parte abbiamo le forme più lambiccate, più astruse, più cariche di erudizione: nelle quali alla rarità o alla difficoltà del contenuto è congiunta la ricercatezza dei mezzi espressivi, fondati sull'esagerazione dello stile classico arcaico. Principali campioni per questo rispetto sono Licofrone di Calcide (fiorito verso il 270) ed Euforione, pure di Calcide (di pochi decennî posteriore): il primo ci lasciò una specie di carme profetico mitologico, con substrato politico, l'Alessandra; e il secondo scrisse specialmente elegie ed epillî, portando alle estreme conseguenze la maniera dotta di Callimaco e rendendosi famoso per il peso della sua mitologia.

L'erudizione mitologica non era la sola che attirasse le cure dei poeti. Ogni scienza, fisica, astronomia, matematica, geografia, grammatica, si considerava adatta per essere messa in versi. Naturalmente per questa via l'ispirazione poetica, che già difettava, era anche più sacrificata: cioè si scambiava per poesia la pura e semplice versificazione. L'equivoco era favorito dalle condizioni fallaci ed empiriche dell'estetica contemporanea, rappresentata dai concetti dei peripatetici e specialmente poi degli stoici, i quali in modo esplicito insegnavano a miscere utile dulci e a "condire il vero in molli versi". Perciò pareva che la poesia potesse essere in gran parte didascalica e dovesse impregnarsi di quei risultati e di quegli studî a cui lo spirito dell'età alessandrina essenzialmente tendeva.

Discepoli di filosofi stoici furono appunto i principali campioni di questa poesia, cosiddetta didascalica, come Arato ed Eratostene.

Arato di Soli (vissuto nella prima metà del sec. III) formò la sua educazione ad Atene, insieme con Callimaco; poi, anziché volgersi alla corte di Alessandria, fu attratto presso quella di Macedonia dal re Antigono Gonata, di cui divenne in certo modo il poeta ufficiale. Seguendo le intenzioni di questo sovrano, il quale si professava scolaro dello stoico Zenone, egli, invece di cantare gesta di principi o di eroi, scelse un argomento scientifico, che tornasse a lode e illustrazione dell'universo e di Dio. Compose così il suo maggiore poema, di contenuto astronomico, i Fenomeni, dove in una prima parte sono descritti i caratteri e i movimenti delle varie costellazioni (non senza che s'introducano qua e là, a scopo di diletto poetico e con valore allegorico, le leggende che al cielo si riferiscono), e in una seconda parte sono trattati gl'indizî utili a far prevedere il tempo (Pronostici). Arato non era astronomo: metteva semplicemente in versi l'opera in prosa del grande astronomo Eudosso di Cnido, discepolo di Platone. Non essendo animato da un profondo interesse né da un ardente slancio di passione per le cose trattate, egli non poté in queste cose versare l'alito della vera poesia. Il suo pregio consiste nella perfezione formale, nell'elaborazione tecnica della lingua e del verso, che risponde al più squisito gusto ellenistico. Su argomenti astronomici si esercitò pure Eratostene di Cirene (275-05 circa), svolgendo in alcuni poemetti a noi non conservati (Ermete, Erigone, ecc). concezioni e leggende intorno a fenomeni celesti, di cui egli stesso, con intendimento filologico-antiquario, aveva fatto raccolta in altra opera, in prosa, intitolata Catasterismi (cioè "Trasformazione in astri"). Eratostene era un autentico studioso di scienze esatte, e coltivò discipline svariate: la matematica, l'astronomia, la geografia al pari della grammatica e della letteratura. Personalità assai complessa, diede esempio di una tendenza enciclopedica, la quale veniva specialmente affermandosi in Alessandria, all'ombra della Biblioteca e del Museo. Nella poesia, così come nella filologia, dipendeva da Callimaco, e attribuiva grande valore alla ricerca dell'elemento mitologico ed etiologico. Accanto ad Arato e ad Eratostene è da ricordare ancora Nicandro di Colofone (press'a poco contemporaneo di quelli). Era medico: i suoi poemi maggiori, che furono imitati da poeti romani, specialmente da Virgilio e da Ovidio, nelle Georgiche e nelle Metamorfosi, sono perduti; restano due poemetti Theriaca (sui serpenti velenosi) e Alexipharmaca (sui contravveleni), i quali ci appaiono come aride trattazioni prive di qualsiasi valore poetico.

La maggiore e migliore fioritura della poesia alessandrina appartiene al sec. III a. C. e piuttosto al principio che alla fine. In seguito, man mano che ci avviciniamo all'età romana, attraverso il sec. II e il I a. C., essa viene sempre più perdendo ogni carattere proprio, ogni virtù di svolgimento, ogni calore di vita spirituale, e finisce per estenuarsi quasi del tutto. L'estenuazione è segnata principalmente dall'equivoco di cui abbiamo parlato testé, per cui la poesia si confonde con la scienza, o meglio si riduce a semplice versificazione, come uno strumento di piacere fatto per adornare con la sua bellezza esterna i risultati della dottrina.

Imperversano i poemi didattici; e continuano a essere soprattutto coltivati gli epillî mitologici ed etiologici, alla maniera di Callimaco, di Euforione, di Eratostene, ecc.: anzi, in questo indirizzo, troviamo nel I sec. a. C. un insigne rappresentante, Partenio di Nicea, che esercitò notevole e diretta influenza sui poetae novi romani. Se qualche vena di più pura poesia riesce a emergere qua e là, essa si esprime nell'imitazione teocritea, cioè nei componimenti bucolici che taluni epigoni di Teocrito, come Bione e Mosco, ebbero a produrre non senza una certa grazia e spontaneità di sentimento. Oppure essa si esprime, abbastanza frequentemente, nei brevi distici degli epigrammi d'occasione, soprattutto degli epigrammi erotici, di cui, a principio dell'età alessandrina, avevano dato esempî efficacissimi Asclepiade di Samo, Posidippo e altri. Ora, fra il sec. II e il I a. C., ci si presenta una figura assai originale di poeta d'amore, Meleagro di Gadara, filosofo cinico, il quale, in un bel mazzo di piccole composizioni, ritrae con insuperabile delicatezza i movimenti della sua anima fine e voluttuosa. Oltre a Meleagro c'è poi una schiera di minori e di minimi, parecchi dei quali dall'Oriente ellenistico e dalla Grecia ebbero a trasmigrare in Italia per effetto delle conquiste romane: Filodemo, pure di Gadara, filosofo epicureo, Antipatro di Sidone, Antipatro di Tessalonica, Tullio Laurea, Archia, Crinagora di Mitilene, ecc. I loro epigrammi entrarono a far parte di apposite raccolte, le quali, attraverso varie fasi successive, accrescendosi di materiale dell'età romana e bizantina, hanno poi messo capo alla cosiddetta Antologia Palatina. Dunque, non mancano le manifestazioni poetiche: ma in generale sono di debole respiro e di scarsa significazione.

Le scienze. - A confronto col decadere della poesia, grandeggiano le scienze. Il movimento di studî, che ha centro principale in Alessandria, è dominato da concetti peripatetici, e quindi mira alla specializzazione di tutte le discipline, svolgendo una specie di programma enciclopedico. La matematica compie in questo periodo le sue maggiori conquiste, con Euclide che visse in Alessandria verso il 300 a. C., e con Archimede di Siracusa; similmente l'astronomia fa notevoli progressi per opera di Aristarco di Samo e di Ipparco di Nicea; e le scienze naturali e la medicina hanno insigni cultori, come Erofilo di Calcedone ed Erasistrato di Ceo.

Filologia e storiografia letteraria. - Ma l'attività della scuola alessandrina si esplica con caratteri più proprî e con speciale abbondanza di produzione nel campo della filologia e della storiografia letteraria. Il compito ch'essa si assume è diretto sia a raccogliere, recensire, interpretare i testi della precedente letteratura classica, sia a stabilire la cronologia del passato, le biografie degli autori ecc., sia anche a fissare le doti della lingua e dello stile, i principî della grammatica e simili. In ciò spiccano le maggiori benemerenze degli Alessandrini, che al complesso degli studî filologici, ereditati dall'antica tradizione dei sofisti e particolarmente dalla scuola di Aristotele, diedero un incremento vastissimo.

La schiera di tali studiosi è aperta da Zenodoto di Efeso (325-260 circa), che fu il primo prefetto della Biblioteca di Alessandria, e diede la prima edizione dell'Iliade e dell'Odissea divisa in libri (24 per ciascun poema) e provvista di segni critici. A lui seguono Callimaco, Apollonio Rodio, Eratostene, Euforione, ecc.: cioè parecchi tra i più celebrati poeti di questa età; poiché anche i poeti sono in gran parte filologi, e al culto delle muse e all'esercizio diretto dell'arte mescolano le severe occupazioni della critica. Singolare importanza ebbe Eratostene, che si segnalò soprattutto nelle ricerche geografiche e nella cronologia. Egli s'era trovato a ricevere influenze sia della dottrina peripatetica, sia della stoica; ma pure assunse per primo, in contrapposizione coi filosofi, il titolo di ϕιλόλογος, sanzionando una netta dissociazione dello spirito puramente filologico e grammaticale dallo spirito filosofico: dissociazione che era nell'indole dei tempi e che, se fu utile per lo sviluppo materiale delle ricerche, doveva d'altra parte recare non poco danno ai fini di un vero approfondimento degli studî. Dopo Eratostene lo spirito filologico trionfa in pieno, ed ha i suoi massimi campioni in Aristofane di Bisanzio (257-180 circa) e in Aristarco di Samotracia (217-145 circa). Aristofane di Bisanzio esplicò una vigorosa attività come editore di Omero, di Esiodo, dei lirici, dei comici, dei tragici, ecc.; coltivò inoltre la lessicografia e la grammatica, ponendo i principî di un metodo nello studio del linguaggio, che fu detto dell'analogia, cioè della "regolarità". Aristarco di Samotracia affinò anche più gli strumenti della critica testuale, esercitandoli sopra un gran numero di autori, specialmente su Omero; e alle edizioni aggiunse di solito ampî commentarî di carattere erudito ed esegetico. Dalla sua scuola uscirono (si dice) circa quaranta grammatici, fra i quali è da ricordare Dionisio Trace, che compose la prima grammatica greca a noi giunta, fondata sui principî dell'analogia.

Ma immediatamente dopo Aristarco la scuola d'Alessandria cominciò a decadere. Nel frattempo, in concorrenza con essa era sorta un'altra scuola filologica nel regno degli Attalidi, a Pergamo, dove Eumene II (197-59) fondò una cospicua biblioteca, introducendo l'uso della cosiddetta "pergamena" in sostituzione del papiro, di cui i Tolomei vietavano l'esportazione fuori dell'Egitto. I filologi pergameni si differenziarono notevolmente dagli alessandrini, soprattutto perché mantenevano un più stretto contatto con la filosofia; e non già attingevano ai principî della filosofia peripatetica - ch'era la più favorevole alle inclinazioni del filologismo - bensì dipendevano direttamente dall'influsso degli stoici. Quindi non ebbero grande simpatia per i lavori di critica testuale; coltivarono piuttosto le ricerche cronologiche e storiografiche (come fece, ad esempio, Apollodoro d'Atene, riattaccandosi agli studî dell'alessandrino Eratostene); e si volsero, con speciale preferenza, alla trattazione di problemi teorici, come quelli che riguardano l'origine e la costituzione del linguaggio, dove al metodo alessandrino dell'analogia contrapposero il metodo dell'anomalia, cioè dell'"irregolarità", il quale aveva le sue radici in dottrine stoiche - già esposte da Crisippo - ed era certamente ispirato da una maggiore larghezza d'idee. Similmente essi si dedicarono volentieri all'interpretazione dei poeti, dirigendo l'attenzione non tanto sulla forma quanto sul contenuto (come allora dicevano), sul substrato dei concetti, sul valore educativo, ecc.; perciò adoperarono frequentemente l'interpretazione allegorica, che derivava pure dagl'insegnamenti stoici, e che fu aspramente combattuta dagli alessandrini. Il loro principale rappresentante fu Cratete di Mallo, il quale nel 168 a. C. ebbe occasione di venire dall'Oriente in Roma; onde la filologia pergamena cominciò presto a diffondersi fra i Latini.

L'abitudine - che era più o meno radicata in ogni forma di filologia e d'erudizione - di staccare la parola dal pensiero, diede altresì incremento, com'è naturale, alle manifestazioni della retorica, ossia a quelle manifestazioni in cui maggiormente si pascola l'oziosità intellettuale. Difatti, in seguito alle mutate condizioni politiche, l'arte dell'eloquenza aveva in gran parte perduto non solo la sua significazione pratica, ma anche ogni fondamento interiore. Quindi essa si trasformò in un esercizio generalmente vuoto, su temi fittizî, che venivano svolti senza calore di vita, per puro sfoggio verbale. Mentre mancava ogni fondamento interiore, cresceva invece la precettistica: una precettistica sempre più astratta e formale, di cui conosciamo molti cultori (specialmente noto, del sec. Il a. C., Ermagora di Temno). Sorsero varie scuole e indirizzi, in rapporto con le varie dottrine grammaticali e linguistiche: né si trattava soltanto di dettare norme ai veri e proprî "discorsi", ma ci si volgeva a insegnare, in generale, lo stile della prosa. La diffusione dell'ellenism0 nelle regioni dell'Oriente aveva determinato il formarsi di una nuova lingua e di un nuovo gusto letterario, in cui si mescolavano elementi e tendenze ben più ricche e diverse da quelle dell'antica prosa classica. Tali elementi e tendenze ebbero la loro espressione nel cosiddetto "stile asiano" (rappresentato p. es. da Egesia di Magnesia, del sec. III a. C.), a cui si avvicinava, sebbene fosse più temperato, lo "stile rodiese" (rappresentato da Posidonio, da Molone di Rodi del sec. I a. C., ecc.). L'asianesimo, in fondo, non faceva se non assecondare lo svolgimento della grecità, cioè corrispondeva al processo storico di ellenizzazione dell'Oriente, e quindi aveva in sé qualcosa di abbastanza vitale: si collegava anche con alcune delle correnti più vive nella filologia e nella filosofia contemporanee, vale a dire con la dottrina dell'anomalia, con la dottrina che nelle opere d'arte voleva l'originalità, la passione piuttosto che l'imitazione. Ma in contrasto con l'asianesimo si delineò una forte reazione, l'atticismo, che ebbe tanto più potere quanto più lo spirito greco si esauriva e s'involveva su sé stesso: infatti cominciò a predominare verso la fine del periodo ellenistico, nel sec. I a. C., e poi nel periodo romano. Era corrente di purismo, che predicava il ritorno ai modelli della letteratura attica; si collegava con le dottrine più pedantesche dell'imitazione, dell'analogia nel linguaggio, ecc.

Le medesime varietà e i medesimi caratteri che abbiamo osservati nel campo della filologia vera e propria, cioè degli studî letterarî ed eruditi, si riscontrano naturalmente anche in quelli della storiografia generale e della storiografia politica, la quale non può non essere intinta di filologismo. Qui, anzi, la scarsezza di un pensiero sintetico animatore si fa particolarmente visibile. Di solito gli scrittori di storia politica sono analoghi ai grammatici alessandrini e si uniformano com'essi a principî peripatetici: si curano quasi soltanto di raccogliere il materiale; oscillano tra le forme della pura ricerca erudita, che mira ad assodare i fatti, e le forme romanzesche, ricche di aneddoti e di racconti meravigliosi.

Perciò da una parte abbiamo le cronache regionali, come quelle di Duride Samio, di Filocoro e di moltissimi altri; dall'altra il romanzo di Alessandro Magno (dello Pseudo-Callistene), i viaggi di Ecateo da Teo, di Iambulo, la Sacra scrittura di Evemero, ecc. Nel mezzo stanno le opere più complesse, come la Storia di Timeo da Tauromenio. Un solo grande storico ci appare, nel sec. II a. C., Polibio di Megalopoli (201-120 circa), il quale attinse da principî non tanto peripatetici quanto stoici, e, per le vicende della sua vita, le quali lo portarono a vivere in Roma, fu attratto in una sfera d'esperienze nuove e feconde, assistendo al formarsi della potenza romana. Quindi egli concepì la sua storia (pervenutaci solo in parte, cinque libri interi ed estratti, di 40 che erano) in cui non solo tende all'esattezza dei fatti, col rigore del metodo, con la critica delle fonti, coi mezzi appresi dalla filologia contemporanea, e non solo porta nell'interpretazione d'essi fatti la sua competenza militare e politica, ma subordina il tutto a veri problemi storici, indagando le ragioni dell'ingrandirsi di Roma e del suo sostituirsi alla Grecia nella condotta della civiltà. Polibio ebbe un continuatore in Posidonio di Apamea (135-51 circa), la cui trattazione storica, oggi perduta, si estendeva sino ai tempi di Silla. Essa non era se non un aspetto della molteplice attività di questo scrittore, il quale fu soprattutto filosofo stoico, innovatore dello stoicismo; e infatti si rivolse a sistemare in una nuova visione mistica platoneggiante tutti i rami dello scibile. La figura di Posidonio, per tali caratteri di universalità e per le influenze che esercitò particolarmente presso i Romani, si eleva molto al di sopra dei contemporanei; e può essere paragonato soltanto ai grandi filosofi del periodo classico. Egli fu dei pochi che affrontassero in modo originale e appassionato i grandi problemi speculativi. Poiché anche la filosofia, nell'età ellenistica, non tenta quasi mai di salire alle regioni più alte; si restringe di preferenza agli scopi pratici della vita: provvede a soddisfare le esigenze che la perdita della libertà e le nuove condizioni politiche dei Greci avevano portato in primo piano. Per questo erano sorte, ai primordî del periodo ellenistico, le nuove scuole filosofiche, specie degli stoici e degli epicurei, che servirono a plasmare e dirigere le coscienze più che a far progredire le idee.

A considerare dunque nel suo complesso tutto quanto il movimento della cultura scientifica, filologica, retorica, storica, filosofica, ecc., si osserva che è scarsa la forza del pensiero veramente originale e creativo. Quindi anche nel campo scientifico, nonostante le apparenze di una ricca produzione, è da riconoscere in fondo quella stessa condizione poco felice che abbiamo notato nel campo dell'arte, dove la povertà risulta evidente dallo scarso valore fantastico. Crisi della fantasia e crisi del pensiero sono nell'età ellenistica strettamente congiunte o si seguono a breve distanza; e dipendono da un'unica causa, cioè dal decadimento generale del carattere greco: carattere che si sfascia con la perdita della libertà politica, della forza e della dignità morale; carattere che si fa frivolo, meschino, vuoto, e perciò inetto così ai grandi sentimenti come alle grandi idee. Infatti i Greci del continente dapprima (146 a. C.) e poi quelli delle monarchie ellenistiche soggiacciono al dominio di Roma. Anche l'Egitto, sede principale della cultura di questa età, finì per essere ridotto a provincia romana, nel 30 a. C.

Roma possedeva una forza nuova, costituita di energia morale, di magnanimità, di tenacia. Perciò anche nel campo letterario e spirituale, non meno che in quello politico, essa è destinata a salire in evidenza, prendendo a poco a poco, in gran parte, il posto della Grecia. Proprio nel momento in cui la letteratura greca, attraverso il periodo alessandrino, cadeva nell'aridità e nel vuoto, cominciava d'altro lato ad affermarsi, coi suoi tratti robusti, la letteratura latina. Anche questa naturalmente cresceva sul medesimo ceppo dell'ellenismo, e anzi, nel suo primo sorgere, durante il sec. III a. C., poteva considerarsi come un ramo dell'universale cultura, di quella cultura che l'ellenismo faceva scaturire in tutto il mondo civile: non solo in Oriente dunque, ma anche in Occidente. Ma pure i Latini a poco a poco, specialmente nell'età augustea, seppero rifondere quegli elementi, quei principî, quei modelli con una potenza creativa, con un calore di sentimento, con una profondità d'interessi di cui i Greci contemporanei non erano più affatto capaci.

Quarto periodo: romano (30 a. C.-527 d. C.). - Caduto tutto quanto il mondo ellenico o ellenizzato sotto il dominio romano, la letteratura greca è definitivamente privata della sua individualità; e sebbene si estenda ancora per parecchi e parecchi secoli con abbondanza e varietà di produzioni, tuttavia ha perduto in gran parte ogni interna ragione di vita. Per un certo aspetto essa diventa letteratura dell'impero romano, parallela alla latina e più diffusa di questa: onde adempie a una specie di funzione universale. Ma d'altra parte essa è generalmente impedita dal prendere attivo contatto con la nuova realtà politica; non si nutre quasi mai d'interessi profondi attinti allo sviluppo storico dei tempi: spesso sta chiusa in orizzonti ristretti e provinciali; si volge a ripetere il passato, in tentativi poco felici di rinascita, e vive per lo più d'imitazione.

Il primo secolo dell'impero, da Augusto sin quasi all'avvento degli Antonini, è il più sterile: evidentemente perché, in seguito alla distruzione delle monarchie orientali, la vita ellenica, cacciata dalle sue sedi e trapiantata in gran parte a Roma, subisce gli effetti del disorientamento e della crisi. Non c'è fervore di sentimenti, non patrimonio d'idee a cui appoggiarsi: perciò le opere originali mancano quasi del tutto; la poesia è morta, o è segnata soltanto da frivoli epigrammi, da trattatelli didascalici in versi, da componimenti adulatorî. Continua e si aggrava il predominio dell'erudizione filologica e antiquaria, che era proprio dell'età alessandrina; l'erudizione stessa s'infiacchisce rinunciando allo spirito della ricerca, allo svolgimento, al progresso, e si trasforma per lo più in compilazione. Maestri greci portano in Roma i loro insegnamenti di retorica e di critica letteraria. Grande voga prende la tendenza dell'atticismo e del purismo, soprattutto per opera di Dionisio d'Alicarnasso e di Cecilio da Calatte, i cui trattati, pur rivelando una certa finezza nelle osservazioni stilistiche, sono intinti di pedanteria, perché mirano a rieducare lo stile e il gusto non già per mezzo d'un rinnovamento delle coscienze, bensì con l'imitazione dell'antica letteratura classica. Soltanto verso la metà del secolo, in contrasto con Cecilio, si leva una voce assai più viva e possente: quella di un anonimo, autore del trattato Del Sublime, il quale all'antica letteratura si avvicina con intimità di spirito; contraddice ed esclude il comune concetto dell'imitazione; esalta i valori dell'originalità, le forze della fantasia e del pensiero; ha chiara la visione del decadimento contemporaneo, e dimostra come a questo non si possa ovviare se non rifacendo le condizioni di grandezza, di libertà, di dignità morale di cui gli autori della letteratura classica s'erano nutriti.

Accanto alla retorica e alla critica letteraria ha notevole sviluppo l'erudizione storica e antiquaria, poiché, in rapporto con le vicende politiche dei tempi (caduta della Grecia e trionfo di Roma), le menti sono indotte a interrogare con speciale interesse la storia del passato. Tuttavia anche qui manca di solito la forza del pensiero e nessuno fra gli storiografi dell'età imperiale riesce più a manifestare quelle doti critiche e politiche ch'erano state proprie di Polibio. In generale si tende alla pura e semplice compilazione; perciò si amano i grandi disegni narrativi in cui vengono comprese le memorie di tutti i popoli dalle età mitiche fino al presente.

Così una specie di storia universale, dalle origini al 4 a. C., fu scritta dal dotto peripatetico Nicola Damasceno; e analoghe compilazioni furono composte da Giuba II, re di Mauritania. In questo indirizzo si resero particolarmente insigni Strabone di Amasea (63 a. C.-19 d. C.), Diodoro Siculo (70-20 a. C. circa) e Dionisio di Alicarnasso (60-7 a. C. circa). Strabone scrisse un'opera storica, continuazione di Polibio, perduta; inveee si conserva la sua Geografia, nella quale affiorano intendimenti non solo fisici, ma anche filosofici (derivati dallo stoicismo), intendimenti politici e culturali (ammirazione per Roma, devozione alla monarchia, eec.). La Bibliotem storica di Diodoro Siculo era una storia universale dai tempi mitici al 59 a. C. in 40 libri: ciò che di essa rimane dimostra che l'autore, pur avendo una certa verniciatura filosofica, mancava delle necessarie qualità d'indipendenza critica e di sintesi. Dionisio di Alicarnasso nella sua Archeologia romana in 20 lîbri (di cui sono superstiti i primi 11) si propose di completare per la parte iniziale l'opera di Polibio, risalendo dalla prima guerra punica alla fondazione della città; ma mentre Polibio si era essenzialmente curato di assodare la verità dei fatti e di penetrare nel fondo reale delle cose, Dionisio resta alla superficie, non possiede né metodo d'indagine né vigore di meditazione: è un letterato, e della storia si serve come di materia adatta su cui applicare i proprî procedimenti retorici e stilistici, quei procedimenti che facevano di lui uno tra i più reputati maestri nell'arte dello scrivere, autore di trattati sulla composizione letteraria, sullo stile di Tucidide, di Demostene, eec.

Interessi più vivi e più concreti si possono trovare fuori del campo vero e proprio dell'ellenismo, nella cultura cosiddetta giudeo-ellenistica, la quale si era venuta formando durante il periodo alessandrino, quando il popolo degli Ebrei sentì per la prima volta la necessità di espandere nel mondo le proprie credenze; onde adottò la lingua greca e variamente mescolò la propria civiltà con quella dei Greci. Dotti Ebrei cominciarono a frequentare le sedi del mondo ellenizzato, specialmente Alessandria d'Egitto; ed ebbero la loro parte in quella multiforme letteratura che da Alessandria si irradiava.

Così, anzitutto, fu tradotta e divulgata, nella versione dei Settanta, la Sacra Scrittura; così sorsero altre opere, di carattere apologetico, storico, propagandistico, come la Lettera di Aristea, i Libri sibillini (che andarono poi soggetti a integrazioni e adattamenti cristiani), ecc. Il maggior fiore della cultura giudeo-ellenistica appartiene al sec. I dell'Impero, facendo capo non più soltanto ad Alessandria, bensì a Roma; ed ha i suoi più celebri campioni in Filone Alessandrino (20 a. C.-50 d. C. circa) e in Flavio Giuseppe di Gerusalemme (37-97 d. C. circa). Filone fu pensatore profondo che in una quantità di monografie trattò problemi svariati di esegesi biblica, di teologia, di filosofia, cercando di accordare la tradizione religiosa giudaica con le conquiste del pensiero greco e animando il tutto mediante una specie di platonismo mistico pieno di calore e di fede. Flavio Giuseppe narrò, in forma piuttosto rozza, ma con spirito apologetico, la storia del suo popolo (Antichità giudaiche) dalla creazione del mondo al regno di Nerone; cui aggiunse poi il racconto della guerra coi Romani e della caduta di Gerusalemme (Guerra giudaica).

Insieme con tali elementi, di origine ebraica, si diffondono nel mondo romano anche i primi germi del cristianesimo; germi che, sviluppandosi a poco a poco, saranno destinati a modificare e scalzare dalle fondamenta la cultura di Grecia e di Roma. Infatti appartiene al sec. I dell'Impero il Nuovo Testamento.

Intanto vi erano di quelli che cercavano di dare nuova vita alla cultura ellenica rinfocolando le idee morali e religiose del passato. Uno tra i primi rappresentanti di questa rinascita fu Plutarco di Cheronea (46-120 d. C. circa), nobile figura d'uomo e di scrittore.

Educato in Atene, in Alessandria, in Roma, visse in amichevoli rapporti coi più insigni personaggi del tempo, godette il favore dell'imperatore Adriano, ebbe onori, pubblici uffici, dignità di sacerdote. Senza essere pensatore né scienziato originale, assimilò in modo mirabile i prodotti dell'universale cultura imprimendovi una sua nota di vera e simpatica umanità. Egli si volse soprattutto a conciliare ellenismo e romanesimo, rilevando ed esaltando tutto ciò che di bello e di buono trovava nella civiltà di entrambi i popoli. Di qui proviene la sua opera principale, le Vite parallele, il cui pregio non consiste né nella ricchezza del contenuto storico, né nel metodo della ricerca, bensì nei sentimenti ai quali l'autore s'ispira. I medesimi sentimenti, di amore per tutto ciò che è bello e buono, di riverenza per le glorie del passato, di esaltazione della virtù sono a fondamento delle altre opere minori di Plutarco, che, pur trattando di argomenti svariatissimi, portano con ragione il titolo di Opere morali. La filosofia plutarchea è essenzialmente rivolta al lato pratico della vita, è saggezza; attinge i suoi elementi principali da Platone e dall'Accademia, ma non senza mescolarli con influssi di altre scuole e anche con le più recenti correnti mistiche.

Fervore di fede e d'intendimenti morali si ravvisano durante questo periodo soprattutto nei filosofi stoici, i quali salgono in primo piano, rappresentando una specie di reazione contro il dilagare dei mali costumi a tempo di Nerone e di altri imperatori romani. Essi si volgono massimamente (come i cinici, con cui hanno non poche affinità) al lato pratico della vita; si assumono il compito di ammaestrare e migliorare l'umanità, diffondendo principî che erano di notevole significazione in rapporto con le esigenze religiose di quell'epoca che vide il sorgere del cristianesimo: infatti predicano per lo più la rassegnazione al destino, la rinuncia aibeni mondani (ἀνέχου καὶ ἀπέχου "trattienti e astienti"), la compassione e il perdono per gli errori e i difetti del prossimo, ecc.

In latino, e con spirito abbastanza romano o romanizzato, scrisse Seneca; ma in greco, e con carattere piuttosto cosmopolitico, scrissero la maggior parte degli altri: Anneo Cornuto, di Leptis in Africa, che fu maestro di Persio e di Lucano e ci lasciò un Compendio di teologia greca; e Musonio Rufo, del quale abbiamo soltanto frammenti. Di Musonio fu discepolo Epitteto, uno schiavo di Ierapoli in Frigia (50-130 circa), che esercitò ampia e durevole influenza, dando al proprio insegnamento carattere di apostolato e versandovi grande nobiltà d'idee e di passione. I suoi precetti e le sue conversazioni furono raccolte in 8 libri (di cui solo 4 ci sono pervenuti), intitolati appunto Conversazioni, e in un piccolo florilegio intitolato Manuale ('Εγχειρίδιον), a cura di un suo scolaro, Arriano di Nicomedia, più illustre come letterato e come storiografo che come filosofo. Da Epitteto dipende, fra gli altri, l'imperatore Marco Aurelio (121-180), romano profondamente ellenizzato, nel quale la fede e la dottrina stoica penetrarono fino alle ultime radici dell'anima. La sua personalità austera, melanconica, tormentata dalle vicende della vita e dal tarlo della riflessione trovò una forma adatta di alto valore artistico nelle rigide e brevi sentenze che costituiscono la raccolta dei Ricordi o Meditazioni con sé stesso Εἰς ἑαυτόν).

Questi nomi e queste personalità sembrano indicare, dalla fine del sec. I a tutto il II d. C., una specie di rinascita dell'ellenismo. Infatti la produzione letteraria si fa molto copiosa; le varie forme della cultura appaiono in grande onore; gli studî d'ogni genere fioriscon0 e incontrano la protezione dei principi, in particolare della dinastia degli Antonini. L'interesse per il passato è dimostrato, anzitutto, dall'abbondanza delle opere storiche ed erudite. Alcune di queste sono dominate, come quelle del secolo precedente, dal concetto della missione e dell'impero di Roma e tendono ad abbracciare in grandiosi organismi la narrazione delle vicende politiche dalle origini dell'Urbe fino ai tempi presenti.

Tali le storie romane scritte rispettivamente da Appiano di Alessandria (160 circa) e da Cassio Dione Cocceiano (155-235 circa). Ma la maggior parte della produzione è rivolta a soddisfare la curiosità erudita, in qualsiasi campo; raccoglie notizie, che per noi sono preziose, su ogni lato della vita antica; ci tramanda il ricordo di fatti, di tradizioni, di costumi, ecc. Tale è la Descrizione della Grecia di Pausania; I sapienti a banchetto di Ateneo da Naucrati; la Varia istoria e la Natura degli animali di Claudio Eliano da Preneste; le Vite dei filosofi di Diogene Laerzio; e innumerevoli altre opere analoghe, le quali tutte dimostrano ricchezza d'informazione, ma nel medesimo tempo povertà di pensiero.

Nella maggior parte degl'intelletti la presunta rinascita dell'ellenismo ha carattere piuttosto esterno e superficiale: è compilazione; oppure, quando non è compilazione, si traduce nell'imitazione degli antichi modelli, particolarmente dei generi dell'eloquenza; i quali, per quanto soddisfacessero la vanità e dessero l'illusione della grandezza, erano quelli che avevano più scarsa rispondenza nelle effettive condizioni della società e della vita. Essendo cessata, da tanto tempo ormai, la libertà di parola e venuti meno i grandi interessi politici e civili, l'eloquenza si risolve necessariamente in un trastullo o in un esercizio di declamazione. Mancando la tribuna degli antichi oratori attici, se ne crea una artificiale; non trovandosi argomenti attuali che siano degni di discussione, ci si trasporta nel passato e si adottano casi e vicende fittizie. Nasce a questo modo la cosiddetta "nuova sofistica", che vuol essere una ripetizione o rinnovazione del movimento retorico-sofistico del sec. V a. C. Essa ha le sue radici in una questione di lingua, di grammatica, di stile, potremmo dire di purismo letterario: poiché mira a restaurare la lingua ellenica liberandola dagli elementi eterogenei, che si erano introdotti o s'introducevano nella κοινὴ διάλεκτος, per effetto della diffusione attraverso tutti i popoli dell'impero, e riconducendola agli esempî dell'età classica. Perciò la nuova sofistica si riallaccia e si combina con la reazione atticistica, la quale ebbe origine nell'età alessandrina e si prefisse parimenti lo scopo di purificare il linguaggio comune. Ma nella nuova sofistica entrano anche elementi più complessi e più vistosi (onde i suoi rappresentanti ambirono appunto il nome di sofisti). Carattere dominante è il proposito di soddisfare alle esigenze di una universale cultura e di formare personalità complete, sotto l'aspetto estetico, intellettuale e pratico. Al pari degli antichi, i nuovi sofisti si presentavano come educatori della gioventù, e intendevano assolvere funzioni d'interesse pubblico; passavano di città in città a tenere nelle solenni occasioni i loro smaglianti discorsi d'apparato; servivano come inviati politici e coprivano alti uffici alle dipendenze di imperatori e di città.

La nuova sofistica celebrò i suoi maggiori trionfi nell'Oriente greco, nelle popolose città dell'Asia, nonché, fino a un certo punto, in Atene. Ma si diffuse anche su tutto l'Impero, ed esercitò la sua influenza in ogni manifestazione della vita e dell'arte. Anche uomini come Marco Aurelio non furono estranei a questo movimento: infatti egli tenne in grande amicizia e considerazione parecchi fra i più celebri sofisti, come Erode Attico e il romano Frontone, il quale rappresentava nella letteratura latina un analogo indirizzo. E non c'era tra la sofistica e la filosofia del tempo nessuna netta separazione. Dello stoico Musonio Rufo fu discepolo Dione di Prusa (40-120 circa), chiamato per la sua eloquenza Crisostomo. Oratore festeggiatissimo, capace di svolgere con virtuosità di parola ogni più futile soggetto, compose dapprima discorsi polemici contro i filosofi e contro Musonio stesso; ma poi se ne lasciò conquistare; e sebbene non giungesse mai a grande profondità di pensiero, tuttavia diresse la propria eloquenza a scopi elevati, di educazione, d'interessi civili e sociali, tenendosi a mezza strada tra la filosofia e la retorica. Il suo esempio fu seguito da Favorino di Arles (85-160 circa), che, oltre ai discorsi e alle declamazioni, compose anche opere di contenuto storico ed erudito (come la Παντοδαπὴ ἱστορία, oggi perduta), raccolte di aneddoti, con particolare riguardo alla filosofia. Del grande apostolo e animatore d'intelletti, Epitteto, fu scolaro Arriano di Nicomedia (95-175), che rientra nel campo della sofistica perché si prefisse un compito d'imitazione essenzialmente letteraria: volle essere il nuovo Senofonte, e oltre a redigere i commentarî del proprio maestro (come Senofonte aveva redatto quelli di Socrate), scrisse analoghe opere di storia (La spedizione di Alessandro), di biografia, di viaggi, ecc. Ma i più insigni campioni della sofistica furono Erode Attico ed Elio Aristide, entrambi amati e ammirati dall'imperatore Marco Aurelio. Di Erode Attico (101-177), che fu denominato "principe dell'eloquenza" e considerato come una delle maggiori glorie di Atene, non abbiamo se non un discorso riferentesi a una situazione politica del sec. V a. C. Di Elio Aristide (129-189) invece ci sono pervenuti più di cinquanta discorsi di vario genere: nei quali è notevole il rigore classico dello stile, lo splendore delle immagini, ecc.; però traspare anche, nel medesimo tempo, l'interna povertà del pensiero, che era difetto comune dell'epoca. Questo difetto è poi specialmente visibile in Massimo di Tiro (vissuto sotto l'imperatore Commodo), del quale ci è pervenuta una quarantina di Dissertazioni (Διαλέξεις) su argomenti filosofici. La filosofia è come un pretesto che allo spirito essenzialmente fiacco dell'autore dà occasione di sfoggiare eleganze e frivole virtuosità.

Espressioni più vive e più profonde non potevano sorgere se non in contrasto con l'andamento generale. Infatti dal contrasto con la nuova sofistica trasse occasione di affermarsi l'unica personalità di scrittore che (a prescindere da Marco Aurelio, di cui rappresenta in certo modo l'antitesi) possa dirsi veramente efficace ed originale: Luciano di Samosata (120-185 circa).

Luciano aveva iniziato la sua attività come studioso di retorica: fu avvocato e conferenziere, di quelli che andavano tenendo declamazioni e letture di città in città, di paese in paese. Dapprima esse non differivano dal tipo coltivato presso la maggior parte dei sofisti contemporanei; anche egli peregrinò, come sofista ammirato e festeggiato, per quasi tutte le regioni dell'Impero, specialmente in Italia e in Gallia. Ma a un certo punto avvertì la vacuità di quella vita e di quelle manifestazioni letterarie; e si diede a cercare un più serio contenuto, interrogando, com'era naturale, le varie dottrine filosofiche e le varie fedi religiose. Attraverso queste esperienze giunse a un'intima insuperabile insoddisfazione di tutti i dogmi comuni. Perciò il contenuto di Luciano fu essenzialmente negativo; si tradusse in satira morale, religiosa, civile, letteraria; si espresse in forme stravaganti di novelle, di dialoghi, di lettere, ecc. La sua opera, ricchissima di colori e di risorse fantastiche, comprende, fra raccolte di dialoghi, racconti, conferenze, epistole, un'ottantina di scritti, che rappresentano quasi ogni lato della vita, morale, religiosa, civile, letteraria; e su ogni lato esplicano una facoltà di osservazione così acuta, uno spirito così brillante che li rende sempre vivi e quasi moderni. Fra essi quelli che rimasero più tipici e che esercitarono una più larga influenza nella letteratura universale sono i dialoghi compresi nelle tre raccolte: Dialoqhi degli dei, Dialoghi marini e Dialoghi dei morti. Sono i tre regni, del cielo, del mare e degli inferi, che Luciano descrive con mirabile brio e nei quali fa aleggiare il suo spirito incredulo e beffardo.

Il vecchio mondo della mitologia, su cui si fondava ancora la religione ufficiale dell'Impero romano, e di cui si valeva pur sempre molta parte della letteratura e della poesia tradizionale, era da tanto tempo in disfacimento, già prima che fosse sorto il cristianesimo a combatterlo. E si erano fatti e si facevano tentativi per metterlo in accordo coi progressi della ragione e del sentimento, per nobilitarlo, per correggerlo e interpretarlo in maniera accettabile; per versargli dentro un nuovo contenuto di fede. Ma l'organismo era fiacco, incapace di rinascita. Le coscienze intanto subivano, per lo più senza rendersene conto, la grande crisi che doveva travolgere il paganesimo. Nell'incertezza delle interpretazioni, nel diffondersi dei molti culti nuovi che si mescolavano o si sovrapponevano o si escludevano a vicenda, nella confusione che anche le scuole filosofiche avevano lasciata, c'era chi trovava più comodo e tranquillo non credere a nulla. E questa è in generale la posizione di Luciano: uno scetticismo non amareggiato da ansie, non turbato da scosse interne, ma sereno e obiettivo. Un tale scetticismo ha naturalmente impedito al Samosatese di costruire qualunque cosa di solido nel campo del pensiero e della speculazione filosofica; però gli ha permesso di creare liberamente, con brio incomparabile, nel campo dell'arte. La ricchezza fantastica di Luciano appare tanto maggiore, quando la si metta a confronto non solo con le dissertazioni e con le declamazioni dei nuovi sofisti, o con le compilazioni erudite degli storiografi (come Ateneo, Diogene Laerzio, ecc.), ma anche con gli esempî, che furono frequenti in quella medesima età, della letteratura più propriamente amena.

lnfatti nel sec. II e nel III ebbe notevole sviluppo, sotto l'influenza della nuova sofistica, il romanzo; che consisteva in ampie narrazioni di avventure immaginarie, spesso complicate fino all'assurdo e aventi come tema fondamentale una peripezia d'amore. Le origini risalgono veramente al periodo alessandrino, quando le condizioni d'ambiente favorirono il gusto per tutto ciò che fosse avventuroso e romanzesco, descrizione di casi amorosi, relazioni di viaggi, esplorazione di paesi lontani e ignoti, ecc. Ma le principali composizioni appartengono ai primi secoli dell'era nostra, cominciando dai Racconti d'oltre Tule di Antonio Diogene (sec. I) e dai Racconti babilonesi di Giamblico (sec. II), di cui possediamo soltanto i riassunti. Invece ci sono pervenuti per intero i Racconti efesî, o Amori di Abrocome e Anzia, di Senofonte Efesio, Le Etiopiche, o Teagene e Cariclea, di Eliodoro di Emesa, Le avventure di Cherea e Calliroe di Caritone d'Afrodisia, Le avventure di Leucippe e Clitofonte di Achille Tazio; e infine Dafni e Cloe di Longo Sofista (per le date si oscilla in generale dal secolo II al IV). Nonostante la complessità e lo sfoggio degli elementi avventurosi, vi è in questi romanzi un difetto d'origine, una debolezza innata, che dimostra come, al pari del pensiero, anche l'immaginazione e il sentimento mancavano di reale consistenza. Quasi tutto è artificioso e convenzionale: le situazioni si ripetono all'infinito, costruite sopra un unico stampo; perduto ogni diretto contatto con la realtà e con la vita, si cade nell'assurdo e nel paradossale; la psicologia è mediocre; i personaggi sono caricature. Solo l'autore di Dafni e Cloe fa opera diversa dal comune; per lui l'intreccio dei fatti ha minore importanza; invece è molto sviluppata la pittura dei costumi e dei sentimenti: con la quale, se anche non si avvicina alla grande arte, raggiunge effetti di notevole grazia e delicatezza. Era il massimo che un'anima sensibile potesse ottenere in tempi di decadenza e di scarso vigore intellettuale.

In tali tempi e in tali condizioni si comprende come la poesia fosse poco e male rappresentata. Continuava a esprimersi, per forza d'inerzia, nelle forme del passato: trovava talvolta accenti felici quando si applicava a soggetti frivoli e tenui, come nei brevi epigrammi erotici di tipo ellenistico; per lo più era pura ornamentazione, esteriorità di verso, con cui si ammantavano argomenti di scienza e di dottrina, non profondamente sentiti, non interiormente vissuti.

Vi era chi, come Babrio (sec. II), traduceva in versi le favole esopiche; altri, sul modello ellenistico di Arato, di Nicandro, ecc., componevano poemi didascalici, come Dionisio il Periegeta, che trattò la Circumnavigazione della Terra, e come Oppiano, oriundo della Cilicia (sec. III), che scrisse un poema sulla Pesca (al medesimo Oppiano è pure attribuito un poema sulla Caccia).

Produzioni analoghe si susseguono frequenti negli ultimi secoli della letteratura greca; produzioni indistinte, senza vita, senza colore, non collegate e non collegabili con nessun movimento ideale o artistico che meriti di aver posto nella storia. Il processo per cui l'ellenismo continuava a lavorare, abbondantemente, nel campo dell'arte e del pensiero, era in realtà un processo di lenta dissoluzione, che preparava la fine irrimediabile.

In mezzo a questa dissoluzione si determinò ancora, durante il sec. III, un tentativo di reazione e di rinascita, il quale servì per lo meno a riscaldare e colorire di fiamma il tramonto del mondo ellenico. Esso si fondava sopra una nuova dottrina filosofica, il neoplatonismo, che raccoglieva e risuggellava, nel nome venerato di Platone, le principali correnti mistiche dei secoli antecedenti.

Iniziatore fu Ammonio Sacca di Alessandria; a cui seguì Plotino, nativo di Licopoli, pure in Egitto (204-70). Plotino fu l'ultimo grande pensatore dell'antichità; esercitò il suo magistero specialmente in Roma, e con le sue lezioni, raccolte dal discepolo Porfirio nei volumi delle Enneadi, diede larga e durevole diffusione alla dottrina. Il neoplatonismo non era soltanto una filosofia: era una religione, perché, movendo da premesse razionali, mirava alla conoscenza estatica del divino. Inoltre esso si proponeva scopi enciclopedici e universali: aveva per oggetto di studio e di passione tutto quanto il sapere e la letteratura dell'antica Grecia da Omero a Platone e ad Aristotele; intendeva rivivere l'antico glorioso patrimonio della nazione, che cominciò a essere designato allora col nome di "ellenismo", riviverlo salvandolo dalla decadenza a cui andava soggetto e difendendolo dai pericoli a cui era esposto soprattutto per causa del cristianesimo.

In realtà anche il neoplatonismo conteneva elementi e tendenze che urtavano col genuino spirito della cultura ellenica ed erano piuttosto analoghe con le correnti del pensiero e del sentimento cristiano: tuttavia ci s'illudeva di restaurare dalle fondamenta l'edificio dell'ellenismo crollante sotto i colpi della barbarie. Gli scopi e gl'intendimenti più importanti del neoplatonismo sono rappresentati dal maggiore discepolo di Plotino, Porfirio di Tiro (232-304).

Filosofo, apostolo, erudito al pari del maestro, Porfirio svolse buona parte della sua attività in Roma. Egli si assunse apertamente il compito della difesa contro il cristianesimo in una grande trattazione in quindici libri, Contro i cristiani, la quale, dopo avere suscitato le penne di quattro dottori della Chiesa, finì per essere bruciata sotto Teodosio II (435). Oltre a varî scritti teoretici (Introduzione alla conoscenza dell'intelligibile, Sull'astinenza dalle carni, ecc.) egli compose pure alcune ampie trattazioni storiche e filologiche, come le Ricerche omeriche e L'antro delle ninfe nell'Odissea, dove l'erudizione è messa a servizio della filosofia e del misticismo, dando libero campo ai metodi dell'interpretazione simbolica e allegorica.

L'attività di Porfirio - a cui tenne dietro per un paio di secoli una lunga schiera di seguaci e di ammiratori, Giamblico, Giuliano l'Apostata, Sallustio, ecc., giù giù fino a Proclo - non si spiega se non mettendola in rapporto con la letteratura cristiana, la quale era già allora in pieno svolgimento. La nuova fede, attraverso le persecuzioni, era uscita ben presto dalla sua primitiva oscurità, e cercava nelle lettere un mezzo adeguato di espressione. Le più antiche scritture cristiane, anche quando erano in greco, come vangeli, epistole, ecc., avevano pochi punti di contatto con la tradizione ellenica. Ma nel sec. II e nel III vediamo sorgere e grandeggiare una produzione greca cristiana che si riallaccia alle fonti medesime dell'ellenismo: si riallaccia a quelle fonti, sia per affermare la propria individualità e combattere ed eliminare l'ellenismo, sia per attingerne, come di solito accade, gli strumenti del pensiero e le abitudini dello stile.

Prima è il manipolo degli apologisti, Aristide, Giustino, Atenagora, Taziano, Ireneo, ecc.; poi agli apologisti si congiungono i grandi dottori e teologi, con a capo Clemente Alessandrino (150-215 circa) e Origene (185-254), i quali nell'antica roccaforte della cultura ellenistica, ad Alessandria d'Egitto, dove pure teneva le sue lezioni il fondatore del neoplatonismo, Ammonio Sacca, costituirono una celebratissima scuola di cristianesimo, affine per disciplina e per metodo a quelle dei filosofi e dei filologi greci. Il loro scopo principale era la conciliazione della fede cristiana col sapere ellenico.

In seguito al fervore di studî suscitato nel sec. III sia dai filosofi ed eruditi neoplatonici sia dai teologi cristiani, ci si presenta nel sec. IV una ricca fioritura letteraria, che si esprime di solito nelle forme dell'eloquenza - declamazioni, esortazioni, discorsi in generale - e si ricollega con la nuova sofistica, di cui è, in certo modo, l'ultima propaggine. A questa sofistica del sec. IV, la quale viene soprattutto svolgendosi in Oriente, prendono parte così i pagani come i cristiani: da un lato Imerio, Temistio, Libanio, Giuliano; dall'altro lato Atanasio, Basilio, Gregorio di Nazianzo, Gregorio di Nissa, Giovanni Crisostomo, ecc. In tutti è carattere comune la cura della lingua e dello stile, il lusso delle immagini, l'osservanza della retorica. Tutti si sono lasciati conquistare dall'amore della bella forma. Il contatto con le fonti classiche, alle quali nei loro sforzi di conciliazione non solo ì neoplatonici ma anche i cristiani hanno aderito, è venuto a ridiffondere la malattia dell'imitazione, lo studio più delle parole che delle cose. Naturalmente vi sono di quelli nei quali non mancano pensieri e sentimenti robusti. In particolare gli scrittori cristiani, come Gregorio di Nazianzo, Basilio, ecc., sono pervasi da un fervore spirituale che non ha riscontro nel passato e che deriva dalla nuova fede. Ma anche ad essi nuoce la soggezione verso i modelli classici e verso le norme della retorica; essi non sanno per lo più sottrarsi ai pregiudizî della scuola; mettono il loro vino nuovo nei vecchi otri della tradizione. Quindi la letteratura cristiana, pur contenendo i germi di una vita più fertile, non arrivò a creare nulla di veramente autonomo e originale; e va strettamente congiunta con la contemporanea letteratura profana. La quale era dominata dall'esaltazione del passato e dall'apologia del paganesimo. Le sue caratteristiche ci sono specialmente significate da Libanio di Antiochia (324-393), personaggio assai rappresentativo dell'Oriente greco, maestro di retorica, conferenziere, panegirista, consigliere e amico dell'imperatore Giuliano. La sua produzione amplissima, composta di epistole e di discorsi d'ogni genere, è importante per farci conoscere le condizioni, le tendenze, i costumi del tempo, non solo nel campo letterario, sì anche in quello politico e religioso. I motivi principali sono costituiti dall'ammirazione per i grandi scrittori dell'antichità, dal culto per tutte quante le memorie e le manifestazioni dell'ellenismo, che si vogliono restaurare e difendere contro le minacce del cristianesimo e della barbarie. Ma, nella forma agghindata e stilizzata dei discorsi di Libanio, questi motivi - che pur appartenevano alla realtà contemporanea ed erano sinceramente vagheggiati dall'autore - sembrano vuote aspirazioni retoriche: l'anima, ch'è alquanto pedantesca e fasciata di abitudini retoriche, non risponde con impressioni abbastanza vigorose ed efficaci. Invece una rispondenza assai profonda troviamo nella personalità energica e geniale dell'imperatore Giuliano l'Apostata (321-363), discepolo di Libanio, nonché di Giamblico; il quale, movendo da principî neoplatonici, tentò di tradurre in atto, con la forza, il programma della restaurazione pagana. Se, sul terreno della realtà, il sogno di Giuliano cadde miseramente, egli riusci però ad esprimere negli scritti, con rara efficacia, i tormenti del suo spirito in lotta. Tutto ciò che in altri era o pareva oggetto di pura contemplazione letteraria e quasi di vuota declamazione retorica acquista in Giuliano un valore eccezionale; è passione in cui egli ha impegnato il suo essere, sangue del suo sangue, vita della sua vita. Quindi, pur adottando di solito le forme e i pensieri della sofistica contemporanea (come fa nella serie dei Discorsi), egli esce dal dominio del convenzionale e del mediocre; in particolare, poi, nei componimenti satirici, come il Misopogone e i Cesari, egli trova l'espressione più adatta per interpretare i contrasti della sua anima e la crisi del suo secolo: secolo che si dibatteva nell'impossibilità di conciliare la forma e il contenuto, il culto del passato e le esigenze dello spirito nuovo.

Qualche altra personalità compare ancora di quando in quando, come quella di Sinesio di Cirene (370-413), che, dopo essere stato discepolo della famosa martire neoplatonica Ipazia, passò negli ultimi anni di sua vita dal neoplatonismo al cristianesimo, segnalandosi come vescovo di Tolemaide. In lui le eleganze della cultura sofistica e classicheggiante si uniscono con una certa larghezza d'idee e profondità di sentimento, che soprattutto si esprime nella serie degl'Inni e nell'ampia raccolta delle Lettere.

Comunque, è chiaro che la letteratura greca non avrebbe potuto mantenersi se non ripristinando dall'intimo la fede in quei principi e in quegl'ideali che le avevano dato alimento. L'inanità del tentativo di Giuliano ci mostra come anche la letteratura greca è finita. Tutto ciò che continua a prodursi dopo di allora, estendendosi per tutto il sec. V sino a Giustiniano (con cui si suole segnare il termine estremo), non è, generalmente, se non effetto d'imitazione formale o di cure erudite e archeologiche.

Nel campo dell'imitazione formale sono notevoli alcuni tentativi di rimettere in voga l'antica epopea; onde nascono poemi mitologici ed eroici, di grande ampiezza, come le Dionisiache di Nonno di Panopoli (poeta e pensatore che dal misticismo orfico e neoplatonico, largamente espresso in tale composizione, passò più tardi al cristianesimo, e diede anche una parafrasi in versi del Vangelo di Giovanni), le Postomeriche di Quinto Smirneo, e altri minori, come la Conquista d'Ilio di Trifiodoro, il Ratto d'Elena di Colluto. Questi tentativi si collegano naturalmente col programma dei neoplatonici, i quali, come miravano a ricostruire e giustificare, sia razionalmente sia misticamente, l'edificio del politeismo, così rimettevano soprattutto in voga la poesia di Omero.

Ma ormai, più che rivivere e imitare le glorie dell'antica Grecia, era necessario preservarne la memoria minacciata dalla decadenza degli studî. Quindi vengono in grande voga i manuali, i compendî, le enciclopedie, destinate a raccogliere e tramandare i tesori del patrimonio classico. Questi intendimenti eruditi si mescolano con le inclinazioni filosofiche, religiose e poetiche nell'ultimo campione del neoplatonismo, Proclo di Atene (410-485), grande figura di maestro, che con la sua attività svariata, composta di trattazioni teologiche, di inni, di commenti a Platone, di crestomazie letterarie, col suo pensiero tutto entusiasticamente rivolto ad esaltare e rinnovare lo spirito dell'Ellade, sembra conchiudere in modo assai significativo il lungo splendido ciclo della letteratura ellenica. Proclo esercitava il suo insegnamento in Atene, a capo d'una scuola che faceva risalire le proprie origini a Platone, ad Aristotele, ecc. Gli successero ancora Damascio e Simplicio (commentatore di Aristotele). Nel 529 l'imperatore Giustiniano ordinava la chiusura della scuola di Atene. Non in Atene, non a Roma, ma a Bisanzio era il centro di una nuova civiltà, che, spezzando l'unione dell'Impero romano, preparava da tempo il formarsi della nuova letteratura: la letteratura bizantina.

Bibl.: Della letteratura greca una gran parte è andata perduta. Ciò che si conserva proviene per lo più dalla tradizione dei dotti bizantini, da cui dipendono, direttamente o indirettamente, i manoscritti a noi pervenuti. Ai manoscritti si aggiungono poi i papiri, dei quali è cominciata da qualche decennio la scoperta, soprattutto per mezzo degli scavi dell'Egitto alessandrino e romano. Dai dotti bizantini derivano pure - quand'anche risalgano originariamente alla filologia alessandrina e romana - la maggior parte delle notizie storiografiche e critiche. Nei tempi moderni lo studio storico-letterario s'inizia con gli umanisti, strettamente legati agli ultimi Bizantini; ma si sviluppa soltanto nei secoli XVIII e XIX, quando la storiografia e la critica letteraria, in generale, assumono importanza e inaugurano metodi e indirizzi nuovi. Tuttavia anche oggi e specialmente in Italia non esiste una storia della letteratura greca in cui i moderni principî storiografici, estetici e critici siano pienamente attuati.

Le principali storie generali sono, per ordine di tempo: F. Schoell, Histoire de la littérature grecque profane, voll. 2, Pargi 1813 (rifatta, col titolo Histoire abrégée de la littérat. grecque, voll. 8, Parigi 1823-24, e tradotta in italiano da Emilio Tipaldi, Storia della letter. greca profana, con aggiunte, ecc., voll. 6, Venezia 1827-29); G. Bernhardy, Grundriss der griechischen Litteratur, voll. 3, Halle 1836-40, 5ª ed. a cura di R. Volkmann, 1892; K. O. Müller, Geschichte der griechischen Litteratur bis auf das Zeitalter Alexanders, Breslavia 1841, 4ª ed. a cura di E. Heitz, voll. 2, Stoccarda 1882-84, traduz. ital. di G. Müller ed E. Ferrai, voll. 2, Firenze 1858-59; S. Centofanti, La letteratura greca dalle sue origini fino alla caduta di Costantinopoli, Firenze 1870; Th. Bergk, Griechische Litteraturgeschichte, voll. 4, Berlino 1872, 1883-84; P. Mahaffy, A history of classical Greek literature (sino ad Alessandro), Londra 1880, 3ª ed. 1890-95, voll. 2, in 4 parti; K. Sittl, Geschichte der griechischen Litteratur bis auf Alexander, voll. 3, Monaco 1884-87; W. Christ, Geschichte der griechischen Literatur, Monaco 1888-89 (rifatta e ampliata in successive edizioni, sino alla 6ª, per cura di W. Schmid e O. Stählin, 1911-26, voll. 2); A. e M. Croiset, Histoire de la littérature grecque, voll. 5, Parigi 1888-99; U. v. Wilamowitz-Moellendorff, Die griechische Literatur des Altertums, Berlino-Lipsia 1905 (in P. Hinneberg, Kultur de Gegenwart; 2ª ed. 1907); J. Geffcken, Griech. Literaturgesch., I: Von den Anfängen bis auf die Sophistenzeit, Heidelberg 1926; W. Schmid e O. Stählin, Geschichte der griech. Literatur, I, parte 1ª (Periodo ionico), Monaco 1929. A queste si debbono aggiungere le storie parziali, per epoche, o per generi letterarî, o per problemi singolarmente importanti, su cui si vedano del resto i rispettivi articoli. Sulla poesia: E. Bethe, Die griechische Dichtung, Berlino 1930. Sulla prosa: E. Norden, Die antike Kunstprosa, voll. 2, Lipsia 1909. Sull'epopea e sulla questione omerica: B. Niese, Die Entwickelung der homerischen Poesie, Berlino 1882; U. v. Wilamowitz-Moellendorff, Homerische Untersuchungen, Berlino 1884; id., Die Ilias und Homer, 2a ed., Berlino 1920; G. Murray, The rise of Greek Epic, Oxford 1907, 3ª ediz. 1924; P. Cauer, Grundfragen der Homerkritik, Lipsia 1895, 3ª ed. 1921-23; G. Finsler, Homer, Lipsia 1908 (3ª ed. 1924); T. W. Allen, Homer, The origins and transmission, Oxford 1924. - sul ciclo epico: F. G. Welcker, Der epische Cyclus, Bonn 1835-49. Sulla lirica: H. Flach, Geschichte der griechischen Lyrik, voll. 2, Tubinga 1883-84; G. Fraccaroli, I lirici greci, voll. 2, Torino 1904-12. Sulla drammatica: F. G. Welcker, Die griechischen Tragödien mit Rücksicht auf den epischen Cyklus geordnet, voll. 2, Bonn 1839-41; G. Perrotta, I tragici greci, Bari 1930; M. Pohlenz, Die griechische Tragödie, Lipsia 1930. Sulla filosofia e sul pensiero critico: E. Zeller, Die Philosophie der Griechen in ihrer geschichtlichen Entwickelung, Tubinga 1844-52 (molte volte rifatta ed accresciuta); L. Robin, La pensée grecque, Parigi 1923. Sull'eloquenza: Fr. Blass, Die attische Beredsamkeit, voll. 3, Lipsia 1868-80, 2ª ediz. 1887-98. Sul periodo alessandrino: Fr. Susemihl, Geschichte der griechischen Litteratur in der Alexandrinerzeit, voll. 2, Lipsia 1891-92; A. Couat, La poésie alexandrine sous les trois premiers Ptolémées, Parigi 1882; C. Cessi, La poesia ellenistica, Bari 1912; A. Rostagni, Poeti alessandrini, Torino 1916. Sul periodo romano: W. Schmid, Der Atticismus in seinen Hauptvertretern, voll. 2, Stoccarda 1883-84.

Religione.

La formazione della religione greca. - A formare primitivamente la religione greca concorse la religione delle genti "protogreche" che nel corso del II millennio a. C. discesero dal nord nella penisola ellenica e quella delle genti preelleniche o "elladiche" o "pelasgiche" o "carie" o comunque si vogliano chiamare, ch'erano stanziate nel paese prima di quelle invasioni. Culturalmente, e con molta probabilità anche politicamente, questi Elladici dipendevano da Creta: forse anche etnicamente erano affini ai Cretesi, nonché agli abitanti delle altre isole dell'Egeo. Anche la loro religione sarà stata per certi rispetti affine o dipendente da quella cretese dell'epoca minoica; ma non si può escludere che sotto altri rapporti essa fosse originale e indipendente. La penetrazione dei Protogrecì avvenne a ondate successive nel corso di parecchi secoli: la religione che portavano con sé i primi venuti non era identica a quella degli ultimi invasori. Quelli, imposta la loro signoria, e con essa la loro lingua, alle genti elladiche, ne adottarono in parte la civiltà per varî rispetti superiore alla propria. Si formò così la civiltà micenea. Al pari di questa, la religione micenea è dunque un prodotto composito, sincretistico, con che sì spiegano le sue differenze - accanto alle molteplici somiglianze - rispetto alla religione cretese minoica. (Questa, come tutta la civiltà minoica, è pregreca, ed interessa la storia religiosa greca soltanto per le influenze che essa esercitò sulla religione micenea, e per quelle che su di essa esercitò poi la religione greca all'epoca dell'ellenizzazione). Con l'ultima invasione di genti protogreche verso la fine del II millennio la civiltà micenea andò dissolta. Anche la religione, sradicata dal continente, fu trapiantata dai vinti fuggiaschi sulle isole e coste dell'Asia Minore, dove col tempo s'impoverì, mentre d'altro lato si appropriò nuovi elementi di origine asiatica orientale. Ma anche nel continente non fu annullata del tutto, ché in forma latente sopravvissero alcuni suoi elementi e passarono poi nella religione greca storica.

Difficilissimo è sceverare in seno alla religione micenea ciò che fu l'apporto delle genti protogreche di lontana origine settentrionale da ciò che era patrimonio delle genti elladiche primitive, nel quale patrimonio si dovrebbe ulteriormente distinguere ciò che era originalmente elladico da ciò che era importazione o derivazione cretese. Il problema neppure si pone per quelle forme religiose elementari che sono comuni a tutti i popoli in una fase di civiltà poco progredita, e in Grecia possono quindi essere attribuite ad un tempo anteriore non solo ad Omero (dove quasi non appaiono), ma anche alla formazione della religione micenea: elementi prenazionali e virtualmente presenti ab origine in ciascuno dei componenti etnici della religione greca storica, tanto nella religione degl'immigrati protogreci quanto in quella degli Elladici. In Arcadia, agitando una fronda di quercia entro una sorgente, si suscitava l'apparizione di un vapore, che poi si condensava in forma di nuvoletta, la quale attirava le nubi imbrifere (Paus., VIII 38, 4). A Crannone, in Tessaglia, in epoca di siccità si trascinava un rumoroso carro metallico con sopra un vaso per ottenere una parvenza del rumore del tuono, e quindi il tuono stesso, e con esso la pioggia (Antig., Hist. mir., 15). Questi sono riti magici, intesi a produrre il simile col simile (magia simpatica), agenti per una forza misteriosa inerente alle cose impiegate e alle operazioni e gesti eseguiti e - in altri casi - alle parole pronunziate, e quindi essenzialmente indipendenti dall'intervento di una divinità (predeistici), anche se poi eventualmente aggregati e incorporati nel culto di un qualche dio (per esempio il suddetto rito arcade nel culto di Zeus Liceo). Di totemismo non ci sono in Grecia tracce sicure, nonostante i tentativi fatti per dimostrarne l'esistenza (specialmente S. Reinach, in parecchi saggi: Cultes, Mythes et Religions, voll. 5, Parigi 1908-1923). Schiettamente animistica è la concezione dell'anima come ψυχή, cioè come soffio, respiro, spirito: lo spirito che esce dal corpo quando l'uomo muore, che esce, ma poi rientra in lui, se egli era semplicemente svenuto come Andromaca (Il., XXII, 467), o tramortito come Sarpedone (Il., V, 696): questa congenita leggerezza dell'anima come spirito, alito, soffio si riflette nella concezione dell'anima come uccello (Weicker, Der Seelenvogel in der antiken Literatur und Kunst, Lipsia 1902) o come farfalla o ape o falena (O. Waser, Ûber die äussere Erscheinung der Seele in den Vorstellungen der Völker, zumal der alten Griechen, in Archiv f. Reliġionswiss., XVI, 1913, 336 segg.), nonché negli εἴδωλα riproducenti la figura del defunto, ma provvista di ali. Al feticismo si possono ricondurre le 30 pietre che ancora al tempo di Pausania (VII, 22, 3) si veneravano a Fare in Acaia, ciascuna col nome di un nume, ecc. Rappresentanti del demonismo sono i numerosi gruppi delle Cariti, Sirene, Arpie, Erinni, dei Satiri, Sileni, Centauri, Pani, ecc., alcuni dei quali, specie quelli più o meno teriomorfi, richiamano le numerose figure ibride che abbondano sui sigilli e altri oggetti d'arte micenea e minoica. Queste forme religiose elementari, sebbene etnicamente indeterminabili, hanno tuttavia un'importanza grande per la storia della religione greca, anche in rapporto alla cospicua fioritura di forme analoghe (massime la magia) che si ebbe negli ultimi periodi della storia religiosa greca.

Specialmente per gli dei maggiori si pone il problema della loro pertinenza originaria all'uno o all'altro dei componenti etnici della religione greca, mentre negli sviluppi posteriori si può dire che ciascuno di essi s'incorporò elementi di altra origine e provenienza. Protogreco è Zeus, il dio supremo, come appare dal nome; ma il mito di Zeus fanciullo è di origine cretese. Era è la sposa di Zeus, ma può darsi che in essa sopravviva una divinità elladica e micenea (βοῶπις ad Argo). Al ceppo protogreco si lasciano ricondurre Gea-Demetra, la Terra-madre, Posidone, il dio dell'elemento umido circolante nella terra e abbracciante la terra (Ποτειδάων: "lo sposo della terra"), Ermete, il dio dei viandanti, rappresentato dall'erma o dal pilastro, Estia, la dea del focolare domestico. Atena, dal nome non greco, è verosimilmente di origine non greca: a connessioni minoiche accennano specialmente lo scudo e il serpente (cfr. la "dea dei serpenti" di Cnosso); ma il nome poté estendersi a una dea protogreca. Minoico e miceneo è in Artemide per lo meno il tipo figurato secondo lo schema araldico della "signora degli animali" πο0τνια (ϑηρῶν). Cretesi sono Dictinna e Britomarti, poi assimilate ad Artemide. Elladico d'origine è Giacinto, antico dio della Laconia, poi assorbito da Apollo; elladici forse anche Ilizia (Eleusia; cfr. Eleusís), Persefone, Enialio: tutti nomi non greci. Non greci di nome sono anche, a quanto pare, Apollo e Artemide, ciò che non implica un'origine pregreca, se è vero che siano divinità asiatico-orientali adottate dai Greci d'Asia Minore e per il tramite loro propagate nella Grecia propria. Origini orientali sono da assegnare anche ad Afrodite e verosimilmente a Efesto.

Di origine elladica sono verosimilmente molti numi locali che i sopravvenuti dovettero adottare, non foss'altro perché erano ab antiquo i divini protettori e signori dei luoghi che si volevano occupare, e come tali bisognava pacificarli. Essi però, in generale, restarono assorbiti o in qualsiasi modo attratti nell'orbita di qualcuna delle divinità maggiori (Giacinto aggregato ad Apollo, ecc.).

Ancor più importante e altrettanto difficile è il problema delle sopravvivenze della religione micenea, comunque costituita, in seno alla religione greca dei tempi storici. Significativa è la sovrapposizione del più antico tempio di Atena sull'acropoli d'Atene, come pure dei templi di Era a Tirinto e ad Argo, sul sito e sulle rovine dei rispettivi palazzi reali micenei. Ma ciò non implica senz'altro che l'antica dea micenea del culto privato della casa reale si sia trasformata nella dea poliade della rispettiva città. È vero che il tempio greco ebbe origine dal mégaron del palazzo miceneo: fu la parte più splendida e più ampia del palazzo reale che fornì il tipo per la dimora della divinità sovrana, a quel modo che duemila anni dopo sarà un edificio profano, ma splendido, del mondo romano - la basilica - a fornire il prototipo dei templi cristiani. Ma questo stesso riscontro sembra implicare, piuttosto, anche per quell'antico periodo, un mutamento, anziché una continuità, delle concezioni religiose. Esso consisterebbe nell'avvento di una concezione più umana della divinità, che si esprimerebbe appunto nell'esigenza di una dimora regale per albergare il grande simulacro divino: due cose - il tempio e il simulacro - estranee alla religione micenea (e minoica), i cui santuarî non eran templi e le cui divinità erano bensì concepite e rappresentate anche in forma antropomorfa, ma, a quanto pare, all'infuori del culto. D'altro lato lo splendore in parte ancora visibile dei palazzi reali dell'epoca micenea o l'antichità delle loro rovine appaiono motivi sufficienti o addirittura preponderanti per spiegare la localizzazione in situ dei culti dei nuovi occupanti, specie se resi a divinità idealmente affini.

Meglio accertata sembra l'origine micenea di gran parte della mitologia greca. È stato osservato (Nilsson) che i massimi centri della civiltà micenea sono anche i centri dei maggiori cicli mitici greci: Micene del ciclo degli Atridi e di quello di Perseo, Tirinto del ciclo di Eracle, Tebe del ciclo di Edipo e di quello dei Sette a Tebe, Orcomeno del ciclo di Minia, ecc. Ciò rende verosimile che la mitologia greca si sia formata in gran parte già nell'epoca micenea. Alla sua formazione concorsero elementi primitivi, altrettanto arcaici ed etnicamente indifferenziati (prenazionali) quanto le sopra accennate forme elementari della credenza e del culto, specialmente quei motivi tipici che in numero determinato appartengono al folklore universale. Risalenti forse anch'essi ad origini religiose, ma predeistiche (i loro personaggi sono forse antichi numi demonici), decaddero e sopravvissero in margine alla religione quando questa mutò. In Grecia, dove molti numi e demoni locali (preellenici) restarono assorbiti dalle grandi divinità, anche i connessi elementi mitici di tipo folklorico furono ereditati dagli dei e incorporati nel vero mito divino di carattere attualmente sacrale e religioso, non senza importanti conseguenze per la storia della religione greca e per la sua comprensione fino ai tempi moderni.

Antichi numi destituiti delle originarie qualità e funzioni divine sopravvivono in parecchi eroi, che sono, accanto agli dei, le figure principali della mitologia greca. Ma il culto degli eroi, insieme con il concetto stesso di eroe, appartiene alla religione dei morti e risale all'età micenea. Infatti i re micenei e gli altri personaggi delle case principesche furono in morte oggetto di venerazione e di culto, come risulta dalle numerose magnifiche tombe scoperte a Micene: quelle a cupola fuori della città e quelle del recinto rotondo sull'acropoli, dove i defunti giacevano adorni d'oro, con maschere d'oro sulla faccia, "signori" in morte come erano stati in vita, cioè appunto "eroi" (ῆρως "signore", cfr. "Ηρα). Quali fossero le credenze dell'età micenea sulla vita dopo la morte, non sappiamo: è verosimile che agli eroi fosse assegnata nell'al di là una condizione diversa da quella comune agli altri mortali (cfr. il trasferimento degli eroi alle "isole dei beati"). Tale credenza sarebbe espressa, secondo alcuni, già nelle scene funerarie dipint sul sarcofago di Hagía Triáda. Anche in certi miti non è da escludere, a quanto sembra, l'elemento umano, cioè il riflesso di avvenimenti storici, p. es. in quelli del ciclo troiano ed altri (nel mito di Minosse sarebbe adombrata la talassocrazia cretese). Su questo punto nuove prospettive si sono schiuse recentemente in seguito alla tentata decifrazione di alcuni testi cuneiformi di Boğazköy, dove si è creduto (E. Forrer) di poter leggere il nome degli Achei (Aḫḫiyava), nonché quello di eroi come Atreo (Attarissiyas), Eteocle (Tavagalavaas) e altri. Ma tali letture sono assai discusse (E. Meyer, Gesch. des Alt., II,1, 2ª ed.,p. 546 segg., 537 segg.).

All'età micenea risalgono anche, probabilmente, le origini di alcuni culti misterici, compresi, pare, i misteri eleusini (v. eleusi).

Omero. - Omero sta tra la fine dell'età micenea e il principio dell'età storica. Il suo mondo è quello della civiltà micenea trasportata sulle isole e coste dell'Asia Minore ed ivi trasformata per l'apporto di nuovi elementi greci e al contatto con le civiltà orientali. Ma questo mondo non è reso obiettivamente, bensì idealizzato dall'arte. La religione di Omero non è né la religione micenea né quella delle colonie asiatiche. Come la lingua in cui è scritta l'Iliade non fu mai parlata, così la religione dell'epos omerico non esisté mai in realtà: esisté soltanto nella poesia, come trasfigurazione di elementi di varia origine e provenienza. Lo spirito che presiede a questa trasfigurazione non è religioso: è profano, aulico e cavalleresco. Ciò che contrasta a questo spirito è lasciato fuori. Ciò che è accolto è adattato alle sue esigenze. In Omero non c'è tutta la religione: c'è soltanto una parte, e anche di questa soltanto un riflesso più splendido che fedele. Della magia e di altre forme elementari della religiosità non c'è quasi più traccia. Il culto dei morti, così fiorente nell'età micenea, sembra venuto meno. Gli dei di Omero non sono tutti quelli della religione greca: Demetra e Dioniso sono appena menzionati. Queste due divinità della terra e della vegetazione, adorate specialmente dalle plebi rurali, non convengono a quella aristocrazia nobiliare dedita alle armi e alle guerre, alla cui esaltazione l'epos è destinato. Per essa la morte di uno dei suoi membri (tutto il resto non conta) è occasione ad esequie solenni e ludi agonistici: dopo, non c'è ragione che il pensiero dei defunti torni periodicamente a rattristare i vivi. Il mito, che nell'epos ha tanta parte, non è invenzione d'Omero: è tradizione antica formatasi parte in età micenea, parte in epoche assai più remote. Anche qui Omero sceglie e trasforma. Certi miti che si trovano in Esiodo e in altri autori posteriori, in Omero non compaiono. Certo preesistevano ad Omero come ad Esiodo. Verosimilmente erano anzi i più antichi, i più arcaici, i più rozzi: appunto perciò Omero li esclude. Se li accoglie, ne elimina i tratti più crudi, li ingentilisce, li umanizza. Anche gli dei sono del tutto umani, fin troppo umani. Ma questo antropomorfismo non vuol essere irriverente. Perfino i tratti umoristici e comici, che non mancano nella rappresentazione omerica degli dei, sono verosimilmente un'attenuazione di tratti ripugnanti risalenti a una concezione più arcaica del divino e ormai incompatibili con lo spirito dell'epopea. Vero è che anche essi non tarderanno a trovarsi in conflitto con una concezione del divino più progredita e più elevata. La scomparsa della civiltà micenea dinnanzi agli ultimi invasori protogreci ebbe certo una ripercussione anche nello svolgimento della storia religiosa: segnò in questo svolgimento una crisi, una frattura. Ma Omero non è l'esponente di questa crisi. Egli ne dipende subiettivamente; ma obiettivamente la ignora: il suo mondo è fuori della storia perché è fuori della realtà, anche della realtà religiosa.

Medioevo. - E tuttavia Omero esercitò un'influenza grandissima su tutta la religione greca dei tempi posteriori. Nella ripresa che seguì alla crisi, anche la religione ebbe un nuovo assetto corrispondente ai nuovi ordinamenti civili e sociali. Il grande fatto nuovo fu la formazione della città come organismo statale supergentilizio sulle rovine dell'ordinamento unigentilizio, monarchico e dinastico della società micenea. La polis nacque aristocratica, perché fu il nuovo stato dei conquistatori. Le singole tribù, genti e famiglie ebbero anche in seno alla polis i loro culti privati, i cui titolari erano i capostipiti e gli antenati. Qualcuno di questi "eroi" poté anche divenir oggetto di un culto pubblico. Ma la polis, come organismo supergentilizio e supertribale, ebbe bisogno di una religione sua superiore ai culti privati, di una divinità sua e soltanto sua, che non appartenesse in proprio a nessuno dei suoi componenti e per ciò da tutti potesse e dovesse essere venerata. A divinità civiche, poliadi, furono assunte generalmente le grandi divinità olimpiche, ch'erano precisamente le grandi divinità omeriche: quelle cui il fondamento naturistico in parte ancora trasparente conferiva un carattere più universale, quelle che attraverso Omero erano ben note anche oltre il ristretto territorio della polis. Omero, espressione poetica di un mondo eroico e cavalleresco, fu l'ideale delle aristocrazie organizzate nella polis. In ciò sta la ragione della sua fortuna, come pure della sua influenza anche sul mondo della religione. Le divinità di Omero, nella forma in cui egli le aveva plasmate, si impressero per sempre nella mente e nel cuore di tutti i Greci. Così avvenne che, nonostante il particolarismo politico, nonostante l'assenza di un'organizzazione sacerdotale, la Grecia ebbe un sistema divino sufficientemente unitario: in mancanza di scritture sacre canoniche, fu Omero stesso il libro sacro di tutti i Greci.

La massima approssimazione a un'autorità religiosa è rappresentata, nella storia della religione greca, dall'oracolo di Delfi. Il "medioevo" greco è l'epoca della massima potenza ed influenza religiosa di Delfi perché è un'epoca di sconvolgimento ed assestamento, in cui si sente fortemente il bisogno di ordine, anche nelle cose della religione. La Teogonia esiodea, con la sua cosmogonia e le sue genealogie divine, è un primo tentativo di sistemazione teologica all'infuori di ogni autorità riconosciuta. Ma da questa non si poteva prescindere, quando erano in giuoco, anziché delle esigenze speculative, dei vitali interessi politici. Le costituzioni dei numerosi stati-città, i rapporti fra genti e tribù in seno a ciascuno di essi, le fondazioni di colonie e le relazioni loro con la città madre: tutto ciò aveva dei riflessi religiosi, ed esigeva una sanzione religiosa: essa fu chiesta usualmente all'oracolo di Delfi.

Anche nei rapporti sociali si sentiva il bisogno di un'autorità, di una norma, di una legge; e già se ne fa eco Esiodo in Le opere e i giorni. C'era il mondo degli umili sotto a quello dei "signori", dei "cittadini". Le classi inferiori, essendo escluse dalla polis, non partecipavano alla sua vita cultuale e religiosa: vivevano, anche religiosamente, a sé, dedite principalmente ai culti di Demetra e di Dioniso, divinità non olimpiche né omeriche, divinità della vegetazione, le più convenienti a dei ceti rurali. Questa religiosità dei volghi rustici gravitava verso i misteri. Fu allora che da un antico culto ctonico e agrario, locale e gentilizio, risalente secondo ogni verosimiglianza all'età micenea, si svolsero ad Eleusi i famosi misteri, destinati ad assicurare agl'iniziati una sorte migliore nell'al di là, come già è detto nell'omerico Inno a Demetra (sec. VII a. C.). Dioniso, dal canto suo, fu l'esponente di culti in parte esotici (traci), in parte pregreci (micenei), profondamente differenziati dal resto della religione greca per il loro carattere orgiastico, per l'esperienza collettiva di una comunione col dio (enthousiasmós) che si esprimeva in forme disordinate e sfrenate. Avversata in principio dalle aristocrazie, esercitando un fascino irresistibile sulle plebi e specialmente sull'elemento femminile, la religione dionisiaca fu attratta tuttavia nell'orbita della polis: al contatto col mondo civico a poco a poco s'ingentilì, si spogliò della primitiva rozzezza, e finì per inurbarsi, portando seco dal contado entro le mura quelle sacre rappresentazioni da cui si svolse il dramma. Fu questo un aspetto e momento particolare di quel più vasto e generale processo onde i cultì agrarî e misterici in genere finirono per iscriversi e subordinarsi nel sistema dei culti olimpici e poliadi parallelamente alla graduale ascensione politica dei ceti rurali e plebei nella polis.

Questo svolgimento politico-religioso fu favorito verso la fine del sec. VI a. C. dal sorgere delle tirannidi, naturalmente avverse alle aristocrazie e disposte a cercare il favore delle classi inferiori. Anche l'orfismo, esponente estremo della religione dionisiaca, ma già partecipe delle correnti "profetiche", "oracolari", che, sotto il segno specialmente di Apollo, circolarono largamente in Grecia nel sec. VII e VI (i Bákides, le Sibille), ma costretto, esso pure, a versare il suo contenuto esotico nelle forme tradizionali del mito (Dioniso Zagreo e i Titani) e della poesia (Teogonia, Discesa all'Ade, ecc.), anche l'orfismo ebbe ad Atene, alla fine del sec. VI, con Pisistrato tiranno e coi Pisistratidi, un effimero splendore (Onomacrito). Ma l'orfismo, con la sua dottrina dell'origine divina del genere umano, dell'immanenza del divino nell'uomo, era troppo profondamente diverso e avverso allo spirito della religione olimpica fondata sulla distanza, sulla trascendenza del divino, quale si esprimeva p. es. nelle sentenze delfiche del "conosci te stesso", "nulla di troppo" e simili. Tutti gli elementi di un tipo di religione totalmente diverso dalla religione greca tradizionale: il dogma, la soteriologia, l'ascetismo, il libro canonico, la chiesa, il proselitismo, tutto ciò si trova in germe nell'orfismo. Il germe non attecchì. Dopo il sec. VI l'orfismo visse una vita oscura e marginale, eppur tenace e non senza influenza sul pensiero greco, finché trovò più tardi il suo sbocco in quelle correnti religiose affini il cui trionfo segnò la fine della religione greca.

Dalle guerre persiane ad Alessandro. - Le guerre persiane sopravvennero a rinsaldare lo spirito della religione olimpica, della religione della polis. Nell'ora del pericolo la vita religiosa dello stato si fece più intensa, poiché lo stato era minacciato. Gli dei protessero gli uomini come al tempo della guerra troiana; e con gli uomini vinsero anch'essi: vinsero le divinità poliadi, ch'erano anche le omeriche. Tutta la tradizione antica ne uscì rafforzata, e specialmente la religione. E a rafforzarla concorse ora anche l'arte, grande alleata del mito, onde le figure degli dei furono fissate nel bronzo e nel marmo per sempre, quali la poesia già idealmente le aveva plasmate, ma ora più concrete e più umane, a completo trionfo dell'antropomorfismo. In questa atmosfera satura di tradizionalismo, anche la democrazia sorse e crebbe senza rompere con la tradizione. La polis fu intimamente rinnovata: i quadri si allargarono (ad Atene già con Clistene); ma le forme rimasero immutate. Già esclusi, ed ora partecipi, della vita della polis, i nuovi ceti sociali parteciparono ora anche alla sua vita religiosa: la religione della polis li attrasse con le sue divinità, i suoi culti, le sue feste, i suoi templi, i suoi simulacri divini, distogliendoli da altre suggestioni religiose. Ancora una volta col moto ascensionale politico delle classi inferiori andò di pari passo il loro orientamento verso quella ch'era stata la forma religiosa congenita e intimamente connessa con le origini della polis: la religione olimpica. E quando, in Atene, la democrazia culminò con Pericle, il suo trionfo coincise con la massima sublimazione artistica della religione olimpica per opera di Fidia e di Sofocle. Ma già nella Grecia coloniale asiatica, più svincolata dalle tradizioni, più spregiudicata, più libera, il pensiero filosofico aveva cominciato ad intaccare la religione, e, specialmente con Senofane, aveva negato la concezione antropomorfica e omerica degli dei, in nome di un più alto ideale divino. Ad Atene il nuovo pensiero entrò, al tempo di Pericle, con Anassagora di Clazomene; e subito, con i sofisti, andò tanto oltre da investire con la sua critica audace e demolitrice tutto il sistema tradizionale della vita greca, compresa la religione (Protagora, Prodico, Crizia, ecc.).

La guerra del Peloponneso travolse gl'ideali religiosi che già avevano sorretto i Greci contro lo straniero. Con la compagine della polis anche la religione della polis s'indeboliva. Una religiosità superstiziosa affiorava su dagl'infimi strati della popolazione, e, non più arginata dalla religione olimpica, già cercava uno sfogo nei culti esotici e barbarici (la tracia Bendis, il frigio Sabazio, il fenicio Adone, l'egizia Iside): uno di essi, quello della dea Bendis, fu ufficialmente riconosciuto dallo stato ateniese, ultimo atto di quella funzione di progressivo assorbimento delle correnti religiose popolari cui la polis ormai abdicava. Ad Atene la crisi fu più acuta. Ivi una demagogia estrema e demolitrice si trovò investita del compito contraddittorio di difendere, con lo stato, la sua religione tradizionale. La crisi si manifestò in forme inattese e strane che sono del massimo interesse per la storia religiosa. Si ebbe allora l'irreligiosità dilagante (profanazione dei misteri eleusini, mutilazione delle erme), l'ateismo (sofisti), la conversione a rovescio (Diagora di Melo?), l'intolleranza religiosa, la persecuzione politica dei pensatori, perfino - forse - la distruzione delle loro opere. Anassagora, Protagora, Prodico furono processati e condannati non per le loro idee personali sulla religione e la divinità, ma per il conseguente atteggiamento troppo spregiudicato verso la religione statale, che parve pericoloso: il reato di ἀσέβεια fu soprattutto un reato politico; ultima grande vittima, Socrate. Con lui fu superata la crisi del pensiero, ma non quella della religione. La polis durò bensì per molti secoli ancora e, con la polis, la sua religione: nuovi templi e nuove statue seguitarono ad essere dedicati agli antichi dei. Ma la curva discendente era già segnata; e dall'incipiente decadenza già emergeva l'uomo, come individuo, e la religione dell'uomo.

Nel sec. IV ancora più umana si fa la rappresentazione figurata degli dei (Prassitele, Lisippo), e tra gli dei vengono in sommo onore i più umani, come Asclepio. Si accentua la pietà verso i morti. Rifiorisce e si generalizza il culto degli eroi e - novità più sintomatica - onori eroici sono decretati e tributati anche ad illustri viventi (Lisandro a Samo, Agesilao a Taso, Demetrio Poliorcete a Sicione). Un nuovo senso di umanità circola nella diffusa religione dionisiaca e si alimenta della religiosità dei misteri (misteri eleusini, di Andania, di Samotracia), dei culti esotici e delle superstizioni (maghi, indovini, fattucchiere), mentre qua e là (Beozia, Magna Grecia) riemerge l'orfismo e riesce a giungere fino a Platone.

Religiosamente, come politicamente, la polis si esauriva (nuove tirannidi in Tessaglia, Sicilia, Cipro, Asia Minore). Ma il nuovo organismo politico che già appariva destinato a superarla, lo stato federale, il κοινόν non ebbe tempo di esprimere una forma religiosa sua propria, perché, appena raggiunta la massima approssimazione ad uno stato unitario nazionale (con l'esclusione della sola lega etolica, ma con l'aggregazione della Macedonia in funzione egemonica), subito andò travolto nel fulmineo dilatarsi della potenza macedone con Alessandro. Alla nuova unità imperiale supernazionale, erede delle monarchie e degl'imperi d'Oriente, doveva corrispondere una religione nuova onde l'Oriente e l'Occidente, i barbari e i Greci potessero essere religiosamente unificati: e fu la religione del sovrano, che è, in una forma speciale, religione dell'uomo.

Ellenismo. - L'idea del carattere divino del sovrano si trasmise alle singole monarchie nazionali in cui l'impero d'Alessandro restò frazionato. La Grecia, di nuovo staccata dalla Macedonia, abbandonata a sé stessa, non contò più nulla, né verso oriente, dove la Macedonia prese il suo posto, né verso occidente, dove Roma finì per asservirla. Ridotta oramai la polis a un'esistenza fittizia nell'illusoria conservazione delle sue libertà sotto l'effettiva dominazione straniera, l'antica religione che nella polis e per la polis aveva vissuto venne impoverendosi ed esaurendosi e non fece che sopravvivere a sé stessa. Contro la religione tradizionale continuò ad esercitarsi la critica corrosiva di talune scuole filosofiche (epicureismo, scetticismo), nonché del sistema altrettanto dissolvitore di Evemero, che riduceva gli dei ad antichi sovrani e benefattori dell'umanità. Più conservatrice, almeno in apparenza, fu l'interpretazione allegorica, che accettava i miti e gli dei tradizionali, ma al di là del senso letterale scorgeva in essi, spesso con l'aiuto di ingenue etimologie, l'espressione di verità recondite.

La civiltà greca, insieme con la lingua, conquistò l'Oriente, continuando quella missione unificatrice che sul terreno politico era fallita per la troppo effimera durata dell'impero greco-macedone. Ma nel campo della religione la penetrazione fu più superficiale che effettiva. Si ebbe qualche formazione religiosa sincretistica di carattere ufficiale, come la religione di Serapide fondata da Tolomeo I in Egitto col compito di unificare religiosamente i dominati coi dominatori. Ma in genere il sincretismo delle figure divine fu solo nominale (interpretatio graeca); e sotto i nuovi nomi greci seguitarono a vivere, talora conservando anche i nomi indigeni, le divinità degli antichi culti barbarici: anatolici, siriaci, fenici, egizî, ecc.

Invece la religiosità orientale, ricca di linfe antichissime ed inesauste, invadendo a sua volta il mondo greco, vi penetrò maggiormente in profondità, assumendosi essa l'appagamento di quelle esigenze religiose cui la religione greca tradizionale sempre meno era in grado di soddisfare. Culti di divinità orientali si diffusero largamente e trovarono numerosi adepti, in specie i culti di mistero, le religioni misteriche di Attis, di Osiride e - più tardi - di Mitra (quest'ultimo, però, assai poco rappresentato nella Grecia propria). Di riflesso, anche gli antichi misteri ellenici ebbero nuovo incremento e splendore, soprattutto quelli cabirici di Samotracia, cui le case regnanti di Macedonia e d'Egitto furono larghe di protezione e di elargizioni generose. Fiorirono le associazioni religiose, non più, come per l'addietro, in seno alla polis, ma e dentro e fuori di essa, superando i confini territoriali e le differenze sociali, preludendo a quel tipo speciale di società religiosa che è la chiesa. Si praticò allora il proselitismo religioso, che la Grecia classica aveva ignorato, tranne forse nell'orfismo. E lo spirito propagandistico si comunicò persino a talune scuole filosofiche (cinici e stoici). La fede nel miracolo fece accorrere le genti sempre più numerose ai santuarî delle divinità risanatrici e soccorritrici: le guarigioni miracolose, i prodigiosi interventi divini in momenti difficili furono messi per iscritto a maggior gloria ed esaltazione della potenza e "virtù" del dio (aretalogie). Maghi e indovini, taumaturghi e ciarlatani (Apollonio di Tiana, Alessandro di Abonutico, ecc.), affascinarono le folle. Le pratiche superstiziose e mantiche si moltiplicarono. Nuove forme di magia vennero in uso: si credette nella virtù arcana della parola pronunziata o scritta; si usarono formule, sistemi di numeri, combinazioni di lettere puramente fonetiche, prive di senso, specialmente in successione alfabetica. Tutto il quadro della vita religiosa fu radicalmente mutato; e insieme con le pratiche nuove si diffusero nuove idee e nuove credenze. Le idee orientali di salvazione (soteriologia), di sovranità divina (κύριος), di fatalità, delle influenze astrali da cui dipende il destino dell'uomo (astrologia), ecc., si propagarono largamente.

L'invasione di tutti questi elementi religiosi di origine orientale conta non soltanto per sé stessa, per le novità che essa introduce dal difuori, ma altresì per le sue ripercussioni in seno alla stessa religione greca, per l'azione vivificatrice, galvanizzatrice che le nuove correnti esercitano su quelle forme religiose affini che, conculcate dalla religione della polis, avevano seguitato a vivere nell'ombra ed ora finalmente riapparivano in piena luce. Orfismo, misteri, superstizione, magia: tutto il mondo della religiosità extra-civica trovò ora il suo sbocco nel gran fiume della religiosità orientale. Posidonio tentò la sintesi fra questa e il pensiero greco. Gli stoici procedettero ad una sistematica interpretazione della religione tradizionale per mezzo dell'allegoria, dell'etimologia, della demonologia. Il dualismo, il pessimismo, il misticismo, già presenti in Platone, si accentuarono nelle scuole dei neoplatonici (Plotino) e neopitagorici (Giamblico). La filosofia stessa venne atteggiandosi a religione. La scienza, che per l'addietro aveva preso di mira la religione tradizionale, si accostò anch'essa al tipo della scienza orientale, intimamente connessa ab origine con la religione. Fiorì l'astrologia, in rapporto con le credenze sugl'influssi stellari. Fu coltivata l'alchimia, in base al concetto di una simpatia arcana fra i regni della natura. Anche la religione volle essere una conoscenza di carattere mistico, una gnosi (gnosticismo, ermetismo, ecc.).

Tutto ciò finì per minare le basi stesse della religione greca tradizionale. Quando Giuliano tentò una restaurazione del paganesimo, vide che non poteva più contare sulla religione olimpica, e si rivolse alla religione dei misteri. Valentiniano, proibendo nel 364 d. C. tutte le feste religiose notturne, dové fare tuttavia una eccezione per i misteri eleusini, il cui santuario fu distrutto nel 394. L'opera di Pausania ci dice quanta parte della religione greca antica fosse ancor viva nei piccoli centri provinciali e nelle campagne nel sec. II d. C. Né essa andò interamente distrutta col trionfo del cristianesimo, ma sopravvisse e sopravvive ancora nel folklore della Grecia moderna. La riduzione degli dei a demoni, con cui il pensiero antico era giunto a spiegare l'immoralità degli dei tradizionali (come demoni cattivi), passò agli scrittori cristiani con l'ulteriore restrizione che tutti i demoni, e quindi tutti gli dei del paganesimo, sono cattivi.

Storia degli studî. - Lo studio scientifico della religione greca si è svolto nell'ambito della filologia e della scienza dell'antichità, ora isolandosi ed ora partecipando ai progressi della scienza delle religioni. Esso incominciò come reazione al dogmatismo classico e razionalistico (G. Hermann, De mythologia Graecorum antiquissima, Lipsia 1807) e al simbolismo romantico (F. Creuzer, Symbolik und Mythologie der alten Völker, besonders der Griechen, voll. 4, Lipsia-Darmstadt 1810-12, 2ª ediz. voll. 6, 1819-23, 3ª ediz., voll. 4, 1837-42, tradotto e ampliato da F. Guigniaut, Les religions de l'antiquité considérées principalement dans leurs formes symboliques et mythologiques, Parigi 1825-31; R. Payne-Knight, An inquiry into the symbolical language of ancient art and mythology, Londra 1818, 2ª ediz. 1836) con l'opera essenzialmente critica e negativa di Ch. A. Lobeck (Aglaophamus, sive de theologiae mysticae Graecorum causis, Königsberg 1829) e con quella critica e costruttiva insieme di K. O. Müller (Prolegomena zu einer wissenschaftlichen Mythologie, Gottinga 1825; Geschichte der hellenischen Stämme, voll. 3, 1824, 2ª ed. 1844), cui va posta accanto, sebbene apparsa soltanto più tardi (ma la composizione risale a qualche decennio prima), quella di F. G. Welcker (Griechische Götterlehre, voll. 3, Gottinga 1857-62). Alla mitologia - o alla religione come mitologia - sono essenzialmente rivolti, come si vede dai titoli, gli studî di questa prima scuola storica (Ph. Buttmann, Mythologus, Gesammelte Abhandlungen über die Sage des Altertums, voll. 2, Berlino 1828-29). Rispetto alla quale rappresenta un regresso nell'antistoricismo l'indirizzo successivo, mitologico anch'esso, ma secondo la teoria di Max Müller allora dominante nella scienza delle religioni, cioè la cosiddetta mitologia comparata, che all'analisi filologica e storica dei miti anteponeva quella glottologica dei nomi divini nell'ambito dei linguaggi indoeuropei e riduceva le figure mitiche ad espressioni di fenomeni meteorici e astrali (solari o lunari). Questa teoria fu largamente applicata anche all'interpretazione della mitologia greca (Ad. Kuhn: varî saggi ristampati in volume per cura di E. Kuhn, Mythologische Studien, I, Gütersloh 1886). L'opera di L. Preller (Griechische Mythologie, voll. 2, Lipsia 1854, 3ª ediz., del Plew, 1872; 4ª ediz. del I vol., del Robert, 1894) e i primi volumi del Lessico di W. Roscher (Ausführliches Lexikon der griechischen u. römischen Mythologie, Lipsia, dal 1884) ne risentono ancora l'influenza.

Ma H. Usener se ne svincola brillantemente (Götternamen, 1896, rist. 1928). Si riprende allora l'indagine filologico-storica, ma sopra un piano assai più ricco e complesso. L'archeologia, che per l'addietro aveva contribuito allo studio della religione greca classica con la cosiddetta "mitologia dell'arte" (E. Gerhard, Griechische Mythologie, voll. 2, Berlino 1854-55; J. Overbeck, Griechische Kunstmythologie, voll. 3, Lipsia 1873-1889), cioè in primo luogo con la determinazione dei tipi figurati delle divinità, aprì ora nuovi inaspettati orizzonti sulle fasi più antiche della religione greca con le scoperte della civiltà micenea e minoica, mentre con l'abbondante messe dei papiri, delle epigrafi, ecc. restava prolungata anche all'in giù la storia della religione greca oltre l'età classica, e si delineava il vasto problema religioso dell'età ellenistica. Dal canto suo la scienza delle religioni veniva schiudendo nuove prospettive, sia verso il folklore, mercé la comparazione con le forme religiose elementari dei volghi europei sull'esempio specialmente di W. Mannhardt (Antike Waldund Feldkulte aus nordeuropäischen Überlieferung erläutert, Berlino 1875-1877, 2ª ediz., 1904-05; Mythologische Forschungen, ibid. 1884), sia verso l'etnologia mercé la comparazione con i popoli incolti sull'esempio di E. B. Tylor (Primitive Culture, voll. 2, 1871) e della scuola antropologica inglese (J. G. Frazer, Pausanias' Description of Greece, voll. 6, Londra 1898, 2ª ed. 1932; id., Apollodorus, The Library, voll. 2, Londra 1921).

Così, in seno alla nuova scuola storica, accanto ai rappresentanti dell'indirizzo più o meno strettamente filologico, come C. Robert (Die griechische Heldensage, voll. 3, Berlino 1920-23), O. Kern (Die Religion der Griechen, I, 1926), e specialmente U. von Wilamowitz (Der Glaube der Hellener, voll. 2, Berlino 1931-32), non mancarono gli studiosi più o meno orientati verso la scienza delle religioni, quali E. Rohde (Psyche, 1894, 9ª 10ª ediz., 1925), A. Dieterich (Abraxas, Lipsia 1891, Nekyia, 1893; Mutter Erde, ein Versuch über Volksreligion, 1905, 3ª ediz., 1925), e M. P. Nilsson (v. oltre). All'influenza della scienza delle religioni specialmente si deve la sempre maggiore attenzione prestata al culto, anziché al mito (P. Stengel, Die griechischen Kultusaltertümer, 3ª ed., Monaco 1920; M. P. Nilsson, Griechische Feste, Lipsia 1906; L. R. Farnell, The cults of the Greek States, voll. 3, Oxford 1896; S. Eitrem, Opferritus und Vorropfer der Griechen und Römer, Oslo 1915; L. Deubner, Attische Feste, Berlino 1932). E un'altra tendenza, non estranea neppure al Wilamowitz e ad altri (Farnell, The higher aspects of Greek religion, Londra 1912), ma oggi specialmente alimentata da moderne correnti di pensiero - teologiche, filosofiche, psicologiche (psicanalisi) - vuole dal mito come dal culto sempre più distinguere, anche in seno alla religione greca, l'esperienza religiosa come valore a sé (W. F. Otto, Die Götter Griechenlands, Bonn 1929).

Dal canto suo lo studio storico-filologico della religione greca è entrato ormai in una fase più perfetta con le ricostruzioni dello svolgimento della "storia religiosa greca" (G. Murray, Five Stages of Greek religion, 1925; L. R. Farnell, Outline history of Greek religion, 1920; F. M. Cornford, Greek religious thought from Homer to the age of Alexander, 1923), che oramai si presenta abbastanza bene delineato nei suoi periodi principali (R. Pettazzoni, La religione nella Grecia antica fino ad Alessandro, Bologna 1921; M. P. Nilsson, Den grekiska religionens historia, Stoccolma 1921 = A history of Greek religion, Oxford 1925).

Bibl.: Oltre alle opere citate nel testo, le seguenti: Storia degli studî: O. Gruppe, Geschichte der klassischen Mythologie und Religionsgeschichte während des Mittelalters im Abendland und während der Neuzeit, Lipsia 1921.

Formazione della religione greca: L. R. Farnell, Magic and religion in early Hellenic society, in Archiv f. Religionswiss., XVII (1914), pp. 17-34; Ch. Michel, Les survivances du fétichisme dans les cultes populaires de la Grèce ancienne, in Revue de l'histoire des religions, LX (1909), p. 141 segg.; W. F. Otto, Die Manen, oder von den Urformen des Totenglaubens, Berlino 1923. - Sulla religione minoica e micenea: A. Evans, Mycenaean tree and pillar cult, in Journal of hellenic studies, 1901; R. Paribeni, Il sarcofago dipinto di Hagia Triada, in Monum. ant. pubblicati dalla R. Acc. d. Lincei, XIX, 1908; A. Della Seta, La conchiglia di Phaestos e la religione micenea, in Rendiconti della R. Acc. d. Lincei, Cl. di sc. mor., 1908; R. Dussaud, Les civilisations préhelléniques, 2ª ed., Parigi 1914; G. Karo, Altkretische Kultstätten, in Archiv f. Religionswiss., VII (1904), pp. 117-156; H. Prinz, Bemerkungen zur altkretischen Religion, in Athenische Mitteilungen, XXXV (1910); P. Mingazzini, Culti e miti preellenici in Creta, in Religio, I (1920), pp. 241-314; G. Karo, Religion des ägäischen Kreises, in Bilderatlas zur Religionsgeschichte, Lipsia 1925, dispensa 7ª; Hammarström, Ein minoischer Fruchtbarkeitszauber, in Acta Acad. Aboensis, III (1922); H. Sjövall, Zur Bedeutung der altkretischen Horns of consecration, in Archiv f. Religionswiss., XXIII (1925), pp. 185-192; M. P. Nilsson, The Minoan-Mycenaean religion and its survival in Greek religion, Lund 1927; L. R. Farnell, Cretan influence in Greek religion, in Essays in Aegean archaeology presented to Sir A. Evans, 1927, p. 8 segg.; A. Evans, The earlier religion of Greece in the light of Cretan discoveries, Londra 1931. - Sulle singole divinità e la mitologia: E. Kalinka, Die Herkunft der griechischen Götter, in N. Jahrb., 1920, p. 401 segg.; U. v. Wilamowitz, Athena, in Sitzungsber. Berl. Akad., 1921, p. 950 segg.; M. P. Nilsson, Die Anfänge der Göttin Athene, Copenaghen 1921; A. B. Cook, Zeus, a study in ancient religion, voll. 2, 1914-1925; H. J. Rose, A handbook of Greek mythology, 1928; M. P. Nilsson, The Mycenean origin of Greek mythology, Berkeley Cal. 1932. - Sul culto degli eroi: H. Hubert, Le culte des héros et ses conditions sociales, in Rev. de l'hist. des religions, LXX (1924), p. 1 segg.; P. Foucart, Le culte héros chez les Grecs, in Mem. del'Acad. des Inscr. et Belles Lettres, XLII (1918); G. De Sanctis, in Atene e Roma, 1920, p. 65 segg.; L. R. Farnell, Greek hero cults and ideas of immortality, Oxford 1921; C. Robert, Die griechische Heldensage, voll. 3, Berlino 1920-23; U. von Wilamowitz, Die griechische Heldensage, in Sitzungsber. Berlin. Akad., 1925, pp. 41-62, 214-42; P. Capelle, Elysium und die Inseln der Seligen, in Arch. f. Religionswiss., XXV (1927), pp. 245-264; XXVI (1928), pp. 17-40.

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Arti figurative.

Limiti cronologici dell'arte greca. - L'arte greca ebbe sviluppo attraverso tutto il primo millennio a. C. Agli albori di questo si ascrivono i poemi omerici, i quali sono come l'inizio della vita spirituale dei Greci; e invero questa vita sembra essere inaugurata dai gravi rivolgimenti etnici, che nella leggenda sono adombrati dal racconto del cosiddetto ritorno degli Eraclidi o della migrazione dorica nel Peloponneso. Sembra in realtà che rudi stirpi del settentrione siano calate in questo tempo nella penisola greca; certo è che l'inizio del primo millennio a. C. segna in Grecia un regresso notevolissimo nel campo culturale, e perciò artistico, di fronte alla lussureggiante vita dell'età chiamata preellenica, o minoica, o egea, o cretese-micenea (v.).

Di questa non si discorre qui perché è ampiamente trattata alla voce corrispondente; non si può tuttavia mancare di notare che addentellati assai numerosi esistono tra i prodotti artistici e industriali dell'iniziato primo millennio, cioè del cosiddetto Medioevo ellenico, e tutta l'arte e l'industria svoltesi prima del 1000 a. C., dato il fatto che una parte notevole di queste spetta anche a stirpi greche, o meglio protogreche, ai cosiddetti Achei, a cui appartenevano i Micenei.

Alla fine del primo millennio a. C. all'arte greca si sostituisce l'arte romana con fini suoi proprî, con aspetti suoi speciali; ma artefici greci continuano a lavorare nei varî campi per Roma imperiale, e in alcune opere, specialmente di scultura, risuona tuttora l'accento greco. Perciò nel considerare i varî generi artistici della Grecia sarà necessario prendere in esame anche quei prodotti di essenziale carattere greco che sono posteriori all'era volgare. Ma, ciò premesso, converrà sempre delimitare al primo millennio a. C. il corso dell'arte greca. Quest'arte può essere suscettibile di varie ripartizioni cronologiche, tra le quali si può proporre la seguente: Periodo primo: arte classica arcaica (1000-480); Periodo secondo: arte dell'età dell'oro (480-306); Periodo terzo: arte dell'ellenismo (306-50 a. C.).

Per il primo periodo si possono proporre tre fasi di sviluppo:

Fase prima o geometrica o del medioevo ellenico (1000-700 a. C.): dominano forme primitive geometriche non solamente nella decorazione, ma anche nell'espressione delle figure umane o bestiali. Queste forme sono tuttavia soggette a un rigido sistema, con quei caratteri di armonia e di euritmia che sono proprî di ogni manifestazione dello spirito greco. Manca la grande arte monumentale, pur già sviluppandosi il tempio come edificio a sé: onde di questa fase abbiamo solo prodotti umili, di carattere industriale, specialmente ceramici.

Fase seconda o ionica (700-550 a. C.): nell'architettura si sviluppa il tempio di ordine dorico, mentre si manifesta l'ordine ionico. Si inizia la scultura con forme in massimo grado ingenue, ma denotanti un continuo sforzo di perfezionamento. Nella ceramica e nelle arti minori è il carattere orientalizzante della decorazione, con contenuto zoomorfo, teratomorfo e fitomorfo, ma, da ultimo, prevale la figura umana, rappresentata, più che in scene realistiche, in episodî del mito.

Fase terza o ionico-attica (550-480 a. C.): prosegue l'attività architettonica, anzi s'intensifica nel tempio, il quale è prevalentemente di ordine dorico nella penisola ellenica e nelle colonie italiche e siceliote, mentre è di ordine ionico nelle città dell'Asia Minore. Maggior ardimento e raffinatezza che nella fase precedente è nella scultura, con schemi più complicati nella statuaria, con scene ampie e mosse nel rilievo. Predominano tra le fabbriche di ceramica quelle ateniesi, dove possiamo scorgere il mutamento dalla tecnica a figure nere a quella a figure rosse.

Per il secondo periodo si possono proporre quattro fasi di sviluppo.

Fase prima o di transizione (480, anno della battaglia di Salamina-450 a. C.): il carattere saliente di questa fase è la grandiosità austera, con forme che denotano ancora residui di arcaismo, i quali vanno però rapidamente affievolendosi. Esclusivo sembra l'uso dell'ordine dorico nell'architettura. Nella scultura prevale un grande nome: Mirone, nella pittura quello di Polignoto, i riflessi della cui arte ci sono noti dai vasi dipinti contemporanei.

Fase seconda o fidiaca (450-430 a. C.): Fidia è l'artista sommo, delle cui formule stilistiche sembrano improntati tutti i prodotti di questo ventennio. Le qualità peculiari di Fidia sembrano riunite in un solo edifizio, nel Partenone: è arte grandiosa, ma ideale e serena. Accanto ad Atene, centro maggiore di arte, fiorisce l'Argolide con Policleto, scultore maestro della forma.

Fase terza o di transizione (430-380 a. C.): nell'architettura è la prevalenza dell'ordine ionico ed è l'inizio dello stile corinzio. Nell'arte figurata, sid nella scultura sia nella pittura, per cui abbiamo i documenti essenzialmente nei vasi dipinti, domina la corrente fidiaca, su cui verso la fine del sec. V prevale la corrente supposta ionica a forme graziose, quasi leziose.

Fase quarta, o degli artisti Scopa, Prassitele, Lisippo (380-306 a. C.): nell'architettura prevale l'ordine ionico, mentre si avverte la decadenza del dorico, e vieppiù si afferma il corinzio; si manifestano ormai schemi esotici. Nella pittura primeggia Apelle di Colofone, mentre nella scultura abbiamo la triade gloriosa del patetico Scopa, dell'aggraziato Prassitele, dell'agitato Lisippo.

Il terzo periodo, sinora, non pare suscettibile di divisioni in fasi. S'inizia col 306, l'anno della battaglia di Salamina di Cipro, e si estende fino al 50 circa a. C., cioè agli anni della prevalenza di Cesare nel mondo romano (48 a. C., vittoria di Cesare a Farsalo). L'architettura si distingue per edifizî grandiosi e riccamente adorni, con città costruite secondo piani regolatori. Nell'arte figurata, e specialmente nella scultura, a noi più nota, le correnti delle fasi precedenti continuano, accentuando i loro caratteri, e si fondono insieme con ricerche di nuovi effetti, sia nel drammatico sia nell'idilliaco, sia nel grazioso, sia nel deforme e nell'esotico. Varî sono i centri d'arte; principali Pergamo e Alessandria, da ultimo Rodi, e gli elementi dell'arte ellenica si diffondono per tutte le plaghe dell'effimero impero di Alessandro Magno, ed oltre, in oriente sino nell'India, ove dànno origine all'arte buddistica, in occidente, in Italia, ove, innestandosi sul tronco dell'arte italo-etrusca, dànno origine all'arte imperiale romana.

Architettura. - Mentre nell'arte cretese-micenea l'architettura è essenzialmente civile e militare, nell'arte greca dopo il 1000 essa è essenzialmente religiosa. Ha origine cioè e si sviluppa il tempio, sia di ordine dorico sia di ordine ionico. E attorno al tempio si forma il santuario, il quale nei luoghi più sacri della Grecia (Olimpia, Delfi, Delo, Epidauro, Eleusi) diventa periodicamente il centro di attrazione e di raccolta di genti per le cerimonie religiose, per le gare ginniche, per i certami musicali e poetici. Nei santuari, attorno ai templi delle divinità, erano le varie costruzioni attinenti al culto e alle gare, erano i doni votivi, cioè una folla di statue e piccoli edifizî, i cosiddetti tesori, eretti da singoli stati per contenervi quanto questi stati e i loro rispettivi cittadini donavano alla divinità. Sicché questi santuari ellenici, che sono di carattere nazionale (p. es. quello di Olimpia), o regionale (p. es. quello di Delo), o di un solo popolo (p. es. quello dell'acropoli di Atene), costituiscono un elemento di primaria importanza per lo sviluppo dell'arte, specialmente architettonica e scultoria. La forma del tempio, che è simile ad una casa o alla parte più nobile di essa (mégaron), presuppone un cambiamento nelle credenze religiose, presuppone cioè il mutamento del culto aniconico (pietra, colonna, albero, simboli varî) in culto antropomorfo. Come il nume assumeva l'aspetto di un corpo umano d'ideale bellezza, così la casa del nume doveva assumere un aspetto sontuoso.

È opinione prevalente che il tempio greco si sia sviluppato dalla forma del megaron del palazzo miceneo; tale derivazione non è da tutti ammessa, e vi è chi reputa del tutto ignota l'origine del tempio greco. A ogni modo, graduale, lento è lo sviluppo di questo, e talora, per essere meglio illuminati sulle forme primigenie di esso, siamo costretti a valerci di monumenti architettonici anche di età avanzata, in cui si constatano caratteri di conservazione attardata. E invero per le prime fasi del tempio ci manca la documentazione diretta, essendo i primitivi edifizî sacri fabbricati di materia caduca, cioè di legno e di mattoni crudi (solo in seguito si ricorse ai rivestimenti di terracotta e di lamine metalliche), e anche perché parecchi dei templi primitivi decaddero, e furono sostituiti con altri più ampî e di pietra.

Qualche traccia, sia pur debole, è tuttavia rimasta; così nel santuario di Artemide Ortia, a Sparta, si sono riconosciuti gli scarsi residui di un tempio risalente al sec. IX o X a. C.: è una costruzione a muri di mattoni crudi su zoccolo di pietra, divisa da una fila di colonne o di pilastri in due navate assai lunghe.

Edifizio di grande importanza per lo studio del tempio primitivo è il tempietto A della Patélla di Prinià (Creta): è una cella (lunga m. 9,70) con un semplice vestibolo; la facciata del tempietto ha due passaggi, con tre pilastri; la cella è divisa in due navate da due colonne. Questi caratteri, della disposizione della cella in due navate e della lunghezza esagerata della cella stessa, sono elementi di arcaismo che si riscontrano in edifizî del sec. VI: così, per esempio, in un edifizio di tufo dell'acropoli di Atene, nell'Apollónion di Thérmos (Etolia), nel tempio più antico di Locri Epizefirî, nella cosiddetta "basilica" di Pesto, nel buleuterio di Olimpia.

Ma si aggiunga per il tempietto di Prinià un altro particolare di non lieve importanza, cioè il tetto, non già a doppio spiovente con gli spazî triangolari (i frontoni), come è di regola nei templi rettangolari greci, ma piano, a terrazza, precisamente come nei mégara micenei. Accanto alla forma di tempio a cella preceduta da un vestibolo (pronao) era la forma di tempio a semplice cella; un esempio di tale tipo ci è offerto dal Püthion di Gortina (Creta), nella sua forma primitiva di cella a pianta quadrata (m. 14,45 per m. 16,30).

La tradizione letteraria c'informa anche della persistenza di determinati caratteri struttivi, proprî di tempi trascorsi; così Pausania (III, 17, 2) c'informa del tempio di Atena Chalkioíkos, o dalla casa di bronzo, dovuto all'architetto e scultore Gitiada del sec. VI, ove manifestamente le pareti erano rivestite di lamine di bronzo con evidente riconnessione coi palazzi preellenici, di cui un'eco è nella dimora di Alcinoo, re dei Feaci (Odissea, VII, 84 segg.).

Sinora in queste prime manifestazioni di architettura sacra non si scorgono fissati nei loro specifici elementi i due ordini architettonici, il dorico e lo ionico. L'ordine dorico si sviluppa essenzialmente nel Peloponneso, e viene adottato specialmente sulle coste dell'Italia meridionale e in Sicilia, all'infuori di Locri, ove sorgeva un tempio ionico; l'ordine ionico invece si trova in Asia Minore e nelle isole vicine dell'Egeo. La colonna in principal grado, ma anche l'architrave, distinguono i templi dorici dagli ionici (v. ordine: Architettura). Confrontati tra di loro, gli edifizî di ordine dorico dimostrano vigore e semplicità, quelli di ordine ionico snellezza ed eleganza, tanto che gli antichi scorgevano in questi un carattere femminile, in quelli uno maschile; perciò è naturale che, talora in funzione di membri architettonici, si scegliessero figure maschili, i cosiddetti Telamoni o Atlanti, per gli edifizî di ordine dorico (come nel tempio agrigentino di Zeus), e figure femminili, le cosiddette kórai o cariatidi, per gli edifizî di ordine ionico (come nel tesoro dei Sifnî a Delfi, nell'Eretteo dell'Acropoli di Atene).

Il primo edificio, in cui osserviamo le varie parti costitu̇tive dello stile dorico, è lo Heraĩon o tempio di Era in Olimpia. Era un tempio che poggiava su di un crepidoma o basamento di due gradini (m. 48,63 per m. 17,38); era perittero, esastilo, con 16 colonne nei lati maggiori; aveva pronao e opistodomo preceduti da due colonne; la cella era in origine sprovvista di colonne, ma con nicchie, quattro per parte, date da muri sporgenti; più tardi due file di otto colonne divisero la cella in tre navate. Lo ptéroma o porticato esterno era costituito da colonne di legno, che col tempo vennero sostituite con colonne di pietra, sicché al tempo di Pausania (V, 16,1) di queste vetuste colonne lignee una sola era rimasta. I muri della cella, su un basamento di pietra, erano fatti di mattoni non cotti, gli stipiti delle porte e i pilastri erano rivestiti di assi di legno, il rivestimento superiore del tempio era di terracotta, la pendenza dei frontoni era assai scarsa. Tutti questi sono caratteri di arcaismo. Altri edifizî dorici arcaici sono l'antico Heraĩon di Argo, con le colonne di piccolo diametro e distanti tra loro, e il tempio di Tirinto, che ha un tipo di capitello speciale, detto capitello acheo, con una gola al disotto dell'echino, ornata con fogliette stilizzate, elemento che sembra un residuo di tradizione micenea, e che si riscontra nei templi di Pesto, colonia achea.

Altri templi arcaici sono i seguenti: il primitivo Apollónion di Cirene, la Basilica di Pesto, con la divisione della cella in due navate e con nove colonne su ciascun lato breve, il tempio di Apollo a Corinto, il tempio C di Selinunte, l'Apollónion di Thérmos, lo Hekatómpedon primitivo dell'acropoli di Atene, il tempio di Garítsa a Corfù, l'Artemísion (?) e l'Olimpieĩon di Siracusa, il tempio dell'acropoli di Taranto, le Tavole Palatine e la Chiesa di Sansone a Metaponto, lo Heraĩon di Crotone, lo Herakleĩon di Girgenti, il tempio D e parte del tempio G o Apollónion di Selinunte, il quale ultimo, assai ampio (m. 50 per m. 110,33), è uno pseudodittero. Si aggiungano il tempio di Apollo a Delfi, innalzato dagli Alcmeonidi tra il 538 e il 515 a. C., di cui ben poco conosciamo, perché fu ricostruito nel sec. IV a. C. Sempre allo stesso sec. VI appartengono lo Hekatómpedon dell'acropoli di Atene, ampliato dai Pisistratidi e trasformato in un tempio perittero, esastilo, con dodici colonne nei lati lunghi; il tempio di Asso nella Troade, in cui la cella, per la presenza del vestibolo e per l'assenza dell'opistodomo, ricorda il mégaron preellenico, e in cui le colanne sono distanziate tra loro, mentre l'epistilio è adorno di un fregio figurato (zoofóros), elemento di stile ionico in un edifizio di stile dorico; il tempio detto di Cerere a Pesto, sempre coi capitelli di tipo acheo.

Ormai del secolo V a. C. è il tempio di Afaia in Egina (m. 31 per metri 15,50), esastilo, con dodici colonne per ciascun lato maggiore, con pronao, naós, opistodomo, e col naós diviso in tre navate. Questo tempio precorre quelli del più maturo arcaismo, di cui tipici sono i templi di Zeus in Olimpia, di Poseidone a Pesto, di Zeus in Agrigento; si aggiungono, come templi insigni, l'Athenaĩon di Siracusa e il tempio E o Heraĩon di Selinunte. Il tempio di Zeus in Olimpia, inaugurato nell'olimpiade 81 (456 a. C.), elevantesi su alto crepidoma (m. 64,10 per m. 27,66), era perittero, esastilo, con 13 colonne per ciascun lato lungo, aveva pronao, naós diviso in tre navate da due colonnati a due piani, opistodomo; come architetto ne è menzionato l'eleo Libone. Consimile al tempio di Zeus in Olimpia è il Poseidónion di Pesto, a noi pervenuto in buono stato di conservazione per quanto concerne i colonnati; solo le proporzioni del tempio di Pesto sono minori (m. 58 per m. 22); ivi è notevole il rapporto tra la distanza tra colonna e colonna e il diametro della colonna stessa, che è uguale al rapporto tra la lunghezza delle metope e quella dei triglifi: cioè da 3 a 2. Grandioso era il tempio di Zeus ad Agrigento, iniziato dopo la battaglia d'Imera (480 a. C.), e non mai condotto a termine. Lungo m. 120,87 e largo m. 55,10, era pseudodittero con 7 semicolonne nei lati brevi, 14 nei lati lunghi, costituite non di grandi tamburi, ma di piccole pietre, data la natura friabile del materiale, che era calcare; le semicolonne erano provviste di base e negl'intercolunnî, su alti listelli, poggiavano telamoni giganteschi (m. 7,735).

Il culmine dell'ordine dorico è raggiunto dal Partenone. Questo edifizio, insigne decoro dell'acropoli di Atene, ebbe come architetti Ictino e Callicrate, ma è verosimile che Fidia, a cui si devono la decorazione plastica dell'edifizio e la statua della Parthénos che vi era contenuta, soprintendesse alla costruzione. Iniziato nel 448 a. C., quasi del tutto costruito nel 438, anno dell'inaugurazione della Parthénos, fu finito quasi alla vigilia della guerra del Peloponneso. Lungo quasi m. 70, largo quasi m. 31, è ottastilo, amfiprostilo, con pronao ed opistodomo, preceduti ciascuno da un portico di sei colonne, con l'interno distinto in naós o hekatómpedon (100 piedi = metri 32,84), suddiviso in tre navate, e in parthenón propriamente detto, sostenuto da quattro colonne. Non rigidezza di linee propriamente rette, ma lievissime curve nei gradini e nell'architrave avvivavano l'insieme dell'edifizio. Un elemento ionico è dato dal fregio figurato attorno alla cella.

Purezza di linee è pure nel cosiddetto Theseĩon in Atene, forse tempio di Efesto: si aggiungano, per il sec. V a. C., il Poseidónion di Capo Sunio, il tempio di Nemesi a Ramnunte, lo Heraĩon di Argo nella ricostruzione di Eupolemo, il tempio detto della Concordia ad Agrigento, il tempio di Segesta, non finito, con le colonne non ancora scanalate.

L'ordine ionico ebbe il suo maggiore sviluppo nell'Asia Minore e nelle isole adiacenti, ove sorsero, nella seconda metà del sec. VI a. C., tre templi famosi. Il primo, l'Artemisio di Efeso, innalzato al posto di due templi molto più piccoli, era opera di Chersifrone cretese e del suo figlio Metagene: era un tempio ottastilo con venti colonne in ciascuno dei lati maggiori; il fusto della colonna, su una base a due gole e grosso cuscino, era, nella parte inferiore, rivestito di un rilievo figurato (columna caelata). Resti dell'edifizio sono stati ricuperati sotto i residui dell'edifizio posteriore innalzato nel 356 a. C. Dell'antico tempio di Apollo Filesio o Didimeo presso Mileto, distrutto dai Persiani nel 494, scarsi fmmmenti sono stati ricuperati; solo si sa che era dittero. Il terzo tempio era lo Heraĩon di Samo, dovuto nella sua prima costruzione a Reco e a Teodoro di Samo; i residui fino a noi pervenuti sono della costruzione posteriore, risalente agli ultimi anni del sec. VI: era un edifizio ampio (largo m. 52,41 = 100 cubiti egizî); nei lati brevi era una triplice fila di colonne, mentre una fila duplice era nei lati lunghi (24 colonne per fila): la cella era senza opistodomo e preceduta da un profondo pronao, diviso in tre navate da due file di cinque colonne ciascuna. Caratteri egizî di grandiosità erano nelle colonne e nelle vie di accesso fiancheggiate da statue bestiali e umane, e caratteri desunti dal mondo miceneo nella forma della cella.

Nella seconda metà del sec. V a. C. si ha invece l'apparizione dell'ordine ionico di varietà attica, con due elegantissimi edifizî dell'acropoli di Atene, cioè il tempietto di Atena Níke (tetrastilo, amfiprostilo), progettato da Callicrate, e con l'Eretteo (prostilo, esastilo, con tre ambienti nella cella, con il porticato a nord, con la tribuna delle cariatidi a sud), opera di Filocle, eseguita durante la guerra del Peloponneso.

In Atene, nella seconda metà del sec. V a. C., appare l'introduzione di elementi ionici in edifizî dorici; così nel Partenone, oltre il fregio o zoofóros tutt'attorno la cella, vi erano le quattro colonne dell'ambiente detto il parthenón, le quali erano di ordine ionico. Così colonne ioniche erano nei propilei dell'acropoli. Ma l'unione dei due ordini dorico e ionico è appariscente in un tempio del Peloponneso, cioè nel tempio di Apollo Epicurio a Basse, opera di Ictino, costruito negli ultimi decennî del sec. V a. C.: era un edifizio perittero, esastilo, con 15 colonne doriche per ciascun lato lungo; il tempio era ipetrale, cioè in parte scoperto; da questo spazio scoperto sporgevano, da ciascuna parte, cinque pilastri formati di mezze colonne ioniche, di sagoma tuttavia forte, energica, e su cui correva un fregio continuo a rilievo. Nel tempio di Basse compare per la prima volta un altro tipo di capitello, il corinzio.

È appunto nella seconda metà del sec. V che si sviluppa questo capitello corinzio, derivazione dello ionico. Sotto le volute ioniche si espandono infatti rigogliosi i ciuffi di acanto; le volute si assottigliano, s'impiccoliscono, mentre sempre più rigogliosi sono questi ciuffi di foglie disposti a due file sovrapposte. L'origine leggendaria del capitello corinzio, che sarebbe stato ispirato dalla vista di un canestro collocato sulla tomba di una fanciulla corinzia e attorno a cui si sarebbe sviluppata, con i suoi fogliami distribuiti regolarmente, una pianta di acanto, è presso Vitruvio (De Architectura, IV,1, 10), il quale menziona anche l'artista che avrebbe introdottto tale capitello nell'architettura, cioè Callimaco l'artifizioso (katatexítechnos). In realtà, e specialmente nelle ornamentazioni di stele funebri, durante il sec. V acquista importanza l'ornato a foglie di acanto, il quale, come elemento architettonico, appare timidamente negli ultimi decennî del secolo stesso, quando era attivo Callimaco, che eseguì la lucerna aurea per l'Eretteo. Ma il pieno sviluppo del capitello corinzio è solo nel sec. IV, con la thólos o edifizio rotondo, eseguito nella prima metà del medesimo secolo per il santuario di Asclepio in Epidauro da Policleto il Giovane.

Nel sec. IV meno numerosi sono i templi che nel secolo precedente. Innalzato tra il 380 e il 375 fu l'Asclepeio di Epidauro, opera di Teodoto, di ordine dorico, perittero, esastilo, con undici colonne in ciascuno dei lati maggiori, con la cella composta di pronao e di naós; dopo il 395 fu costruito, per opera di Scopa di Paro, il tempio di Atena Alea a Tegea, di marmo, perittero, esastilo, con colonne doriche nello ptéroma, ioniche nella cella, corinzie dinnanzi al pronao e all'opistodomo. Dopo, l'ordine dorico si atrofizza: l'echino del capitello s'irrigidisce in un arido elemento architettonico di passaggio, a linee diritte.

Prevale l'ordine ionico: ionico è il tempio di Atena Poliade a Priene, perittero, esastilo, con 11 colonne nei lati lunghi; vi si nota l'assenza del zoofóros. Si ricostruiscono l'Artemisio di Efeso e il Didimeo presso Mileto. Chirocrate e Dinocrate furono gli architetti dell'Artemisio, dittero, ottastilo, con trentasei colonne, alte m. 18, adorne, come nel vecchio Artemisio, di rilievi (columnae caelatae). Sotto la guida di Peonio di Efeso e di Dafni di Mileto fu iniziata circa il 330 a. C. la ricostruzione del colossale Didimeo di m. 132 per 73: era esso dittero, decastilo, con dodici colonne nel pronao, e con un cortile scoperto (tempio ipetrale), carattere ehe doveva essere pure nel più antico Didimeo, a imitazione deì santuarî egizî. L'edifizio non fu finito e restò, come dice Strabone (XIV, 634), senza tetto.

L'architetto Ermogene, verso la fine del sec. III, riunì elementi della varietà attica dell'ordine ionico con elementi della varietà asiatica; così si giunse all'ultima espressione dell'architettura ionica: gli edifizî tipici di Ermogene furono il tempio di Artemide Leucofriene a Magnesia (220-206 a. C.), il tempio di Dioniso a Teo, quello di Zeus Sosipoli a Magnesia. I.'ordine dorico è rappresentato nell'età ellenistica dall'Athenaïon di Pergamo e dal tempio dei misteri di Samotracia (circa 260 a. C.), con doppio portico frontale di 6 colonne, con la cella divisa in tre navate e finiente con un'abside rialzata e con una cripta, che sembrano precorrere la basilica cristiana. L'ordine corinzio è rappresentato dal grandioso tempio di Zeus Olimpico in Atene, eseguito per incarico di Antioco Epifane, re di Siria, da Cossuzio, ma finito solo sotto Adriano.

In età ellenistica appariscono capitelli di varie forme: di tipo arcaico o eolico, con corone di foglie ricadenti all'infuori ad Ege di Macedonia; il capitello a palma del portico di Atena a Pergamo; il capitello a semplice corona ad ovoli del buleuterio di Mileto; il capitello corinzio con busti a rilievo tra le volute del tempio dorico-corinzio di Pesto; il capitello a ricchi racemi e viticci con protomi taurine alate del propileo di Eleusi, ecc.

Più raro di quello di forma rettangolare è l'edifizio sacro circolare, cioè la thólos, la quale risale alla forma della capanna primitiva. Veramente le thóloi erano nell'età arcaica edifizî destinati ad agoni musicali, sempre tuttavia in ambiente sacro: così era la skiás innalzata a Sparta da Teodoro di Samo nel secolo VI, e così fu posteriormente l'ōideīon pericleo ad Atene. Pei primordî del sec. VI una thólos ci è attestata dai residui di edifizî sotto il tesoro già supposto di Sicione a Delfi: si tratta di un edificio con ptéroma e con trabeazione dorica. Ma bisogna scendere a età più inoltrata per imbatterci in una thólos di grande importanza, quella già ricordata di Epidauro: anche qui lo ptéroma esterno è dorico, con 26 colonne, mentre nell'interno era un colonnato di 14 colonne corinzie. Segue la thólos di Olimpia, che Filippo fece costruire dopo la battaglia di Cheronea (338 a. C.); qui lo ptéroma esterno era ionico a 18 colonne, mentre nell'interno si innalzavano 9 mezze colonne corinzie su alti zoccoli.

In età ellenistica il tipo di edifizio rotondo ci è noto specialmente dall'Arsinoeĩon di Samotracia (anteriore al 281 a. C.); era diviso in due piani, l'inferiore costituito da una muraglia, il superiore con 44 pilastri, per mezzo dei quali si venivano a costituire delle nicchie; ai pilastri esterni corrispondevano internamente mezze colonne corinzie. Il tipo dell'edifizio ricorda i mausolei imperiali romani dì Augusto e di Adriano. Ellenistico è anche il grazioso tempietto della Sibilla a Tivoli, con ptéroma in origine a 18 colonne corinzie.

La thólos di Olimpia era come un ex-voto solenne; monumenti votivi circolari erano infatti già in uso nel sec. IV. Così può essere addotto il monumento di Lisicrate (334 a. C.) in Atene che, collocato nelle vicinanze del recinto sacro a Dioniso, doveva sostenere un tripode sacro al dio: su un alto basamento rettangolare si erge il colonnato corinzio chiuso; nel capitello alla corona di foglie di acanto è sostituita una corona di foglie di canne palustri; vi è nella trabeazione il zoofóros, e sul tetto convesso s'innalzava, al disopra di un sostegno, il tripode. A questo tipo di costruzione si ricollega il tipo del trofeo, che poi passa ai Romani, di pianta circolare e con colonnati esterni, come nel trofeo di Efeso e in quello presso Magnesia.

Dinnanzi ai templi erano gli altari, cioè costruzioni allungate a forma di grande parallelepipedo, su cui si compivano i sacrifizî. Naturalmente questi altari erano rivestiti di ornamentazioni, come p. es., l'altare di Posidone presso Didime (sec. VI a. C.), che aveva superiormente una grossa orlatura a perle e a ovoli, con un listello al disopra finiente agli angoli in possenti volute con palmette. Al sec. VI risale la prima costruzione del grande altare di Apollo a Cirene, che nel sec. IV fu magnificamente rivestito di marmi. In età ellenistica l'altare costituisce una costruzione a sé; l'esempio più insigne è l'altare di Zeus Sotér e di Atena Nikefóros, sull'acropoli di Pergamo, innalzato da Eumene II tra il 183 e il 174 a. C. Di proporzioni grandiose (m. 37,70 per m. 34,60; alt. m. 10), l'altare di Pergamo poggiava su un crepidoma di tre gradini; vi era un alto zoccolo, adorno di un lungo rilievo rappresentante la gigantomachia, ed esso si apriva a ovest in un'ampia scalea, che conduceva al piano, nel cui mezzo era l'altare vero e proprio; sopra lo zoccolo era tutto all'ingiro un duplice colonnato ionico. L'altare di Gerone II a Siracusa, costruito nel sec. III, è un basamento di m. 198 di lunghezza per 24 di larghezza.

Mentre negli edifizî sacri arcaici si faceva largo uso di pietre rudi locali (póros per l'Attica) e di rivestimenti di terracotta, a poco a poco durante il sec. VI, tranne che nella Magna Grecia e in Sicilia, va sostituendosi il marmo. Un carattere saliente nell'architettura sacra in specie, ma in generale in tutta l'architettura greca, è la policromia; violenta, sfacciata. con la prevalenza del rosso e dell'azzurro, nei monumenti arcaici, e con decorazioni floreali o vegetali nelle terrecotte e poi nei membri architettonici che sostituiscono le terrecotte, più pacata nelle costruzioni posteriori al sec. VI a. C.

Nell'architettura sacra rientra in certo qual modo anche la tomba, data la credenza presso i Greci dell'eroizzazione del defunto, e il conseguente culto dei morti.

Già nell'età omerica cioè nel cosiddetto medioevo ellenico, s'innalzavano ai defunti dei tumuli; così in Olimpia la tomba di Pelope era un tumulo con alberi, circondato da un recinto di mura. Il tumulo si mantenne in età inoltrata; nella pianura di Maratona era il tumulo dei 192 Ateniesi caduti nella celebre battaglia; anzi questi tumuli, presso cui si ergeva di solito una statua leonina, erano peculiari nei campi di battaglia (Platea, Cheronea). Così la tomba cumulativa diventava un heróon. E un herdón era il recinto funerario di Trisa (Ǧölbaşï) nella Licia, della fine del sec. V a. C., recinto rettangolare, con le muraglie adorne di rilievi e con sarcofaghi nel mezzo. Era in realtà il mantenimento di una tradizione micenea: si ricordi infatti il recinto funerario circolare dell'acropoli di Micene. Naturalmente in età ellenistica tutto questo acquistò carattere sempre più lussuoso; così l'herbón di Antigono Gonata presso Cnido era un grande recinto, che, oltre alle tombe e all'altare, conteneva uno stadio, porticati e terme. Ma si hanno tombe con forme più vicine ai templi, e ciò appare nell'Asia Minore. Dapprima è il monumento delle Nereidi di Xanto nella Licia, forse della fine del sec. V a. C.: un'alta base rettangolare adorna di rilievi, che era la vera tomba; al disopra un tempietto ionico per il culto, perittero, tetrastilo. È la forma di edifizio sepolcrale che raggiunge la sua più alta espressione nel mausoleo di Alicarnasso, cioè nella tomba di Mausolo (morto nel 353 a. C.), re di Caria e di sua moglie Artemisia, opera, per quanto riguarda l'architettura, di Satiro e di Piteo o Pitide. La ricostruzione grafica dell'edifizio, ora del tutto distrutto, è tuttora oggetto di dibattito; tuttavia nelle linee generali è certo che si trattava di una costruzione composta di tre parti: la parte inferiore, a grande basamento rettangolare di circa m. 66 per m. 77,50, racchiudente la tomba regia; la parte mediana, costituita di una cella circondata da un porticato di 36 colonne ioniche; la parte superiore, a forma di piramide a gradini sostenente una quadriga. Tutto doveva misurare circa 46 metri di altezza.

Possono infine rientrare nell'architettura sacra due tipi di costruzione: lo stadio e il teatro. E invero sia l'uno sia l'altro devono la loro origine al culto verso la divinità, e possono considerarsi come succedanei delle costruzioni a gradinate, con spazio riservato a gare ginnastiche e forse anche a cerimonie, che sono sul limite dei palazzi principeschi di età minoica di Cnosso e di Festo.

Nello stadio da forme antiche rettangolari si pervenne a forme allungate, con semicerchio in fondo (sfcndóne), all'estremità opposta della linea di partenza per la corsa (áfesis). Assai più dello stadio di Olimpia ci è noto quello di Delfi, ben conservato, risalente nelle parti più antiche al sec. V.

Maggiore importanza dal punto di vista architettonico ha il teatro le cui prime notizie sono del sec. VI.

Il primo teatro di pietra fu quello di Dioniso in Atene, in cui si possono seguire tutte le trasformazioni successive dal secolo V a. C. sino ai tardi tempi imperiali. Al sec. V può riportarsi il bel teatro di Siracusa, adagiato sulle pendici del Colle Temenite: esso è assai più grande dell'ateniese, misurando metri 138,60 di diametro; aveva 59 ordini di sedili (báthra) divisi orizzontalmente da un corridoio (diázoma) e verticalmente da dieci scalette, sì da formare nove cunei (kerkídes). Altri teatri greci di Sicilia sono quelli di Segesta, di Tindari, di Palazzolo Acreide, di Catania, di Taormina. Ritornando in Grecia, si deve menzionare, come tuttora appartenente al secolo V a. C., il teatro di Torico di forma assai irregolare, allungata. Alla prima metà del secolo IV risale il teatro di Epidauro, opera, come la thólos di Epidauro stessa, di Policleto il Giovane, e già nell'antichità (Pausania, II, 27, 5) ritenuto come il teatro più bello e più armonico. Egregiamente conservato, il teatro di Epidauro ha un'ampia cavea a gradinate che supera il semicerchio; essa cavea è divisa in due zone: la superiore con 22 settori, l'inferiore con 12; l'orchestra è un cerchio perfetto del diametro di 20 m., e il proscenio è dato da un lungo porticato con pilastri provvisti di mezze colonne ioniche e con paraskénia sporgenti; accanto alle párodoi erano corte rampe conducenti al proscenio. Quasi contemporaneo al bel teatro di Epidauro è quello di Megalopoli, città arcadica fondata nel 371 a. C.; questo teatro era dinnanzi al cosiddetto Thersílion. Discendendo al secolo III, primeggiano, tra le varie costruzioni teatrali, quelle di Priene e di Delo. Nel teatro di Priene la cavea ha quasi la forma di una mezza ellissi con 5 settori; la scena (300 a. C.) è a colonnato, su cui fu elevato in tardi tempi ellenistici un secondo piano. Singolare è la scena del teatro di Delo a forma di sala, con tre porte nella fronte e una nel lato posteriore: questa sala è tutta circondata da un porticato. Al sec. III risale nelle parti più antiche il teatro di Pergamo, che si appoggia all'acropoli e che ha la cavea assai erta; solo nel tardo ellenismo, e cioè nel sec. I a. C., fu innalzata una scena di pietra. Pure al sec. III appartiene, nelle sue parti più vetuste, il teatro di Efeso, grande costruzione in cui prendevano posto circa 25.000 spettatori; anche qui la scena è del tardo ellenismo, cioè del sec. I a. C.; ha cinque aperture e si addimostra, accanto alla scena del teatro di Priene, come una forma precorritrice della scaenae frons del teatro romano. Una vera scaenae frons romana a due piani fu innalzata nel teatro di Efeso nel sec. I d. C., ed ebbe ampliamenti con l'aggiunta di un terzo piano al principio del sec. III d. C. Il teatro di Termesso e quello di Aspendo in Asia Minore sono altri insigni esempî di tardo teatro greco con la scena rialzata. Così negli ultimi tempi ellenistici il teatro greco si avvicina a quello romano.

Edifizî pubblici per riunioni sono a noi pervenuti. Nel buleuterio di Olimpia abbiamo uno dei primi esempî di tali edifizî. Ivi dapprima, nel sec. VI a. C., fu innalzato un ambiente a due navate, con una fila cioè di colonne doriche nell'interno (e in ciò appare il carattere arcaico dell'edifizio), e un'abside circolare: è il tipo di costruzione che deriva da costruzioni preelleniche note a noi dagli scavi di Drachmani in Tessaglia, di Thérmos nell'Etolia e anche di Olimpia. Posteriormente, nel sec. V, fu innalzata una seconda costruzione simile, in mezzo si costruì un ambiente rettangolare e le tre parti dell'edifizio furono riunite da un porticato ionico. Luogo di riunione, ma di carattere sacro, fu il Telestérion di Eleusi, costruito sotto il governo di Pericle su piano di Ictino, ed eseguito da Corebo, Metagene, e Xenocle, piano che ingrandiva il Telestérion di Pisistrato: era un edificio quasi quadrato di ordine dorico a due piani; nel piano inferiore correvano otto gradini per sedere e il soffitto era sostenuto da 42 colonne in sette file; a sud-est, alla fine del sec. IV, l'architetto Filone aggiunse un portico dodecastilo.

A tale tipo di costruzione si ricollega il Thersílion di Megalopoli (dopo il 371 a. C.), grande sala rettangolare per le adunanze dei rappresentanti della comunità arcadica; le colonne dell'interno erano disposte a raggiera, sì da non impedire che gli sguardi di tutti i convenuti si concentrassero nel mezzo; il porticato che precedeva il Thersílion serviva nel tempo stesso di scena al teatro contiguo. Derivazioni del medesimo tipo di costruzione sono i buleuterî di Priene e di Mileto; quello (del sec. III a. C.) è una sala quasi quadrata a gradinate, questo (circa del 170 a. C.), preceduto da un cortile con porticato dorico e da un propileo corinzio, è un salone che contiene una cavea di teatro, dimostrandosi in tal modo come un tipo architettonico precursore dei nostri moderni teatri. Si aggiunga la sala ipostila di Delo (ultimi tempi del sec. III a. C.), luogo di riunione dei mercanti, costruzione precorritrice delle nostre borse di commercio: è un grande rettangolo (m. 56 per m. 34) con la facciata, come nel buleuterio di Mileto, in uno dei lati maggiori; nell'interno è una duplice cerchia o perístasis di colonne (doriche nella cerchia più ampia, ioniche in quella minore) e nel rettangolo mediano è una fila di due coppie di colonne. Questa sala ipostila si riconnette a modelli egizî antichissimi, e appare come la forma primigenia da cui si sviluppò la basilica romana di tipo orientale, cioè con l'ingresso in uno dei lati lunghi (a es. la basilica Giulia). Invece dall'edifizio di Tera, allungato, con una fila di colonne nel mezzo e con l'ingresso in uno dei lati brevi, si sviluppa la basilica romana del tipo di quella di Pompei.

Altri edifizî civili sono le biblioteche, i ginnasî, i mercati, gli alberghi. Per le biblioteche è da addurre quella di Pergamo sovrastante la terrazza del santuario di Atena Poliade; era costituita da quattro ambienti, di cui uno più vasto degli altri, collocati in fila lungo un porticato. Il ginnasio presso i Greci si componeva di due parti, cioè del recinto per gli esercizî ginnastici e delle stanze per gl'insegnamenti teoretici. E invero il ginnasio del santuario di Olimpia, quello del santuario di Epidauro, quelli di Priene, di Mileto, di Asso, di Eretria corrispondono a tale tipo di costruzione: un cortile rettangolare circondato da un colonnato e con un ingresso talora a propileo (Olimpia, Epidauro, Mileto), e varî ambienti o tutto all'intorno (es. Epidauro) o su due lati (es. Priene ed Eretria) o su un lato solo (es. Mileto).

Di mercati si hanno quelli di Priene, di Pergamo e di Magnesia, vere piazze ad angoli retti, circondate da porticati e da ambienti (botteghe e magazzini); il mercato di Magnesia era circondato da un doppio porticato. Si ricollegano ai mercati i cosiddetti macella, di cui l'esempio più perspicuo ci è conservato in Pompei: con un cortile tutto chiuso, che ha nel mezzo un edifizio rotondo o thólos. Ornamenti dei mercati erano gli orologi ad acqua e a sole, indicatori anche della direzione del vento: ci è pervenuta la cosiddetta Torre dei venti in Atene, dedicata sull'inizio del sec. I a. C. da Andronico Cirreste Sirio; è un piccolo edifizio ottagonale, con la rappresentazione a rilievo di otto venti.

Due alberghi si possono menzionare, esistenti presso due grandi santuarî della Grecia: il Leonidaĩon presso il recinto sacro di Olimpia (2ª metà del sec. IV a. C.), e l'albergo annesso al santuario di Epidauro (sec. IV-III a. C.). Erano costruzioni quadrate con varie suddivisioni: nel Leonidaĩon un ampio cortile centrale circondato da varî ambienti, nell'edifizio di Epidauro quattro quadrati minori, ognuno composto d'un cortile centrale e ambienti all'ingiro.

Ingresso a santuarî e a piazze è il propileo. Anche qui si ha derivazione dall'architettura cretese-micenea, ché propilei veri e proprî si possono constatare sia nel palazzo cretese (es. i propilei al disopra della scalinata occidentale nel palazzo di Festo), sia nel palazzo acheo (es. il propileo d'ingresso e il propileo dinnanzi al cortile del mégaron, nel palazzo di Tirinto). L'esempio più insigne di tale tipo di costruzione si ha nei propilei dell'acropoli di Atene, innalzati tra il 437 e il 432 dall'architetto Mnesicle.

D'ordine dorico, ma con elementi ionici inseriti, i Propilei ateniesi constano di un corpo centrale con vestibolo, verso il piano dell'acropoli, a colonne doriche, sormontate da un triglifo e da un frontone, e con una facciata pure di tipo dorico, esastila, verso il pendio dell'acropoli; questo corpo centrale, attraverso cui passava la via sacra, è diviso in tre navate da due file di tre colonne ioniche ciascuna; ai lati del corpo centrale verso il pendio dell'acropoli sono due aule: quella a sinistra, maggiore, era la Pinacoteca. Più ampio era il piano primitivo di Mnesicle, perché doveva comprendere due vasti ambienti sul piano dell'acropoli ai lati del corpo centrale; ma tale piano non fu compiuto, forse perché urtò contro ragioni d'indole religiosa, invadendo spazî destinati al culto.

Oltre ai propilei, il cui uso constatiamo essenzialmente in età ellenistica come ingresso a piazze, abbiamo i porticati, che, precisamente in questa età ellenistica, circondano le piazze stesse. Si veda, p. es., il cortile che precede il buleuterio di Mileto, il quale è circondato da un porticato dorico, ed è provvisto di un grande propileo tetrastilo corinzio; il cortile conteneva un heróon riccamente adorno. Di questi porticati, ricingenti piazze o recinti sacri o spazî a terrazze, sono notevoli quelli di Priene, di Efeso, di Pergamo, di Ege.

A Priene, è il doppio porticato del lato settentrionale del mercato, a colonne doriche esternamente, ioniche internamente. Ad Efeso il porticato dinanzi all'Oideĩon, a colonne ioniche, da cui, superiormente alle volute, sporgono teste taurine, motivo desunto dalla Persia. A Pergamo è il porticato ricingente due lati della terrazza del tempio di Atena, e dovuto forse ad Eumene II (197-159 a. C.); in questo porticato è seguito il tipo introdotto dall'architetto Sostrato di Cnido, il costruttore del Faro di Alessandria, del porticato a due piani: qui nel piano inferiore è l'ordine dorico, nel superiore lo ionico, tale unione si vede poi seguita usualmente nell'architettura romana. Internamente, al porticato dorico corrisponde una fila di sottili colonne a capitello palmiforme; notevole è la balaustrata del piano superiore, ove a finissimo rilievo sono espresse panoplie. Infine ad Ege si ha un porticato a tre piani: i due piani inferiori, chiusi, servivano da magazzini, il superiore è un ampio duplice porticato.

Si costruirono nell'ellenismo anche porticati a sé, per riparo di mercanti e per passeggio. Così si ha in Olimpia, a sud del buleuterio, un porticato doppio; così si hanno in Atene i porticati, pure doppî, di Eumene II sul fianco meridionale dell'Acropoli, e di Attalo II nell'agorà; in quest'ultimo si osservano i due piani, come nel porticato di Eumene II a Pergamo, dorico l'inferiore, ionico il superiore. Di carattere sacro è il Portico dei tori a Delo: lungo m. 125, preceduto da un vestibolo tetrastilo dorico, è diviso in due ambienti: il primo, assai lungo, era illuminato da dodici finestre, il secondo conteneva la base di un altare; nella divisione tra i due ambienti erano quattro mezze colonne doriche: le due centrali di queste si appoggiavano a due pilastri col capitello a forma di protomi taurine.

Forse in questa costruzione era conservata la nave ammiraglia di Demetrio Poliorcete, dedicata da Tolomeo I dopo la vittoria decisiva riportata su di lui nel 288 a. C.

Opere pubbliche erano anche le fonti, e perciò gli acquedotti. Il primo esempio di lavori d'idraulica si ha nella seconda metà del sec. VII, con la fontana fatta costruire dal tiranno Teagene a Megara, e che era chiamata lo Hekatónstylos ("dalle cento colonne"); parte dell'acquedotto e resti del serbatoio sono stati rinvenuti. Di Megara era Eupalino, il quale ebbe l'incarico dal tiranno Policrate di Samo di forare per la lunghezza di circa un miglio un monte, a fine di condurre le acque potabili a Samo; la galleria, mirabile per il tempo in cui fu eseguita (Policrate morì nel 522 a. C.), è stata identificata, come è stato scoperto il serbatoio delle acque. Così i Pisistratidi in età contemporanea a Policrate fecero costruire ad Atene l'Enneakrounós (fonte dalle nove bocche) per contenervi l'acqua della Callirroe. Certo l'Enneakrounós deve avere esercitato il suo influsso sulle fontane che in seguito si eressero in varie città greche; tale influsso è facile avvertire nella bella fontana di Ialiso (Rodi), che era preceduta, come l'Enneakrounós, da un portico; qui il portico era dorico con sei colonne. La fontana di Ialiso è forse del sec. IV a. C., posteriore è quella di Figalia, edifizio tetrastilo di ordine dorico; ancora posteriore è la fontana a forma di ambiente con quattro colonne, disposte a coppie, nell'agorà di Magnesia.

Nelle cinte di mura, dopo le muraglie a grandi massi non squadrati, chiamate ciclopiche (Pausania, II, 25, 8), dell'età micenea e di cui l'esempio migliore ci è dato dal castello di Tirinto, dopo le mura di carattere meno rude a massi squadrati di Micene e di Hissarlik (sesto strato), abbiamo, anche in età relativamente tarda esempî di mura di carattere primitivo; così nelle fortezze di Katsínkri nell'Argolide, di Mitilene e di Ereso nell'isola di Lesbo; anzi ancor più primitivo pei rudi massi accatastati gli uni sugli altri, mentre pezzi minori di riempimento e di rincalzo sono negl'interstizî, si presenta, nella stessa isola di Lesbo il muro di Arisba. Muro irregolare a massi allungati è quello di Paro; nella cinta di mura di Megara Iblea, distrutta dai Siracusani circa il 482 a. C., si ha un paramento esterno a blocchi regolari disposti a file e insieme strettamente connessi. Così regolari sono le mura di Caulonia, forse della fine del sec. VII, costruite col metodo a sacco, tra due paramenti di ciottoli disposti accuratamente e rafforzati agli angoli da massi di arenaria riconnessi con grande cura. Accuratissima è poi la cinta di mura di Pesto, oramai isodoma. Talvolta nelle mura si usò il mattone, come in quelle che Pericle fece costruire da Callicrate perché unissero Atene al Pireo.

Le mura costituiscono con le loro torri il valido sostegno delle città; ma, talora, sistemi più complicati di difesa si osservano innestati in queste mura. La fortificazione più grandiosa e più complessa è senza dubbio il castello Eurialo costruito da Dionisio di Siracusa tra il 402 e il 397. Vi si avvertono tre profondi fossati che costituiscono l'opera avanzata di tutto il sistema difensivo; al di là del terzo fossato s'innalza un bastione formidabile con cinque torri a forma di trapezio, a cui si collegavano con gomiti e rientranze le mura della città; una rete complicata di gallerie serviva per inviare rinforzi o per regolare la ritirata.

Dentro le mura le città: un piano regolatore per le città fu introdotto, ai tempi di Pericle, da Ippodamo di Mileto; così col nuovo sistema a scacchiera furono condotti i piani delle città del Pireo e di Turî. Tale regolarità, in cui predomina assoluta la linea retta, ci appare come esempio perspicuo a Priene, ormai di età ellenistica, con appianamenti del suolo, con mura di sostegno e scale, data la natura del terreno; ma in precedenza si avverte anche a Selinunte, come più tardi a Cnido, a Mileto, e altrove.

Non molto larghe erano le strade anche in età ellenistica; sembra che misura normale fossero 10 braccia (m. 4,44) e non solo per le città di montagna. A Priene le due strade principali misuravano m. 5,60 (il cardine) e m. 7 (il decumano), mentre le altre variavano da m. 3,20 a m. 4,40. Più larghe erano le strade principali di Selinunte (m. 9), e più larga aneora era la strada principale del Pireo (circa m. 15=50 piedi). In età ellenistica abbiamo le seguenti misure per le strade principali: a Magnesia m. 8,20, in Alessandria una strada latitudinale aveva la larghezza di m. 19,85, mentre nulla si sa della larghezza della splendida strada Canopica, longitudinale. Strade lastricate si possono avvertire in abitati greci, dalla città minoica di Gourniá (Creta) sino alla città ellenistica di Pergamo, ma la mancanza di lastrico si avverte in molto maggior misura, e appare in città come Atene, Mileto, Alessandria.

Semplici, a pochi ambienti e di modiche proporzioni, erano le case in Grecia; di esse abbiamo notizia soprattutto in età ellenistica, e specialmente per Priene e per Delo. Per esempio la casa n. 33 in Priene ha un lungo corridoio laterale, che conduce nell'interno in un cortile privo di portici; varî ambienti sono all'intorno; nel lato sud è un'esedra, mentre nel lato nord è un vestibolo (prostás), a due colonne tra due pilastri, che precede la sala maggiore della casa. A Delo appare il tipo di casa provvista di un cortile circondato da portico, cioè con peristilio; di solito un corridoio (thyroreĩon) conduce direttamente nel peristilio, in cui nel lato di fronte si apre la sala maggiore. Nel peristilio si ha la varietà rodia, quando uno dei quattro lati del portico, quello verso mezzogiorno, ha maggiore altezza degli altri tre. La sala prospettante il giardino era chiamata cizicena, corinzia la sala con colonnato, egizio era chiamato il salone con tre navate, di cui la mediana più elevata delle altre due.

Ma non mancano i palazzi, i quali, come è naturale, ebbero maggior sviluppo in età ellenistica. Ci sono ignoti i grandi palazzi greci di Alessandria, di Antiochia, di Siracusa, ma per fortuna gli scavi hanno rimesso alla luce i resti del palazzo regio sull'acropoli di Pergamo: quivi si possono scorgere un nucleo più antico e uno più recente, assai più ampio; in ambedue è il principio del grande peristilio, attorno a cui si aggruppano i varî ambienti, tra i quali, nel nucleo più recente, è l'imponente sala del trono; si aggiungano varî vani per magazzini, per dimora dei domestici, ecc.

Accanto ai palazzi alcune ville, almeno in età ellenistica, tra le quali tipica quella reale di Dafni presso Antiochia di Siria, ricca di parchi e di edifici. Può dare un'idea di tale sontuosità, sebbene in proporzioni minori, la villa del sec. III a. C., trovata a Palatítsa (Macedonia meridionale). In età ellenistica v'era ricchezza di decorazione con materiali di diverse tonalità (pietra, terracotta, legno, metallo).

Nelle città marittime si applicava, come a Rodi (fondata nel 408 a. C.) e ad Alicarnasso, il sistema della città costruita sui declivî di un colle a forma di teatro, con un bacino semicircolare alla base. Talora invece, come in Alessandria, disegnata dall'architetto Dinocrate, si mantiene il solito sistema a reticolato con uno spazio assai vasto in vicinanza del posto riserbato al palazzo regio. Si riconnettevano le costruzioni di queste cittȧ marittime con quelle del porto. Per le opere portuali il primato spettava ad Alessandria, in cui celebri erano l'heptastádion, un argine che univa la città all'isoletta di Faro e che divideva il porto militare dal commerciale, opera di Dexifane, e il Faro (v.), opera di suo figlio Sostrato di Cnido.

Fastosità e grandiosità nell'architettura ellenistica, che culminano nel pazzo progetto o di Stasicrate o di Diocle reggino, di trasfomare la piramide del monte Athos in una statua di Alessandro con una città di diecimila abitanti su una mano.

Il carattere dell'architettura greca è essenzialmente quello della linea retta; la linea curva è in posizione assai subordinata, e perciò l'uso della vòlta si avverte solo in età inoltrata. Alla seconda metà del sec. V a. C. risalgono i primi esempî di costruzione di porte ad arco; tali esempî ci sono forniti dalle cinte murali di città dell'Acarnania; così la porta della strada sacra di Pálairos con arco a pietre cuneiformi saldamente connesse, quella di Paleomanina con l'arco costituito da due grandi lastre aggettanti. Più recente è il Charmýlion di Coo, una camera funeraria con vòlta a botte; un andito con vòlta a botte si può constatare nel Didimeo. Ma più frequenti, come è naturale, sono le vòlte nell'architettura ellenistica. Esempî perspicui sono: la porta del mercato a Priene ad arditissimo arco semicircolare, l'apertura di scarico sotto i propilei di Samotracia, l'aerea vòlta a botte sulla scalinata del Ginnasio di Pergamo, la vòlta a botte nell'apoditerio delle Terme Stabiane di Pompei. E che l'uso della vòlta fosse tutt'altro che raro nell'architettura ellenistica si può desumere anche dalle pitture di paesaggio d'arte ellenistico-romana, con figurazioni di ambiente egizio, ove appaiono con frequenza edifizî con copertura a forma di vòlta a botte.

Scultura. - I primi monumenti di scultura nel bacino dell'Egeo sono offerti da schematici, rudimentali idoli di vario materiale (pietra, terracotta, osso, piombo, ecc.) che si rinvengono in strati antichissimi eneolitici preellenici. Nella serie di questi idoli rientrano quelli, per lo più muliebri e ignudi, della civiltà cicladica, scolpiti nel marmo. Alcuni di essi raggiungono proporzioni abbastanza grandi; così un esemplare di Amorgo misura m. 1,45 d'altezza. Vi è differenza di schematizzazione in questi idoli, perché, se alcuni sono informi, esibendo la piatta sagoma di un violino, altri dimostrano ben distinte le varie parti del corpo nella loro struttura schematica. Forse nella figura muliebre è la rappresentazione di una divinità, simbolo delle eterne forze generatrici della natura.

Nella civiltà cretese-micenea la scultura appare solo in monumenti minuti (piccoli bronzi, maioliche, terracotte) o in applicazione decorativa (rilievi di stucco dipinto). Ma forse mancò ai Cretesi e ai Micenei l'incentivo che ebbero i Greci dell'età classica di riprodurre la figura umana in pietra e in metallo, incentivo dato dalla religione e dall'esercizio della palestra.

Nel Medioevo ellenico è il trionfo esclusivo dell'arte minuta industriale: perciò la grande scultura è assente. Pur tuttavia possiamo, anzi dobbiamo ammettere l'esistenza di una scultura lignea, le cui manifestazioni furono gli xóana, travi o tronchi piallati che dovevano imitare grossolanamente la figura umana con rivestimento di stoffe in funzione di vestiti. Ricordi di questa primitiva scultura lignea, che ci è attestata, nel riguardo di vetusti simulacri in santuarî, dalle fonti letterarie, e specialmente da Pausania, sono avvertibili nelle prime sculture in pietra pervenuteci.

Questi incunabuli della scultura in pietra da noi posseduti non possono risalire più in su della fine del secolo VII a. C. e in essi possiamo avvertire tre tipi distinti: la figura virile, imberbe, ignuda e stante, cioè il tipo del cosiddetto koũros o Apollo arcaico; la figura muliebre vestita e stante, la cosiddetta kór; la figura o maschile o muliebre con abito, seduta. Tutto è legato, schematico, primitivo.

Esempio di kõros assai arcaico è quello di Orcomeno, di duro grigiastro calcare, dalla grossa testa, con le braccia scendenti lungo i fianchi e rigidamente attaccate al corpo. Dopo si possono citare il koũros di Tera, dal volto allungato ed ossuto, quello di Milo, le statue di Cleobi (v.) e Bitone di Polimede (?) argivo, del santuario di Delfi, il cosiddetto Apollo di Tenea. Tre particolari sono espressi costantemente in questi e in altri koũroi, e sono stati creduti di derivazione egizia, facendosi in tal modo dipendere la Grecia, per quanto concerne la scultura, dall'Egitto della filellena dinastia saitica (663-525 a. C.): l'acconciatura della chioma coi due spioventi sulle spalle, che corrisponde all'egizio klaft, la mano con le dita maggiori chiuse e il pollice disteso, la gamba sinistra avanzata invece della destra. E si avvertono differenze in questi koũroi, per i quali dobbiamo presupporre correnti artistiche diverse; così l'Apollo di Tenea, di marmo pario, di forme snelle, dai tratti del volto appuntiti, ha l'arcaico sorriso che vorrebbe esprimere i sentimenti dell'animo, ed ha gli occhi a fior di pelle, che già accennano all'obliquità. Forse nella statua di Tenea abbiamo un prodotto della spirituale arte ionica. Invece i due atleti di Delfi, di scuola argiva, sono tozzi, pesanti, con il volto brutale, dai grossi occhi e dalla bocca senza sorriso.

Per la figura muliebre stante esempî tipici sono la statua dedicata da Nicandra a Delo (v. fig. s. v. artemide), incorporea, simile a una sottile trave piallata, e la statua di Chēramýēs dedicata ad Era (v.) nell'isola di Samo, simile a un tondeggiante tronco d'albero. Mentre nella statua di Delo si ha il prototipo della figura di kórē in peplo dorico, nella statua di Samo è il prototipo ionico, nello schema di sollevare un lembo del vestito con una mano e di tenere nell'altra mano un attributo (fiore, frutto, corona, ecc.).

Per la figura seduta l'esempio più antico potrebbe essere il torso di Eleútherna in Creta, qualora, come è probabile, esso abbia appartenuto a una statua seduta di donna. È di esecuzione grossolana e sommaria; vi si ricollegano i due simulacri calcarei di dea o di sacerdotessa seduta collocati ai termini di un architrave del tempietto A di Prinià (Creta); la scultura cretese primitiva verrebbe documentata ancora da una statuetta calcarea esibente una donna stante con alta cintura sul chitone dorico, già nel museo di Auxerre e ora al museo del Louvre. Tale corrente cretese ha le sue propaggini nel Peloponneso; così si può addurre accanto al torso di Eleútherna la statua di donna seduta da Agiorgítika nell'Arcadia; alla stessa corrente appartengono i due atleti argivi di Delfi e la testa di Era di calcare, grande al doppio del naturale, dalle forme solide e brutali, trovata a Olimpia.

Ora nella tradizione letteraria abbiamo notizia di questa corrente di scultura cretese-peloponnesiaca nei nomi di Dedalo, artista leggendario, la cui personalità è collocata erroneamente accanto a quella di Minosse, e dei Dedalidi che lavoravano nel Peloponneso, cioè Chirisofo, Dipeno e Scilli.

Altra corrente di arte attestataci dalla tradizione letteraria è quella di Chio, per cui sulla base di Plinio (Nat. Hist., XXXVI, 11) si può ricostruire, per così dire, l'albero genealogico: Mela, il figlio Micciade, il nipote Archermo, i cui figli furono Bupalo e Atenide, i quali ultimi fiorirono circa l'ol. 60 (540 a. C.). A questa corrente pare che appartenga la Nıke di Delo (v. fig. s. v. archermo) in cui è il tentativo, tuttora goffo, di rappresentare una figura in forte movimento, e in cui la parte superiore del corpo, di pieno prospetto, è in reciso contrasto con la parte inferiore, di pieno profilo, e in cui ormai le gambe e le braccia si presentano distaccate dal corpo.

Accanto agl'incunabuli della scultura a tutto tondo sono gli incunabuli del rilievo, sia di quello non molto sporgente, come la processione di cavalieri minuscoli su altissimi destrieri e la serie di figure belluine del tempio A di Prinià, sia di quello assai alto, come le stele funerarie di Tanagra, di Dermi e di Citilo. Nel sec. VI si può avvertire con caratteri peculiari la corrente di arte ionico-asiatica.

Varî monumenti possono essere addotti: le statue dei Branchidi seduti sulla via sacra che conduceva al Didimeo, il rilievo di Karakoí presso Mileto, la statua di Aiace di Samo e quella stante di personaggio vestito, pure di Samo, le sculture delle colonne caelatae dell'antico Artemisio di Efeso, i rilievi del tempio di Asso, l'Afrodite di Marsiglia, ora al museo di Lione, la kórē di Clazomene, la testa giovanile da Rodi del Museo di Costantinopoli, il rilievo di Taso con Eracle arciere, i rilievi di Cizico con bighe in corsa. Si aggiunga il monumento delle Arpie, di Xanto in Licia.

I caratteri di questa scultura ionico-asiatica sono dati dalla grossezza e dalla mollezza, al tempo stesso, delle forme e dagli schemi spigliati e agitati nelle figure in movimento. La scarsa e arida tradizione letteraria ci dà i nomi dei due artisti samî, Reco e Teodoro, di Baticle di Magnesia, l'autore del celebre trono di Apollo ad Amicle, vicino a Sparta, di Bione di Mileto. L'esuberanza e rilassatezza della produzione ionico-asiatica diventa precisione, raffinatezza con forme più agili nella scultura ionico-insulare. Questa produzione delle isole lChio, Nasso, Sifno) si può studiare soprattutto a Delfi e ad Atene, ove gli artisti di queste isole lavorarono.

A Delfi si ha, come prodotto arcaico, la Sfinge dedicata dai Nassî nel santuario apollineo: forza muscolare e nervosa è nel mostro dal corpo sfiancato e dall'allungatissimo volto, in cui spiccano gli occhi assai grandi. A Delfi sono pure le allungate metope del tesoro già creduto di Sicione, ed ora attribuito a Siracusa; ma se anche tali metope appartengono al tesoro di Siracusa, vi è nei loro rilievi, che illustrano episodî del mito, la raffinatezza della corrente ionico-insulare, la quale a Delfi ha il monumento tipico, che ne costituisce la più alta e compiuta espressione, cioè il tesoro dei Sifnî: sia col rilievo del zoofóros a scene mitologiche, sia con quelle del timpano, sia con le due kórai in funzione architettonica. Specialmente nel rilievo del zooforos è spigliatezza di mosse, espressione di sentimenti e di caratteri, complessità di composizione.

Ad Atene la corrente insulare, e precisamente chiota, si afferma in alcune delle kórai uscite alla luce sull'Acropoli, e facenti parte della massicciata eseguita sulla collina, già devastata dai Persiani, al ritorno degli Ateniesi dopo le battaglie di Salamina (480 a. C.) e di Platea (479 a. C.).

Tipica è una kóre, recentemente ricostruita, elegantissima nel suo abbigliamento ionico, con le forme snelle della persona, con gli appuntiti tratti del volto, in cui obliqui sono gli occhi amigdaloidi, e in cui è lo stereotipato sorriso convenzionale. Figure consimili, più o meno frammentate, provengono da Delo, dovute forse alla scuola chiota di Bupalo e di Atenide, la cui attività in Delo è accennata da Plinio (N. H., XXXVI, 11). Una delle opere ultime di questa corrente ionica delle isole, anteriore al 480 a. C., è la decorazione a rilievo dell'ingresso del pritaneo di Taso con le figure di Ninfe e di Cariti, di Apollo e di Ermete: vi è la raffinatezza ormai tramutata in leziosaggine, fuorché nella figura di Apollo rappresentata di fronte, che è di arte più vigorosa.

Lo ionismo penetra anche nel Peloponneso, addolcendo la vigoria brutale della corrente cretese-peloponnesiaca; alla prima metà del sec. VI a. C. risale il rilievo, forse votivo, di Chrysáfa (Sparta), assai piatto e recisamente ritagliato sullo sfondo. Vi è un misto di dorismo e di ionismo; ma il dorismo prevale del tutto nelle sculture del frontone di Artemide a Garítsa (Corfù) con la Gorgone spaventevole, di forme massicce. Da Corfù si va più verso occidente, in Sicilia, ove, a Selinunte, abbiamo le due piccole metope di un tempietto molto arcaico (Europa sul Toro, la Sfinge) e le tre metope del tempio C dalle forme umane atticciate, dai volti intontiti. Ma lo ionismo raffinato penetra anche nella Magna Grecia, a cui forse appartiene la imponente, e nel tempo stesso minuziosa, sorridente dea in trono di Berlino. Con questa statua siamo già nel sec. V.

Ad Atene si costituisce, grazie all'illuminata tirannia dei Pisistratidi, un'arte scultoria di grande valore, sicché Atene diventa di quest'arte il centro principale, già a partire dall'inizio del sec. V. Sul tronco dell'arte attica rappresentata dalla scultura in póros (celebre è il cosiddetto Tifone di un frontone dell'antico Hekatómpedon) robusta, violenta, si innesta l'arte insulare ionica; poi esercita i suoi influssi l'arte, essenzialmente bronzista, di Egina. Si hanno la serie delle kórai e le altre sculture dell'acropoli (gigantomachia del nuovo Hekatómpedon, statue maschili), si hanno le stele funebri (es. stele di Aristione, opera di Aristocle, basi a rilievo con scene di giuochi), e le metope del tesoro di Atene a Delfi. La raffinatezza ionica, piena di grazia delicata, si fonde con il vigore dell'antica corrente locale; dal moschoforos e dalla kóre in abito attico si perviene, attraverso la kóre chiota e l'Atena della laminetta bronzea, alla kóre di Antenore prima, alta e solenne, poi a quella dedicata da Eutidico, alla testa dell'efebo biondo, al giovinetto ignudo, ove ormai nel volto il sorriso è cancellato, sostituito da un'espressione di severità quasi sdegnosa. Chiude la serie delle opere arcaiche attiche il gruppo dei muscolosi Tirannicidi, Armodio e Aristogitone, dovuto forse a Crizio e a Nesiote e noto a noi attraverso la copia marmorea del museo di Napoli. Arte attica è anche nell'isola di Eubea: esempio ne è il gruppo di Teseo e di Antiope di Eretria. Già progredita assai nelle opere attiche dell'incipiente sec. V è l'anatomia, più ancora che il trattamento del drappeggio, metallico nella sua durezza. Altri due centri di scultura sono Sicione ed Egina, ove è coltivata di preferenza la scultura in bronzo. In Sicione, e, con Sicione, in Argo fu coltivata essenzialmente la scultura atletica con statue di vincitori nelle gare, specialmente olimpiche. Agelada in Argo, Canaco e suo fratello Aristocle furono i principali scultori.

Di Agelada era assai noto il simulacro di Zeus, che stava in Itome. Di Canaco era celebre il simulacro bronzeo di Apollo Filesio per il santuario di Didime presso Mileto. Un ricordo di quest'opera di Canaco è in un rilievo proveniente da Mileto, ove il dio ha un arco e un cervo nelle mani, e gli echi se ne possono raccogliere in due noti bronzetti, nell'Apollo di Piombino del Louvre e in un bronzetto del British Museum: ampiezza di spalle e di torace, muscolosità di braecia e di gambe; l'Apollo di Canaco sembra quasi concludere la serie dei koũroi e inaugurare l'arte atletica, che raggiungerà il suo culmine con Policleto argivo.

Callone, Onata, Glaucia, Anassagora sono gli artisti principali di Egina, essenzialmente bronzisti; Onata è il più celebre. Ma l'arte di Egina noi conosciamo soprattutto attraverso le statue marmoree che adornavano i due timpani del tempio di Afaia, componendo scene di combattimento fra Greci e Troiani; in mezzo a ciascun frontone campeggiava la figura di Atena. Questi marmi appartengono al decennio tra il 490 e il 480 a. C.: vi è ricchezza di schemi e di motivi, trattandosi di figure in lotta o ferite. Sono figure dal corpo asciutto, non grande, pieno di agilità e di vigore; tuttora, e precisamente nei volti delle statue del frontone occidentale, più legato all'arcaismo, aleggia lo stereotipato sorriso arcaico. Anche qui, come nelle ultime produzioni arcaiche ateniesi, con cui tanto si ricollegano i marmi di Egina, vi è progresso più sentito nel trattamento dell'anatomia rispetto al trattamento del panneggio, che è invece strettamente stilizzato, come bene appare nelle due figure di Atena.

Nel trentennio fra il 480 e il 450 abbiamo un'arte di transizione; dall'arcaismo si passa alla piena emancipazione dal convenzionalismo. In questa età di passaggio, detta anche dell'arcaismo maturo, si ha un carattere imponente, solenne; nei volti si è completamente cancellato il sorriso diventato negli ultimi tempi del periodo precedente lezioso e manierato, e a esso subentra un'espressione seria, mesta o sdegnosa; vi è nella scultura, talora, una nota di spregiudicato realismo.

L'indirizzo ionico, raffinato e gentile, col giuoco delizioso della trasparenza delle vesti, si può riconoscere nel "Trono Ludovisi" coi rilievi rappresentanti la nascita di Afrodite, una casta sposa ammantata, una lasciva etera ignuda. L'indirizzo attico si può riconoscere nel vigoroso torso del Leonida di Sparta, tutto vibrante nella tensione dei muscoli. Si è invece voluta riconoscere la continuità della scuola eginetica in un magnifico bronzo, molto dibattuto, per cui si sono fatti varî nomi, e specialmente quello di Pitagora di Reggio, cioè nel famoso Auriga di Delfi, residuo di un donario siracusano, in cui il trattamento, per così dire tettonico, del vestito a lunghe scanalature, e i caratteri rigidamente irregolari dell'imberbe, forte volto, contrastano col naturalismo dei piedi e del nervoso braccio destro.

L'indirizzo attico pare che si conservasse in Egia, scultore ateniese che fu maestro di Fidia: ma dubbia è la ricostruzione, sui monumenti a noi pervenuti, della personalità artistica di questo scultore, poiché ipotetica è l'attribuzione a lui dell'originale del tipo dell'Apollo Citaredo bronzeo di Pompei e dell'Apollo di Mantova. A Egia si è pensato anche per l'Apollo del Tevere, figura aitante e poderosa, in cui tuttavia nel volto la severità sdegnosa già si attenua in una serenità benigna; ma non è da tacere l'altra ipotesi che riconosce nell'Apollo del Tevere, ormai della fine di questa fase artistica, un'opera di Fidia.

Tre sono gli artisti preminenti in questo trentennio dal 480 al 450 a. C.: Pitagora di Samo, ma detto di Reggio, Calamide forse di Atene, Mirone di Eleutere (Beozia). Figura evanescente è Pitagora, scultore, a quel che pare dalle notizie degli antichi, principalmente di atleti; nell'identificazione del suo Filottete zoppicante si è esercitata la ricerca degli studiosi, ma con esito non sicuro. Anche per Calamide vi è incertezza ma qualche cosa di probabile è stato proposto. Così l'Ermete di Tanagra si è riconosciuto nel tipo del cosiddetto Focione del Vaticano, e la Afrodite Sosandra nel tipo di dea ammantata, la cosiddetta Aspasia del Museo di Berlino; così si è creduto che l'Apollo dell'omfalós del museo di Atene rappresenti l'Apollo Alexíkakos di Calamide, mentre a questo medesimo artista si è attribuita la Estia Giustiniani, con la massa del vestito scanalata come una colonna; recente poi è l'attribuzione allo stesso scultore del magnifico bronzo del capo Artemisio, rappresentante un nume ignudo, barbuto, in atto di vibrare un'arma con slancio ampio, imponente. Gentilezza e gravità insieme commiste sembrano i caratteri dì quest'arte essenzialmente aristocratica di Calamide.

Più noto è Mirone, artista maggiore. Scultore nel bronzo, Mirone fu audace nel rappresentare figure in fuggevoli atteggiamenti. Così era il Lada, atleta morto poco dopo la vittoria nella corsa in Olimpia. E in atteggiamenti fuggevoli sono anche le due opere a noi certameme pervenute in copie: il Discobolo e il gruppo di Atena e Marsia.

Nel Discobolo, noto a noi principalmente dalla copia di palazzo Lancellotti a Roma, abbiamo il giovane atleta rappresentato nel momento in cui, ripiegato su sé stesso, dopo aver palleggiato il disco, sta per scattare per scagliarlo lontano. Nel gruppo di Atena e Marsia è il contrasto nel villoso Sileno tra il balzo all'indietro sotto la minaccia di Atena e la spinta all'innanzi per raccogliere il doppio flauto bramato; è anche il contrasto tra la bella, tenera, ma severa figura della giovinetta dea e il selvaggio, animalesco Sileno, il contrasto tra lo spirito e la materia. Vi era nelle opera di Mirone sapienza anatomica, slancio di motivi; ma ancora, come retaggio del passato, un po' di durezza e un po' di assenza di espressione nei volti. Celebre fu Mirone come scultore di animali: basterà ricordare la sua vacca bronzea.

Un gruppo insigne di sculture ci è pervenuto: esso è dato dai marmi del tempio di Zeus in Olimpia, inaugurato con probabilità nell'ol. 81 (456 a. C.)

Sono le statue dei due frontoni (i preparativi della gara tra Pelope ed Enomao nel frontone orientale; la battaglia tra Lapiti e Centauri nel frontone occidentale) e i rilievi delle dodici metope (le fatiche di Eracle). Contrasto tra i due frontoni: nel frontone orientale è nelle persone rigidamente atteggiate o apaticamente accosciate, inginocchiate, sdraiate, la quiete foriera di tempesta; nel frontone occidentale è il tumulto, l'intreccio, il viluppo di Centauri, di Lapiti, di donne; nel mezzo di ciascun frontone è un'alta, severa figura di nume, Zeus nell'orientale, Apollo nell'occidentale. Contenuto psicologico con stridente accozzo di linee verticali (il gruppo centrale) e di linee orizzontali (i cavalli) nel frontone della gara; contenuto di fisica agitazione nel frontone della centauromachia. Esecuzione di effetto, non di analisi, ma di sintesi; introduzione di elementi realistici contrastanti con l'afflato eroico dei personaggi principali. Gli stessi caratteri e contrasti si hanno nelle metope; così, per esempio, tra la metopa di Atlante dalle figure rigidamente atteggiate e la metopa d'Eracle e del toro cretese di carattere mironiano, pieno di foga. Chiari sono gl'influssi dell'arte polignotea; forse i marmi di Olimpia, in cui tanto si è esercitata la critica artistica, eseguiti da artisti locali, sono tuttavia sotto l'influsso dell'arte attica, della corrente del pittore Polignoto di Taso.

Si accostano per un certo senso ai marmi di Olimpia le tre metope del tempio E di Selinunte; ma la snellezza di forme e il trattamento del panneggio dimostrano, accanto ai caratteri comuni con Olimpia, caratteri differenti.

Al decennio tra il 460 e il 450, con forme progredite rispetto alle sculture del tempio di Zeus in Olimpia, possono ascriversi altre sculture che preannunziano il pieno sviluppo dell'arte fidiaca: così i due Niobidi di Ny-Carlsberg e la Niobide degli Orti Sallustiani, che già nel nudo e nel panneggio dimostrano uno stile libero dall'arcaismo. E in questo decennio si espande l'arte di Fidia ateniese. Del gruppo bronzeo, che questo grande artista eseguì per il santuario di Delfi con la decima del bottino di Maratona, si è voluto riconoscere un ricordo nell'Apollo del Tevere; ma più probabile è che un altro magnifico tipo statuario del medesimo dio si debba ascrivere a Fidia, cioè il tipo rappresentato dall'Apollo di Kassel, forse da riconnettere con l'Apollo Parnópios ("che salva dalle cavallette") dell'acropoli di Atene; è la più bella rappresentazione del dio, quella che ci dà la più esatta idea dell'essenza di questo nume, in cui le forme ideali del corpo atletico, trattato con ritmo elegante, si uniscono con una luminosa intelligenza, che spira dall'austero volto sereno: è una vera teofania dinnanzi al nostro sguardo. Con l'Atena Lemnia, altra opera magnifica di Fidia, si è voluta riconnettere un'altra splendida creazione statuaria, cioè la figura di un'Atena senza elmo, ricomposta da un torso di Dresda e da una testa di Bologna. Con queste opere siamo intorno al 450 a. C. Anteriore al 450 sarebbe, secondo gli ultimi risultati delle indagini, lo Zeus di Olimpia, posteriore invece, perché inaugurata nel 438 a. C., l'Atena Parthénos del Partenone. Sono i due capolavori di Fidia, purtroppo ora andati perduti, che erano eseguiti nella tecnica criselefantina (v.), che è una mera derivazione dai tipi arcaici di divinità con la testa e le estremità in marmo (acroliti) o anche di legno stuccato e policromo, e il torso di legno, rivestito o di stoffa vera o di lamine ribattute e inchiodate di bronzo.

Lo Zeus, rappresentato seduto su ricchissimo trono, intarsiato con materiali diversi a scene e a figure varie, era un colosso alto circa 14 metri, pieno di maestà e di bontà nel tempo stesso, sicché il visitatore sentiva risvegliarsi nel suo animo non reverente timore, ma pia fiducia. Ricordi del colosso sono in due gemme di Berlino e di Leningrado, in monete dell'Elide e in una testa marmorea policroma di Cirene. La Parthénos rappresentava la dea in piedi, armata, e con la Níke sulla mano destra; era alta circa 15 metri e sembrava una vigile virago piena di forza e di bontà protettrice nel tempo stesso. Ricchezza di decorazione figurata nello scudo, nelle suole dei sandali, nella base, aggiungeva pregio e interesse a questo colosso, il cui ricordo è in piccole riproduzioni marmoree, in rifacimenti ellenistico-romani, in una gemma firmata da Aspasio.

Ma l'arte di Fidia è lecito riconoscere in un complesso di marmi figurati; tuttavia va notato che l'ipercritica moderna ha esternato dubbî sul loro carattere fidiaco o nella totalità o per alcune parti. Intendiamo i marmi del Partenone, o meglio quella parte della decorazione figurata dell'insigne edificio salvata dalla distruzione e dalla rovina, e che possediamo purtroppo mutila e corrosa. Sono le metope (specialmente quelle con centauromachia), le lastre del fregio attorno alla cella (la processione delle feste panatenaiche), le statue dei frontoni (la nascita di Atena nell'orientale; la gara tra Posidone e Atena per il possesso dell'Attica nell'occidentale). In questi marmi si riflette quasi lo sviluppo dell'arte fidiaca nel periodo della prima maturità, dalle forme ancora un po' dure, con gli ultimi residui di arcaismo, di qualche metopa, alle audacie espressive della possente, accurata, ma non minuziosa anatomia, della mollezza e flessuosità del drappeggio nelle statue dei frontoni. Dovunque riluce l'idealismo di Fidia, per cui il mortale è elevato quasi nella sfera celeste; dovunque è la serenità per così dire sofoclea, anche quando è vivida la passione e agitatissimo il movimento: il genio fidiaco appare anche, e specialmente, nelle composizioni vaste e ritmicamente congegnate, con rispondenza piena nella varietà delle parti, con perfetta aderenza ai soggetti rappresentati, con la sublimità dell'accento così nell'assieme come nei singoli particolari. La scultura greca coi marmi del Partenone si eleva a una sfera di pura bellezza, in cui l'umano e il divino si fondono insieme con un'armonia forse nell'arte non mai più raggiunta.

Altre opere si possono addurre accanto ai marmi del Partenone: il rilievo di Eleusi con Demetra, Persefone, Trittolemo, da cui spira un senso di mistico fervore, e in cui è come una sfumatura lieve, piena di attrattiva, di arcaismo, specialmente nelle figure di Demetra e di Trittolemo; i rilievi del cosiddetto Thēseĩon con le metope, che ricordano le metope del Partenone, e i fregi della lotta di Ciclopi e della centauromachia, che, più che il fregio, ricordano le metope del Partenone, e in cui forse è da riconoscere la mano di Alcamene, scolaro di Fidia. Si aggiungano, per le statue, l'Anacreonte Borghese in piedi, dignitoso e solenne, forse copia dell'Anacreonte già nell'acropoli di Atene, l'Atena Medici, grandiosa, in cui si volle riconoscere la copia dell'Atena Prómachos, colosso bronzeo di Fidia collocato sull'acropoli di Atene, lo Zeus di Dresda, dal poderoso petto e dal volto benigno, rammentante figure del fregio del Partenone, la Demetra di Cherchell, dal bel volto pieno di dolcezza serena, l'Anadoúmenos, o atleta in atto di legarsi la benda della vittoria, del British Museum, forse copia dell'Anadoúmenos di Fidia in Olimpia, la probabile copia marmorea dell'Afrodite Urania in Elide, del Museo di Berlino, dal ricco panneggiamento uguale a quello delle figure muliebri dei frontoni del Partenone.

Dopo Fidia, i suoi scolari: i più noti sono Alcamene e Agoracrito; Colote, che aiutò il grande scultore nell'esecuzione dello Zeus olimpico, è di secondaria importanza, scultore e decoratore nel tempo stesso. Anche Pirro sembra sia stato uno scolaro fedele di Fidia, qualora si debba riconoscere sua la bronzea Atena Igea, eseguita forse in occasione della peste del 430 a. C. ed esistente sull'acropoli di Atene, nel tipo dell'Atena Farnese di Napoli, dall'ampio panneggio dello himátion e dal motivo, pieno di benevolenza, della testa abbassata per accogliere la prece del mortale.

Seguace pedissequo del maestro sembra sia stato Agoracrito, sicché, come si può dedurre da una notizia pliniana (Nat. Hist., XXXVI, 17), pare che non si potessero talora distinguere le opere del discepolo da quelle del maestro. Celebre di Agoracrito era la statua di Nemesi in Ramnunte, della cui base ci sono pervenuti alcuni frammenti, sicché è stato supposto che di essa si debba riconoscere una copia nella "Cerere" della Rotonda del Vaticano; l'accentuazione dello stile di Fidia si avvertirebbe nella forte incavatura delle pieghe. Così ad Agoracrito risalirebbe l'originale di una celebre statua, dell'Apollo Citaredo Barberini, forse dello stesso tipo dell'Apollo del Palatino. Gli accenti dell'arte di Agoracrito sono avvertibili in una serie di rilievi votivi, forse per vittorie drammatiche: il rilievo delle Peliadi e di Medea, quello di Teseo e di Piritoo, quello, più insigne per potenza drammatica, di Orfeo e di Euridice.

Alcamene è lo scolaro maggiore di Fidia; lemnio o ateniese, era non di molto più giovine del maestro, col quale anzi gareggiò. L'arte di Alcamene ha un'impronta non di prono servilismo, ma talora di originalità rispetto a Fidia. L'opera sua più celebre era l'Afrodite "nei giardini", di Atene; è essa con probabilità da riconoscere in un tipo statuario noto a noi da molte copie marmoree, tra cui eccelle quella del museo del Louvre; la dea indossa un abito trasparente, sì da parere bagnato, che cade lasciando in parte nudo il petto; risaltano le belle forme della dea, coronate dal viso chinato, in atto gentile; si avverte lo spirito precursore dell'arte di Prassitele. Forse un originale di Alcamene ci è conservato nel gruppo marmoreo rinvenuto nell'acropoli di Atene rappresentante Procne ed Iti (cfr. Pausania, I, 24, 3), pieno di delicata grazia. Di due altre opere di Alcamene sull'acropoli abbiamo documenti: dell'Ermete Propileo, noto attraverso un'erma di Pergamo, con la firma di Alcamene, e che è un esempio pregevole di arte arcaicizzante; dell'Ecate Epipyrgídia ("che sta sul bastione"), nota attraverso varî Hekátaia di stile modernizzato, con il pilastro centrale, e intorno a questo tre severe figure muliebri, o più tardi tre leggiadre donzelle in danza. L'Ares di Alcamene, già nel tempio del dio in Atene, è forse da riconoscere nel "Marte" Borghese, in cui affiora la natura turbolenta del dio, e forse un ricordo dell'Efesto dello stesso artista è in una bella erma del Vaticano.

RANDE LETT-G 32esimo 48

Nel frattempo fiorivano in Atene altre tempre di artisti. Sono da menzionare Licio e Cresila. Licio, figlio di Mirone, si mantiene fedele all'indirizzo paterno. Era forse di Licio l'originale dell'atleta che si unge, marmo della Gliptoteca di Monaco, ove nel trattamento anatomico è secchezza di piani, con linee recise nella muscolatura. Al disopra di Licio s'innalza Cresila nativo di Cidonia (Creta), ma attivo specialmente in Atene. Di Cresila conosciamo il ritratto di Pericle in varie erme, di cui la più nota è quella del Vaticano, esempio perspicuo dell'indole costante nella ritrattistica greca di idealizzare i caratteri fisici dell'individuo. Sulla base del ritratto di Pericle si sono raggruppate sotto il nome di Cresila varie opere; si possono menzionare l'aitante Atena di Velletri, che ha un carattere di austerità nel volto fresco, allungato, e la Medusa Rondanini, copia d'un dono votivo bronzeo, dai tratti regolari, ma dalla espressione glaciale, crudele.

I tentativi per la identificazione del vulneratus deficiens non sono stati, sinora, persuasivi del tutto, ma, per fortuna, si è potuta identificare l'Amazzone che Cresila, secondo una notizia di Plinio, eseguì, per l'Artemísion di Efeso, in gara con Fidia, Policleto e Fradmone. L'Amazzone di Cresila sarebbe da riconoscere nella copia marmorea firmata da Sosicle: ferita sotto la mammella destra, essa era poggiata con la destra alla lancia, mentre con la sinistra sollevava cautamente il vestito. L'Amazzone di Policleto è l'Amazzone del tipo di Berlino, poggiata al pilastro, dalle forme massicce, sì da sembrare la sorella del Doriforo; forse nell'Amazzone Mattei del Vaticano, figura agile in atto di saltare, poggiandosi sulla lancia, a cavallo, è da riconoscere l'Amazzone di Fidia; ma del tipo Mattei ci è ignota la testa.

Policleto è il maggior rappresentante della scuola argivo-sicionia. Nato ad Argo o a Sicione, era più giovane di Fidia. sicché l'inizio della sua attività si può collocare circa il 460 a. C. o poco dopo. Tre fasi si possono avvertire in questa attività; la prima peloponnesiaca, la seconda attica, breve, comprendente pochi anni, la terza di nuovo peloponnesiaca, posteriore al 430 a. C. L'opera che riassume, per così dire, i caratteri di Policleto è il Doriforo, il portatore di lancia.

Esso ci è noto specialmente dalla copia marmorea di Pompei: vi è già la positura, propria policletea, della gamba di appoggio e della gamba di scarico, e vi è un trattamento del nudo, saldo e vigoroso, condotto con somma sapienza. Il problema delle forme è quello che interessa Policleto, poiché il Doriforo, come le altre opere sue, è manchevole per quanto riguarda l'espressione dell'animo. Ritmo di posa, fermezza di sguardo, muscolosità, e nel tempo stesso un'apparenza piuttosto piatta del corpo, si riscontrano nel Doriforo, che dal suo autore era ritenuto come il canone ideale, cioè come la norma di proporzioni di membra, a cui doveva essere ricondotto il corpo umano in età giovanile, esercitato dalla palestra.

I caratteri del Doriforo si riscontrano in altri lavori policletei. Un Eracle, forse già esistente a Corinto, si può riconoscere in una statuetta Barracco e in una testa bronzea di Ercolano: l'eroe giovane era appoggiato con la destra alla clava. Più recente è il Diadumeno, o l'atleta che si allaccia attorno al capo la benda della vittoria.

Esso ci è noto attraverso varie copie, tra cui quelle di Vaison e di Delo, e in esso possiamo scorgere la simmetria e l'euritmia del Doriforo, dell'Eracle, e dell'Amazzone in un grado di maggior complicazione per il largo gesto delle braccia: nel Diadumeno, per questo gesto, si attenua la severità architettonica, anzi matematica, del Doriforo. Il Diadumeno è più adolescente rispetto al Doriforo; ancora più acerba si dimostra l'età in un'altra opera, sempre di carattere atletico, di Policleto, nel Cinisco, vincitore in Olimpia nel pugilato dei ragazzi, che sarebbe da riconoscere nel ragazzo atleta che si incorona, del British Museum. Ma lo stile di questa statua male si accorda con l'età, in cui sarebbe stato vincitore Cinisco (forse l'ol. 80; 460 a. C.), a meno che la statua non sia stata eseguita alcuni anni dopo la vittoria.

Una delle ultime opere di Policleto è l'Era di Argo, eseguita per il nuovo Heraīon innalzato dopo il 423 a. C.: era un simulacro criselefantino di cui un ricordo pare si sia conservato in una bella testa marmorea del British Museum. Parecchi scolari sono menzionati di Policleto; tra essi quello più noto è Naucide, della cui arte forse si è conservato un documento nel tipo del Discoforo, noto a noi specialmente dal bel marmo del museo Mussolini a Roma; ivi la derivazione diretta dalle opere policletee è palese.

Negli ultimi anni del sec. V e nei primi del IV noi riconosciamo nella scultura greca varie correnti, che costituiscono un'arte di transizione a quella delle grandi personalità del secolo IV a. C. La corrente fidiaca signoreggia tra le altre, specialmente in Atene. Esempî sono le cosiddette Cariatidi dell'Eretteo, né troppo rigide né troppo vivaci nella loro funzione architettonica; anche distolte dall'assieme architettonico, hanno il decoro, la grazia di figure verginali indossanti il semplice peplo.

Per il rilievo si possono addurre due fregi attici, quello del tempietto di Atena Níkē e quello, i cui frammenti sono oggi ripartiti tra Vienna e Berlino. Lo stile fidiaco va ingentilendosi, quasi preannunziando o preparando le grazie dello stile prassitelico; ciò si avverte nei rilievi votivi e funerari, in quei molti rilievi di stele che divengono specialmente numerosi nella seconda metà del sec. V e nel IV, sino all'editto emanato da Demetrio Falereo (317-307), per cui fu posto un fine al lusso delle tombe.

Tra i rilievi votivi sono preminenti due provenienti dal Falero: quello di Basílē rapita da Échelos, e quello dedicato a Cefiso. Tra i rilievi funerarî, sono da notare quelli delle stele di Salamina, di Hḗgēsos, di Dessileo: quest'ultima (v. fig. s. v. cavalleria) è datata dal 394 a. C., e in essa la foga del giovinetto a cavallo preannuncia, pur nelle forme fidiache, l'arte del pieno sec. IV. Nell'Attica si avverte l'influsso esercitato dall'arte di Policleto, nel suo breve soggiorno in Atene; un misto invero di fidiaco e di policleteo è nella stele di Cheredemo e di Licea di Salamina, in cui il policleteismo si addolcisce nella snellezza elastica delle forme, nella grazia veramente attica dei volti. Un'opera in cui le due correnti, attica e argiva, si uniscono e si fondono con indicibile attrattiva è il bronzeo "Idolino" di Firenze: tutto è grazia, pudicizia, modestia in questo capolavoro, ove le forme non sono ancora mature, e non hanno raggiunto l'armonia perfetta delle proporzioni del corpo sviluppato, col torso un po' gracile, con le gambe e le braccia un po' magre.

L'arte fidiaca s'irraggia anche fuori di Atene. I frammenti di frontoni e di metope del nuovo Heraīon di Argo dimostrano, in questo tempio, in cui era il simulacro eseguito da Policleto, l'influsso attico, quell'influsso che è avvertibile nel fregio della centauromachia e dell'amazonomachia del tempio di Apollo Epicurio a Basse, nel quale è potente foga di rappresentazione, ma anche tonalità esagerata, pesantezza e talora volgarità di espressione; si aggiunga il sarcofago licio di Sidone, ove la purezza della fonte attica è tuttora conservata, specialmente nelle due mirabili figure di Sfingi a rilievo sui lati del coperchio ogivale; si aggiunga infine il vasto complesso della decorazione a rilievo dello hērõon di Trisa (ǦölbaŞï) nella Licia, ove oltre ai fidiaci risuonano echi polignotei.

Altra corrente di arte è quella ionica, in cui pare che rientri l'attività di Peonio di Mende (Tracia). Di questo artista possediamo la Níkē marmorea, che i Naupazî e i Messenî dedicarono in Olimpia a Zeus col bottino preso ai nemici: discussa è la data di questa opera, da assegnare al 450 secondo alcuni, al 425 o al 421 secondo altri.

Nella Níkē di Peonio l'effetto della discesa attraverso l'aria per mezzo del remeggio delle ali è raggiunto in magnifico modo dal motivo della figura, che sembra librata in aria senza appoggio; nel trattamento del panneggio, con aderenza alle forme del corpo e con effetto di cavità profonde ed oscure nella stoffa mossa dal vento, vi è un virtuosismo grande di esecuzione. È quel virtuosismo, che ha in sé qualche cosa di convenzionale e innaturale, delle Níkai rappresentate a rilievo nella balaustrata (forse del 408 a. C.) del tempietto di Atena Níkē sull'acropoli ateniese, ove si ha l'impressione, nelle leggiadre figure verginali, che la stoffa che ne riveste i corpi sia come bagnata, sì da scoprire e non da coprire le forme. A questo indirizzo d'arte appartengono anche le Nereidi che adornavano gli intercolunnî del monumento detto appunto delle Nereidi a Xanto (Licia); ma la data di esse, come di tutto il monumento, fluttua tra la fine del sec. V e la metà del IV.

Si ricollega alla corrente artistica, rappresentata da queste opere di scultura a tutto tondo e a rilievo, la personalità di un artista del sec. IV, di Timoteo ateniese, creatore specialmente di forme giovanili muliebri, in cui l'effetto della morbidezza e della sensualità è accentuato dal trattamento del sottile vestito, dal contrasto tra le molli carni ignude e i lembi agitati e gonfî delle stoffe. Tale ci appare Timoteo nei mutili e scarsi marmi, che adornavano l'Asclepieo di Epidauro (380-375 a. C.), specialmente nell'Amazzone a cavallo del frontone occidentale, negli acroterî rappresentanti Nikai e Nereidi a cavallo, e in un gruppo di sculture che gli sono attribuite, tra cui la Leda col cigno, nota in principal modo dalla copia del Museo Capitolino. Timoteo, certo nella sua vecchiaia, collaborò con Scopa, Leocare e Briasside nella decorazione del Mausoleo di Alicarnasso.

Invece la pura corrente fidiaca riappare, con accenti tuttavia non già di serena maestà, ma di aggraziata dolcezza, nell'opera a noi nota di un altro scultore della prima metà del sec. IV, Cefisodoto ateniese. Di questi conosciamo il gruppo di Eirene con Pluto, eseguito in bronzo, forse nel 371 a. C., per l'agorà di Atene, attraverso specialmente la copia marmorea della Gliptoteca di Monaco. È una figura matronale indossante il peplo, sì da apparire come una derivazione diretta da simulacri fidiaci; ma la testa della donna si piega in atto di amore materno verso Pluto, piccolo bambino che è sul braccio destro della dea. È l'inizio dell'umanizzazione della divinità, è il sentimento famigliare, pieno d' intensa delicatezza, che avvicina la Eirene cefisodotea a quanto è rappresentato con tanta nobiltà nelle contemporanee stele funebri ateniesi, e che preannunzia l'arte di Prassitele, figlio di Cefisodoto.

Ed ecco la grande triade del secolo IV, in ordine di tempo: Scopa, Prassitele, Lisippo; i periodi di attività di questi tre scultori sommati insieme comprendono presso a poco gli anni dal 390 al 300 a. C. Nella vita artistica di Scopa di Paro, figlio di Aristandro, scultore della cerchia policletea, si possono distinguere tre fasi: la peloponnesiaca, l'attica, l'asiatica. Fra le prime opere scopadee è da collocare la decorazione dei frontoni del tempio di Atena Alea a Tegea, costruito nel 395 a. C. Di questi due frontoni (l'orientale con la caccia al cignale di Calidone, occidentale con la battaglia tra Achille e Telefo) ci sono pervenuti scarsi avanzi, tuttavia preziosi, perché in essi si avverte ormai la formula artistica di Scopa, specialmente per quel che concerne le teste. Contorno del capo quadrangolare, linea diritta della guancia e del mento, testa ripiegata col volto verso l'alto, volto con fronte arcuata, bocca atteggiata a un respiro pieno di affanno, occhio globulare, approfondito nell'oscurità dell'orbita e appesantito dal sopracciglio a cuscinetto: è in una parola il pathos scopadeo, a cui tanta fortuna fu riserbata nella scultura ellenistica.

Si può menzionare una serie di opere scultorie, in cui pare che si debba avvertire l'impronta dell'arte di Scopa, se non diretta, mediata: l'Eracle già della collezione Lansdowne, in cui è, nella ponderazione e nel trattamento del nudo, l'influsso policleteo; il tipo del cosiddetto Meleagro, specialmente noto dall'esemplare del Belvedere del Vaticano; la testa muliebre dell'acropoli di Atene; l'erma di Eracle di Genzano; alcune stele funerarie attiche, tra cui eminenti quella di Aristonaute, balzante verso di noi armato dal fondo dell'edicola, e quella dell'Ilisso, con lo sconsolato pianto del padre per il giovine figlio perduto. Una copia della celebre Menade di Scopa, così magnificata nell'antichità, si è voluta riconoscere in una mutila statuetta marmorea di Dresda, in cui è ormai la torsione completa del corpo, cioè l'introduzione della terza dimensione: perciò da alcuni questo marmo è negato a Scopa e ascritto all'ellenismo. Ma il forte ripiegamento del corpo era avvertibile in un'altra opera scopadea, cioè nell'Apollo Sminteo a Crise (Troade), che ci è noto da monete: ivi il giovane dio è ripiegato all'innanzi con un piede un po' sollevato.

L'Apollo Sminteo appartiene all'ultima fase dell'attività di Scopa, a quella fase in cui rientrano le sculture fatte per il mausoleo di Alicarnasso (innalzato negli anni attorno il 353 a. C.) e per l'Artemísion di Efeso (ricostruito dopo il 356 a. C.). Nel mausoleo toccò a Scopa la decorazione del lato orientale (statue e rilievi); è assai arduo sceverare negli avanzi plastici di esso a noi pervenuti quanto può essere ascritto a Scopa: ma specialmente nel fregio dell'Amazonomachia vi è l'irruenza, la focosità di lui; così la passionalità scopadea è in alcune teste. Scopa eseguì il rilievo di una delle columnae caelatae dell'Artemísion di Efeso; il riflesso della sua arte è nella columna meglio conservata, con la rappresentazione forse del mito di Alcesti.

Documento della corrente scopadea degli ultimi tempi del sec. IV a. C. si potrebbe ritenere il gruppo dei Niobidi, che noi conosciamo specialmente attraverso le copie marmoree degli Uffizî di Firenze; era un gruppo che all'età di Plinio esisteva nel tempio di Apollo Sosiano.

Altra, ben diversa tempra di artista era Prassitele ateniese. Nell'attività di questo grande scultore si possono distinguere varie fasi: la peloponnesiaca, l'ateniese, l'asiatica, l'attico-peloponnesiaca. Arte, questa di Prassitele, di forme giovanili, graziose, delicate, e perciò intesa a creare figure di divinità serene, sorridenti: Afrodite, Eros, Apollo o giovinetto o efebico, Ermete, le Muse, ecc.

Alla fase peloponnesiaca apparteneva il gruppo di Latona, Apollo e Artemide in Mantinea, della cui base ci sono rimaste tre lastre a rilievo, ove, in prevalenza, si è voluta riconoscere l'impronta prassitelica: vi sono rappresentate leggiadre figure di Muse ammantate. L'opera di Prassitele si è ricostruita attraverso un gruppo di opere: il tipo dell'Eros Farnese, che è stato identificato con il celebre Eros bronzeo di Tespie, l'Afrodite di Arles, il Satiro che versa da bere, l'efebo bronzeo di Maratona, il Dioniso barbuto (cosiddetto "Sardanapalo" del Vaticano), il Satiro in riposo conservatoci in molte copie, il cosiddetto Eubuleo di Eleusi, l'Ermete di Andro, l'Artemide di Gabii, forse da identificare con l'Artemide Brauronia, l'Apollo in riposo col braccio destro ripiegato sul capo, forse discendente dall'Apollo Liceo. Due opere di Prassitele ci sono pervenute certamente in copia, e una, per fortuna, nella sua redazione originale. Si tratta dell'Apollo Sauroctono, opera di grande ardimento, in cui il dio è diventato un tenero giovinetto nel giuoco crudele di uccidere una lucertola, e dell'Afrodite di Cnido, altra opera di audacia, in cui la dea della bellezza ci si presenta del tutto ignuda in atto di deporre le vesti per scendere nel bagno. In queste, come in altre opere prassiteliche, l'appoggio laterale diventa un elemento necessario della composizione: ne risulta, specialmente nel Sauroctono, un leggiadro abbandono del corpo. L'Ermete di Olimpia è l'originale prassitelico a noi pervenuto: anche qui un motivo comune, lo scherzo di Ermete verso il fratellino Dioniso, è applicato a un olimpio, pur mantenendosi del nume la dignità e la serenità sovrumane, e anche qui è l'appoggio laterale a un tronco d'albero. Pieni di dolcezza sono i volti prassitelici, con l'aggraziato ovale, gli occhi allungati, lo sguardo di sogno.

Ultimo per età della grande triade è Lisippo sicionio, appartenente a un centro in cui era tradizionale la scultura atletica. Fu di un'attività prodigiosa, ché il numero delle sue opere, secondo un aneddoto pliniano (Nat. Hist., XXXIV, 37), saliva a 1500. Fu lo scultore di corte dì Alessandro Magno, ma sopravvisse al grande conquistatore lavorando fino alla fine del sec. IV, perché eseguì un ritratto, conservatoci in una copia bronzea di Ercolano, di Seleuco che diventò re di Siria nel 305 a. C. Il carattere saliente dell'arte lisippea è il movimento, l'agitazione nervosa presso personaggi anche in riposo: i corpi sono allungati, snelli, la testa piccola, Ormai solo da pochi è seguita l'attribuzione all'arte, sia pur giovanile, di Lisippo, della statua delfica di Agia, che tanto ha fuorviato nella ricerca della personalità di questo scultore. Ormai si è, in prevalenza, ritornati all'Apoxyómenos del Vaticano come a pietra di paragone per ricostruire l'opera di Lisippo, alla statua cioè che sembra la copia di quella menzionata da Plinio (Nat. Hist., XXXIV, 62). Attorno all'Apoxyómenos, in cui il corpo ha non solo i movimenti laterali e verso l'alto, ma anche quello dall'indietro all'innanzi, si hanno il tipo dell'Eros che infila la corda nell'arco, i lottatori bronzei di Ercolano, il tipo dell'Ermete che si allaccia un sandalo, l'Ermete in riposo di Ercolano, l'Ares in riposo Ludovisi, il Posidone del Laterano e il Posidone Chiaramonti, il tipo del Sileno con Dioniso bambino e la figura di Eracle nel bronzetto dell'eroe in riposo del Louvre, nella statua dell'eroe in lotta, nel tipo dell'Eracle Epitrapézios. Quest'ultimo, che era il portafortuna di Alessandro, era alto meno di un piede, ma Lisippo era riuscito magnificamente a trattare in piccole misure il tema, che aveva già espresso, in proporzioni gigantesche, nell'Eracle di Taranto. Audacia e varietà sono in Lisippo: celebre era infatti il Kairós o Genio dell'occasione, rappresentato alipede, diritto su una sfera. Altro carattere lisippeo è la tendenza al realismo, specialmente nei ritratti, anche in quelli di Alessandro Magno. Tra di essi notissimo era quello che rappresentava il re appoggiato all'asta, col volto un po' alzato, e che esercitò un influsso nella ritrattistica dei Diadochi e degl'imperatori romani.

Attorno alla grande triade, altri artisti e non mediocri. Trasimede di Paro, autore del simulacro criselefantino di Asclepio per il tempio del dio in Epidauro; ricordi di tale simulacro sono in rilievi votivi. Eufranore dell'Istmo, fiorito nella prima metà del sec. IV, pittore e toreuta oltre che scultore: noti specialmente erano di lui il Bonus Eventus e il Paride; secondo la notizia pliniana i corpi di Eufranore erano piuttosto esili rispetto alle estremità e al capo; incerta è tuttora l'identificazione dello stile di Eufranore in opere plastiche pervenute sino a noi. Silanione ateniese, scultore di atleti, di patetiche figure, come Giocasta morente, ma in special modo di ritratti; possediamo in varie copie il ritratto di Platone. In esso, come negli altri del sec. IV, constatiamo pur sempre l'indirizzo idealistico: così nel magnifico Sofocle del Laterano, avvolto nel mantello e con nobilissimo volto, copia, forse, del bronzo dedicato, per impulso di Licurgo, tra il 350 e il 330 a. C. nel teatro di Dioniso in Atene. Nel ritratto comincia nel sec. IV ad apparire la tendenza a rappresentare anche i caratteri etnici, come nella statua di Mausolo, già coronante il Mausoleo, opera di Piteo, nella quale si avverte il tipo orientale. E si afferma, nella corrente lisippea, il verismo che faceva capolino nei ritratti di Alessandro e di Seleuco I; si può menzionare l'Antistene cinico, dall'aspetto selvatico, del Vaticano.

Infine due scultori che lavorarono nel Mausoleo: Leocare e Briasside. Di Leocare di Atene si è potuta identificare la copia di un'opera, il Ganimede rapito dall'aquila, in un gruppo marmoreo mediocre e assai restaurato, dal quale tuttavia emerge lo slancio verso l'alto, che dà quasi l'idea dell'inizio di un volo. Il ritmo del Ganimede ha servito di confronto per scorgere in una celebre statua, nell'Apollo del Belvedere, un'opera di Leocare; si aggiunga, data l'affinità con l'Apollo, anche l'Artemide di Versailles. Leocare eseguì il ritratto di Alessandro con la sua famiglia per il Filippeīon di Olimpia: si è voluto riconoscerlo nell'Alessandro Rondanini di Monaco, che altri hanno ascritto invece a Eufranore. L'attività di Briasside della Caria è da collocare negli ultimi decennî del sec. IV. Celebre era il suo Zeus Serapide eseguito per il Serapeo di Rakõtis in Alessandria, innalzato da Tolomeo I Sotere.

Nello Zeus Serapide venivano a fondersi i caratteri del greco Ade e dell'egizio Osiride; e curiosa era anche la tecnica, poiché nella statua era stata usata una miscela di varî metalli e pietre con una tinteggiatura azzurro-cupa. Un'idea del volto di questo nume strano può essere data da una serie di busti, tra cui uno colossale della Rotonda del Vaticano, col carattere mesto, anzi tetro, ben confacentesi alla natura del personaggio rappresentato. Per il confronto col tipo del Serapide si può ascrivere a Briasside l'originale dello Zeus di Otricoli, dalla chioma leonina, pieno di possanza divina, dall'alta fronte pensierosa, dall'agitata espressione.

Magnifico monumento di passaggio all'arte ellenistica può essere considerato il sarcofago di Sidone, detto di Alessandro Magno, ove le scene di combattimento e di caccia hanno una tonalità più accentuata, con complicazione e intreccio di motivi, rispetto ai fregi del Mausoleo (v. fig. s. v. cavalleria).

Nella scultura ellenistica, e specialmente durante gran parte del sec. III, si mantengono le correnti artistiche del sec. IV, con l'accentuazione dei loro specifici caratteri, e anche con la fusione dei caratteri dell'una con quelli dell'altra. Sono le correnti dei tre grandi scultori Scopa, Prassitele e Lisippo: ma l'indirizzo lisippeo è quello che predomina, mentre quello scopadeo riprende maggior vigore più tardi, specialmente nelle sculture di Pergamo. Lisippo aveva lasciato alcuni scolari che seguono, complicandole, le formule del maestro. Se, come dice Properzio (III, 7, 9), "gloria di Lisippo fu di esprimere statue piene d'animo", le opere dei suoi scolari dimostravano un'accentuazione di quest'anima. Figli e scolari di Lisippo furono Daippo, scultore di atleti, Euticrate, Boeda, di cui forse possediamo una copia dell'adorante nel bronzo, pieno di spiritualità, del ragazzo che prega di Berlino. Si aggiungano Larete, l'autore del colosso del Sole di Rodi, Fanide, Eutichide, anche pittore, del quale possediamo in copie e in riduzioni la Tiche o Fortuna di Antiochia sull'Oronte. Vi sono poi gli scolari degli scolari di Lisippo, cioè Tisicrate, Senocrate, Cantaro. Opera lisippea è il groviglio, meglio che gruppo, dei lottatori degli Uffizî, pieno di moto febbrile, e in cui è l'indecisione sull'esito del cimento. La corrente lisippea si può riconoscere nei varî ritratti dei Diadochi, in cui il realismo del grande scultore sicionio è più che mai accentuato, come, p. es., nel bronzo di Diadoco del Museo Nazionale Romano, ove è il riflesso, intorbidato, dell'Alessandro lisippeo poggiato all'asta. Si aggiunga, come espressione di spregiudicato realismo, l'Eutidemo I della collezione Torlonia.

La corrente di Prassitele è rappresentata specialmente dai suoi due figli, assai inferiori a lui, Cefisodoto il giovane e Timarco. Lo stile del loro grande genitore diventa manierato; ciò si può scorgere nei residui della decorazione plastica dell'Asclepieo di Coo, dovuta precisamente a loro. Raffinata dolcezza, con il conseguente sfumato, è nella produzione di carattere prassitelico dell'ellenismo; così dapprima nella testa dell'Afrodite Leconfield, e in quella del Diohiso Sabouroff, così dopo in altri marmi, tra i quali primeggia la soave testa di fanciulla di Chio, che sembra come avvolta in un velo di nebbia. Le magnificate Venere dei Medici e Capitolina sembrano l'ulteriore sviluppo dell'Afrodite di Cnido ignuda; ma la sensualità, la morbidezza si accentuano, sicché, mentre nel marmo prassitelico di Cnido era la dea, in queste, come in altre figure di Afrodite ignuda, è, piuttosto che la dea, la donna. A questa serie appartiene l'Afrodite accosciata, dell'artista bitinio Dedalsa, attivo nella seconda metà del sec. III; di essa si hanno due redazioni, una dalle forme opulente esuberanti (Afrodite del Museo delle Terme, unica copia che conservi la testa), l'altra, più propriamente prassitelica, dalle forme gentili, aggraziate (Afrodite di Rodi). La passionalità scopadea pare si debba avvertire in un'opera tanto ammirata e discussa, nella Venere di Milo, sulla cui cronologia vi è tanta diversità di giudizî. Così l'accento di Scopa si riconosce nell'agitatissimo gruppo di un Tritone che rapisce una Nereide, del Museo Vaticano, evidente derivazione, con più vibrata passionalità, dal grandioso assieme di esseri marini, che fu creato dal grande artista di Paro nella sua fase asiatica.

Altri indirizzi artistici: forse alla corrente di Silanione risale il Demostene, che Polieucto eseguì nel bronzo per gli Ateniesi nel 280, e che conosciamo specialmente attraverso la statua marmorea del Vaticano, magnifica espressione del corrucciato e amareggiato spirito del grande oratore. A tipi del sec. IV si ricollega invece, quasi in modo pedissequo, la statua di Temide da Ramnunte, che reca la firma di un Cherestrato.

Incrocio di correnti è possibile avvertire in opere insigni del primo ellenismo. Così nella Níkē di Samotracia, meravigliosa figura di vergine alata, purtroppo mozza del capo e mutila delle braccia, tutta mossa dalla brezza marina, tutta agitata nell'azione di suonare la tromba, nunzia di vittoria: caratteri di Lisippo e di Scopa insieme commisti. Analoga riunione è nel Posidone di Milo, in cui si avverte l'esibizione, quasi teatrale, di un'invitta, turbolenta possanza. I nomi di Leocare, di Prassitele, di Lisippo, o delle loro scuole, sono stati espressi a proposito della Fanciulla di Anzio, essere verginale dalla forte modellatura, dal veristico accento del trascurato panneggio. La nervosità lisippea e la grazia prassitelica sono insieme congiunte nella leggiadra figura del cosiddetto Narciso, in verità Dioniso giovanile, di Pompei.

Il movimento dell'arte greca verso l'Asia Minore, iniziatosi verso la metà del sec. IV, si accentua nell'ellenismo; arte e artisti migrano verso oriente e anche verso mezzogiorno, cioè verso il delta del Nilo. E nei centri delle monarchie sorte sullo smembrato impero di Alessandro Magno si fondano scuole di artisti, si creano opere d'arte che, con la derivazione dalle forme dei secoli d'oro, assumono tonalità spiccate loro proprie, sia nel tragico e nel teatrale, sia nell'aggraziato e nell'idilliaco. Pergamo e Alessandria sono i due centri principali; ma con Pergamo si possono menzionare altre località dell'Asia Minore, la quale tutta di gran lunga prevale sulle altre plaghe del mondo greco, per abbondanza e varietà di produzione. Ed è come una lingua comune artistica che esprimono tutti questi centri d'arte scultoria, onde la rappresentazione di Galati è comune a Pergamo e ad Alessandria (testa di Gallo da Gizeh), come il rilievo pittoresco ha espressioni analoghe in Asia Minore e in Egitto.

Alla corte di Attalo I di Pergamo (241-197 a. C.), vincitore dei Galati, si costituisce una scuola di scultura, che ha due fasi, la prima sotto Attalo I, la seconda sotto Eumene II (197-159 a. C.). Alla prima fase appartengono varie manifestazioni: si rappresentano figure dei vinti Galati; sicché trova ora piena esplicazione quella tendenza all'esotismo, ancora latente nella statua di Mausolo. Insigni documenti sono il Gallo Capitolino e il gruppo Ludovisi del Gallo, suicida dopo avere ucciso la moglie, copie marmoree di bronzi esistenti nel peribolo del tempio di Atena Poliade, ove si sono rinvenute le basi degli originali perduti, nelle quali sono i nomi frammentati degli scultori. Tra di essi era preminente Epigono; altri, noti anche da un passo pliniano (Nat. Hist., XXXIV, 84), sono Piromaco, Stratonico, Antigono. Si aggiungano altre figure di Galli, tra cui quello, pieno di slancio, ora privo di testa, trovato a Delo. E si aggiunga il donario che Attalo fece agli Ateniesi e che comprendeva copie dei lavori pergameni, cioè statuette bronzee lunghe due cubiti, e relative a quattro celebri lotte: la Gigantomachia, l'Amazonomachia, la lotta contro i Persiani, la Celtomachia. Alcune copie marmoree di queste statuette ci sono pervenute, ma per la trattazione assai accentuata del nudo non è mancato chi abbia ascritto questo donario ad Attalo II (159-138 a. C.) piuttosto che ad Attalo I.

In seguito a confronti altre opere si sono potute ascrivere alla prima fase di scultura pergamena: il gruppo di Menelao e Patroclo, noto da varie copie, tra cui è il famoso torso del Pasquino, l'"Arrotino" di Firenze, cioè uno Scita intento ad arrotare il coltello per scorticare Marsia, la figura di Marsia appeso nelle sue due redazioni distinte. E, per il ritratto, si può addurre la bella testa marmorea di Attalo I di Pergamo.

Mirabile complesso scultoreo è quanto si è ricuperato del grande fregio dell'altare di Pergamo innalzato da Eumene II, forse tra il 183 e il 174. E il fregio della Gigantomachia, composizione di circa 110 metri di lunghezza, con varietà inesausta di aspetti, in cui gli Olimpî sono in lotta contro i Giganti, mostruosi e selvaggi figli di Gea. È in questo fregio una teatralità di pose, un'accentuazione di pieghe nel drappeggio, di anatomia nel nudo, di chiome agitate; è la più alta espressione del barocco della scultura ellenistica, in cui la corrente scopadea, intorbidata, assurge al massimo della passionalità, di là dal quale è la teatralità, e in cui sono ripresi motivi e schemi della scultura del sec. V, e precisamente fidiaca. Il fregio di Pergamo è opera collettiva: sono rimaste, più o meno frammentate, alcune firme: Menecrate, Melanippo, Teorreto.

Grande importanza ha anche il fregio minore dell'ara di Pergamo, cioè il fregio di Telefo, primo grande esempio di scultura narrativa, poiché è in esso il succedersi degli episodî della vita di Telefo, mitico fondatore di Pergamo; altra importanza assume questo fregio dall'essere un esempio perspicuo di rilievo pittorico con figure disposte in prospettiva, con elementi paesistici riprodotti con meticolosa esattezza.

A questa seconda fase di scultura pergamena possono essere ascritte varie opere: il Sileno Borghese danzante a spirale, la Menade danzante nelle due copie di Berlino e del Museo delle Terme, il torso del Tritone della Galleria delle statue al Vaticano, il Fauno di rosso antico del Capitolino.

Accanto a Pergamo altri centri dell'Asia Minore sono attivi con numerosi monumenti di varia indole. Si possono citare, tra le vaste composizioni decorative piene di movimento, i frammenti di fregio con una Gigantomachia del tempio di Atena a Priene, il fregio dell'Amazonomachia del tempio di Artemide Leucofriene a Magnesia. Tra le statue di contenuto passionale è il cosiddetto Gladiatore Borghese, dal movimento audace di assalto, dal trattamento minuzioso del corpo, copia di Agasia di Efeso da un originale dell'inizio del sec. II a. C. La tendenza veristica e umoristica è rappresentata, per esempio, dal tipo statuario della vecchia ubbriaca, lavoro eseguito per Smirne da un Mirone tebano. Per il genere idilliaco si possono citare: il gruppo del bambino che lotta con l'oca di Boeto di Calcedonia, il bambino con l'anitra di Efeso, il gruppo di Eros e Psiche, il ricostruito gruppo dell'invito alla danza di un Satiro e di una ninfa, forse esistente a Cizico, il tipo dell'Ermafrodito dormiente, il Fauno Barberini o Satiro che dorme. Molto diffuso doveva essere il rilievo pittoresco in Asia Minore: le stele funerarie di Pergamo, di Efeso, di Smirne ci dimostrano l'importanza nel rilievo dell'elemento paesistico, che è in rilievi votivi (es. il rilievo della visita di Dioniso a un poeta drammatico) e in rilievi decorativi (es. il rilievo di Tralle del contadino accosciato sotto un platano, in atto di tirare per la corda un animale).

La corrente del sec. IV relativa al tipo della donna ammantata, per cui si deve fare anche e specialmente il nome di Prassitele, ha nell'ambiente micrasiatico uno sviluppo peculiare con espressione di motivi e con ricerca di effetti speciali nel raffinatissimo panneggiamento. Due monumenti possono essere addotti come modello di tipi muliebri ammantati: la base delle Muse di Alicarnasso e il rilievo dell'apoteosi di Omero di Archelao di Priene. Specialmente Pergamo e Magnesia sul Meandro hanno fornito parecchi esempî di statue muliebri, in cui il trattamento del vestito ha raggiunto un virtuosismo eccezionale con effetti di trasparenza, con risalto di luci e di ombre e con ampiezza e pluralità di pieghe. Si aggiungano le statue recentemente rinvenute a Coo.

Propaggine dell'Asia Minore, anche dal punto di vista artistico, può essere considerata Rodi. Alla seconda metà del sec. III a. C. risale l'attività di Filisco di Rodi, autore di un rinomato gruppo, che rappresentava le divinità apollinee e le nove Muse. Ricordi delle figure di questo gruppo si sono voluti riconoscere nel già citato rilievo di Archelao di Priene, e pare in realtà che a Filisco risalgano gli originali del gruppo delle Muse e dell'Apollo Musagete del Vaticano. Ma la scuola di scultura di Rodi ha la sua esplicazione maggiore nei secoli II e I a. C., quando in essa si riprende la corrente drammatica pergamena spingendola fino alla teatralità retorica. Tipici esempî di questo indirizzo sono due celebri monumenti, il Toro Farnese e il Laocoonte.

Il Toro Farnese è una copia, appesantita da aggiunte arbitrarie, fatta nel sec. II e III d. C., di un gruppo bronzeo esistente a Rodi, opera di Apollonio e Taurisco di Tralle. La rappresentazione del momento in cui Dirce viene legata al toro per l'orrendo supplizio è di contenuto altamente drammatico, sì da scuotere i sensi dello spettatore. Si esplica in questo gruppo di passionalità morbosa l'elemento pittoresco, che è veramente una dissonanza nella pura arte scultoria. Il Laocoonte, opera dell'artista rodio Agesandro coi figli suoi Polidoro e Atenodoro, e appartenente alla metà del secolo I a. C., sembra discendere in linea diretta dalla scultura pergamena, quale noi vediamo esplicata nel fregio della Gigantomachia dell'altare. Ma il Laocoonte rappresenta l'estremo limite di espressione patetica, anzi in esso è sorpassato quanto la natura umana può offrire. Nel Laocoonte è ormai un accento di convenzione tronfia, declamatoria, che cerca di far colpo mercé lo sbalordimento: esso è il riscontro dell'ampollosa oratoria asiatica contemporanea.

Più difficile è fissare il posto che compete nella scultura ellenistica ad Alessandria. Certamente alessandrino era l'originale della statua del Nilo del Vaticano, ove la possente figura sdraiata del fiume, dal volto un po' melanconico, risalta su quelle dei 16 bambini che s'inerpicano o giuocano attorno al nume colossale, indifferente: connubio dell'imponenza dell'epos e della grazia dell'idillio. Alla scultura alessandrina è stata ascritta una produzione di sculture marmoree, ove è l'ultimo sviluppo dello sfumato della corrente prassitelica; ma specialmente dovette essere attiva questa scultura alessandrina nel ritratto e nelle rappresentazioni di genere, con un'accentuazione di grottesco e di caricatura. Per il ritratto, ad Alessandria si può pensare per quanto concerne i busti del cieco Omero, dato il grande culto che ad Alessandria si aveva per il sommo poeta, a cui fu innalzato un tempio, con un simulacro, da Tolomeo IV Filopatore (221-204 a. C.). Così è supponibile che sia alessandrino il tipo, noto da molte copie, dello Pseudo-Seneca, simbolo di macilenza e di malessere senili.

Alla cerchia alessandrina possono pertanto risalire statue, come quelle del vecchio pescatore, vero rottame umano, della Galleria dei Candelabri, del pescatore e della contadina, vecchi, ma arzilli, del Museo dei Conservatori, o bronzetti come quelli del piccolo c languido negretto di Chalon-sur-Saône, della figura danzante del Museo di Tunisi, dei quattro venditori ambulanti di Pompei, dalle forme scheletriche.

Anche in Atene la scultura dovette seguire i vari indirizzi che si sviluppavano con tanto rigoglio nell'Asia Minore. Di Apollonio, figlio di Nestore, ateniese, scultore del sec. I a. C., è il celebre e tanto discusso torso del Belvedere, michelangiolesco nelle forme atletiche, che forse è parte di un gruppo erotico, rappresentante un Satiro con una ninfa; opera adunque che rientrerebbe in quell'indirizzo di rococò ellenistico, a cui appartiene la ricostruzione del gruppo dell'"Invito alla danza". Apollonio è anche l'autore del pugile bronzeo del Museo Nazionale Romano di crudo realismo, specialmente nel volto stupido e provocante. Ma in Atene dovette aver vigore specialmente la produzione che non faceva altro che riprendere i temi trattati nei secoli d'oro della scultura.

Lo Zeus di Egira, opera dell'ateniese Euclide, in cui è ripresa la tradizione fidiaca, è un esempio di questo indirizzo nel secolo III a. C.; altro esempio, della seconda metà del sec. II, era il dono votivo di Eubulide, in cui la testa di Atena riproduce con varianti il tipo dell'Atena di Velletri.

A questo indirizzo dava incitamento il desiderio, dapprima di monarchi, poi di privati, di possedere opere statuarie che ricordassero più o meno esattamente opere insigni dei secoli V e IV a. C.; perciò non solo ad Atene, ma anche in altri centri, si sviluppò questo indirizzo di riprendere opere del passato.

Un esempio ci è fornito dall'imitazione dell'Atena Parthénos di Fidia, fatta eseguire per l'acropoli di Pergamo. L'imitazione si allarga anche alle opere arcaiche; ha infatti vigore, specialmente a partire dal sec. II, quell'indirizzo arcaistico, di cui un esempio già in pieno sec. V si può riconoscere nell'Ermete Propileo di Alcamene. È un indirizzo di maniera, per cui i caratteri arcaici assumono un aspetto di raffinatezza voluta, di affettazione ricercata, sicché è quasi sempre facile poter distinguere queste opere arcaicizzanti da quelle veramente arcaiche, come è facile sceverare ciò che è lezioso da ciò che è ingenuo, ciò che è elucubrazione cerebrale da ciò che è sentimento spontaneo. Anche qui appare la versatilità degli scultori ellenistici: quello stesso Boeto di Calcedonia, che è autore dell'idilliaco gruppo del bambino lottante con l'oca, è pure autore di un'erma arcaicizzante di Dioniso barbuto del museo di Tunisi.

A poco a poco dall'imitazione delle opere dell'arcaismo e dei secoli d'oro si passa a copie esatte, si passa a contaminazioni di opere diverse, e si costituisce la cosiddetta scuola neoattica. Artisti neoattici si possono considerare Arcesilao e Pasitele dell'età di Cesare; Arcesilao eseguì il simulacro di Venere Genitrice per il tempio del Foro di Cesare, seguendo come modello, a quel che pare, l'Afrodite nei giardini, di Alcamene. Tuttavia anche qui si osserva la versatilità propria degli scultori ellenistici; perché di Arcesilao si ricorda un gruppo marmoreo di una leonessa con amorini scherzanti all'intorno, e di Pasitele si riferisce (Plin., Nat. Hist., XXXVI, 39) il pericolo che corse di essere sbranato da una pantera, copiando un leone in gabbia.

Scolaro di Pasitele fu Stefano, a noi noto dalla firma apposta a una statua di atleta, che riproduce un tipo statuario della prima metà del sec. V a. C.; scolaro di Stefano è M. Cossuzio Menelao, di cui ci è pervenuto il gruppo, freddo, accademico, cosiddetto di Oreste ed Elettra, in realtà della madre che riceve l'ultimo addio dal giovinetto figlio defunto. Con contaminazioni di tipi, come nel gruppo di Menelao, con la riproduzione di modelli antichi, come nell'atleta di Stefano, si esaurisce l'arte scultoria dei Greci, mentre seguitano durante la dinastia giulio-claudia i rilievi pittoreschi con levigatezza di esecuzione e con freddezza di espressione, come negli otto rilievi di palazzo Spada.

I laboratorî di scultori, che copiano più o meno sciattamente i capolavori del passato, sono assai attivi durante l'impero, principalmente sotto la dinastia giulio-claudia e sotto Adriano, l'imperatore ellenizzante. Sotto Adriano (117-138 d. C.) comincia la voga di copiare sculture ellenistiche: si hanno, p. es., i due centauri di marmo da villa Adriana, del Capitolino, con le firme di Aristea e Papia di Afrodisia (Caria), copie di due bronzi del sec. II a. C., forse rodî. Durante l'impero di Adriano, sono specialmente attivi scultori-copisti di Afrodisia: Atticiano, Coblano, Menesteo, Zenas, Zenone. E un Antoniano di Afrodisia è l'autore della stele marmorea di Torre del Padiglione rappresentante il favorito di Adriano, Antinoo, il molle e mesto giovane bitinio, sotto l'aspetto del dio Silvano. Ultima, tarda creazione della scultura greca, è appunto la figura di Antinoo, a noi nota da una numerosa serie di statue, di busti, di rilievi; ultima, e però triste e affannosa, delle figure di giovanili numi, dopo Apollo, Ermete e Dioniso, sereni e tranquilli nella loro olimpica bellezza.

Pittura. - Nell'arte cretese-micenea si hanno pregevolissimi documenti di arte pittorica, e precisamente di affresco. Nel Medioevo ellenico l'arte della grande pittura di affresco pare che fosse perduta; si può supporre ciò anche sulla base della tradizione letteraria. Vi è infatti incertezza per quanto riguarda le sue origini; gli eruditi greci riferivano che presso gli Egiziani era convincimento che la pittura fosse stata trasmessa da loro ai Greci, mentre questi sostenevano che le origini di tale arte si dovevano ricercare o a Sicione o a Corinto (Plin., Nat. Hist., XXXV, 15). Nello stesso passo pliniano è riferito appunto che come primi pittori debbono essere considerati l'egizio Filocle, i corinzî Cleante e Aridice, il sicionio Telefane. Lo stesso Plinio aggiunge che Ecfanto corinzio aveva ravvivato le immagini monocrome con ritocchi rossi ottenuti da cocci pestati. Questi sono i primissimi vagiti dell'arte pittorica, perduti nella nebbia della leggenda.

Nella seconda metà del sec. VIII, secondo una notizia pliniana (Nat. Hist., XXXV, 73), già la pittura si sarebbe cimentata in vaste composizioni, p. es. in un quadro di battaglia dei Magnesî contro gli Efesî, opera di Bularco. Scendendo più giù nei secoli VII e VI a. C. si hanno ancora più complesse composizioni, come la presa di Troia di Cleante (Strab., VIII, 343), al quale si doveva pure il quadro della nascita di Atena, e come la battaglia degli Achei sotto Troia presso le navi, opera di Callifonte samio (Pausan., V, 19, 2; X, 26, 6). L'importanza di questa primitiva pittura greca si può arguire anche dal fatto che pittori greci lavorarono, secondo Plinio (Nat. Hist., XXXV, 17 e 154), nel Lazio, ad Ardea e a Lanuvio, e in Etruria. Dapprima queste pitture non erano altro che disegni monocromatici, senza scorcio e senza chiaroscuro; poi il disegno divenne policromo, ma con una limitata tavolozza, cioè col bianco e il nero, il giallo e il rosso. Dobbiamo immaginare questi stadî della pittura prendendo in considerazione le serie di vasi, da quelli di tipo ancora geometrico sino ai vasi attici, calcidesi, ionici, corinzî della metà del sec. VI. Esempî di pittura su argilla si hanno nella metopa dell'Apollonion di Thérmos (Etolia) ormai del sec. VI, con l'uso del giallo scuro, non del nero, per le carni dell'uomo.

Ulteriori progressi si hanno a partire dall'inoltrato sec. VI, e, come per la scultura, così per la pittura, Atene comincia a essere il centro principale, ove tali progressi vengono raggiunti. All'età di Solone e nei primi tempi di Pisistrato va collocata l'attività di Eumare, il quale, secondo un passo pliniano (Nat. Hist., XXXV, 55), osò imitare ogni genere di figure e distinguere l'uomo dalla donna, evidentemente non già con mezzi convenzionali, ma con caratteristiche naturali. Altri progressi sono annunciati dal medesimo passo pliniano come dovuti a Cimone di Cleone (presso Corinto), pittore attivo tra il sec. VI e il sec. V, contemporaneamente al fiorire della ceramica attica a figure rosse di stile severo: l'innovazione principale di Cimone fu l'introduzione dello scorcio (katágrapha, obliquae imagines), specialmente nei volti, mentre perfezionamenti maggiori egli raggiunse trattando l'anatomia e il panneggio.

A Cimone di Cleone si riannoda un grande pittore, un affreschista, cioè Polignoto, figlio di Aglaofonte, di Taso, il quale svolse la maggior parte della sua attività in Atene, ove fondò una scuola in cui possiamo annoverare Micone, figlio di Fanoco ateniese, Paneno, fratello di Fidia, e Fidia stesso, il sommo scultore.

In Atene, oltre a varî pínakes o quadri votivi, poi conservati nella pinacoteca dell'acropoli, Polignoto decorò assieme a Micone il santuario dei Dioscuri, e con Micone e Paneno il portico variopinto o Pecile nell'agorà. Celebri erano di Polignoto nella Lesche, o sala di ritrovo degli Cnidî, a Delfi, i due affreschi della distruzione di Troia e della Nékyia omerica, affreschi che conosciamo attraverso la minuta descrizione di Pausania (X, 25-31). A Platea Polignoto eseguì nel tempio di Atena Areia la scena di Odisseo dopo la morte dei Proci e l'assalto dei Sette contro Tebe; si citano di Polignoto altre pitture di Tespie, un apobátes e un Salmoneo. Nel Pecile, di Polignoto era la Iliuperside, mentre l'Amazonomachia era di Micone e la battaglia di Maratona era di Paneno e Micone. Nell'Anákeion Polignoto rappresentò il ratto delle Leucippidi e Micone gli Argonauti. Di Micone poi erano noti quattro affreschi nel Theseìon di Atene (Amazonomachia, Centauromachia, Teseo in fondo al mare, morte di Teseo), mentre Paneno ornò di pitture l'interno del tempio di Zeus in Olimpia, e il trono del dio nel tempio stesso.

Da tutte queste notizie su Polignoto e la sua scuola risulta che quest' attività pittorica nel campo dell'affresco è da collocarsi tra le guerre persiane e i primi anni del governo di Pericle, cioè tra il 480 e il 440 all'incirca. Carattere solenne di gravità maestosa e concentrata avevano i dipinti polignotei, mentre i compagni e seguaci di Polignoto, Micone e Paneno, s'indirizzavano specialmente a temi bellici, con audaci gruppi di combattenti. Inoltre con Polignoto si avverte l'introduzione dei livelli diversi nelle composizioni pittoriche, rimanendo in parte nascoste da anfrattuosità del terreno alcune figure; ma, pure essendo distribuite le figure a livelli e perciò a piani diversi, conservavano esse eguaglianza di proporzioni. I riflessi di questa grandiosa arte polignotea, in cui era ammirato l'éthos, cioè l'espressione eroica dello spirito (v. Aristot., Poet., 2; 6; Polit., VIII, 5, 7), si possono riconoscere in una serie di vasi attici, detti polignotei, in cui sono frequenti le Amazonomachie; polignotei sono anche i frontoni del tempio di Zeus in Olimpia.

Atene, anche dopo Polignoto, continua a essere il centro maggiore di arte pittorica. Uno sviluppo della primordiale prospettiva polignotea si doveva avvertire nelle opere di Agatarco di Samo, il quale in Atene, già prima del 450 a. C., aveva dipinto una scena per una tragedia di Eschilo (Vitruv., VII, praef., 11). Accanto alla prospettiva, un altro progresso nella pittura: il chiaroscuro. Sembra che il chiaroscuro sia stato applicato largamente nella pittura dapprima da Apollodoro ateniese, fiorito negli ultimi decennî del sec. V a. C. (Plin., Nat. Hist., XXXV, 60), e che ebbe appunto il titolo di ombreggiatore, skiagráphos: con il chiaroscuro si venne a eliminare in parte la funzione della linea di contorno delle figure. Ma gli sviluppi ulteriori di tale chiaroscuro, specialmente per quanto concerne l'eliminazione quasi totale della linea di contorno, s'ebbero con due grandi pittori ancora del secolo V, Zeusi e Parrasio.

Intanto non erano svanite le tradizioni della grandiosa arte polignotea, pur con il trasformarsi dello stile ormai sciolto dagli ultimi legami dell'arcaismo, dello stile, che in questa seconda metà del sec. V è dapprima fidiaco, nella bellezza ideale severa e composta, poi, secondo la corrente ionica, gentile e aggraziato, anzi manierato. Accanto a quest'ultimo indirizzo, rappresentato da Aglaofonte, figlio del fratello di Polignoto, Aristofonte, si ha l'arte realistica di Pausone. Non più la grandiosità tragica polignotea, ma le astratte personificazioni leggiadre, e la miseria o la banalità della vita quotidiana. Zeusi e Parrasio fiorirono tra il secolo V e il sec. IV.

Zeusi di Eraclea nel Ponto, sebbene abbia eseguito un Eros incoronato di rose, fu noto tuttavia come pittore dalle forme vigorose, massicce, sicché poteva esser considerato come un Policleto della pittura. Egli raggiunse bellissimi effetti coloristici, ma si dedicò anche ai monocromata. Il merito di questo pittore (v. Aristotele, Poetica, 6), manchevole nell'espressione dei caratteri, consisteva essenzialmente in una tecnica perfetta, tecnica per cui a buon diritto era celebre la sua Elena di Crotone.

Parrasio di Efeso, continuatore della tradizione polignotea riguardo ai soggetti, tratti per lo più dall'epos del ciclo troiano, ricercava un'espressione spirituale, basata sul motivo fisico. Predilesse egli figure di eroi e di atleti, ma le forme da lui espresse furono delicate, gentili, conforme alla corrente ionica, sicché era celebre il suo Teseo che pareva "nutrito di rose".

Passionale doveva essere l'arte di Timante, dell'isola di Citno, che vinse in una gara Parrasio con il quadro della contesa per le armi di Achille; celebre era il suo sacrifizio d'Ifigenia, magnificato da varî scrittori, specialmente latini, e di cui una pallida eco ci è conservata in monumenti di età imperiale romana.

All'inizio del sec. IV fu fiorente la scuola di Sicione con indirizzo affine a quello della scultura nella stessa città. Infatti era nella pittura sicionia, che rifuggiva dai ripieghi e che dai Greci era chiamata crestografia, il predominio assoluto della scienza dei numeri e della linea, la preoccupazione della simmetria e della proporzione. I maggiori rappresentanti della scuola sicionia sono Eupompo, Melanzio, Panfilo e, specialmente, lo scolaro di Panfilo, Pausia di Sicione, il quale fu il propagatore della tecnica a encausto (v.), con la quale si ottenevano effetti coloristici assai belli. Pausia ebbe alla sua volta varî scolari: Aristolao, Nicofane, Socrate, Talete; ma Pausia e la sua scuola, pur con abilità esimia nella tecnica, non si elevavano molto per i soggetti, mentre all'arte pittorica sicionia la preoccupazione scientifica della misura e della simmetria tarpò il volo della fantasia, e perciò della potenza creativa.

Da Panfilo e da Melanzio sicionî uscì un sommo pittore, Apelle di Colofone; ma il genio di Apelle, se fu disciplinato nella rigida metodica sicionia, poté aprire nuove vie all'arte della pittura, sicché Apelle si può considerare come il caposcuola dell'indirizzo ionico.

Apelle fu attivo specialmente ad Efeso e a Coo, fu coetaneo di Lisippo, perché la sua vita si estese con tutta probabilità, come quella del sommo scultore sicionio, fra il 370 e il 300 all'incirca, e, come Lisippo, fu l'artista di corte di Alessandro Magno. Il suo capolavoro fu l'Afrodite anadiomene a Coo, sicché egli nella pittura fu quasi il riscontro di Prassitele nella scultura. Abilissimo fu Apelle nella tecnica; basterà accennare all'episodio della linea sottilissima che egli condusse al disopra di una linea pure assai sottile tracciata da Protogene (Plin., Nat. Hist., XXXI, 81); nel disegno raggiunse maestria somma nello scorcio; basterà come esempio il ritratto di Antigono, in cui nascose meravigliosamente il suo carattere di guercio (Plin., Nat. Hist., XXXV, 90); fu eccellente nel chiaroscuro, sicché alcune parti delle sue figure sembravano sporgere dal quadro; ebbe in sommo grado la dote di colorista, che esplicò specialmente nel quadro della Calunnia e in quello del Tuono, del Lampo e del Fulmine, distinti fra loro dalla diversa intonazione dei colori.

Ma il carattere saliente dell'opera di Apelle era l'idealità, che egli non riconosceva in un altro grande rappresentante della scuola ionica, Protogene di Cauno (Caria), il quale assai tardi ebbe fama come pittore, avendo continuato a essere semplice decoratore di navi sino a cinquant'anni (Plin., Nat. Hist., XXXV, 101); forse fu più giovane di Apelle e visse più a lungo di lui. L'attività sua si svolse specialmente in Atene, poi a Rodi. Rimase celebre Protogene per la sua tormentata incontentabilità, che lo spingeva a fare e a rifare più volte lo stesso quadro: valga, come esempio, il suo Ialiso, per cui impiegò ben sette anni di lavoro. Nella perfezione dell'opera doveva consistere la grandezza dell'arte di Protogene, che fu anche scultore in bronzo.

Accanto alla scuola ionica, preminente, e derivata dalla scuola sicionia, furono fiorenti nel sec. IV a. C. le scuole tebana e attica. Della tebana fu il miglior rappresentante Aristide, secondo alcuni inventore dell'encausto; pittore passionale, si può paragonare allo scultore Scopa per le immagini impressionanti da lui create, atte a suscitare la commozione dello spettatore. Scolaro di Aristide fu suo figlio Nicomaco, artista possente e facile, sì da essere paragonato a Omero; scolari di Nicomaco furono Aristide il giovane, che sembra essere stato pittore di genere e ritrattista, e Filosseno di Eretria, il cui nome è legato al quadro di una battaglia tra Alessandro e Dario Codomano, di cui un vivido ricordo si è voluto riconoscere nel celebre mosaico della Casa del Fauno di Pompei.

Dalla scuola tebana uscì Eufranore dell'Istmo, che fu anche scultore, e che appartiene in realtà alla scuola attica, riallacciandosi tuttavia alla scuola sicionia per la cura dimostrata nella simmetria delle figure. Scolaro di Eufranore fu Antidoto, e di questo fu scolaro Nicia ateniese, contemporaneo, ma più giovane, di Prassitele. Nicia perfezionò la tecnica dell'encausto, diede grande importanza al chiaroscuro, raggiungendo magnifici effetti plastici; predilesse soggetti grandiosi di contenuto mitico, con prevalenza di figure muliebri, e in questi soggetti fu pittore idealista. Di due suoi celebri quadri, della liberazione di Io e della liberazione di Andromeda, si sono conservati i ricordi in pitture romane.

In questo sec. IV a. C., in cui la grande quantità dei pittori equivale alla loro esimia qualità, sono da menzionare altri artisti isolati. Atenione di Maronia, che fu preferito a Nicia per l'austerità maggiore dei suoi dipinti; Cidia di Citno, di cui celebre era il quadro degli Argonauti; Aetione con le nozze di Rossana e di Alessandro, di cui un riflesso si è voluto riconoscere nelle "Nozze Aldobrandine" nella Biblioteca Vaticana; Antifilo, il rivale di Apelle, che come Aetione perseguiva effetti di luce artificiale in ambienti chiusi; Teone di Samo, che diventò famoso nel genere delle visioni, cioè delle rappresentazioni reali d'immagini fantastiche; infine Ctesiloco, fratello di Apelle, ma ben diverso da lui, perché fu pittore burlesco. Alcuni di questi pittori penetrano nel sec. III, cioè in pieno ellenismo, quando si disperdono le vecchie scuole e si forma uno stile comune. La maggior parte dei pittori ellenistici appartiene all'Asia Minore e all'Egitto, ove, come per l'architettura e per la scultura, si sposta l'arte greca.

Come per la scultura, così per la pittura il mito viene trattato o con accentuato, talora esagerato, spirito tragico, o in modo del tutto idilliaco. Rappresentante della maniera tragica è, p. es., Euante d'Egitto, della maniera idilliaca Artemone d'Asia Minore, ma pare che negli ultimi tempi dell'ellenismo si ritornasse nei soggetti mitici alle pure fonti dei secoli aurei, con i caratteri di maggiore compostezza e di maggior aderenza al contenuto; pittore classicheggiante fu Timomaco di Bisanzio vissuto nel sec. I a. C. e autore di due celebri quadri, Aiace e Medea, di cui gli echi risuonano in pitture pompeiane.

Ma l'arte pittorica dell'ellenismo fu essenzialmente veristica, e fu perciò pittura di genere. Di essa abbiamo uno dei primi rappresentanti in Antifilo, la cui attività, come si vide, appartiene al secolo IV: era egli un rōpográfos o pittore di cose, piccole per contenuto e importanza, e fu l'inventore dei grýlloi, cioè delle scene burlesche con figure umane a testa bestiale, nel quale genere di arte senza dubbio influirono le figurazioni di dei teriomorfi dell'Egitto. E in Egitto dovette specialmente svilupparsi questa duplice corrente.

Dalla rōpografia si scende alla ryparografía, cioè alla pittura di cose sordide: l'introduttore ne fu Peiraico (secondo altri Grafico), che fu pittore di botteghe e di cose umili e volgari. Scene di commedie furono dipinte da Calate. Con i grýlloi, la rōpografía, le scene comiche, siamo già in un ambiente caricaturale e umoristico. Così la pittura riproduce pigmei o negri, mentre il tratto comico s'insinua anche in soggetti drammatici: così Nealce di Sicione, nel quadro di una battaglia nilotica tra Persiani ed Egizî, rappresentò un coccodrillo che insidiava un asinello in atto di bere l'acqua del fiume.

Prevale ormai nella pittura ellenistica il paesaggio sull'uomo; non più l'uomo campeggia, come nella pittura precedente, da solo o con scarsi accenni paesistici, ma ora è l'uomo che è inserito nell'ampio, sconfinato quadro della natura. Come nel rilievo, così anche nella pittura si hanno i soggetti puramente animaleschi o di natura morta. Non solo, ma dalla scenografia trae la sua origine la pittura di prospetti architettonici di carattere assolutamente fantastico, senza logicità di rapporti e di proporzioni. Per tal genere di pittura si ha il nome di Apaturio di Alabanda (Caria), di cui celebre era la decorazione dell'ekklēsiastrion di Tralle. Si affermava vieppiù tale genere di pittura, esagerando nel fantastico con steli, candeliere, unioni ibride di motivi vegetali e animali, nel sec. I a. C., e rimaneva nella decorazione parietale romana (v.).

Nella pittura rientra il mosaico, che ha poi maggiore sviluppo nell'arte romana. Per l'ellenismo è da citare qualche monumento: i mosaici con scene iliache, adornanti il pavimento della nave di Gerone II di Siracusa (276-222 a. C.); il pavimento "non spazzato" (asárōtos oīkos) di Soso pergameno. Alcuni mosaici pompeiani debbono essere qui citati come opere ellenistiche, come il già addotto mosaico dello scontro tra Alessandro e Dario, e come quello dei giocolieri o buffoni firmato da Dioscuride di Samo (v.).

Altri monumenti pittorici ellenistici a noi pervenuti sono pure notevoli, cioè le stele dipinte di Pagase (Tessaglia): duecento circa, tra cui una ventina ben conservate; in maggioranza appartengono al secolo III a. C., e sono importanti sia per la tecnica, con disegno preparatorio a punta di pennello e coi colori applicati con una specie di spatola, sia per l'espressione a varî piani prospettici. Un contributo alla conoscenza della pittura ellenistica si ha in pitture di Ercolano e di Pompei, in cui è dato talora di discernere quanto è dovuto all'arte ellenistica da quanto è stato introdotto dai tardi e spesso sciatti decoratori.

Ceramica. - Ampio sviluppo ebbe la ceramica in tutta la lunga età cretese-micenea, a Creta e nell'Argolide, e contemporaneamente, con altri aspetti, essa si manifestò nelle altre parti del mondo greco (v. cretese-micenea, civiltà; grecia: Preistoria).

Alla civiltà micenea succede il medioevo ellenico o periodo delle nuove origini, che abbraccia all'incirca tre secoli (1000-700 a. C.); è il periodo dell'arte detta geometrica. In alcuni prodotti dei primi tempi, e specialmente di Creta e dell'Argolide, si notano i ricordi dell'arte cretese-micenea specie nel persistere delle linee curve; poi è il regno della linea retta, con la decorazione distribuita con rigida armonia, con la figura umana e la figura bestiale ridotte a mere espressioni astratte, filiformi nell'aspetto. È la ceramica che ci è nota in special modo dalla produzione attica del Dípylon, dal luogo dei più significanti rinvenimenti (v. attici, vasi). Si tratta di grandi vasi funerarî (un esemplare raggiunge l'altezza di m. 1,75) con decorazione a zone e con rappresentazioni, dato lo scopo funerario di questi vasi, per lo più di carattere mortuario. La figura umana è rappresentata sempre ignuda e vi è in sommo grado l'horror vacui; talvolta, specialmente nel coperchio di pissidi, si ha la manifestazione della coroplastica in figure equine, le quali sono le preferite da codesti ceramisti del periodo geometrico. Accanto al geometrico attico abbiamo quello di Tem, di Rodi, della Beozia, del Peloponneso nord-orientale, cioè il protocorinzio (v.), che è stato fissato o ad Argo, o a Sicione, o a Corinto, e che si esplica in leggiadri prodotti minuscoli per olî e per profumi.

A poco a poco nel severo patrimonio decorativo geometrico, nel quale tuttavia si esplica limpidissimo ciò che è uno dei caratteri salienti dell'arte greca, cioè il senso dell'euritmia, s'infiltrano elementi vegetali, animali mostruosi; non è più il regno assoluto della linea retta, appaiono le curve; non è più la prevalenza delle forme geometriche inanimate su quelle animate; le forme umane e bestiali cominciano ad acquistare corporeità; in una parola è īl passaggio dallo stile geometrico all'orientalizzante. La decorazione zoomorfa e teratomorfa di origine orientale è assimilata e rielaborata con gli aspetti suoi proprî dallo spirito ellenico. Si hanno, a partire dal sec. VII, le famiglie varie di vasi: i vasi rodî finissimi, spesso brocche con le varie zone adorne a figure di capri pascenti; i vasi di Naucratide e di Dáfnē con esuberante decorazione vegetale; i vasi corinzî, minuscoli, per olî e profumi, i vasi delle isole dell'Egeo, Delo, Milo, Egina, i vasi protoattici, i beotici.

Rudezza maggiore è dapprima nei vasi protoattici, in cui, a differenza degli altri, la figura umana non è quasi mai esclusa e non è in sottordine rispetto a quella bestiale o mostruosa (sfinge, centauro, chimera, sirena o arpia, ecc.). Ma verso la fine del sec. VII noi assistiamo in tutta questa produzione orientalizzante alla graduale ascesa della figura umana, la quale è, per esempio nelle anfore di Milo, del tutto trionfatrice. E scorgiamo che non più, come nella ceramica geometrica, la figura umana è rappresentata in avvenimenti della vita quotidiana, ma è effigiata in episodi mitici. Nel frattempo l'abilità dei ceramisti si esplica anche nella produzione vasaria a rilievo o a parti plasmate o in vasi interamente configurati. I vasi a rilievo sono di solito di grandi dimensioni, sono píthoi o anfore di Rodi, di Creta, di Atene, di Beozia, mentre squisiti vasi, in parte configurati e in parte dipinti, sono di fabbrica corinzia e insulare, e mentre infine la ceramica corinzia si esplica specialmente nella fabbricazione di vasetti del tutto configurati. L'esportazione maggiore in questo periodo orientalizzante è dei prodotti corinzî, che inondano i mercati dell'Etruria, della Sicilia, della Magna Grecia.

Il sec. VI a. C. è il periodo dell'arte ionica e quello della piena preminenza, nella decorazione vascolare, dell'elemento umano sull'elemento bestiale con il fiorire delle scene di contenuto mitico.

Parecchi centri continuano la loro attività; alcuni (Rodi) decadono dalla loro floridezza e si atrofizzano, altri (Laconia, Attica), già umili e modesti, hanno ora un rigoglio di vita. Vigoreggiano le fabbriche della Ionia asiatica e di Corinto, ma nella seconda metà del secolo anche esse decadono; rimane assoluta, esclusiva dominatrice Atene. E continua la tecnica della figura e degli ornati in colore oscuro, anzi nero sul fondo bianco o giallastro dell'argilla. Vi sono rare eccezioni: una è data da un piatto policromo di Tera con due figure muliebri in animato colloquio. Ma per Tera, come per Creta e Rodi, ben pochi esemplari possiamo addurre.

Nella ceramica corinzia si constata il mantenimento di piccoli vasi adorni di forme vegetali e di essere bestiali e favolosi; ma vi è già il mito, come nel lágynos, bottiglia, firmato da Timonida con l'agguato di Achille a Troilo. Cominciano invero le firme sui vasi corinzî: oltre a Timonida abbiamo Carete. Milonida appare nella serie di quei pínakes o quadretti fittili, che in gran numero si sono rinvenuti a Penteskoúfia vicino all'Acrocorinto, quadretti curiosi e preziosi che ci esibiscono varî aspetti della vita corinzia del sec. VI a. C. Ma poi nella ceramica corinzia assistiamo all'apparizione di vasi di grandi proporzioni, specialmente crateri, adorni di scene mitiche. Ciò evidentemente per gareggiare con la ceramica attica, la quale comincia, a partire dalla metà del sec. VI, a impadronirsi dei mercati d'Italia; e forse pure sotto l'influsso della grande pittura corinzia. Ma verso la fine del sec. VI la ceramica corinzia si atrofizza e muore.

Nella prima metà del sec. VI ha vigore la ceramica che possiamo chiamare laconica, meglio che cirenaica, e il cui sviluppo va dal 700 a. C. al 350 circa a. C., ma che acquista importanza solo nel cinquantennio dal 600 al 550, quando viene esportata nella Magna Grecia e in Etruria; il cimelio più insigne è la tazza di Arcesilao del Gabinetto delle Medaglie a Parigi. Sono per lo più tazze, ma anche crateri e idrie, e peculiare è la decorazione col frutto del melograno.

Per la Ionia abbiamo varie famiglie di vasi, tutti con scene e con figure piene di vivacità: le anfore tipo Fikellura, i vasi di Clazomene, insieme coi sarcofagi fittili proprî di tale città, i vasi, specie situle, di Dáfnē, i frammenti di Naucratide, le idrie ceretane, forse della corrente ionico-asiatica, le cosiddette anfore "pontiche", i vasi calcidesi, nei quali recentemente si è voluto far rientrare vasi forse di fabbrica cicladica, quale è la tazza detta di Fineo del Museo di Würzburg. Le fabbriche calcidesi sembra che abbiano avuto, insieme con quella dei sarcofagi clazomenî, più lunga durata, ché forse arrivano sino all'anno 507-6, in cui Calcide subì una grave sconfitta da parte degli Ateniesi. È in tutti questi vasi la figura nerra su fondo chiaro, ma talora, per esempio nei clazomenî e nelle idrie ceretane più che nei vasi calcidesi, vi è la policromia; più rigidamente a figure nere è la ceramica attica.

Dalla metà del sec. VI in poi predomina in modo assoluto la ceramica attica.

Dalla magnifica anfora di Nesso del Museo di Atene sino al celebre vaso François, firmato da Clizia ed Ergotimo, è un progresso continuo, attraverso specialmente le cosiddette anfore tirreniche. Dopo il vaso François è il virtuosismo di esecuzione, poiché il lavoro arduo e paziente della punta metallica aiuta quello del pennello. Numerosi pittori e fabbricanti ci sono noti dalle firme: Amaside, Exechia, la serie dei "piccoli maestri", Nicostene. Abbiamo anche tavole fittili dipinte, doni votivi, accanto ai quali, come manifestazione della pittura su argilla, si debbono collocare le metope policrome del tempio di Apollo a Thérmos.

Verso il 530-520 avviene la trasformazione della ceramica attica dalla tecnica a figure nere, di carattere convenzionale (l'uomo in nero e la donna in bianco), a quella a figure rosse, trasformazione che apre alla ceramica attica, ormai esclusiva padrona dei mercati d'Italia, la via alle maggiori e più fulgide conquiste con l'emancipazione dal convenzionalismo. Rimane tuttavia la figura nera in un genere andante di produzione, che penetra anche nel secolo V a. C. e dura per quasi tutto il secolo IV, cioè nelle anfore panatenaiche. Uscendo dall'Attica, constatiamo la permanenza della figura nera nella produzione beotica del santuario dei Cabiri presso Tebe. Come passaggio al pieno trionfo della ceramica a figure rosse si hanno i vasi a duplice tecnica, a figure nere e a figure rosse, del decennio tra il 530 e il 520, vasi per cui ricorre specialmente il nome del ceramista Andocide. Poi è la fioritura della ceramica di stile severo, caratterizzata in principal modo dalla frequenza della tazza (kýlix), per cui questo periodo dello stile severo è stato anche chiamato il periodo dei grandi maestri di tazze. Esso si divide in due fasi o cicli: quello di Epitteto, piuttosto breve, ove è più pronunziato l'attaccamento alla tradizione, e quello di Eufronio, che dagli ultimi anni del secolo VI scende sino al decennio tra il 480 e il 470 a. C., e in cui vi è audacia di composizioni, di schemi, di motivi, vi è l'accento epico, l'afflato tragico, l'umorismo della vita reale. Non mai come in questa fase la pittura ceramica si è tanto sollevata vicino alla grande arte, e non mai come ora abbiamo una folla di ceramisti, o padroni di officina o pittori, che hanno firmato parecchie delle loro opere: oltre ad Eufronio, Olto, Eussiteo, Smicro, Eutimide, Finzia, Gerone, Macrone, Duride, Brigo, Sosia; mentre le mani di altri pittori che non hanno mai firmato sono state riconosciute dall'odierna critica, che è ricorsa per la designazione di questi anonimi a circonlocuzioni: così si hanno i pittori delle anfore di Berlino, del cratere di Pane, della oinochóē Dutuit, dell'idria di Troilo del British Museum, e così via. Talora per la ricostruzione di determinati gruppi di vasi, uniti fra loro da una comunanza di formula artistica, servono anche le scritte laudatorie in onore di questo o di quell'efebo di nobile famiglia o di vita splendida, le scritte in cui accanto al nome è l'epiteto "bello" (kalós), nel senso del nostro "evviva". Sono nello stile severo quasi tutti i vasi per il convito, sia per conservare il vino, sia per versarlo o per berlo, ma non mancano vasi di carattere funerario, le cosiddette loutrofóroi. E non mancano vasi configurati di squisita fattura: teste muliebri, sileniche, di negri, di animali; oggetti come l'astragalo, ecc.

Tra il 480 e il 470 lo stile della pittura ceramica attica da severo si trasforma in grandioso: il convenzionalismo anatomico e del panneggio si comincia a sciogliere; l'occhio, prima rappresentato sempre di prospetto, si avvicina al profilo. Eufronio era ancora a capo di una ben nota officina, quando questo mutamento avveniva. Nello stile grandioso avvertiamo l'influsso immediato di Polignoto di Taso e della sua scuola; è la sublimità tragica che si esprime con grandiose figure, per lo più in azione di lotta (gigantomachia, centauromachia, amazonomachia), e incomincia ad introdursi nei vasi la composizione polignotea a varî livelli, come nel famoso cratere degli "Argonauti" e dei Niobidi di Orvieto. Dato il carattere grandioso delle figure, grandiosi sono i vasi; non più la tazza, ma le anfore a volute, il cratere a calice o a campana, il cratere a colonnette (kelébē). Ma divengono rari i nomi dei ceramisti in questa fase che giunge sino al 450 a. C. Allo stile grandioso succede lo stile bello, che potremmo chiamare anche stile fidiaco; ormai il disegno è sciolto del tutto dai legami dell'arcaismo e le figure acquistano, nei loro tratti ideali, grande severità e compostezza. È la fase in cui hanno la maggiore espansione le lékythoi funerarie, quei bianchi vasetti allungati, adorni a policromia, per lo più con scene mortuarie.

Intanto a partire dal 450 a. C. va facendosi strada un altro indirizzo di arte, un indirizzo di leggiadra soavità, a piccole figure, sicché possiamo chiamarlo con l'epiteto di miniaturistico. Questa tendenza eccelle nell'idria firmata da Midia e nei vasi che possono aggrupparsi intorno ad essa; si perviene in tal modo alla fine del secolo V a. C., quando l'esito disastroso per Atene della guerra del Peloponneso, rendendo difficili gli sbocchi della merce vasaria in Italia, restringe assai la produzione portandola a un inevitabile decadimento. Nella produzione mediocre dei primi decennî del sec. IV a. C., in cui si continua l'indirizzo midiaco, pochi vasi emergono, tra cui la ben nota anfora di Pronomo del Museo di Napoli.

Ma a partire dal decennio 380-370 a. C. è un breve rifiorimento della ceramica attica. Sono i vasi cossiddetti di Kerč, perché in gran parte rinvenuti in tale località (l'antico Panticapeo) in Crimea, ove s'indirizza allora per la maggior parte la merce vasaria attica. All'evanescenza, alla leggiadria soave dello stile midiaco si sostituiscono la solidità, la plasticità di figure pur tuttavia graziose, in cui pare di avvertire da un lato l'eco di Scopa, dall'altro quella di Prassitele. Né mancano in questa fase vasi configurati e vasi a rilievo dimostranti le stesse qualità. Ma ben presto si ha l'esaurimento; verso la fine del sec. IV a. C. la ceramica attica a scene figurate dipinte scompare; gli ultimi prodotti di questa ceramica attica, ormai del pieno ellenismo, sono ricoperti di nera, lucente vernice con semplici motivi ornamentali, in cui è raro incontrare la figura umana.

Come derivazione della ceramica attica possiamo addurre la ceramica italiota.

Dapprima, nei tempi di Pericle, si hanno i prodotti forse dovuti a Turî e ad Eraclea, ma anche a Ruvo e a Taranto, in cui la nobiltà delle forme attiche fidiache è ancora appariscente, ma poi, a partire dal sec. IV, si vanno costituendo i tre stili regionali, apulo, lucano, campano, con i loro caratteri distinti. Con Taranto alcuni vogliono riconnettere un genere di vasi, in cui sono scene burlesche desunte dalle rappresentazioni fliaciche. Nella ceramica apula sono frequenti i vasi di forme grandiose, con scene mitiche, ma specialmente con scene mortuarie, di culto alla tomba; vi è ricchezza ed esuberanza, la quale poi degenera in forme stereotipate, banali. Pesantezza e volgarità sono nella ceramica lucana, grossolanità e sciatteria emergono dalla ceramica campana. Una fabbrica distinta di vasi a scene figurate pare che si debba fissare a Lipari, una seconda fabbrica nel territorio etneo; ma sono fabbriche di non numerosi prodotti, mentre per la Sicilia dobbiamo menzionare in piena età ellenistica la peculiare ceramica di Centuripe, in cui è l'unione del rilievo, di carattere architettonico e policromo, con la decorazione pittorica a figure espresse su di uno strato di calce.

Propaggine della ceramica attica degli ultimi tempi del sec. V è la ceramica falisca, che ha purezza di forme nei più antichi esemplari; ma subentrano ben presto la banalità e la volgarità, che sono pure caratteri insiti nella ceramica etrusca dipinta del sec. IV, di derivazione ellenica, ceramica tuttavia a cui si deve riconoscere potenza, vigoria espressiva non comune (v. etruschi, pag. 523). Come nell'Attica ai vasi a scene figurate succedono, nel periodo ellenistico, i vasi verniciati di nero, con scarse decorazioni sovrappinte, così analoga sostituzione vediamo e nell'Italia meridionale e nell'Italia centrale, sia coi vasi detti di Gnazia, sia con la produzione etrusco-campana, che precorre i cosiddetti pocula dipinti.

Sono tutte documentazioni di stanchezza, di esaurimento della pittura vascolare; altra documentazione possiamo aggiungere: i vasi ellenistici, in cui rientrano quelli centuripini, con il fondo chiaro e con figure policrome, i vasi specialmente cumani, i vasi di Hadra, nelle vicinanze di Alessandria di Egitto, specialmente idrie funerarie con decorazione e con figure nere schizzate sul fondo giallastro dell'argilla, i cosiddetti lágynoi o bottiglie con assai meschini ornati sul fondo nero (cfr. i vasi di Gnazia).

Per la ceramica a rilievo nell'età ellenistica abbiamo le coppe megaresi, imitanti originali metallici, con le loro derivazioni in varie località del Mediterraneo (Crimea, Pergamo, Cales). Infine abbiamo la ceramica a figure o a parti di figure plastiche, in cui si specchia l'indirizzo caricaturale, veristico, dell'arte specialmente alessandrina; mentre a Canosa si debbono fissare i pesanti askoí, privi di buon gusto e di misura, sovraccarichi di statuette, di protomi, di teste, e con uso sfacciato di policromia.

Arti minori. - Nelle arti minori si possono annoverare la coroplastica, la toreutica, l'oreficeria, l'arte della moneta, la glittica, l'intaglio in avorio.

Della coroplastica abbiamo i primi esemplari nelle terracotte cretesi preelleniche rinvenute in luoghi destinati al culto, nella grotta di Patsõ, sul monte Iucta (Gioúktas); a Petsofà, nei palazzi di Cnosso e di Festo. Alle ultime manifestazioni coroplastiche della civiltà cretese-micenea si riallacciano le prime statuette fittili del periodo geometrico. Durante il quale, specialmente a partire dal sec. VIII a. C., è la Beozia che primeggia in tal genere di arte: caratteristici sono i cosiddetti papádes, statuette assai stilizzate di forma campanulata e con la testa a profilo aguzzo, quasi di volatile. Figure di primitiva, radicale stilizzazione sono rappresentate anche a gruppi, ritraenti varie occupazioni della vita quotidiana; per lo più hanno forme schiacciate, con le parti sporgenti aguzze.

Nell'arte ionica si ha una grande espansione della coroplastica specialmente nell'isola di Rodi, ove sono quasi sempre figure muliebri e poi anche busti, pure muliebri; qui è riconoscibile l'appoggio alle opere di scultura, con forme rotonde, quasi cilindriche. Altra regione ove attecchì assai la coroplastica, sì da divenire uno dei rami più importanti dell'arte, è la Sicilia con la Magna Grecia.

Già nell'epoca arcaica si posseggono qui grandiose opere d'arte in argilla; basterà addurre il singolare rilievo policromo di terracotta proveniente dall'Athenaīon di Siracusa, rappresentante l'orrida Medusa. Le stipi votive dei grandi santuarî, le tombe delle città greche siceliote e italiote sono ricolme di terrecotte figurate; specialmente notevoli sono quelle di Selinunte, numerosissime e arcaiche, dove affiora un genere di arte di carattere anticlassico nello spregiudicato realismo delle forme, soprattutto nei volti, riprodotti con un'incisiva stilizzazione, che accentua i caratteri individualistici lontani dalle formule generiche d'indirizzo idealistico.

Invece l'influsso della scultura, fiorita nella Magna Grecia tra la fine del sec. VI e tutta la prima metà del sec. V, si ha nella fiorentissima produzione di terrecotte della Calabria (Reggio, territorio di Gerace e dell'antica Locri, Rosarno o antica Medma, Caulonia) e della Sicilia orientale (Siracusa, Grammichele, Gela, S. Mauro, Licodia o antica Inessa). Notevoli sono soprattutto le terrecotte locresi rinvenute in un santuario di Persefone: è una congerie di tavolette a rilievo, di stile assai fine, e che debbono essere ascritte al primo trentennio del sec. V. Sono rappresentazioni di Persefone o di divinità infernali o agresti a lei affini; sono scene allusive al mito di Persefone, scene di offerte di culto, di carattere funebre. In tutte è il suggello della fine, delicata arte ionica. Un'altra serie di rilievi fittili, contemporanei ai locresi, è quella dei cosiddetti rilievi melî, dovuti, a quel che pare, all'isola di Milo, e caratterizzati da forme agili, nervose, coi tratti pronunciati del volto. Per la seconda metà del sec. V e per i primi tempi del IV continua il primato nella coroplastica della Sicilia. Notevoli sono principalmente le terrecotte agrigentine, con i busti muliebri a grandezza naturale delle due divinità tanto onorate in Sicilia, Demetra e Persefone; vi sono avvertibili i caratteri della grandiosa arte fidiaca.

La Beozia riprende il sopravvento nel sec. IV e precisamente con le gentili figurine muliebri che vanno sotto il nome di tanagre, perché venute alla luce in maggior numero dalle tombe della piccola città di Tanagra.

Nelle tanagre del sec. IV sono evidenti gl'influssi dell'arte di Prassitele, gentile e aggraziata: sono per lo più leggiadre figurine muliebri ammantate, flessuose e atteggiate in modo elegante. La raffinata esecuzione delle statue marmoree e bronzee si trasforma in semplicità, in facilità esecutiva: mezzi sommarî di esecuzione, rapidità di lavoro, sintesi espressiva, ma nel contempo fervido sentimento e sicurezza di tecnica. I medesimi temi delle figure muliebri vengono trattati anche in altri centri; ad Atene, a Megara, a Corinto, ad Efeso, a Siracusa: e in questi temi vi è varietà: ora la donna è seminuda, ora è ignuda, ora è seduta, ora è in atto di danzare, o infine è accompagnata da un Eros, ora sono figure mitiche, come Afrodite, Europa sul toro, ecc.

Nella coroplastica dell'ellenismo si riflettono le varie tendenze della scultura di questo periodo, ma con la prevalenza assoluta degli indirizzi idilliaco o afrodisiaco, caricaturale o umoristico e comico.

Specialmente la città asiatica di Mirina ha offerto abbondante congerie di queste terrecotte ellenistiche, ma numerose sono anche quelle provenienti da varî centri della Sicilia. E i tipi sono svariatissimi, creati con fantasia inesauribile; perché non fabbricati a mano, ma derivati da matrici, si hanno spesso di un solo tipo parecchi esemplari. Talora questi esemplari, che dimostrano freschezza di concezione e di esecuzione, sono ritoccati con la stecca e spesso sono ricoperti di un leggiero strato di calce, che serviva di base all'applicazione dei colori. Da figure di leggiadre donne ignude, di adolescenti Eroti volanti, di bimbi scherzanti, si passa a laide figure di comici, di vecchi, di personaggi esotici, né mancano le figure di animali. Ciò corrisponde appieno alla produzione contemporanea di piccoli bronzi. Vi sono pure riproduzioni di statue; così abbiamo terrecotte che riproducono la vecchia ubbriaca di Mirone di Tebe; una terracotta di Priene ci presenta in senso umoristico e volgare il motivo del bronzo detto Lo spinario, del palazzo dei Conservatori a Roma, secondo alcuni opera di maturo arcaismo, secondo altri opera ellenistica di arte arcaistica.

La toreutica, in cui rientra anche l'arte dell'orafo, fu assai coltivata nell'età cretese-micenea, ma dalla lussureggiante ricchezza di questo periodo si scende a un'umile povertà nell'età susseguente. L'oro si riduce a pochi nastri sottili decorati a sbalzo, con ornati e con figure umane o bestiali geometrizzate; grama sopravvivenza in poveri tempi del tramontato costume cretese-miceneo di seppellire il cadavere circondato di oro. Ornamento metallico è la fibula del tipo a larga lamina con decorazione, incisa, a figure geometriche, umane e bestiali. Fibule di tal genere si sono ritrovate specialmente in Beozia, ma debbono essere ritenute fabbricate nell'Argolide. Si aggiungano i tripodi bronzei, di cui residui sono stati trovati principalmente in Olimpia, col lebete sovrapposto. Riprende la toreutica nel periodo ionico.

Sono grandi recipienti di uso sacro, di cui ci dà notizia Erodoto, il quale (I, 14) parla dei crateri aurei che Gige, re di Lidia, dedicò nel 685 a. C. a Delfi, per cui al recipiente consimile di grandi proporzioni si diede il nome di gygádas; in un altro passo (IV, 152) lo stesso Erodoto fa menzione della dedica da parte di mercanti samî, nell'Ereo di Samo, di un cratere bronzeo di tipo argolico su cui s'innalzavano protomi di grifoni. E crateri bronzei con protomi di grifoni o di belve provengono da varî santuarî ellenici, da Olimpia, da Delfi, dall'acropoli di Atene, dallo Ptoion in Beozia, dal monte Ida, da Calauria, e da località non greche dell'Asia Minore e di Etruria. Si conosce anche il nome di un celebre toreuta di quest'epoca: Teodoro di Samo, noto anche come architetto e scultore; sarebbero stati opera sua un cratere argenteo dedicato a Delfi, e uno aureo esistente nel palazzo regio di Susa in Persia.

Opere metalliche venivano adorne a rilievi sbalzati, precisamente come nell'arte cretese-micenea, ma di tali opere poche ci sono pervenute. Si può menzionare la lamina bronzea di Olimpia, residuo, forse, di un tripode, in cui, al contrario di quanto appare nelle opere cretesi-micenee, predominano l'elemento divino e quello mitico. È il mito che illustra in prevalenza queste opere di toreutica del periodo ionico; tipica tra di esse era la decorazione a rilievi di bronzo delle pareti interne del tempio di Atena Chalkioíkos in Sparta, opera di Gitiada, architetto, scultore e toreuta. È proprio di questo periodo di arte ionica il complesso di rappresentazioni mitiche in un solo monumento: si pensi all'arca, opera d'intarsio di cedro con varie altre materie, dedicata da Periandro tiranno di Corinto (629-585), per ricordo del padre Cipselo, nell'Ereo di Olimpia (Paus., V, 17, 2); si pensi alla decorazione del trono di Apollo Amideo, eseguito da Baticle di Magnesia verso la metà del sec. VI a. C. (Paus., III, 18, 9); si pensi infine, tra i monumenti a noi pervenuti, al vaso François. Invece la decorazione prettamente zoomorfa o teratomorfa di carattere orientalizzante è nelle lamine auree rinvenute a Vettersfeld (Brandeburgo).

Nell'arte arcaica ionica hanno non lieve importanza le oreficerie di ornamento della persona; Efeso e Camiro (Rodi) sono i luoghi da cui in maggior quantità sono usciti questi gioielli aurei, nei quali si possono constatare le tecniche a stampa, a granulazione, a filigrana: sono fibule, collane, spille, pendenti, orecchini, armille; la decorazione in queste oreficerie, che abbracciano i secoli VIII e VII, è geometrica, floreale, e anche figurata; motivi frequenti nelle oreficerie camiresi sono la testa umana di fronte con chioma a parrucca, e la figura di Artemide persica o della dea pótnia thērõn (signora delle belve). Poche sono invece le oreficerie greche pervenute a noi dei secoli VI e V a. C.; forse tale scarsità è dovuta alle invasioni persiane.

Si riconnette con le oreficerie di questi secoli la questione sulle téttiges o cicale auree, che erano usate come ornamento della lunga chioma, portata anche dagli uomini, e che erano in connessione col crobilo (v.). Per la tecnica infine si riconnettono con gli aurei anelli dell'arte cretese-micenea, gli anelli, forse focesi, rinvenuti in Etruria e in Sardegna, con figure o scene fantastiche incise nell'aureo castone.

Per il vasellame bronzeo dei secoli VI e V si possono addurre alcuni esemplari tipici, in cui appare la tecnica della fusione, non più quella del martellamento: il tondo di Dodona della metà del sec. VI a. C. con anse adorne di figure di cavalli marini, il tripode di Metaponto, che è come il prototipo di quelli etruschi detti vulcenti, il cratere bronzeo di Monaco e quello di Monte S. Mauro presso Caltagirone (Sicilia), il lebete con teste di ariete sull'orlo, di Leontini, le due idrie di Randazzo e di Gela, l'idria argiva del Museo di New York. Sono tutte opere, in cui l'eleganza delle forme si accompagna alla ricchezza della decorazione delle anse, a rilievi e a statuette, e degli ornati incisi. A questa produzione bronzea si riallaccia quella etrusca che fu fiorente nei secoli VI e V, sì da esercitare un commercio d'importazione nella stessa Grecia. Al contrario dello specchio etrusco, quello greco è privo di decorazione figurata o incisa o rilevata; come eccezione può essere considerato lo specchio d'argento dorato, con figurazioni incise e distribuite a settori, di Kelermès (Russia meridionale), della prima metà del sec. VI a. C. Di regola lo specchio greco, di cui la maggior parte di esemplari sono dei primi tempi del sec. V a. C., è liscio ed è sostenuto da una statuetta muliebre su base. Corinto, Argo, Sicione sono creduti i centri principali di fabbricazione di questi specchi.

Per l'oreficeria dei secoli V e IV a. C. si hanno diversi generi di oggetti.

Vi sono le corone, sia a semplice nastro, sia ad imitazione di ramoscelli; le corone avevano una parte preminente nella vita greca, perché spesso corone auree erano date a personaggi in segno di onore. Alcune se ne sono ricuperate nelle tombe; eccelle tra esse per ricchezza di composizione, in cui entrano figure alate, quella proveniente da Armento (Basilicata), ascritta alla prima metà del sec. IV a. C. Vi sono gli orecchini dei tipi a spirale, a sanguisuga, a disco e a pendente ad anello, a pendente figurato (Níkē, Menade, Eros, ecc.); vi sono le collane; peculiare è l'assenza in queste oreficerie di pietre dure o di gemme, che vengono in uso solo a partire dal sec. III a. C. Per queste oreficerie notevoli sono i rinvenimenti di Cuma nell'Eolide (Asia Minore), da una tomba in cui era uno statere di Alessandro Magno, e di S. Eufemia presso Vibo Valentia (Catanzaro); ma con queste ultime oreficerie siamo già nel periodo ellenistico.

Ma assai più importanti per il periodo dalla fine del sec. V a. C. sino a gran parte del sec. IV sono i rinvenimenti della Russia meridionale e specialmente quelli di Kerç, l'antica Panticapeo, e di Solokha (sul Dnepr).

Quivi le tombe dei regoli e dei nobili Sciti erano provviste di abbondante suppellettile di argento e d'oro, in cui osserviamo spesso un contenuto barbarico con forme elleniche e specialmente attiche. Invero intensi furono i rapporti fra la costa settentrionale del Ponto Eussino ed Atene, specialmente durante il lungo regno del re bosporano Leucone I (389-349 a. C.), e tali rapporti sono provati dalla ricca e scelta messe di vasi dipinti attici che si rinvengono in queste tombe di barbari semiellenizzati. Oltre alla corrente attica si è riconosciuta in queste oreficerie e argenterie la corrente ionica: sono diademi, custodie di archi, faretre, pettini. Frequenti sono le figure di Sciti o affaccendati coi loro cavalli, come nel rilievo sul collo dell'anfora argentea da Nicopol, o in lotta, come nel bel gruppo sormontante il pettine aureo da Solokha; frequentissima è la figura del grifone, e un combattimento tra Arimaspi e grifoni è nel diadema aureo di Taman. In questi oggetti di metallo prezioso si ha come un preannunzio di quanto si svolgerà appieno nell'arte ellenistica, cioè la rappresentazione di tipi esotici e l'ampia espansione di motivi floreali o vegetali, per cui è chiaro il riscontro con la ceramica italiota. Un'altra serie di squisiti prodotti della metallotecnica è costituita in pieno sec. IV a. C. dagli specchi bronzei a cerniera, che con ogni probabilità devono essere ascritti alla città di Corinto, ove, secondo ci attesta Eliano (Varia historia, I, 58) erano famosi gli specchi dorati. Nel lato esteriore del coperchio è un rilievo, nel lato interno è una scena incisa; le forme, sia delle figure a rilievo sia di quelle incise, sono di grande finezza e dimostrano, pure nella scelta dei soggetti, la delicatezza dell'arte del secolo di Prassitele. In Etruria tali teche di specchio furono ricalcate e imitate.

Per il sec. IV conosciamo il nome di un toreuta eccellente, Mentore, e forse allo stesso secolo risale Mie; ma è specialmente nell'età ellenistica, alle corti dei Diadochi, in Alessandria, a Pergamo, in Macedonia, in Siria, come poi in Rodi repubblicana, che lavorano toreuti di grido, per lo più dell'Asia Minore (Boeto di Calcedonia che fu anche scultore, Stratonico di Cizico, Taurisco, Posidonio di Efeso, Mirmecide di Mileto), ma anche di altre parti (Callicrate spartano, Aristone ed Eunico di Mitilene, Pasitele della Magna Grecia, che fu pure scultore) o di provenienza incerta (Calamide, Ecateo, Zopiro). lmmensa congerie di vasellame aureo e argenteo si ammassava nei maggiori centri del mondo ellenistico e poi a Roma; e da Roma si diffuse in Italia e nelle provincie.

Tre rinvenimenti sono di speciale importanza per la conoscenza di questa toreutica, applicata specialmente all'argento, e in alcuni cimelî usciti da essi si può avvertire l'innesto dell'ellenismo nella cultura romana. Sono i rinvenimenti di Hildesheim, di Boscoreale, e quello recente della casa detta di Menandro a Pompei. Mentre ad Alessandria possono essere ascritti e la tazza col busto allegorico della capitale tolemaica e i due nappi con figure di scheletri, di allegoria epicurea, all'Asia Minore pare che risalgano i più antichi pezzi di vasellame di Hildesheim, fra cui la tazza con la figura di Atena seduta, e il cantaro con cicogne.

Ricchi sono pure i gioielli ellenistici: diademi, corone, orecchini a varî pendagli a figurine, spilloni, collane, braccialetti di forma serpentina. Gli orecchini, gli spilloni, le collane hanno per lo più l'adornamento di pietre preziose.

Rientra nella toreutica la monetazione: di essa sarà trattato partitamente più oltre; ma siano qui ricordati soprattutto i riflessi che della grande arte troviamo nei tipi monetali. Nella serie arcaica lo statere di Cizico ha una figura di Níkē corrente simile alla Níkē di Delo, e tutta la monetazione tracio-macedone rivela chiaramente l'influsso dell'arte ionico-asiatica. Le monete argive coniate dopo la pace di Nicia (412 a. C.) recano una bella testa di Era, in cui è il ricordo vivo del capolavoro criselefantino di Policleto. Ma il primato spetta alla Magna Grecia e specialmente alla Sicilia e, nella Sicilia, a Siracusa. Celeberrimi sono i decadrammi siracusani firmati da Eveneto e da Cimone, coniati dopo la disfatta subita dagli Ateniesi: meravigliose forme, sia nel volto di Persefone o di Aretusa nel diritto, sia nella focosa quadriga del rovescio. In questa produzione siracusana è innegabile il forte influsso fidiaco, come del resto è chiaro il riflesso diretto della grande arte scultoria in tutta questa splendida produzione tra il 450 e i primi tempi del sec. IV. È questo il periodo in cui in Sicilia pullulano capolavori di monete firmati da artisti: Eveneto, Cimone, Evarchida, Euclida, Frigillo a Siracusa, Eveneto di nuovo, Coirone e Procle a Catania. Eveneto ancora ed Exacestida a Camarina, Procle di nuovo a Nasso, Frigillo di nuovo a Turî. Non innovatori, ma sono perfezionatori di determinati tipi, a cui ciascuno arreca un contributo proprio. Così nei decadrammi siracusani Eveneto riprende, ma con arte sublime, i temi trattati negli arcaici Damareteīa.

Durante il sec. IV si riflette nelle monete l'arte dei grandi scultori, specialmente di Scopa, di Prassitele e di Lisippo. Commossi, quasi preannuncianti la passionalità scopadea, sono i volti di Elio sugli stateri aurei di Rodi, e di Apollo sui tetradrammi di Clazomene, che hanno nel rovescio un cigno voluttuoso. E scopadeo sembra il volto di Zeus laureato sui tetradrammi di Filippo II di Macedonia, mentre sugli stateri aurei dello stesso re il bel volto di Apollo richiama le concezioni prassiteliche. La serenità benevola dello Zeus olimpio di Fidia acquista un accento di dolcezza nella testa finissima del nume nei tetradrammi di Olimpia della metà del secolo IV. Un riflesso dell'arte naturalistica, anzi veristica, degli scultori Demetrio di Alopece e Silanione pare che emani da volti di monete coniate alla periferia del mondo ellenico, cioè, per esempio, dalla testa di Dionisio barbuto degli stateri argentei di Sibrita (Creta) e dalla testa silenica quasi di prospetto degli stateri aurei di Panticapeo (Bosforo Cimmerio). L'agitazione psichica lisippea pare infine che traspaia dal volto dell'imberbe Eracle delle monete di Alessandro Magno.

Dopo è l'inizio della monetazione dei Diadochi con la rappresentazione nel diritto di un ritratto di principe e con simboli e figure divine nel rovescio. Tra queste rappresentazioni dei rovesci, le più comuni sono quelle della Níkē (es. Pirro), di Atena Nikēfóros seduta (es. Lisimaco re di Tracia), di Atena Prómachos di stile arcaicizzante (es. Tolomeo I Sotere), di Posidone che scaglia il tridente (es. Demetrio Poliorcete), di Zeus su trono (es. Seleuco I Nicatore), di Apollo seduto sull'omfalo (es. Antioco I Sotere), di Apollo appoggiato a un tripode (es. Seleuco II Callinico). Bellissima specialmente quest'ultima figura, riproducente senza dubbio un originale scultorio; così anche la figura dello stesso Apollo seduto sulla prora di una nave sui tetradrammi di Antigono Gonata. La riproduzione di opere statuarie è palese in alcune di queste monete ellenistiche: così nella figura di Nikē suonatrice di tromba su prora di nave ricordante la vittoria di Samotracia, nelle monete di Demetrio Poliorcete, così nel Posidone appoggiato al tridente nelle monete dello stesso Demetrio e rievocante il Posidone Istmio di Lisippo.

Dall'eroica testa di Alessandro Magno, provvisti delle corna di ariete nelle serpeggianti ciocche dei capelli, sulle monete di Lisimaco, re di Tracia (306-281), attraverso le effigie dei Tolomei, degli Attalidi, dei Seleucidi, dei re della Battriana e del Ponto, si perviene all'agitato, quasi tremulo profilo dalla fronte sfuggente di Mitridate VI Eupatore, il nemico di Roma, e si perviene al profilo orientale di Tigrane, re di Armenia e di Siria. Si ha in tutti questi volti principeschi un'ulteriore documentazione della valentia assai grande del ritratto ellenistico; alcuni, come il suddetto volto di Alessandro, sono capolavori nel senso idealistico, altri, come il volto dell'eunuco Filetero su monete di Eumene I, re di Pergamo, del rugoso Midridate III del Ponto dal naso pronunziato e dal mento sfuggente, di Antimaco di Battriana dalla fisionomia accorta con l'arco sopracciliare assai alzato, sono capolavori di senso realistico. Né mancano volti muliebri: simpatico, franco, dai grandi occhi e dalla bocca sorridente, è il volto di Filistide, moglie di Gerone II di Siracusa.

La trasformazione, secondo gl'indirizzi artistici dell'ellenismo, dei tipi della scultura del sec. IV ci può essere palese, nel tetradramma di Cnido del 300 a. C. all'incirca, ove la testa di Afrodite è un pallido riflesso della testa del capolavoro prassitelico in quella città.

L'arte della glittica, che pare sia originaria della Mesopotamia, ove se ne hanno documenti fin dal IV millennio a. C., raggiunse un alto grado di finezza e di espressione nell'arte cretese; ma dal fresco naturalismo di questa si discende alla schematizzazione degli ultimi tempi micenei, da cui graduale è il passaggio alle forme geometriche del cosiddetto medioevo ellenico. Anche la tecnica decade: s'interrompe la lavorazione delle pietre dure con la ruota, e si ritorna alla lavorazione a mano delle pietre tenere. Forme di pietre coniche e rettangolari sono introdotte dall'Egitto, mentre appaiono scarabei e scaraboidi, di derivazione pure egizia.

Non molto numerose sono le gemme del periodo orientalizzante. Rivivono le tradizioni micenee, come, p. es., nelle pietre dell'isola di Milo, mentre ritornano le pietre dure e l'uso della ruota. Come forme, oltre allo scarabeo egizio e alle sagome lenticolari micenee, vi sono i cilindri e i coni. Il repertorio figurativo è zoomorfo e teratomorfo, con i gruppi araldici o antitetici. Ma il vigoroso impulso dell'arte greca dal sec. Vl a. C. si riflette anche nella glittica. Con freschezza e spontaneità d'espressione è rappresentata la figura umana, ormai primeggiante su tutte le altre forme. Il centro maggiore della glittica è la Ionia. Tale incremento è dovuto all'uso assai grande che si fece del sigillo, il quale era dato esclusivamente da una gemma incisa.

Celebre rimase a tal proposito il sigillo di Policrate, tiranno di Samo, opera dello scultore samio Teodoro. Pare in realtà che nel sec. VI Samo fosse uno dei centri maggiori della lavorazione delle gemme, perché si ha per tale secolo la menzione di un altro incisore di gemme, pure samio, Mnesarco, padre del filosofo Pitagora. La forma principale è quello della scarabeo e poi quella, derivata, dello scaraboide.

Figura favorita di questa glittica arcaica è quella di Eracle, e comuni sono le figure del Sileno, della Sirena, della Sfinge; ma tutt'altro che rare sono le figure generiche e di animali. Verso la fine del sec. VI si avverte un notevole progresso nel rendimento della figura umana. Esempio perspicuo è il calcedonio con la firma di Epimene, ormai del sec. V e apparentato con l'arte scultoria di Atene ed Egina, e in cui si ha l'ardito gruppo di un giovane che stringe per le redini un cavallo che s'inalbera: bellissima è la visione di scorcio della figura efebica. Altri nomi d'incisori di gemme ci sono conservati: Semone, con una gemma esibente una donna alla fontana; Sirie, con la figura di un lirista su una steatite; il nome di Aristoteiche, che appare su di una gemma, forse designa il suo possessore, non l'autore. Un ramo derivato dalla glittica greca è quello delle gemme greco-fenicie, che di solito si rinvengono nelle necropoli puniche di Sardegna: vi sono rappresentate figure elleniche interpretate da incisori fenici, che non più imitano i modelli egizio-orientali, ma i modelli greci.

La glittica greca raggiunge naturalmente il più alto grado di perfezione durante il secolo V, e in principal modo nella seconda metà di esso, quando la medesima ideale concezione di bellezza serena, che si ammira nella grande arte, si manifesta appieno anche nelle piccole gemme.

Scarsa purtroppo è la messe dei prodotti di glittica di questo secolo, mentre l'uso di gemme come sigilli è comprovato da passi di Sofocle (Trachinie, 614; Elettra, 1222), di Euripide (Ifigenia in Aulide, 156; Ippolito, 862), di Aristofane (Nuvole, 331 segg.; Tesmoforiazuse, 413 segg.) e dalla menzione di numerosi anelli con sigilli negl'inventarî dei templi greci, per esempio del Partenone. Alla Ionia succede Atene, e con Atene la Magna Grecia e la Sicilia. Forma preferita non è più lo scarabeo, ma lo scaraboide largo e grosso, e la pietra più frequentemente usata è il calcedonio; talora alla pietra è sostituita la pasta vitrea. Tre sono gl'incisori di gemme del secolo V che noi conosciamo dalle loro firme: Ateniade e Pergamo, ciascuno su una singola gemma, e Dessameno di Chio, il cui nome ricorre su quattro opere, e la cui attività si può collocare come parallela a quella di Fidia, e fissare essenzialmente in Atene. Le due finissime figure di airone su un calcedonio e su un diaspro della Crimea, la graziosa scena di una dama con la giovinetta schiava sul calcedonio di Cambridge, il ritratto, tutt'altro che idealizzato, sul diaspro di Kara (Attica) sono la prova della potenza artistica di Dessameno, che si dimostra artista multiforme. Vediamo che in questa produzione di glittica si scende dalle altezze eroiche del mito a figure generiche e al mondo animale; ma nella glittica del sec. IV a. C. appaiono trattate in singolar modo le figure di Afrodite, di Eros e di Níkē; ciò corrisponde appieno allo spirito del secolo di Prassitele, mentre, pure conformemente a questo spirito, quando si tratta di rappresentazioni della vita quotidiana, è l'ambiente muliebre quello effigiato con maggiore predilezione. Vi è in questo sec. IV uno stretto rapporto fra i prodotti della monetazione e quelli della glittica, e forse gli stessi artisti coniavano monete ed incidevano gemme; tali sono i casi a noi noti di Frigillo e di Olimpio. Il nome di un terzo incisore di gemme, da identificare forse con Onata, è indicato con lettere poco leggibili nel bel calcedonio del British Museum con una Níkē che innalza un trofeo. Celebre poi nella seconda metà del sec. IV era Pirgotele, l'incisore di corte di Alessandro Magno. Manifestazione della glittica derivata dalla greca è quella delle gemme greco-persiane della seconda metà del sec. V e della prima metà del secolo IV a. C.; ivi sono commisti elementi greci e persiani. Sono lavori dovuti ad incisori greci, che accomodavano le loro formule artistiche a soggetti e a tipi persiani, con scene della vita giornaliera dei nobili persiani e con pregevoli rappresentazioni di animali. L'arte è aperta, briosa, ha in una parola lo spirito della Ionia.

Rigoglio lussureggiante nella glittica si ha nell'ellenismo.

Numerose sono le firme: Agatopo, Apollonio, Atenione, Boeto, probabilmente lo scultore di Calcedonia, Dedalo, Eraclida, Fidia, Filone, Gelone, Licomede, Nicandro, Onesa, Protarco, Scopa, Sosi, Trifone. Per questa ricca produzione difficile è procedere ad aggruppamenti cronologici e di fabbriche; vi è la stessa difficoltà, ma assai più accentuata, che si osserva nella scultura ellenistica.

Invece dello scaraboide dei tempi precedenti, perforato nel senso della lunghezza, si ha la pietra liscia da un lato, convessa dall'altro, ove risalta con effetto di luci e di ombre la figurazione. Varie sono le pietre usate, e quasi sempre di misura più grande che nell'età precedente; frequente è l'uso della pasta vitrea, il più delle volte di tonalità scura. Sorge l'uso dei cammei, cioè delle pietre ornamentali a rilievo, in cui la varia colorazione degli strati serviva a produrre effetti sorprendenti di illusione ottica. Pare che i due centri principali di produzione di cammei ellenistici siano stati Alessandria ed Antiochia: si posseggono cammei firmati da Atenione, Boeto, Protarco, Trifone. Come nella grande scultura e nella monetazione, così nella glittica ellenistica primeggia il ritratto, come manifestazione di arte più originale. Magnifici ritratti ci sono pervenuti: esempî fulgidi sono la sardonice a nove strati di Vienna con le teste idealizzate, forse di Alessandro Magno e della madre Olimpia, e la sardonice Gonzaga ora a Leningrado, con le teste forse di Tolomeo Filadelfo e di Arsinoe (v. fig. s. v. arsinoe). Non mancano scene del mito trattate con la foga pergamena o rodia, e scene della vita giornaliera col sapore dell'arte alessandrina; un soggetto favorito è il volto della Medusa, mentre su molte gemme di minor conto sono oggetti o simboli diversi.

Ma di pietre dure sono anche recipienti per bere; si possono citare due esemplari, due cammei figurati, che certamente appartennero a fastosi Tolomei, cioè la tazza Farnese a Napoli e la tazza dei Tolomei a Parigi. Specialmente insigne è la prima con una magnifica testa di Gorgone nella parte esterna e una ricca allegoria del fiume Nilo nell'interno (v. fig. s. v. cammeo). Queste due grandi tazze, come i cammei suddetti di Vienna e Gonzaga, ci dànno un'idea della fastosità della corte tolemaica e, in genere, di ognuna delle corti dei Diadochi. Ma che tale fastosità in fatto di oggetti preziosi fosse fantastica, è provato dalla notizia di Appiano (Bellum Mithrid., 115), seeondo cui i Romani contarono nel bottino fatto a Mitridate Eupatore ben duemila coppe di onice, oltre a una congerie di altri vasi, utensili e ornati per cavalli, con pietre preziose.

Il fasto ellenistico, anche per quanto concerne la gemma, passa ai Romani, e la glittica, nei primi tempi dell'impero, rimane essenzialmente greca. Come Pirgotele fu l'incisore della corte di Alessandro Magno, così Dioscuride fu l'incisore ufficiale di Augusto, famoso per il ritratto di questo imperatore (Sueton., Aug., 50).

Ci sono pervenute opere di Dioscuride di arte finissima, con soggetti del mito greco (Ermete, Eracle, Achille, Diomede) e col ritratto di Demostene; forse di Dioscuride è la famosa Gemma Augustea di Vienna, di contenuto puramente romano. Altro intagliatore di gemme dell'età augustea è Aspasio, l'autore del bellissimo diaspro, ora nel Museo Nazionale Romano, con il busto dell'Atena Parthénos di Fidia. Anche nella glittica, come nella scultura, si riproducono le opere dei tempi aurei dell'arte greca; così, per esempio, si hanno la gemma di Berlino e quella di Leningrado, che ci dànno due redazioni distinte, ma bellissime, della testa dello Zeus di Fidia ad Olimpia.

Fra le arti minori in Grecia bisogna far cenno anche dell'intaglio in avorio.

L'avorio fu materia largamente usata nella civiltà preellenica, sia per fare statuette (figurina muliebre di avorio e d'oro del museo di Boston, figurina di acrobata di Cnosso), sia per formare utensili (manico di specchio di Micene, pettine di Sparta) e specialmente cassette o ciste (pisside di Menidi). Sempre vi è in questi oggetti una ricca decorazione figurata a rilievo. Specialmente la tarda necropoli micenea di Enkomi (Cipro) è stata ferace di oggetti eburnei, in cui le forme delle figure e degli ornati dimostrano l'affievolimento dell'arte cretese-micenea, con influsso siriaco, con rilassatezza o durezza di motivi, con arruffato disordine nelle composizioni. Ma diminuisce assai l'uso dell'avorio nel periodo del medioevo ellenico, e ciò è naturale, perché l'avorio è materia esotica, e allora s'interrompono o si diradano assai i rapporti con le regioni africane, mentre tali rapporti non sono più intensi con Cipro, ove nei tempi cretesi-micenei era certo il mercato dell'avorio. Si possono citare cinque figurine eburnee da una tomba della prima metà del secolo VIII, di carattere schematico, geometrizzante nelle forme angolose e non modellate: sono muliebri e completamente ignude.

Ricchezza di oggetti eburnei ritorna ad apparire nel periodo dell'arte orientalizzante; due rinvenimenti a tal proposito sono stati cospicui, quello della stipe votiva dell'antico Artemisio di Efeso e quello del santuario di Artemide a Orthia Sparta; si aggiunga che alcuni avorî provenienti da tombe etrusche del sec. VII possono esser attribuiti alla Grecia e precisamente a Cipro. Ai rilievi eburnei, in cui si passa da schemi e da composizioni di tradizione di arte geometrica a forme più sviluppate di figure mitiche (p. es. la pótnia thērōn) o realistiche (p. es., guerrieri), si aggiungano gl'intagli a tutto tondo (p. es. le statuette muliebri di Efeso di forme allungate con occhi sbarrati, il gruppo della belva con la preda e del cacciatore di Sparta).

Dopo, l'avorio è usato essenzialmente per i grandi simulacri di divinità, cioè per le statue criselefantine, né, all'infuori di queste grandi e singolari opere di scultura, si può addurre altro che i frammenti della decorazione eburnea di un sarcofago ligneo da Kul-Oba, a sei chilometri da Kerč, con incisioni finissime della fine del sec. V a. C., in cui è tuttora la eco della grandezza delle sculture fidiache del Partenone. È il residuo di due rappresentazioni mitiche, cioè del giudizio di Paride e del ratto delle Leucippidi. Sempre dalla necropoli di Kerč provengono frammenti eburnei incisi: si tratta di prodotti ellenistici ormai scadenti.

Fonti antiche per la storia dell'arte greca. - Sono di tre generi: letterarie, epigrafiche, papirologiche. Sin dal sec. VI a. C. abbiamo notizia di artisti greci che scrissero della loro arte o delle opere da loro compiute. Così si possono menzionare tra gli architetti, per questo secolo VI, Teodoro, Chersifrone e Metagene, per il sec. V, Ictino e Carpione, per il sec. IV Satiro, Pizio, Filone, Ermogene. Di tutto ciò è cenno nelle prefazioni ai libri III e VII dell'opera di Vitruvio, De Architectura, in cui poi si fa menzione anche di trattatisti tecnici, di Sileno, Filone, Arcesia, che scrissero opere sulle simmetrie dei templi. Degli scultori trattatisti sono da menzionare Policleto, autore del Canone, che concerneva le leggi della simmetria del corpo umano, Silanione ed Eufranore del sec. IV e, nell'ellenismo, Senocrate, lo scolaro di Lisippo, e Pasitele. Per la pittura abbiamo Agatarco samio, scenografo, e, stando a Plinio (Nat. Hist., XXXV, 79 e Index auctorum, XXXV), Parrasio, Eufranore, Apelle. ll maggiore degli storici dell'arte, di cui conosciamo il nome, è Duride di Samo, fiorito alla metà del sec. IV a. C., autore di libri sui pittori e sugli scultori in bronzo, in cui prevalevano gli aneddoti. Si aggiungano Callisseno di Rodi e Adeo di Mitilene (fine del sec. IV a. C.), che pure scrissero su pittori e scultori. Dopo gli storici dell'arte sono i periegeti, o descrittori di città e di paesi, e perciò di monumenti artistici, moltiplicatisi specialmente quando, durante l'impero romano, la Grecia e le coste greche dell'Asia Minore divennero meta di pellegrinaggio da parte dei Romani. Il più antico periegeta è Diodoro di Atene (2ª metà del sec. IV a. C.), che descrisse monumenti della sua città. Vengono poi Eliodoro ateniese (sec. III a. C.), autore di quindici libri sull'Acropoli, Democrito, Menodoto, Anassandride, ecc. Specialmente notevole è Polemone (sec. II a. C.), grande viaggiatore e autore di descrizioni di monumenti ateniesi, sicionî, spartani, delfici. Tutto ciò è andato perduto; unica periegesi rimasta, e preziosissima, è quella di Pausania, Periegesi della Grecia. Nato in Lidia, e vissuto nella seconda metà del sec. II d. C., egli è autore di ben dieci libri sulla Grecia scritti sotto forma di viaggio, in cui si descrivono le seguenti regioni: l'Attica, il territorio corinzio, quello spartano, la Messenia, l'Elide col santuario di Olimpia, l'Acaia, l'Arcadia, la Beozia, la Focide col santuario di Delfi. Purtroppo non sono contemplate le parti occidentali e orientali della Grecia e le isole (tranne Egina). Pausania è elencatore minuzioso, ma non ha senso d'arte; si sofferma talora nelle minuzie, ma spesso non descrive l'opera artistica e non ne dice le qualità; spesso invece narra aneddoti mitici e storici. Attinge di seconda mano, e non esercita la critica delle notizie; ma tuttavia par certo, contrariamente a quanto è stato supposto, che Pausania abbia visto in realtà i monumenti da lui menzionati.

Altra fonte, e pure preziosissima, è Plinio il Vecchio con gli ultimi cinque libri della sua Naturalis Historia; le notizie che egli dà sono digressioni pure e semplici da ciò che concerne, nella sua enciclopedica opera naturalistica, la trattazione dei metalli. Sono notizie attinte di seconda mano dall'opera Disciplinarum libri novem di M. Terenzio Varrone, il quale a sua volta risale alle fonti greche, e dalle opere di C. Licinio Muciano e da elenchi e da aneddoti raccolti per le scuole dei retori.

Altre notizie di carattere storico-artistico si possono attingere dagli scritti di Luciano di Samosata, scrittore fornito di vero senso d'arte, e precursore della critica artistica. Si aggiungano epigrammi dell'Antologia, magnificanti determinate opere d'arte, fonti minori, tra cui gli scritti di Platone, di Eliano, di Ateneo, di Cicerone (specialmente le Verrine). Le descrizioni di quadri dei due Filostrati, e di statue di Callistrato hanno assai meno valore, non essendo che esercitazioni retoriche su temi quasi tutti immaginarî.

Nelle fonti epigrafiche dobbiamo distinguere due serie: la serie delle epigrafi su monumenti o relative a monumenti, e quella delle firme degli autori. Nella prima rientrano le iscrizioni votive (ad es. l'iscrizione dedicatoria di Alessandro Magno su un pilastro del tempio di Atena a Priene) e le iscrizioni relative sia alla costruzione sia alla decorazione scultoria dei monumenti architettonici (p. es. le iscrizioni relative agli edifizî sull'acropoli di Atene; quella relativa all'Asclepieo di Epidauro). La seconda serie comprende le firme dei pittori e fabbricanti di vasi, e quelle degli scultori. Di firme di ceramisti sono note circa un centinaio, di cui, naturalmente, la tradizione letteraria non ci fa parola. Le firme degli scultori ci dànno notizia di molti artisti, dal sec. VI a. C. sino ai tempi dell'impero romano; ma le statue firmate a noi pervenute non sono molte e sono quasi tutte di scultori secondarî. Per lo più le firme di artisti di primo ordine ci sono date da basamenti; esempio singolare è invece quello della statua di Peonio di Mende in Olimpia, che noi conosciamo attraverso l'originale, provvisto del basamento su cui è la firma dell'autore. Talora dalle tracce lasciate sulla superficie della base dalla statua perduta si può ricostruire la statua stessa. È il caso della base trovata in Olimpia del pugile Cinisco, opera di Policleto; lo studio della base ha portato alcuni a riconoscere copia del Cinisco nel tipo del cosiddetto atleta Westimacott del British Museum. Di minor numero, ma sempre importanti, sono le firme di architetti, di pittori e mosaicisti, d'intagliatori di gemme, d'incisori di monete.

Da ultimo anche i papiri che si rinvengono in Egitto contengono talora notizie che interessano la storia dell'arte greca; l'esempio più sicuro e più notevole ci è offerto da un frammento di elenco di vincitori negli agoni di Olimpia, comprendente le olimpiadi 76-83, cioè gli anni tra il 476 e il 448; si è potuto con questo frammento conoscere meglio la cronologia di scultori come Pitagora, Mirone, Policleto, grazie alla datazione degli olimpionici menzionati nel papiro, le cui statue, eseguite dai detti scultori, sono ricordate da Pausania e da altre fonti.

Studî sull'arte greca. - Negli studî di storia dell'arte greca possiamo distinguere tre periodi: il primo, artistico, che dagl'inizî del Rinascimento perviene alla fine del Cinquecento; il secondo, dottrinario o erudito, che comprende il Seicento e poco più della metà del Settecento, il terzo, scientifico, che giunge sino ai giorni nostri.

Nel primo periodo l'indagine storico-artistica è intimamente connessa o con le belle arti o con la storia civile; l'opera d'arte che veniva alla luce specialmente in Italia (la Grecia e l'Asia Minore erano allora quasi del tutto ignote) era considerata dal solo punto di vista formale da artisti, tra cui sommo Michelangelo Buonarroti, oppure dal punto di vista del contenuto dagli eruditi, per i quali qualsiasi opera figurata doveva essere battezzata con nomi mitologici o storici. Intanto per tal modo vengono a costituirsi collezioni d'opere d'arte antica, tra cui in Roma quella Capitolina (inizio nel 1471), la Vaticana nel cortile del Belvedere (circa nel 1506) e, tra le raccolte private, quella Farnese (1530 circa).

Nel secondo periodo prende la prevalenza l'erudizione storica e filologica, così che, piuttosto che di studî di storia dell'arte, si deve parlare di studî antiquari. È il periodo delle opere in cui viene raccolta, ordinata, raffigurata e commentata ingente mole di monumenti di vario genere. Comincia ora la conoscenza della Grecia col viaggio dell'ambasciatore di Luigi XIV alla Sublime Porta, il marchese di Nointel, viaggio a cui partecipa l'antiquario italiano Cornelio Magni (1670 e segg.), e con quello di G. Spon e di G. Wheler (1676), a cui seguono le pubblicazioni dello Spon, Voyage d'Italie, de Grèce et du Levant, Lione 1678 e del Wheler, A journey into Greece, Londra 1682. Si fonda nel 1733 a Londra la Società dei Dilettanti, mentre verso la fine di questo periodo si hanno i viaggi degl'inglesi G. Stuart e N. Revett nell'oriente ellenico (1751-54).

Tra le grandi opere sono da ricordare: Giacomo Gronov, Thesaurus antiquitatum graecarum, voll. 13, 1694-1701; Bernardo di Montfaucon, L'antiquité expliquée et représentée en figures, voll. 15, 1719-1724; A. C. Ph. de Caylus, Recueil d'antiquités égyptiennes, etrusques, grecques et romaines, voll. 7, 1752-1767.

Il terzo periodo si può dire che abbia inizio con la principale opera del fondatore della storia dell'arte antica, Giovanni Gioacchino Winckelmann (1717-1768), cioè con la Geschichte der Kunst des Altertums, Dresda 1764; si aggiungano, a corroborare il novello indirizzo nello studio dell'arte antica, specialmente greca, le Anmerkungen über die Geschichte der Kunst des Altertums, Dresda 1767 e i Monumenti antichi inediti, Roma 1767, dello stesso Winckelmann. Il Winckelmann crea la storia dell'arte applicando i concetti di svolgimento progressivo e di causalità nelle azioni umane. Espone egli il sistema, osserva e dichiara le leggi di sviluppo, che sono varie secondo i luoghi e i tempi, basa l'esame dei monumenti, cosa del tutto nuova, sullo stile, penetrando nella bellezza dell'opera d'arte, nel cui studio il concetto non deve essere dissociato dalla forma. Perciò il Winckelmann sostenne la necessità di studiare i monumenti sugli originali o sui calchi e non sui disegni; nell'esame stilistico distinse recisamente l'antico dal nuovo; distrusse la falsa credenza che il patrimonio dell'arte scultoria fosse romano, riconoscendo invece come molte statue fossero copie di originali greci, dichiarò infine che l'arte greca per la sua eccellenza dev'essere l'argomento principale della storia dell'arte antica. Nella sua opera cercò di fissare la cronologia degli artisti, e giunse a identificazioni di opere d'arte a noi pervenute in copia con opere menzionate dagli antichi. Certo egli incorse in errori e in valutazioni errate, e purtroppo non ebbe conoscenza di originali greci, all'infuori di pochissimi e non sempre esattamente giudicati. Ma è pur certo che l'opera del Winckelmann segna l'inizio di una nuova scienza, cioè della scienza della storia dell'arte. Intanto continuava con maggiore impulso la ricognizione della Grecia e dell'Asia Minore, specialmente per opera della Società dei Dilettanti, e il suolo d'Italia, principalmente di Roma, restituiva insigni opere, in parte originali, in parte copie d'arte greca. Il metodo del Winckelmann è ripreso in parte da un sommo archeologo italiano, Ennio Quirino Visconti (1751-1818), che tra il 1782 e il 1802 pubblica Il Museo Pio Clementino in sette volumi: ivi il Visconti identifica l'Afrodite Cnidia e il Satiro in riposo di Prassitele, il Ganimede di Leocare, la Týche di Eutichide, mentre nel 1783 Carlo Fea identifica il Discobolo di Mirone. Proseguono intanto le indagini in suolo greco, specialmente per quanto concerne il Partenone e il santuario di Olimpia (Choiseul-Gouffier e Fauvel), e i rinvenimenti in suolo italiano, a Roma, a Ostia, a Pompei.

Il trattato di Tolentino (1797) è l'inizio della grande rapina artistica perpetrata da Napoleone in danno dell'Italia, con la conseguente costituzione del Musée Napoléon, in cui l'avvicinamento di tante e tante opere d'arte antica giovò tuttavia alla migliore conoscenza di questa.

Ma già la scienza archeologica cominciava a venire a contatto di quella che era manifestazione pura dell'arte greca. Tra il 1800 e il 1803 lord Elgin spoglia gli edifizî dell'acropoli di Atene, e tutto l'ingente bottino di marmi è trasportato a Londra nel British Museum; si viene così a conoscere l'arte fidiaca. Tra il 1801 e il 1802 si hanno i viaggi del Clarke, del Dodwell, del Gell e del Leake in Grecia, con studî e rilievi architettonici, anche per quel che concerne i monumenti micenei di Micene e di Tirinto. Nel 1811 vengono ricuperati ad Egina dal tempio di Afaia i marmi, che passano poi alla Gliptoteca di Monaco, e che gettano luce vivissima sulla scultura arcaica greca; poi sono gli scavi del tempio di Apollo Epicurio a Basse (1812), gli studî sui templi siciliani e gli scavi di Selinunte (1822-23); mentre le necropoli etrusche, specialmente quella di Vulci, a partire dal 1828 dànno ingente materiale ceramico greco. Fra le varie grandi imprese archeologiche del secolo passato e del primo trentennio di questo secolo possiamo annoverare le seguenti, oltre a quelle testé menzionate: la spedizione scientifica francese della Morea (1829), la spedizione inglese in Licia per il trasporto dei monumenti delle Arpie e delle Nereidi nel British Museum (1842), gli scavi della Commissione archeologica russa in Crimea (iniziati nel 1852), le spedizioni di Carlo Newton in oriente col ricupero di sculture del Mausoleo e del Didimeo (1852-59), gli scavi di Enrico Schliemann, che dànno la conoscenza della civiltà micenea (1871-1884), gli scavi austriaci a Samotracia (1873 e 1875), i grandiosi scavi germanici in Olimpia (1875-1880), lo scavo germanico di Pergamo iniziato nel 1878, che rivela l'ara grandiosa, gli scavi francesi a Delo iniziati nel 1879 e ripresi nel 1902, l'esplorazione da parte del governo greco del santuario di Epidauro (1881 e segg.), di Eleusi (1882 e segg.), dell'acropoli di Atene (1885-91), l'esplorazione archeologica della Sicilia orientale, cominciata da Paolo Orsi nel 1888 con le antichità di Megara Iblea, di Siracusa, di Camarina, di Gela, ecc., gli scavi francesi a Delfi (1893-1903), lo scavo della villa pompeiana di Boscoreale con argenterie e pitture (1894-95), la spedizione germanica a Priene (1895-99), gli scavi inglesi a Cnosso e quelli italiani a Festo (1900 e segg.), il restauro degli edifici dell'acropoli di Atene iniziati da N. Balános nel 1902, l'inizio dell'esplorazione archeologica della Calabria per parte di P. Orsi nel 1908, gli scavi greci a Garítsa nell'isola di Corfù (1911), i lavori di P. Orsi nell'Athenaìon di Siracusa (1912-17) e nel tempio di Apollo Aleo presso Cirò (r924), le scoperte di Selinunte (E. Gabrici), di Agrigento (P. Marconi), di Cirene (C. Anti, L. Pernier e G. Oliverio) di questi ultimi anni, il rinvenimento recente di argenterie e di oreficerie nella casa di Menandro a Pompei (1930).

L'indirizzo inaugurato dal Winckelmann e seguito, oltre che dal Visconti, da Carlo Fea e da Antonio Nibby (identificazione del Gallo morente Capitolino), continuò durante tutto il sec. XIX, mentre si affermava un altro indirizzo, quello cioè dell'esegesi dei monumenti figurati, specialmente per opera di due grandi dotti tedeschi, Edoardo Gerhard e Otto Jahn. Mentre questo secondo indirizzo culminò con Carlo Robert, l'altro indirizzo, stilistico o formale, si affermò specialmente con Enrico Brunn (1822-1894) e con Adolfo Furtwaengler (1853-1907). Il Brunn cercò di fissare le individualità artistiche, e perciò compose la Geschichte der griechischen Künstler, I-II, Brunswick e Stoccarda, 1853 e 1859, 2ª ed. 1889, basata essenzialmente sulle fonti letterarie, mentre iniziò la Griechische Kunstgeschichte, dando l'importanza dovuta ai monumenti. Fu il Brunn assertore dell'analisi stilistica, cercando di far risaltare i caratteri dei varî artisti e dei varî tipi; fu felice nelle identificazioni: così riconobbe il Marsia di Mirone, la Eirene con Pluto di Cefisodoto, il dono di Attalo. Accanto al Brunn, possiamo collocare C. Friederichs, che identificò i Tirannicidi di Crizio e Nesiote e il Doriforo di Policleto.

Con il Furtwaengler si ha l'indirizzo positivo; specialmente nella sua opera Meisterwerke der griechischen Plastik, Lipsia e Berlino, 1893, egli applicò il metodo di Giovanni Morelli alla scultura greca, cercando di riconoscere le formule artistiche proprie di ciascuno scultore. Tale metodo fu spinto a conseguenze esagerate da A. Kalkmann, che credeva di potere ricostruire l'opera individuale degli scultori greci con un sistema di minute osservazioni. Tra i maggiori rappresentanti dell'indirizzo positivo del Furtwaengler annoveriamo J. Lange, F. Studniczka, E. Bulle, E. Loewy. A. Della Seta, presso i quali tuttavia si avvertono considerazioni estetiche di grande valore.

La reazione al movimento, rappresentato specie dal Furtwängler, avvenne dapprima negando l'efficacia del suo metodo e dimostrando l'inanità dei risultati da lui conseguiti, i quali potevano essere demoliti dalla critica. Ma accanto a questa reazione negativa si avverte in questi campi la reazione positiva. E qui vi sono due tendenze. La prima, di cui si possono scorgere gl'inizî in R. Kekule von Stradonitz, ha per oggetto essenzialmente gli originali greci, non più le copie romane, per la ricostruzione della storia dell'arte; la seconda, rappresentata specialmente da Valdemaro Deonna, mira ai grandi quadri riassuntivi ed alle sintesi, cercando di cogliere lo spirito dell'arte greca nelle somiglianze con altre arti. Ma oggi, in Germania specialmente, vi è nello studio dell'arte greca la prevalenza di un indirizzo filosofico, trascendentale, nebuloso, indirizzo in cui si perde di vista, talora, ciò che è il risultato della scienza positiva, basata sul confronto dei monumenti, per assurgere a interpretazioni formali, a visioni di opere d'arte puramente soggettive. Tale indirizzo non ha attecchito, se non in piccola parte, fuori di Germania; in Germania stessa non sono del tutto smarrite, anzi sono tuttora forti, le antiche tendenze, quella del Furtwängler e quella che si basa sull'esame degli originali. Così, per esempio, per la ceramica attica si è affermata la tendenza di J. D. Beazley, che è diretta esclusivamente allo studio comparativo di formule stilistiche di determinate parti del corpo umano e del panneggiamento.

Questa ricostruzione faticosa e difficile della storia dell'arte greca è agevolata specie dai Corpora o raccolte di monumenti di una determinata specie; menzioniamo: Brunn-Bruckmann, Denkmäler griech. und röm. Sculptur, Monaco 1888 e segg.; P. Arndt e W. Amelung, Phot. Einzelaufnahmen antiker Skulpturen, 1893 e seguenti, A. Conze, Die attischen Grabreliefs, Berlino 1890 e segg.; R. Kekule, F. Winter, H. von Rohden, Die antiken Terrakotten, Berlino, 1880 e segg.; Corpus vasorum antiquorum, iniziato nel 1922 col primo fasc. del Museo del Louvre dovuto ad E. Pottier.

Museografia. - I musei e le collezioni che contengono monumenti dell'arte greca si possono dividere in quattro grandi categorie: di Grecia e dell'Oriente ellenico, d'Italia, d'Europa, delle altre parti del mondo.

In Grecia e nell'Oriente ellenico primeggia il Museo Nazionale di Atene, per le cui collezioni pletoriche è ormai diventato angusto il bell'edifizio appositamente costruito; certo è che per certi aspetti, nel campo dell'arte greca, il Museo Nazionale di Atene ha il primato su tutti gli altri musei del mondo. Si aggiunga in Atene il Museo dell'Acropoli, piccolo, ma di essenziale pregio, specialmente per la scultura arcaica. Seguono per importanza il museo di Candia, il Museo Ottomano di Costantinopoli, il Museo Archeologico di Rodi. Tra i musei di carattere locale primeggiano quelli di Olimpia, di Delfi, di Epidauro, di Sparta, di Eleusi; nell'Asia minore quelli di Brussa, di Conia, di Smirne; a Cipro il museo di Nicosia.

Tutti questi musei sono di origine recente: il Museo Nazionale di Atene fu costruito tra il 1866 e il 1869, quello dell'Acropoli di Atene nel 1878; quello di Delfi nel 1902; così gli altri musei dell'Oriente ellenico hanno origini vicine. Il museo di Rodi, floridissimo, è dovuto al governo italiano, e, nel suo assetto attuale, fu inaugurato nel 1928.

Più antiche assai sono le tradizioni museografiche in Italia, e principalmente a Roma. Si può dire che un museo in embrione sia stata la dimora del cardinale Giordano Orsini, contemporaneo di Alessandro III (1159-1181), che era ornata di molti oggetti antichi. Un vero museo di marmi figurati fu nel sec. XIII la fabbrica di Nicolao Marmorario. Del 1471 è l'inizio della collezione municipale capitolina di sculture antiche, per opera di Sisto IV; del 1506 quello delle raccolte del Vaticano, coi marmi antichi che Giulio II dispose nel cortile del Belvedere; mentre è del 1500 l'istituzione del Museo Cesarini a Roma, il primo museo-giardino liberamente aperto agli studiosi. Si può dire che nel '500 ogni palazzo romano (es. il Palazzo Massimo delle Colonne), ogni villa (es. villa Medici) assurgeva alla funzione di museo per l'uso di marmi antichi nella decorazione; finché, alla metà del sec. XVIII, una villa fu costruita apposta per allogarvi un museo: fu quella innalzata dal cardinale Alessandro Albani, l'amico di Winckelmann, nella quale ebbe posto la splendida collezione di opere d'arte, che tuttora vi si ammira.

Tra il 1714 e il 1749 Scipione Maffei aveva costituito a Verona uno dei più antichi musei del mondo, mentre a Bologna nell'Istituto delle Scienze e delle Arti, per merito di Luigi Ferdinando Marsili, s'iniziava nel 1714 un Museo di antichità. Nelle seconda metà del secolo si ebbero i grandi musei pontifici, a cominciare dal Museo Pio-Clementino, iniziato nel 1770 da Pio VI, e si formò a Napoli il Museo Borbonico.

Venendo a elencare i maggiori musei italiani che contengono opere d'arte greca, si devono prendere le mosse da Roma. A Roma, precisamente nella Città del Vaticano, si hanno i seguenti musei: il Museo PioClementino, il museo Chiaramonti (anno 1810), il Braccio Nuovo (1817), il Museo Profano della Biblioteca del Vaticano, il Museo Etrusco-Gregoriano (1836). Appartiene alla Santa Sede il Museo Profano del Laterano. Allo Stato italiano appartengono due grandi musei in continuo incremento, fondati per r. decreto del 7 febbraio 1889, il Museo Nazionale Romano delle Terme di Diocleziano, ricco di monumenti di scultura, e il Museo Nazionale della villa di papa Giulio III, ricco di monumenti di ceramica. Si aggiunga la R. Galleria Borghese.

Appartengono al Comune di Roma il Museo Capitolino (inaugurato nel 1734), le raccolte del palazzo dei Conservatori o Nuovo Museo Capitolino, il Museo Mussolini, l'Antiquarium del Celio, il piccolo, ma pregevolissimo museo Barracco (regalato da Giovanni Barracco alla città di Roma nel 1905). Di musei privati sono da menzionare quello Torlonia alla Lungara, purtroppo chiuso al pubblico, le raccolte Barberini, Borghese, Colonna, Doria, Grazioli, Lancellotti, Spada, Valentini; infine le ville Pamphily-Doria (fondata verso la metà del sec. XVII), Mattei, Medici, Rospigliosi.

Dopo Roma, per musei con dovizia di monumenti greci, vengono Firenze, Napoli, Palermo, Siracusa. A Firenze, si ha il R. Museo Archeologico (fondato nel 1879) e si hanno le sculture marmoree della R. Galleria degli Uffizî, di palazzo Riccardi, della Loggia dei Lanzi, di palazzo Pitti e del Giardino di Boboli. A Napoli è l'immenso Museo Nazionale, già Museo Borbonico, il cui nucleo più antico è costituito dalla collezione Farnese, fondata a Roma verso il 1530 dal cardinale Alessandro Farnese. A Palermo è il Museo Nazionale, a Siracusa il fiorente R. Museo Archeologico. Ma si aggiungano altri musei italiani, che contengono monumenti d'arte greca o di scultura o di ceramica: Musei Provinciali di Bari e di Lecce, Museo Civico di Bologna, Museo Campano di Capua: Museo Biscari di Catania, Museo Comunale di Agrigento, collezione del palazzo ducale di Mantova, Museo dell'opera del Duomo e collezione Faina a Orvieto, Museo Civico archeologico e R. Antiquario di Reggio di Calabria, Museo Jatta di Ruvo, R. Museo Archeologico di Taranto. Museo Nazionale di Tarquinia, R. Museo d'Antichità di Torino, R. Museo Archeologico di Venezia, Museo Lapidario di Verona.

Dopo la Grecia e l'Italia, nelle altre parti di Europa si hanno tre grandi centri, ove nei musei l'arte greca è rappresentata in magnifico modo: Londra, Parigi, Berlino. A Londra il British Museum, fondato nel 1759, ebbe incrementi notevolissimi di materiale greco nella prima metà del secolo passato. A Parigi il Museo del Louvre, fondato dalla rivoluzione francese nel 1791, dopo la trasformazione in Museo Napoleone (1803-1816) fu ricolmo del bottino fatto nelle conquiste napoleoniche; ritornato poi a meno mostruose proporzioni, è certo uno dei primi musei del mondo, anche per quanto concerne l'arte greca. Federico Guglielmo III re di Prussia è da considerare come il fondatore del Museo di antichità di Berlino, che ebbe gravi perdite nel periodo napoleonico; ma tutto fu restituito dalla Francia dopo il trattato di Vienna; accanto al Museo di anchità (collezione di scultura e antiquarium) è il Museo di Pergamo iniziato nel 1881 e riorganizzato nel 1929.

Dopo Londra, Parigi, Berlino abbiamo Monaco con la Gliptoteca (inaugurata nel 1830) e con il Museo della piccola arte antica; Ny-Carlsberg presso Copenaghen con la ricca raccolta di sculture provenienti per gran parte dall'Italia; Leningrado con l'Ermitage sviluppatosi specialmente dal 1779 in poi; Madrid col Museo del Prado, costituito prima di tutto dalla raccolta dei re di Spagna, il cui nucleo primitivo si deve a Filippo II; Vienna col Museo Nazionale di storia dell'arte e con le raccolte del Palazzo del Belvedere e dell'ex-Palazzo arciducale di Francesco Ferdinando; quest'ultima raccolta è quella già esistente nella villa del Cataio, nei colli Euganei. Si aggiungano Budapest col Museo delle Arti figurate, Bruxelles, coi musei reali, Ginevra col Museo di arte e di storia, Leida col R. Museo di Antichità, Sofia col Museo Nazionale, Stoccolma col Museo Nazionale.

Ma altri musei e collezioni interessanti d'arte greca sono in Europa. specialmente in Germania e nella Gran Bretagna. In Germania, dopo l'Albertinum di Dresda, sono: il Museo Accademico d'arte di Bonn, il Museo di Brunswick, il Fridericianum di Cassel, il Museo Civico di Francoforte sul Meno, l'Istituto archeologico dell'Università di Lipsia, la collezione Universitaria di Tubinga, il Museo dell'Università di Würzburg. In Inghilterra e in Scozia, oltre al Museo Fitzwilliam di Cambridge e al Museo Ashmolean di Oxford, sono le ricche raccolte private nei palazzi e nei castelli della grande aristocrazia britannica: la collezione Northampton a Castello Ashby, quella Yarborough a Brocklesby-House, Devonshire a Chatsworth, Astor a Clieveden, Leicester a Holkham Hall, Cholmondeley a Hougton Hall, Blundell a Ince, Cook, Newton Robinson, Ponsonby, Evans, Umphrey Ward a Londra, Leconfield a Petworth, Cook a Richmond, Morrit a Rokeby Hall, Kinnaird a Rossie Priory, Northumberland a Sion House, Pembroke a Wilton House, Bedford a Woburn; di recente è andata dispersa, in seguito a vendita all'asta, la collezione Lansdowne.

Monumenti di arte greca sono infine in musei dell'Africa settentrionale e dell'America settentrionale. In Egitto è il Museo greco-romano di Alessandria, in Libia i ricchi musei di Bengasi e di Tripoli, a Tunisi il Museo del Bardo, in Algeria i musei di Algeri e di Cherchell.

Preminenti negli Stati Uniti sono due musei floridissimi, quello di Belle Arti a Boston, il Metropolitano di New York; nel Canada è il Museo di Toronto.

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Per le arti minori: A. De Ridder, Bronzes antiques du Louvre, I, II, Parigi 1913-1915; A. Furtwängler, Die antiken Gemmen, I, III, Lipsia-Berlino 1900; G. F. Hill, L'art dans les monnaies grecques, Parigi e Bruxelles 1927; P. Jacobsthal, Die melishen Reliefs, Berlino 1931; A. Koester, Dei griechischen Terrakotten, Berlino 1926; A. Levi, Le terrecotte figurate del Museo Nazionale di Napoli, Firenze 1926; F. H. Marshall, Catalogue of the jewellery, British Museum, Londra 1911; E. Pernice, Das Kunstgewerbe in Altertum, in G. Lehnert, Illustrierte Geschichte des Kunstgewerbes, Berlino 1907; F. Poulsen, Der Orient und die frühgriechische Kunst, Lipsia e Berlino 1912; K. Regling, Die antike Münze, Berlino 1924; G. M. A. Richter, The Metropolitan Museum of art, New-York. Greek, Etruscan and Roman bronzes, New York 1915; id., id., Catalogue of engraved gems, New York 1920; F. Winter, Die Typen der figürlichen Terrakotten, I-II, Berlino e Stoccarda 1903.

Per la storia degli studî dell'arte greca: C. Anti, L'archeologia, nell'opera L'Europa nel sec. XIX, diretta da D. Donati e F. Carli, nel vol. III: Storia delle scienze, Padova 1930; A. Michaelis, Un secolo di scoperte archeologiche, traduzione di E. Pressi, Bari 1912; G. E. Rizzi, Storia dell'arte greca, Torino 1913, p. 49 segg.; C. B. Stark, Systematik und Geschichte der Archäologie der Kunst, Lipsia 1880.

Musica.

Quanto più addentro si penetra nella storia del popolo greco, tanto più grande appare essere stato il posto occupato dalla musica nella vita pubblica e privata. Non v'era atto o avvenimento dell'esistenza urbana o rurale (funerali, matrimonî, vendemmie, mietiture, ecc.) che non comportasse o esplicitamente non richiedesse un elemento musicale più o meno sviluppato. Le cerimonie religiose (libazioni, sacrifici, cortei, preghiere collettive, ecc.) erano caratterizzate e solennizzate da varie forme di canti accompagnati da strumenti. I concorsi, organizzati in occasione delle ricorrenze celebrative e delle feste religiose, attiravano folle enormi, e a tali cerimonie andavano strettamente congiunte le rappresentazioni drammatiche, che da quelle ebbero origine, e le grandi esecuzioni corali.

Dagli antichi Greci la musica fu considerata, al tempo stesso, come la più emotiva e la più astratta delle arti. I legislatori e i filosofi videro in essa un potente mezzo di eccitazione e di conturbamento dei sensi, che bisognava disciplinare rigorosamente e indirizzare a finalità educative. I teorici ne fecero un oggetto di speculazioni astratte, nelle quali essa venne analizzata e risolta in rapporti matematici. Né mancarono alcuni pensatori singolarmente versatili e comprensivi, che, sintetizzando questo duplice aspetto della musica, che ne faceva volta a volta l'arte della sensazione e l'arte del numero, attribuendole un significato e un valore che la collocavano agli opposti poli della vita morale e sentimentale, credettero di scorgere in essa l'espressione d'una legge cosmica e l'innalzarono a principio metafisico. Così l'insegnamento pitagorico accomuna la musica all'astronomia. Le sfere planetarie vibrano come le corde della lira. L'armonia sonora rende immagine dell'armonia cosmica.

Le origini della musica greca sono popolari e leggendarie. Orfeo, Museo, Lino, Anfione incarnano in miti luminosi il potere attribuito dal popolo al suono degli strumenti. In epoca vetustissima, anteriore ai cicli omerici, i pastori della Tracia, d'Arcadia, di Beozia intonavano canti, sostenuti da accompagnamenti unisoni e contenuti nell'ambito di poche note, molto verosimilmente entro i limiti dell'intervallo di quarta, che è uno dei salti suggeriti immediatamente dalla natura e si trova all'inizio d'un gran numero di canti popolari. Quelle antichissime melodie determinarono il primo accordo della lira, che divenne regolatrice suprema del linguaggio musicale dei Greci.

Nell'epoca classica dell'arte ellenica, poesia e musica andarono sempre congiunte e il loro divorzio fu segno di decadenza. Ritmica e metrica formavano un solo organismo e si plasmavano nel medesimo stampo espressivo. Per tal modo l'esametro dattilico, il verso di Omero e di Esiodo, attesta che, nell'epoca in cui fu creato, la poesia epica foggiava i suoi periodi su melodie d'una perfetta simmetria.

L'Iliade e l'Odissea menzionano parecchi generi di canti, accompagnati dalla danza ed eseguiti al suono di strumenti: alcuni di andatura popolare (canti nuziali e funebri), altri riservati al servizio del culto (inni e peani). L'aedo e il rapsodo, cantori di professione simili ai trovieri e trovatori medievali, scandivano il verso narrativo con una monotona cantillazione sillabica, dinnanzi alle adunanze dei re e dei guerrieri. La parte strumentale d'accompagnamento, eseguita sulla cetra (ϕόρμιγξ) non serviva che a intonare e sostenere il canto e a concedere, mediante brevi interludî, qualche pausa al cantore.

Dalle sue remote origini, fino all'epoca di Aristosseno, la musica greca ci appare divisa in due rami diversi, così per la provenienza come per gli spiriti e le forme. Esiste una musica nazionale, contrassegnata dal modo dorico e da uno strumento che è la lira. È la musica della calma serena, dell'equilibrio interiore, della venustà olimpica: la musica apollinea. Ed esiste una musica esotica, di origine asiatica, in cui dominano i modi frigio e lidio con le sfumature del genere cromatico, che si vale d'uno strumento preferito che è il flauto (αὐλός). È la musica dell'ebbrezza tumultuosa, dell'entusiasmo, dell'esaltazione passionale e orgiastica: la musica dionisiaca. Dalla prima nasce il nómos citarodico e la lirica corale; dalla seconda il nómos aulodico e il ditirambo tragico, nucleo germinale della tragedia.

Fino da tempo immemorabile, i Greci chiamarono "nómos" (νόμος) una composizione di carattere austero che, approssimativamente, può essere paragonata all'aria moderna. Il nómos poteva essere per cetra sola, ed era detto citaristico, o per cetra e canto, e si diceva citarodico. Analogamente, per aulós solo (nómos auletico) o per aulós e canto (nómos aulodico). Creatori e perfezionatori della citarodia furono: Terpandro di Lesbo (sec. VII a. C.), Lisandro di Sicione (sec. VI a. C.), Frinide di Mitilene (sec. V a. C.), Timoteo di Mileto (sec. IV a. C.), ed altri. L'auletica fu importata dalla Frigia, indicata dagli antichi come la culla della musica strumentale. I primi nomi che la tradizione ci presenta sono: Eumolpo, Iagnide ed Olimpo. Ma i primi suoi grandi maestri furono Polimnesto di Colofone, di origine ionica (sec. VII a. C.), e Sacada di Argo (sec. VI a. C.).

Le melodie nomiche (νόμοι), trasmesse per tradizione, e custodite dai sacerdoti negli archivî dei maggiori santuarî, dove si eseguivano nelle pratiche del culto, limitate da principio a un piccolo numero, divennero materia d'una serie di trasformazioni e di elaborazioni a cui ogni compositore recava il proprio contributo. Il nómos ricevette il suo più potente impulso a Delfo, centro intellettuale della razza dorica, dove Apollo stesso aveva, secondo la credenza popolare, stabilito il proprio santuario prediletto. Qui si fondò la più antica istituzione musicale della Grecia, gli agoni o concorsi per la composizione e l'esecuzione del nómos citarodico. Qui risuonò per la prima volta il famoso "nómos pitico" destinato a celebrare la vittoria del dio della luce sul serpente Pitone, nómos che fu considerato più tardi come il capolavoro della musica greca, il prototipo di tutte le composizioni vocali e strumentali degne di essere pubblicamente eseguite.

In seguito i legislatori fermando, a scopo pedagogico, la loro attenzione sulle peculiarità caratterizzanti il ricco patrimonio melodico che offriva il mondo civile a loro cognito, credettero di poterlo dividere in tre gruppi, corrispondenti alle tre grandi costituzioni del mondo antico intorno all'Egeo: il dorico, pretto ellenico; il frigio, ellenico ma intimamente permeato di elementi orientali; il lidio, più schiettamente orientale.

Per poter riprodurre i lineamenti caratteristici di questi tre tipi melodici, e segnatamente le cadenze, nelle quali la voce e lo strumento dovevano più strettamente coincidere, non bastava la lira eptacorde e furono escogitate le tre differenti accordature, che stanno alla base del sistema musicale greco. Con questa triplice costituzione modale, che è la più antica di cui ci resti memoria, e già vigeva al tempo di Polimnesto di Colofone, i Greci dimostrano di aver precorso con la pratica le distinzioni e le classificazioni ulteriormente stabilite dalla teoria, in virtù delle quali il modo divenne una successione sistematicamente ordinata di suoni, atta a riprodurre determinati tipi melodici.

Le maggiori conquiste della musica greca vanno di pari passo con quelle della poesia. Archiloco di Paro (metà del sec. VII a. C.), il poeta giambico, coi suoi agili ritmi improntati alle danze popolari e i suoi tentativi d'accompagnamento eterofono, annuncia un'arte più varia e più libera.

In questo periodo ha inizio la fioritura della lirica propriamente detta, in cui i poeti esprimono col canto la loro sensibilità e sono perciò detti melici. I lirici possono dividersi in monodici e corali. Alla prima schiera appartengono Saffo ed Alceo di Lesbo (sec. VII a. C.), rappresentanti della lirica eolica; e Anacreonte di Teo (secolo VI a. C.). Poeti corali furono Alcmane, Stesicoro, Ibico, Simonide di Ceo, Pindaro e Bacchilide. Le forme tipiche della lirica corale furono i prosodî (προσόδια), cori solenni per processioni e cortei; gli embaterî (ἐμβατήρια), canti marziali; gli iporchemi (ὑπορχήματα), canti danzati; gli epitalamî (ἐπιϑαλάμια), canti nuzialî; gli scolî (σκόλια), canti peculiari al coro comprendenti gli inni encomiastici (canti di lode); e gli epinici (ἐπινίκια), canti di vittoria; i treni (ϑρῆνοι), canti funebri. Nel novero delle forme corali rientrano anche il peana (παιάν), inno ad Apollo, e il ditirambo (διϑύραμβος), inno a Dioniso, la cui invenzione è attribuita ad Arione di Metimna.

Con lo sviluppo d'un vero e proprio canto corale si ebbero forme musicali più complesse, risultanti dall'unione di musica, poesia e danza (orchestica, ὀρχηστική). La danza collettiva fu organizzata da Talete di Creta fino dalla metà del sec. VII a. C.

Accanto ai due strumenti nazionali, cetra (κιϑάρα) e flauto (αὐλός), la pratica musicale accoglie in quest'epoca un certo numero di strumenti esotici, d'una voga spesso effimera. Inoltre appartengono a questo periodo gli inizî delle ricerche acustiche, promosse dal filosofo-matematico Pitagora di Samo (circa 582-500 a. C.), con l'ausilio del monocordo, che pervennero a stabilire il principio dell'esistenza d'un rapporto fisso tra la lunghezza della corda e l'altezza del suono.

Dalla metà del sec. V alla fine del IV predomina lo stile teatrale e popolare. L'inno corale, di carattere religioso, viene a poco a poco sostituito dal virtuosismo canoro e strumentale dei musicisti di professione. Anche la parte musicale della tragedia si modifica. In Eschilo poesia e musica hanno compiti nettamente circoscritti; gli attori si esprimono in versi immaginosi ed alati e fra gli episodî si stendono i larghi flutti dei canti corali. In seguito, la musica tende ad invadere tutto il dramma. Già in Sofocle appaiono tracce di un tale orientamento, ma l'elemento musicale diviene soverchiante in Euripide e dalle parodie di Aristofane appare chiaro che, nell'esecuzione delle monodie euripidee, gli attori si abbandonavano liberamente al virtuosismo canoro. Molte innovazioni si attribuiscono, in questo periodo, a Timoteo, ed esse gli attirarono le censure dei conservatori e le difese di Euripide.

Parallelamente allo sviluppo tecnico della musica, si svolse quello della teoria e dell'insegnamento. Il poligrafo Aristosseno di Taranto (circa 360 a. C.) ci lasciò la definitiva codificazione del sistema musicale dei Greci, che, data la scarsità e confusione dei pochi passi di Aristotele, Platone, Plutarco, Polluce e Ateneo dov'è trattata la storia della pratica musicale dell'antichità, può considerarsi come l'autentico testamento della musica greca.

Col sec. III si apre il periodo della decadenza anche per la musica, come per ogni altra creazione dello spirito greco. Nel periodo ellenistico-romano la musica non cessa di essere coltivata, segnatamente a Roma e ad Alessandria, ma non si arricchisce di nuovi apporti. Solo fatto notevole di quest'epoca è l'invenzione dello hýdraulos, antenato dell'organo, dovuta a Ctesibio di Alessandria. Ma lo sviluppo di questo strumento era riservato al Medioevo.

La riunione d'un gran numero di coristi e di suonatori negli immensi teatri e anfiteatri romani e alessandrini non costituisce un progresso, conducendo soltanto a un aumento di sonorità. I soli generi che conservano qualche vitalità sono l'inno, la citarodia, il nómos auletico. Ma il cristianesimo non tarda a proscriverli, in quanto essi sono legati a miti e riti pagani. Anche la notazione finisce per essere obliata, e di tutta la musica antica non resta che qualche vestigio nella nascente innodia cristiana.

La musica greca fu essenzialmente melodica e omofona. L'armonia intesa nel senso moderno, come successione e concatenazione di accordi non fu conosciuta dall'antichità. Nella musica vocale i Greci non praticarono che il canto all'ottava o all'unisono. Nella musica strumentale o strumentale-vocale gli strumenti potevano eseguire certe figurazioni ornamentali, simili a quelle che oggi si dicono appoggiature e note di passaggio; procedimento in cui si può ravvisare l'eterofonia menzionata da Platone nel libro VII delle Leggi.

I Greci non conobbero che tre intervalli consonanti: la quarta, la quinta e l'ottava, detti sinfonie (συμϕωνίαι). La terza e la sesta maggiori e minori, chiamate diafonie (διαϕωνίαι), erano considerate come le più dolci delle dissonanze. La melodia era il più delle volte raddoppiata all'ottava, ciò che dicevasi "magadizzare", dalla magadis, strumento di origine asiatica, fornito di corde doppie che producevano appunto l'ottava. Mentre per noi la costruzione melodica si fonda sull'ottava, per i Greci l'unità fondamentale era la quarta, il più piccolo intervallo consonante ammesso dal loro orecchio. L'insieme di quattro note separate da tre gradi (il tetracordo) è il nucleo generatore di tutte le scale greche. Queste risultano sempre da una serie di tetracordi, di solito identici e, in ogni caso, somiglianti, talvolta uniti da una nota comune (tetracordi congiunti), talaltra separati da un tono disgiuntivo (tetracordi disgiunti). Il punto di congiunzione e di separazione dei due tetracordi costitutivi della scala aveva grande importanza rispetto alla scala medesima e ai suoi rapporti con tutto il sistema. Nei tetracordi congiunti (cioè con un suono in comune, che era contemporaneamente quarto grado del primo tetracordo e primo grado del secondo) il punto di congiunzione si chiamava sinafe (συναϕή); nei tetracordi disgiunti, con lo spazio di un tono fra il primo e il secondo tetracordo, si chiamava diazeusi (διάζευξις). Il movimento melodico nella musica greca va sempre dall'acuto al grave e la penultima nota, appoggiandosi sulla più grave, ha un ufficio analogo a quello della nostra nota sensibile, ma in senso inverso, non già ascendente ma discendente. La tonica era costituita dalla mese (μέση), che formava il punto di attrazione dei suoni e il principio di ogni successione melodica. Il suo nome indica la posizione quasi centrale in cui essa viene a trovarsi nella scala; e la sua importanza è dovuta certamente al fatto che la maggior parte delle relazioni melodiche si percepivano direttamente o indirettamente in rapporto a essa. Sembra che la conclusione delle frasi si effettuasse di preferenza sulla nota iniziale della melodia o su una delle due note centrali. Il sistema completo era detto sistema perfetto (τελεῖον) o sistema modulante (μετάβολον). Eccone lo schema generale:

A fondamento di questo sistema sta la scala di quindici suoni (analoga alla nostra scala di la minore) costituita da una serie di tetracordi congiunti o disgiunti. Questo sistema è il fondamento delle speculazioni non solo dei Greci, ma anche dei trattatisti medievali. Si ritrovano dappertutto le medesime denominazioni dei suoni e anche l'estensione del sistema non fu per molto tempo superata. Il canto ecclesiastico, al principio del Medioevo, si muove ancora entro questi limiti e la notazione in lettere romane, che appare dal sec. IX al X, si riferisce ancora a questa scala diatonica di due ottave.

I "modi" o "armonie" sono le scale che si costruivano su questa serie diatonica. Esse si distinguevano secondo la posizione dei semitoni nei tetracordi di cui erano formate. I "modi" presero nome dalle nazionalità greche presso le quali erano in uso e dalle cantteristiche etniche che li improntavano e che meglio valevano a tradurre. Si ebbero le seguenti scale tipiche: la dorica, costituita da due tetracordi col semitono al terzo posto:

la frigia, costituita analogamente ma col semitono al secondo posto:

la lidia, col semitono al primo posto:

l'ipodorica, trasposizione della dorica:

l'ipofria:

l'ipolidia:

Tre altre scale si ottenevano col rivolto dei tetracordi, la soppressione della nota comune e l'integrazione dell'ottava, non già con la ripetizione del suono grave, sibbene con quella del suono acuto e cioè: dorico capovolto con l'aggiunta al principio del si, detta iperdorico o misolidio, cioè misto:

iperfrigio, uguale ipodorico:

iperlidio, uguale ipofrigio:

Da alcuni scrittori antichi (Polluce, Ateneo ed Eraclide Pontico) sappiamo che prima della conquista macedone le armonie si chiamavano con altri nomi: eolia (modo di la), ionica o iastia (modo di sol), lidia abbassata (modo di fa), corica (modo di mi), frigia (modo di re), lidia (modo di do), misolidia (modo di si). Il modo locrio, inventato da Senocrito di Locri, aveva la stessa tonalità dell'ipodorico.

Ma in seguito il numero dei modi praticati si andò sempre più riducendo e, dai tempi di Aristotele, certi teorici non riconoscono più che due armonie: la dorica e la frigia, di cui le altre non sarebbero che modificazioni. Da Tolomeo (sec. II a. C.) sappiamo che i soli modi ancora usati al suo tempo nella citarodia erano il dorico, l'ipodorico, il frigio e l'ipofrigio. La dottrina dell'éthos delle armonie modali, ossia del loro carattere espressivo e della loro influenza morale, ha molta importanza nella musica greca e determina in gran parte il loro uso nei diversi generi di composizione. Così il dorico (virile, grave, maestoso, educativo) fu il modo della lirica apollinea, degl'inni liturgici, della citarodia, ecc.; il frigio (aggraziato, entusiastico, bacchico, tumultuoso) fu il modo dell'auletica, del ditirambo e della tragedia; l'ipolidio (voluttuoso e ardente) fu il modo dell'aulodia, e via esemplificando.

Il genere, secondo Aristosseno, è il rapporto nel quale si trovano reciprocamente i suoni di cui si compone l'intervallo di quarta. In altri termini, esso è una maniera di dividere il tetracordo. I due suoni estremi del tetracordo restano invariabilmente separati fra loro da un intervallo di quarta giusta. Essi si chiamano, per questo, suoni fissi. Tali sono la proslambanomene (προσλαμβανομένη), le due ipati (ὑπάται), la mese (μέση), la paramese (παραμέση), le tre neti (νήται). Quanto ai gradi intermedî, la loro intonazione varia secondo il genere, a condizione però che in nessun caso essi siano accordati più alto che nel diatonico. Perciò essi si chiamano suoni mobili o variabili. A questa categoria appartengono le paripati (παρυπάται), le licani (λίχανοι), le triti (τρίται), le paraneti (παρανήται). Allorché lo strumento era accordato diatonicamente, si otteneva il genere cromatico o l'enarmonico abbassando gradualmente il tono delle corde mobili per avvicinarlo al suono stabile inferiore e, per tal modo, aumentando l'intervallo più acuto del tetracordo.

La lira segue l'evoluzione di questo sistema. Da principio la sua estensione comprende due tetracordi congiunti (lira eptacorde). Ciascuna delle corde ha un proprio nome derivante dalla sua posizione sullo strumento: ipate (ὑπάτη) significa la corda più alta; paripate (παρυπάτη) la più vicina alla più alta; licanos (λίχανος) indice; mese (μέση) media; trite (τρίτη) terza; paranete (παρανήτη) la più vicina all'inferiore; nete (νήτη) l'inferiore. In seguito la lira riceve un'ottava corda, paramese (παραμέση); poi una nona, con Laso d'Ermione (verso il 500 a. C.), aggiunta al disotto della più grave. Il raddoppiamento di due gradi variabili la porta all'endecacordo e l'inserzione della mese cromatica, avvenuta verso il 450 a. C., l'arricchisce di un nuovo suono. Infine nel sec. IV a. C. essa ha quindici corde.

Il sistema ritmico non fu elaborato e svolto dai Greci che nel sec. IV a. C. Nel periodo anteriore, l'insegnamento della ritmopea si confondeva con quello della metrica. L'unità fondamentale della ritmica greca è il tempo primo che, secondo la definizione aristossenica, è quello che non può essere ulteriormente diviso e sul quale non si mettono né due suoni, né due sillabe, né due momenti orchestici. L'unione di varî tempi primi formava il piede, la cui durata era compresa fra la croma e la minima. Durate maggiori non furono usate dai Greci che eccezionalmente e con manifesta intenzione caricaturale, come nelle parodie di Aristofane. L'unione dei varî piedi secondo uno schema ritmico determinato (metro) costituiva il verso, che è appunto il periodo musicale. I versi artisticamente combinati formavano un sistema detto strofe. Le melodie primitive della musica greca, per lo più vocali e, però, legate alle proprietà del linguaggio, non contenevano, in generale, che due valori differenti: di tempi semplici (crome) e di tempi doppî (semiminime). Ai primi corrispondevano le sillabe brevi della lingua greca, ai secondi le sillabe lunghe. Così si venne formando la regola, eretta ad assioma dai metrici alessandrini, che assegna alla sillaba lunga la durata di due brevi. Con l'aiuto di questi due soli valori si può formare ogni specie di misura e, quando sillabe lunghe sono mescolate alle brevi, le prime hanno maggiore intensità e si collocano sul tempo forte, mentre le brevi sono riservate al tempo debole.

Gli antichi Greci ammettevano tre generi fondamentali di misure, che si trovano anche presso i moderni: il binario, il ternario e il quinario. I due primi furono i più diffusi nella musica greco-romana. Quanto al genere quinario, ammesso in teoria accanto agli altri, era meno praticato, sebbene lo fosse più che non dai moderni. Tutti tre i generi erano divisi in misure semplici e composte. Le prime erano irreducibili, le seconde potevano ridursi a valori più piccoli. Le tre grandi categorie di misure prendono nella nomenclatura aristossenica appellativi tolti alle varie forme metriche. Oltre alle misure tetiche (ϑετικαί), ossia comincianti in battere, gli antichi ammettevano anche misure anacrustiche (da ἀνάκρουσις), comincianti in levare, sconosciute alla ritmica moderna. L'aggruppamento di varie misure formava il membro ritmico o "colon" (κῶλον). I membri potevano essere d'una misura (monopodie), di due (dipodie), di tre (tripodie), di quattro (tetrapodie), di cinque (pentapodie), di sei (esapodie). I tempi podici concernevano la divisione della battuta, il battere e il levare, la tesi e l'arsi, in latino positio e sublatio. Dalla percussione dell'arsi e della tesi nasceva una divisione della battuta in due parti, talvolta uguali, talaltra ineguali. La misura e la sua divisione erano gli elementi costitutivi e permanenti del ritmo.

Come per i modi e per i generi, così anche per i ritmi esisteva un éthos, mirante a determinati effetti artistici e morali. Si ebbero così tre tropi o maniere ritmiche: la diastaltica o eccitante, propria del ritmo quinario; la sistaltica o inebriante, propria anch'essa del ritmo quinario e del ternario, e l'esicastica, appartenente di solito al ritmo binario. Ogni varietà di misura fu analizzata e caratterizzata dagli antichi secondo la convenienza del suo impiego.

I Greci indicavano non diversamente da noi, con le loro note, dei suoni a un'altezza determinata regolandosi su un diapason fisso, più grave del nostro d'una terza minore circa (fa diesis). Essi si servivano di segni grafici differenti secondo che si trattava d'una parte vocale o d'una parte strumentale. La notazione ritmica dei valori e dei tempi era indicata con segni posti al disopra delle lettere vocali e strumentali. La notazione strumentale è più antica, come lo attestano il suo meccanismo più originale e l'alfabeto arcaico di cui si compone. L'uso della scrittura strumentale, impiegante l'alfabeto eolico-dorico, fu introdotto ad Argo. La scrittura vocale invece, che si vale dell'alfabeto ionico, non può essere anteriore alle guerre persiane, epoca in cui questo alfabeto ricevette il suo ordinamento definitivo. Le tavole comprendenti tutti i segni della scrittura musicale greca, qui sotto riprodotte (la strumentale in alto), furono conservate da Alippio, teorico del secolo IV d. C.

Dell'antica musica greca ci sono pervenuti i seguenti resti:

1. I primi cinque versi della prima ode pitica di Pindaro; 2. gl'inni che vanno sotto il nome di Mesomede (v.) a Calliope, al Sole, a Nemesi (sec. I d. C.); 3. un frammento corale dell'Oreste di Euripide; 4. due inni ad Apollo (da iscrizioni del secolo II a. C.); 5. un frammento melodico trovato a Tralle, in Asia Minore, sull'epitaffio di Sicilo; 6. brevi melodie senza parole e frammenti varî; 7. cinque frammenti, tre vocali e due strumentali, conservati nel museo di Berlino e pubblicati da Th. Reinach (1919).

Bibl.: J. Combarieu, Histoire de la Musique, I, Parigi 1913; M. Emmanuel, La musique en Grèce (Art Gréco-Romain), in A. Lavignac, Encycl. de la musique; F. A. Gevaert, Hist. et théorie de la musique de l'antiquité, Parigi 1875-1881; R. Giani, Gli spiriti della musica nella tragedia greca, Milano 1924; L. Laloy, Aristoxène de Tarente et la musique de l'antiquité, Parigi 1904; Th. Reinach, La Musique grecque, Parigi 1926; C. Del Grande, Sviluppo musicale dei metri greci, Napoli 1927; id., Espressione mus. dei poeti greci, Napoli 1932.

Diritto.

I diritti greci sono tanti quante le città della Grecia: solo in piccola parte la συμπολιτεία che lega più città in una federazione, si traduce in leggi aventi efficacia in tutte le città consociate; ma anche l'estensione territoriale delle federazioni non supera di solito quella delle città maggiori. Le idee giuridiche fondamentali sono tuttavia comuni a tutti i Greci, pur essendo in ciascuna comunità variamente completate e derogate: anche nei paesi dove l'evoluzione autonoma ha proceduto più innanzi, come in Atene, la persistenza del nucleo originario è sempre riconoscibile. D'altronde, gli effetti più dannosi del particolarismo sono spesso evitati mediante trattati (σύμβολα o συμβολαί) che garantiscono la protezione giuridica nei rapporti fra cittadini di diverse città; determinando talvolta caso per caso se vada applicata la legge personale o la locale, ma riportandosi più spesso a una preesistente identità di norme. Altre regole comuni sono determinate, anche senza trattati, dalle necessità del commercio. Queste tendenze unitarie riparano in qualche modo alla scarsezza dei dati epigrafici, alla mancanza quasi assoluta di letteratura propriamente giuridica, all'ambiguità delle testimonianze degli oratori: l'antichissima legge di Gortina in Creta illumina quanto gli oratori affermano circa la posizione degli schiavi; il diritto ereditario trova una documentazione precisa nelle tavolette testamentarie delle colonie achee in Italia e in una legge della colonia di Dura-Europo in Mesopotamia; il mirabile frammento sulla vendita, unico superstite dell'opera di Teofrasto Περὶ νόμων, trova il suo commentario nel grande papiro alessandrino di Halle (δικαιώματα) e in iscrizioni di Rodi e di Cirene.

Essenzialmente consuetudinario, il diritto primigenio si presentava allo spirito dei Greci come norma divina (ϑεσμός); ed è probabile che nella tradizione sui prischi legislatori di cui le città menavano vanto (Licurgo in Sparta, Dracone in Atene, Minosse in Creta, Zaleuco in Locri Epizefirî, Caronda in altre colonie d'Italia ma anche in città dell'Asia Minore) siano contenuti elementi mitologici. Le loro leggi contenevano qualche paradigma, che si sviluppava per analogia nei negozî giuridici e nelle decisioni dei tribunali. Ma, quando l'oligarchia prevalse sul re e sul popolo minuto, e più ancora quando i partiti si formarono in seno all'oligarchia, si sentì il bisogno di sottrarre la giustizia all'arbitrio, e la diffusione della cultura suggerì la redazione scritta del nuovo diritto umano, νόμος. Teoricamente, solo le assemblee popolari possono legiferare; ma, a parte l'attività legislativa esercitata nel sec. VI a. C. dai tiranni, è frequente la concessione di pieni poteri (ad es. a Solone), e comunque la legge si riporta quasi sempre all'autorità di un magistrato o di un capopartito, e usualmente ne porta il nome. Le leggi sono pur sempre integrate, nel corso dei secoli, dagli usi del commercio, dall'interpretazione evolutiva dei tribunali, dalla ricerca di nuove clausole contrattuali e testamentarie.

Il diritto di ogni città vige per i cittadini, πολῖται, in quanto partecipi della comunità sovrana e delle altre minori (file, demi, fratrie): di qui i diritti politici, che negli stati democratici si riassumono nella partecipazione alle assemblee (ἐκκλησιάζειν), ai giudizî (δικάζειν) e alle magistrature (ἄρχειν); ma di qui anche i diritti privati, in particolare la facoltà di possedere immobili (ἔγκτησις) e di contrarre legittime nozze (ἐπιγαμία). Potenzialmente, è cittadino il nato da giuste nozze, il che richiede (a parte le concessioni speciali di ἐπιγαμία) l'appartenenza di entrambi i genitori alla città; ma chi si trova in questa condizione è ἀστός, non sempre πολίτης: vero cittadino diventa il maschio quando, compiuti i 18 anni, è iscritto fra gli efebi; la donna non lo diventa mai. Ma inoltre possono raggiungere la cittadinanza i nati da concubina ἀστή, quando il padre li dichiari come tali alla fratria, e anche gl'illegittimi di padre incerto, quando la madre sia ἀστή e i parenti di lei facciano la dichiarazione ai fratrî. È d'altronde diffusa la concessione a stranieri del diritto potestativo di divenir πολῖται di una città (o di una qualunque fra le città di una federazione) domiciliandovisi o acquistandovi beni. Fuori dalla categoria dei πολῖται, non esiste in origine capacità di diritto: mentre per i minorenni si giunge presto a rappresentarne la situazione come semplice incapacità di agire, la soggezione delle donne al κύριος conserva ancora in età storica i caratteri di una vera incapacità di diritto. Questa era minacciata del resto anche ad un cittadino vero e proprio, quando per delitto o per debiti verso lo stato incorresse nell'atimia; ma in progresso di tempo l'atimia si ridusse nei confini dei diritti politici. Per converso, si riconobbe assai presto la capacità giuridica delle comunità e dei collegi, pubblici e privati: sono innumerevoli i tipi che i Greci ne riconobbero.

Anche fuori della cittadinanza la protezione giuridica si venne estendendo sempre più. A parte le larghe categorie d'indigeni non riconosciuti come cittadini di pieno diritto, la cui posizione varia dall'esclusione totale o parziale dai diritti politici fino al diniego della proprietà fondiaria o addirittura alla servitù della gleba, e a parte la protezione accordata a stranieri in forza dei trattati e degli usi commerciali, molte città fecero una categoria a parte degli stranieri residenti, meteci (μέτοικοι). Anch'essi s'iscrivono, in liste separate, presso i demi, dietro presentazione di un patrono; ma la funzione di questo nell'esercizio e nella difesa dei diritti è presto obliterata, e il meteco difende da sé la sua proprietà mobiliare e i suoi diritti di credito. Neanche per gli schiavi il diniego di capacità giuridica si applica rigorosamente, anzi gli si riconosce qualche facoltà di acquistare col suo lavoro: questa concezione si riverbera nelle manumissioni, spesso costruite come passaggi graduali dalla servitù alla libertà.

I tratti più caratteristici, forse anche i meno intelligibili allo studioso educato al diritto romano, sono in tema di diritti sulle cose. Manca il concetto della proprietà, come diritto elastico che ogni limitazione lascia potenzialmente intatto: κύριος, κυριεία, κυριεύειν indicano la situazione che consente al titolare, secondo una valutazione economica, la prevalenza sopra ogni altro pretendente. Perciò il creditore munito di garanzia reale è considerato κύριος non solamente nell'antico sistema della vendita a riscatto (πρᾶσις ἐπὶ λύσει), che effettivamente gli attribuiva il pieno dominio della cosa fin dal momento della convenzione, ma anche nelle forme evolute che fino alla scadenza lasciano il godimento al debitore, come l'ἀποτίμημα costituito a garanzia dei beni dotali e pupillari e la ὑποϑήκη che divenne in età classica la forma usuale. I beni si sogliono distinguere in visibili (οὐσία ϕανερά) e invisibili (οὐσία ἀϕανῆς), in relazione all'impossibilità o possibilità di nasconderli, specie nei confronti del fisco: la prima categoria comprende gl'immobili, talora anche gli schiavi e il bestiame. In contrapposto al principio romano, che fa gravare sulla proprietà soltanto i pesi liberamente accettati dal dominus (servitù convenzionali), il diritto greco ha un sistema di servitù legali: la più caratteristica è quella che autorizza il proprietario di un fondo sprovvisto di acqua ad attingerne alla fonte del vicino.

La trasmissione degl'immobili richiede certe forme di pubblicità: un sistema primitivo è quello di chiamare a testimonî i vicini, consegnando loro delle monetine; altrove la trasmissione è annunciata parecchi giorni prima dall'araldo o con proclami scritti pei quali il magistrato esige una tassa; più perfetto è il sistema dell'anagrafe, cioè la tenuta di registri ufficiali degl'immobili e dei relativi trapassi. La vendita è fatta a contanti nel senso che la proprietà non passa se il prezzo non sia stato pagato: un impegno a vendere e a comperare si può creare con la consegna di un'arra (ἀρραβών) ma col solo risultato che in caso di rifiuto il mancato compratore perda l'arra o il mancato venditore debba restituirne un multiplo.

I rapporti di credito hanno una duplice origine: da una parte l'accreditamento di composizioni pecuniarie per delitti, dall'altra la sovvenzione che il contadino proprietario domandava ai benestanti quando la cattiva annata gli rendeva incerta la sussistenza e la provvista delle sementi. Nell'uno e nell'altro caso, la parola del debitore non bastava: se il delinquente non aveva pronta la somma del riscatto, solo un mallevadore disposto a sopportare in sua vece la vendetta poteva evitargliene l'immediato esercizio, e il contadino non trovava aiuto se non ricorrendo alla vendita a riscatto. Come questo sistema, reso più grave dall'elevatezza degl'interessi, abbia aduggiato in antico la piccola proprietà, è noto: in alcune regioni, come la Tessaglia, i proprietarî si sono trasformati per questa via in servi (πενέσται) dei latifondisti; e in Atene il condono dei debiti (σεισάχϑεια) ordinato da Solone, fu inteso come svincolo della piccola proprietà. La diffidenza contro i negozî del credito si riverbera ancora nelle Leggi di Platone, nonché in qualche consuetudine particolare che nascondeva il mutuo sotto un furto che il mutuatario fingeva di commettere a danno del mutuante. Ma nelle città più progredite si arrivò presto a riconoscere valore alla parola data, in un senso che fu da principio rigorosamente formalistico (κυρίας εἶναι τὰς πρὸς ἀλλήλους ὁμολογίας, ἃς ἐναντίον ποιήσωνται μαρτύρων, Demosth., In Phaen., 12): quando alla convenzione orale si sostituisce il documento, questo ha sovente carattere dispositivo, obbligando anche indipendentemente dalla causa. Soltanto in seguito si riconosce l'inefficacia del consenso dato per errore o estorto con violenza (caratteristico Eurip., Cycl., 256 segg.), e si segnano i gradi della responsabilità contrattuale: in taluni paesi, come Atene, si procede molto innanzi nella larga interpretazione della comune volontà delle parti. L'antica esecuzione personale, che riduceva l'inadempiente in schiavitù, fu abolita in Atene da Solone: altrove rimase teoricamente in vigore assai a lungo, ma varî espedienti le sostituivano in pratica quasi sempre l'esecuzione sul patrimonio. Primeggia fra i negozî di credito, com'è naturale, il mutuo (δάνειον), con le sottospecie dell'ἔρανος, dove la somma da mutuare è raccolta fra più amici, e del prestito marittimo, nel quale il finanziatore di un'impresa commerciale sopporta il rischio della perdita della nave e del carico: questo rischio è compensato dall'altezza degl'interessi, che d'altronde non hanno né qui né altrove un limite legale (usualmente 12% è il tasso degl'interessi terrestri, 30% quello dei marittimi). Diffusissima è nelle grandi città la locazione di case, dappertutto quella dei fondi: sotto lo stesso nome di μίσϑωσις si raccolgono anche i contratti di lavoro, di tirocinio, di appalto.

La famiglia, essenzialmente monogamica (per quanto si sia favoleggiato in contrario), si è forse fondata in origine su una potestà altrettanto ferrea quanto la romana; ma di ciò rimane in epoca avanzata solo qualche traccia, e anche l'esposizione degl'infanti, praticabile nei primi giorni dopo la nascita, è un prius rispetto all'entrata del neonato nella famiglia. Dal punto di vista della disciplina domestica, resta la grave sanzione dell'ἀποκήρυξις, con la quale il figlio indegno è solennemente bandito dalla famiglia; un istituto che resistette anche alla dominazione romana, fino all'età bizantina e oltre. Agli effetti patrimoniali la potestà sui figli, comparabile a una tutela, cessa al 18° anno. La situazione è ben diversa per la donna, che ancora nell'Atene degli oratori può esser veicolo di trasmissione ma non titolare di patrimonio proprio: il suo κύριος non è tanto un tutore quanto un titolare fiduciario del patrimonio da trasmettersi ai figli di lei. Ma il costume interviene anche qui, rimettendo dapprima all'arbitrio del κύριος di lasciare alla donna maggior libertà di disposizione, finché in quasi tutti gli ambienti la funzione del κύριος stesso si riduce all'assistenza a negozî che la donna compie in nome proprio. L'orfano è sottoposto a tutela, con prevalenza della designazione testamentaria: in origine anche il tutore (ἐπίτροπος) era titolare fiduciario dei beni, e la traccia ne è rimasta nel suo largo potere di amministrazione; egli può liberarsi dal sospetto che spesso lo circonda affidando tutto il patrimonio mobiliare a un cittadino che gliene garantisca un certo interesse annuo (μίσϑωσις οἴκου ὀρϕανικοῦ). Il matrimonio è preceduto normalmente da un contratto, col quale il κύριος promette la donna allo sposo (ἐγγύησις), ma in età storica tale contratto non produce obbligo giuridico, ed è quindi naturale che negli ambienti ellenistici contenuto principale del documento sia divenuta la regolamentazione dei rapporti patrimoniali fra coniugi. Lo stato matrimoniale è caratterizzato dalla convivenza, quando l'ἐγγύησις o la dote o altri elementi socialmente apprezzabili ne consacrano la legittimità; e cessa, oltre che con la morte, anche con l'assenza prolungata e col divorzio (che per il marito è libero, mentre la donna può ottenerlo solo rivolgendo, per gravi motivi, un'apposita istanza al magistrato).

La successione è, in linea di principio e per norma antica quanto e più del popolo greco, dei figli al padre: chi non abbia discendenti può crearsene con l'adozione, fra vivi o a causa di morte (εἰσποίησις). In progresso di tempo le leggi chiamano all'eredità, in mancanza di discendenti legittimi e adottivi, la parentela del padre del defunto (padre, fratelli, nipoti ex fratre), poi quella dell'avo (nonno, zii, cugini), eventualmente quella del bisavo: mentre alcune legislazioni chiamano ulteriori parentele, altre attribuiscono allo stato i beni di chi non lascia parenti prossimi. Si ammetteva inoltre fino ab antiquo che, specialmente nell'ora del pericolo, taluno disponesse dei beni di acquisto e di uso personale a vantaggio di uno o più estranei: da questa donazione a causa di morte (δόσις) è nato il testamento senza adozione, che ha in comune con l'altro il nome di διαϑήκη ed è largamente praticato in ogni parte del mondo greco. La donna era dotata abitualmente, in vita o in morte del padre, ma originariamente esclusa dalla successione: in seguito molte leggi l'ammisero alla successione intestata, ma dividendo ogni parentela in due classi, la maschile e la femminile, e chiamando la seconda solo in mancanza della prima; in Atene, come a Sparta, la donna che si trovi sola discendente non è erede ma ἐπίκληρος, cioè veicolo di trasmissione dell'eredità ai proprî figli: è perciò diritto e dovere dei congiunti di prenderla in moglie per conservare l'eredità nella famiglia.

Il diritto penale nasce, com'è naturale, dalla vendetta: familiare per l'omicidio, e non tollerata ma imposta dal costume sotto fiere sanzioni: individuale, e generalmente facoltativa, per gli altri torti. In età primitiva sembra non si tenesse conto dell'elemento intenzionale; ma nella legge di Dracone, ingiustamente proverbiale, l'omicidio volontario (ϕόνος ἑκούσιος) è distinto dall'involontario (ἀκούσιος); e se anche questo è punito (con l'esilio anziché con la morte) ciò risponde a quella necessità di purificazione, per cui la condanna va pronunciata anche contro l'omicida ignoto e contro l'animale o la cosa che ha dato la morte. Il furto è diversamente vendicato secondo che sia o non sia flagrante: mentre il secondo è punito con una pena pecuniaria privata (un multiplo del valore), il primo è ancora punito di morte nella legislazione draconiana: più tardi i tribunali si valgono abitualmente del potere di commutare la pena capitale in una multa accompagnata dall'atimia, e molti casi di furto qualificato sono sottoposti al regime della flagranza. Fra gli altri delitti gioverà ricordare la ricca casistica dell'empietà (ἀσέβεια), le lesioni personali e ingiurie gravi, l'adulterio, la diserzione e l'abbandono di posto in faccia al nemico, nonché la serie dei reati contro lo stato, nelle forme tipiche del tradimento e del peculato e nelle altre innumerevoli che le democrazie definirono nel loro spirito di sospetto verso i magistrati.

In ordine al processo, la differenza fondamentale non si pone fra la materia civile e la penale, ma fra i torti perseguibili mediante azione dell'interessato (δίκη) e quelli pei quali è ammessa l'azione popolare, esercitabile da ogni cittadino (γραϕή): la γραϕή ha sempre a fondamento un delitto, ma per un residuo della vendetta l'azione privata dei familiari è sempre richiesta in Atene per l'omicidio, ed è naturale che lo stesso principio valga per i delitti puniti con una multa a favore dell'offeso, come il furto non flagrante, le lesioni e ingiurie lievi, il danneggiamento.

La funzione di giudicare è talvolta affidata a organi speciali, ma in genere la competenza di questi è limitata alle cause di minor conto: prevale invece il concetto che la giurisdizione, funzione sovrana, appartenga ai supremi organi costituzionali. Spetta perciò nei poemi omerici al re, assistito dai geronti; e nelle oligarchie si divide, secondo l'importanza delle cause, fra i magistrati e i consigli degli anziani. Ma già in più stati aristocratici si afferma la tendenza di portare le cause più gravi al giudizio dell'assemblea dei cittadini attivi (p. es. in Locri Epizefirî ai Mille) o a una parte di essa (come nella costituzione tolemaica di Cirene, dove ai 601 della βουλή e della gerusia si aggiungono 1500 cittadini sorteggiati fra i Diecimila); e le democrazie battono decisamente questa strada. Così in Atene Solone introduce l'appello al popolo, ed Efialte (462 a. C.) trasforma il giudizio popolare in unica istanza, affidata a una larga rappresentanza del popolo (ἡλιαία), rispettando solo la giurisdizione dell'Areopago e degli altri tribunali dell'omicidio: per i reati contro lo stato o contro la democrazia, l'intera Ecclesia può riservarsi il giudizio. I 6000 giudici dell'Eliea, tratti a sorte di anno in anno in numero di 600 per tribù, erano divisi per ulteriore sorteggio fra i varî tribunali di cui i singoli magistrati avevano la presidenza (v. arconte). Al magistrato spetta l'istruzione, la cui importanza è manifesta nel fatto che non possono essere presentate al dibattimento prove che non siano già state raccolte in istruttoria. Davanti al tribunale, le parti debbono sostenere le loro ragioni personalmente, intercalando nel loro dire le prove: la necessità di arringhe brillanti, come si convengono a tribunali numerosi diede molto da fare agli specialisti che fornivano le parti di un testo da recitare (v. avvocatura). La funzione del tribunale è resa assai delicata dal fatto che molti processi sono τιμητοί, lasciano cioè a discrezione dell'Eliea la misura e anche il tipo della pena: da ciò la fiera avversione degli spiriti pensosi contro il sistema. I processi privati erano generalmente sottoposti, prima del rinvio a dibattimento, ad arbitri (dieteti), sorteggiati in un elenco che comprendeva tutti i cittadini oltre i 60 anni: soltanto se il lodo degli arbitri non era accettato il processo aveva il suo corso.

Bibl.: Per la parte documentale cfr. epigrafia; papirologia; e le singole voci. Fra le leggi è da ricordare la grande iscrizione di Gortina (circa 600 a. C.) edita da D. Comparetti, Monumenti antichi dei Lincei, III, p. 18 segg., nonché J. de Prott e L. Ziehen, Leges Graecorum sacrae, Lipsia 1896-1906; scelta di documenti giuridici, ma parziale e oggi antiquata, in R. Dareste, B. Hausoullier, Th. Reinach, Inscriptions juridiques gr., Parigi 1891-1904.

Opere generali: M. H. E. Meier e G. F. Schoemann, Das attische Prozess, Halle 1824, più volte rifatto e da ultimo rifuso in J. H. Lipsius, Attisches Recht und Rechtsverfahren, Lipsia 1915; Th. Thalheim, Griechische Rechtsalterthümer, Friburgo in B. 1895; L. Beauchet, Histoire du droit privé de la république athénienne, voll. 4, Parigi 1897; G. Buolt, Griech. Staatskunde, voll. 2, Monaco 1920-26; E. Weiss, Griech. Privatrecht, I, Lipsia 1922; U. E. Paoli, Studi di diritto attico, Firenze 1930; G. M. Calhoun e C. Delamere, A working bibliography of Greek law, Oxford 1927. - Sui singoli istituti: E. Szanto, Das griechische Bürgerrecht, Friburgo 1892; H. Francotte, De la condition des étrangers dans les villes grecques, in Musée belge, 1904; A. Calderini, La manumissione e la condizione dei liberti in Grecia, Milano 1908; P. Koschaker, Über einige griechische Rechtsurkunden aus den östlichen Randgebieten des Hellenismus (spec. sulle manumissioni e sul pegno), Lipsia 1931; J. C. Naber, De proprietatis intellectu oratio tripertita, in Mnemosyne, LIII (1929), p. 177 segg.; H. F. Hitzig, Das griechische Pfandrecht, Monaco 1895; D. Pappulias, ‛Η ἐμπτάγματος ἀσϕάλεια κατὰ τὸ ἑλληνικὸν.... δικαιον, I, Lipsia 1909; J. Partsch, Griechisches Bürgschaftsrecht, Berlino-Lipsia 1909; R. Maschke, Die Willenslehre im gr. Recht, Berlino 1926; E. Ciccotti, La famiglia nel dir. attico, Torino 1886; V. Arangio-Ruiz, Erede e tutore, in Atti Accad. scienze morali e polit. di Napoli, LII, 1930; E. F. Bruck, Die Schenkung auf den Todesfall, I, Breslavia 1909; id., Totenteil und Seelgerät im gr. Recht, Monaco 1926; J. H. Bonner e G. Smith, Administration of justice from Homer to Aristotle, I, Oxford 1930; J. J. Thonissen, Le droit penal de la république athénienne, Bruxelles 1875. Vedi anche la letteratua citata nel vol. XIII, p. 584; e le voci donna; famiglia; ecc.

Storia economica e finanziaria.

Dalle origini alle terre persiane. - Condizioni economiche. - Nel periodo miceneo le residenze reali abbracciavano soltanto pochi ettari di terreno, e la popolazione viveva in villaggi aperti, dedita all'agricoltura e alla pastorizia. Semplici erano dunque le condizioni economiche, sebbene si abbiano indizî di traffici relativamente estesi, e soltanto quando, sul finire del periodo minoico, i Greci occuparono stabilmente le isole dell'Egeo e le coste occidentali dell'Asia Minore trasformandosi in popolo prevalentemente marinaro, quelle condizioni, come tutti gli altri modi del loro vivere, cominciarono a mutarsi. Anzitutto ebbe incremento la vita cittadina, stimolata dall'esempio delle condizioni più evolute con cui i Greci erano venuti a contatto nei territorî di colonizzazione, e, in pari tempo, notevole impulso ebbero le attività professionali e commerciali. Infatti nella seconda metà del secondo millennio a. C. furono i Greci gl'intermediarî principali del commercio tra l'Europa, la valle del Nilo e la costa siriaca, ma sul finire di quel millennio, e sul principio di quello successivo, avendo preso un grande slancio, mentre decadeva la potenza dell'Egitto, le città della costa fenicia, specialmente Sidone e Tiro, ed essendosi ivi sviluppate industrie fiorenti. quali quelle della porpora, di lavori in metalli, di vetrerie, ecc., i Fenici aprirono uno sbocco ai loro prodotti nell'Egeo, e questo mare fu dominato dai loro traffici, del che si hanno i noti riflessi nell'Odissea. La diffusione dei prodotti fenici nel mondo greco stimolò, a sua volta, in questo l'imitazione; si ebbe l'introduzione nell'Egeo dell'uso della tintura in porpora, e, soprattutto, lo stile orientalizzante dell'arte greca industriale. Tuttavia, nei primi secoli del primo millennio a. C. la Grecia rimase un paese essenzialmente agricolo, nel quale la proprietà terriera si andò concentrando nelle mani delle famiglie aristocratiche, che infine si sostituirono al potere monarchico.

La trasformazione radicale dell'economia greca avvenne soltanto quando la colonizzazione si spinse con grande slancio sulle coste dello Ionio, della Tracia e della Propontide. Allora ai bisogni delle nuove colonie, cui erano impari le condizioni locali, convenne provvedere con esportazioni dalla madre patria, e in questa si svilupparono industrie sulla base delle materie prime, invero non numerose, di cui disponeva: giacimenti di argilla, lane delle greggi e soprattutto minerali di rame dell'Eubea, di ferro della Laconia, delle Cicladi e della stessa Eubea. In Calcide, in Corinto e nelle città vicine di Sicione, Argo, Egina, Atene fiorì la lavorazione dei metalli, in Megara le industrie tessili, in Corinto e in Atene quelle ceramiche. Ma il centro principale dell'attività manufatturiera fu nella Ionia, specialmente in Mileto per le tessiture, le tinture e la produzione di stoffe di lana; in Chio e Samo per la metallurgia. In tal guisa i prodotti dell'industria greca cacciarono dal mercato quasi tutti quelli fenici ed orientali (a prescindere da pochi: unguenti, vetrerie, tappeti, ecc.), e grande fu il bisogno di mano d'opera per le tante esigenze, specialmente delle colonie. Al qual bisogno si fece fronte per mezzo di schiavi, che furono adoperati in notevole numero e di entrambi i sessi, a cominciare già dal sec. VI a. C., specialmente in Mileto, in Chio, in Corinto, e, un po' più tardi, in Atene. Mercé l'uso della mano d'opera servile presero sempre più piede, accanto alle piccole, le grandi aziende, delle quali si può dimostrare quasi con certezza l'esistenza per quanto si attiene all'industria ceramica, ma che si può presupporre anche per le altre. E i ceti industriali, crescendo in potenza, aspirarono all'influenza politica, e da loro, nelle città in cui se ne erano formati, trassero origine le rivoluzioni che spazzarono via le aristocrazie.

Di pari passo con le industrie si svilupparono i traffici marittimi, come risulta dalle strette relazioni commerciali della Grecia con l'Egitto, ove in Naucrati sorse la nota colonia greca; con la Fenicia e con l'Occidente, in cui i Greci giunsero al paese argentifero di Tartesso, e da Massalia dominarono il commercio con la Gallia e col nord-est della Spagna, vincendo nel Tirreno, sul finire del sec. VI a. C., la concorrenza fenicia. I principali centri del commercio furono presso a poco quelli stessi delle industrie: le città della Ionia, donde si dipartiva il traffico con la Propontide e col Ponto (specialmente Mileto e Focea, che erano anche in stretti rapporti la prima con l'Italia, la seconda con l'Adriatico, con Tartesso e col paese dei Celti); e, nella madre patria, Calcide e Corinto, in cui si concentrava il commercio con lo Ionio e con l'Adriatico, ed Egina, che era l'intermediaria con l'Oriente, laddove Atene soltanto più tardi, e soprattutto in conseguenza della sua potenza politica, acquistò importanza commerciale.

Tuttavia non bisogna formarsi dello sviluppo commerciale e industriale della Grecia nel sec. VI un'idea esagerata: complessivamente si era ancora in una fase modesta, al che corrisponde il fatto che la popolazione, anche dei maggiori centri, continuava ad essere assai limitata. Il Beloch la valuta intorno a 25.000 abitanti per Corinto e per Atene, a 30.000 per Mileto e per le due principali colonie dell'Occidente, Sibari e Crotone. Si noti che studî recenti tendono a ridurre ulteriormente le proporzioni dell'economia greca in questo periodo; ma, comunque, espressione ed incentivo della trasformazione economica verificatasi in esso fu l'uso della moneta, la cui introduzione va ascritta a qualcuna delle città della Ionia, Mileto o Focea, o della vicina Lidia, sul principio del sec. VII, e che in meno di un secolo si diffuse per tutto il mondo greco, agevolando immensamente i bisogni del commercio. Ma la coniazione rimase per lungo tempo limitata alla Ionia e alle città industriali e commerciali dell'Euripo e del golfo Saronico, e anche nei paesi economicamente più progrediti l'economia monetaria soltanto lentamente si sostituì a quella in natura, come può desumersi dai censi delle classi soloniane espressi in medimni dì frumento, e dal prelevamento in natura dell'imposta fondiaria in Atene al tempo dei Pisistratidi. La circolazione dei metalli nobili, provenienti principalmente dalle miniere d'oro e d'argento di Sifno, da quelle d'oro di Taso e della prospiciente costa tracia, e, specialmente, da quelle d'oro del territorio di Abido e dalle sabbie auree dei corsi d'acqua della Lidia, rimase sino al sec. V assai limitata, e fu maggiormente ristretta dalla tesaurizzazione, per via degl'ingenti doni votivi che si accumularono nei tempî. Perciò il valore di scambio dei metalli nobili dovette essere in quest'epoca assai alto. Al tempo di Solone una pecora costava una dramma, altrettanto un moggio di orzo, un giovenco 5 dramme; 100 e 500 dramme erano il premio rispettivo dei vincitori dei giuochi istmici e di quelli olimpici, e 500 dramme la rendita annuale con la quale si era iscritti nella classe dei maggiori proprietarî rustici. Con l'economia monetaria entrò nella vita economica della Grecia il fattore dell'interesse, che nell'economia in natura era stato assai limitato, e per lo più facoltativo, e che ora invece, per il valore maggiore assunto dai prodotti del suolo forniti in anticipo e per il bisogno di capitale nelle industrie e nei traffici, divenne obbligatorio e, in vista del rischio, anche assai elevato (18% in Atene al tempo di Solone).

Nonostante il maggiore sviluppo industriale e commerciale, l'agricoltura rimase al primo posto nella vita economica della Grecia: furono realizzati notevoli progressi tecnici, assicurata, contro la scarsezza delle piogge nell'estate, l'irrigazione artificiale. A prescindere da qualche latifondo nella Tessaglia e nella Macedonia, la proprietà fondiaria appare assai divisa, come può risultare dai censi delle classi soloniane che presuppongono, secondo i calcoli del Beloch, proprietà oscillanti fra i dieci e non molto più dei 40 ettari, e dalla misura del lotto di un cittadino spartano, valutabile a una quindicina di ettari.

I grandi proprietarî facevano coltivare i loro fondi o da lavoratori a giornata o da coloni partecipanti al raccolto, ma in qualche paese si sviluppò, per conquista o sopraffazione, la servitù della gleba (gl'Iloti spartani, i Penesti della Tessaglia, i Cillirî di Siracusa).

Nei paesi più progrediti si soffriva già di eccedenza demografica rispetto alle risorse disponibili, e, frazionandosi la proprietà ogni giorno più a cagione delle successioni, vi si allargò la miseria e con essa il bisogno di prestiti, con garanzia del fondo e della persona stessa del debitore. Ed ecco coprirsi i campi dei pilastri attestanti le ipoteche; molti debitori esser cacciati dalla casa e dal piccolo podere e talora ridursi in schiavitù, e il ceto dei piccoli proprietarî, impotenti a difendersi dalle sopraffazioni dei grandi, minacciato da travolgente rovina, arrestata o differita soltanto dal formarsi di forti ceti operai, che si allearono coi piccoli proprietarî contro le usurpazioni dell'aristocrazia.

Finanze. - Già nei tempi omerici tra i compiti molto limitati dello stato aveva figurato quello di assicurare i pochi mezzi necessarî alle limitatissime spese che incombevano sulla collettività. Il βασιλεύς aveva i suoi beni della corona, e gli venivano frequentemente offerti doni dai sudditi, sui quali gravava già in qualche caso la partecipazione obbligatoria all'allestimento di feste pubbliche con ecatombi e banchetti. Quindi nemmeno in quell'età poterono mancare funzionarî addetti alla raccolta dei contributi, e tra i più antichi di essi si debbono annoverare i mástroi o mastres e i kōlakrétai.

Durante il periodo di rinnovamento economico e politico, che abbraccia parte dell'VIII e tutto il VII secolo a. C., dovuto, come abbiamo visto, alla fondazione delle colonie, allo sviluppo della navigazione e del commercio, all'introduzione e alla diffusione della moneta, i compiti e quindi i bisogni dello stato andarono continuamente accrescendosi, dando luogo a un parallelo sviluppo delle magistrature, della giurisdizione, dell'organizzazione militare di terra e di mare, dei lavori pubblici, del culto; ma fino a che i magistrati non furono pagati, e le spese dell'armamento gravarono sui singoli cittadini, i bisogni, che lo stato doveva soddisfare direttamente coi suoi mezzi, restarono essenzialmente limitati, come può ricavarsi dal poco che sappiamo circa l'organizzazione finanziaria di Atene per l'epoca stessa di Solone, quando le entrate della cassa erariale, amministrata dai kōlakrétai, si riducevano a competenze giudiziarie, a multe, al ricavato dalla vendita delle pelli delle vittime, e alle contribuzioni prelevate dai naucrarî sui componenti delle dodici naucrarie, cioè dei distretti in cui furono suddivise le primitive quattro tribù, per provvedere, prima alla marina, ma poi anche ad altri scopi amministrativi. Dalla loro cassa i colacreti attingevano i fondi per le spese navali, le ambascerie, i sacrifici pubblici e le feste.

Coi tiranni, l'organizzazione finanziaria ebbe ulteriore sviluppo e complicazione, per l'intenso bisogno che essi sentirono di denaro per le spese della corte, per le loro grandiose costruzioni, per i doni ai tempî e soprattutto per il soldo della guardia del loro corpo e delle loro milizie mercenarie. Essi non poterono fare a meno di gravare i sudditi d'imposte regolari dirette e indirette, come fecero i Cipselidi, che introdussero appunto tasse sui mercati e dazî nei porti, e Pisistrato, che nell'Attica prelevò il 5% dei prodotti del suolo. Questa più onerosa e complicata organizzazione finanziaria fu ereditata dai regimi che tennero dietro alle tirannidi, e ulteriormente sviluppata, specie in quelli democratici.

Dalle guerre persiane ad Alessandro Magno. - Condizioni economiche. - Dopo le guerre persiane la Grecia conquistò una posizione assolutamente dominante nel bacino orientale del Mediterraneo, e passò al primo piano nel progresso dell'economia, come della civiltà in genere, poiché le colonie greche d'Asia Minore avevano già molto sofferto sotto la dominazione persiana, né, liberate che furono da questa, poterono riconquistare il precedente primato. I principali centri del commercio, particolarmente attraverso le colonie occidentali, diventano Corinto, Egina, il Pireo, ma poi, annientata Egina, sale sempre più in importanza il Pireo. Analogo slancio risentono le industrie, inducendo un enorme aumento della mano d'opera servile, che nell'Attica sale a 70-80.000 schiavi, e in Corinto a poco meno. In pari tempo cresce la popolazione dei più cospicui centri cittadini; secondo il Beloch, infatti, Atene, al principio della guerra del Peloponneso, raggiunge i 100.000 abitanti; altrettanti Siracusa e poco meno Corinto; e tra i 20 e i 30.000 ne raggiungono Sparta, Argo, Tebe, Egina, Sicione, Megara, Corcira, Pagase. Tutta la popolazione dell'Attica può valutarsi a circa 200.000 anime, quella dell'Argolide a circa 300.000 (pari a circa 80 abitanti per kmq.), quella della Beozia a 150.000 (c. 60 per kmq.), quella di tutto il Peloponneso a 1 milione circa. Aggiungendo le isole, la Tessaglia e le regioni montuose del NO., pare si possa giungere a 304 milioni di abitanti per tutta la penisola greca e le isole. Altrettanto si può approssimativamente assegnare al territorio coloniale in Occidente e in Oriente.

L'incremento demografico fece aumentare il bisogno di rifornimenti dall'estero, specie di frumento (nel sec. V l'importazione nell'Attica non deve essere stata inferiore a quella di 800.000 medimni, pari a 400.000 hl., accertata per i tempi di Demostene; per tutta la penisola si deve valutare a parecchi milioni di medimni).

L'economia in natura scomparve, a prescindere da qualche zona fuori mano, e quella monetaria si estese, già forse a cominciare da Ciro, alla Persia. La moneta attica d'argento prese decisamente il sopravvento, e divenne il circolante prevalente in tutto il bacino dell'Egeo ed anche oltre. Ai bisogni della monetazione soddisfacevano specialmente le miniere d'argento del Laurio e quelle del basso Strimone, e, sebbene una notevole parte delle provviste metalliche fosse sottratta al traffico mercé la tesaurizzazione nei maggiori templi, nell'Attica, in Delo, in Olimpia, pure la quantità del metallo nobile circolante fu sempre tale da determinare un considerevole aumento dei prezzi (2 dramme un moggio di orzo, 3 uno di frumento, 10-20 una pecora, 50-100 un bue). Corrispondentemente diminuì il saggio d'interesse dei prestiti sia in prodotti, sia in denaro, ma non troppo, per il grande bisogno di capitali sentito dalle industrie, in guisa che pare possa valutarsi al 13% circa. Interesse dunque ancora alto, che presuppone grande produttività industriale, e, quindi, oltre che alti prezzi, basse mercedi. L'investimento di capitali in schiavi adibiti alle industrie fruttava circa il 30%; nel commercio marittimo presso a poco altrettanto, se limitato all'Egeo, e molto più, per il maggior rischio, in più lunghe navigazioni; in proprietà fondiarie e in fabbricati meno (nel secolo seguente dall'8 al 12%). A 2 0 3 oboli al giorno può valutarsi la mercede media di un operaio grossolano, a una dramma quella di operai esperti, ad altrettanto quella di un ufficiale subalterno, mentre il lavoro intellettuale (di medici, poeti, drammaturghi, filosofi e retori) era molto più rimunerativo. Nella Laconia e nella Tessaglia prevaleva la grande proprietà che era molto rappresentata anche in Beozia, in Macedonia e in Sicilia; invece nell'Attica la proprietà fondiaria era assai frazionata; infatti i nobili non possedevano in genere più di una trentina di ettari, e su una proprietà mobiliare e immobiliare complessiva che, al principio della guerra del Peloponneso, doveva superare assai i 5750 talenti del catasto del 378-7 a. C., una proprietà singola di otto o dieci talenti valeva come considerevole, e le maggiori ricchezze non superavano i 30-40 talenti.

Le condizioni economiche del sec. IV sino ad Alessandro Magno segnano un ulteriore progresso, nonostante la distruzione spaventosa di beni operata dalle continue guerre, perché la forza vitale della nazione era ancora tale da compensare ad usura le perdite. Mentre l'agricoltura ristagna, il paese s'industrializza sempre più, con nuovo slancio delle industrie tessili e dei metalli, della fabbricazione di mobili, di articoli in pelle e di unguenti, con largo impiego di mano d'opera, prevalentemente servile, ma anche libera. In qualche azienda gli operai superavano il centinaio, sebbene generalmente si aggirassero intorno ai 20 o 30. Il saggio corrente di interesse è il 12% in Atene (più alto in altre località), mentre l'utile industriale raggiunge il 17 e anche il 18. Non molto tempo dopo la guerra del Peloponneso il maggior centro industriale tornò ad essere Atene; la seguono in ordine d'importanza Corinto, Megara, Sicione, Argo, Sparta; in Oriente, Mileto, Samo, Chio e Mitilene; in Occidente, Siracusa e Taranto. Aumentarono i bisogni d'importazione, così di materie prime, come di schiavi e di viveri, specialmente di frumento, acquistato principalmente dal Ponto, dall'Egitto e dalla Sicilia (intorno a 400.000 hl. se ne aggirava l'importazione in Atene verso il 350 a. C.). L'importazione era compensata approssimativamente dall'esportazione, soprattutto di prodotti industriali (il movimento commerciale del Pireo nel 399-8 a. C. può valutarsi a 2000 talenti, di cui un migliaio debbono appartenere alle importazioni, metà di viveri, metà di materie grezze e di schiavi, ed un migliaio alle esportazioni). Atene rimase anche principale centro del traffico monetario, e il bisogno di denaro, che vi era nelle industrie e nei commerci, diede appiglio alla formazione di vere e proprie banche, le quali conservarono il nome delle primitive aziende dei semplici cambiavalute (τράπεζαι), ma si svilupparono in organismi di deposito e credito sempre più vasti e potenti, retti generalmente da parecchi capitalisti associati insieme; particolare importanza esse ebbero per l'assunzione in appalto della riscossione delle imposte. Continuò la salita dei prezzi, il moggio di frumento crescendo nel corso del sec. IV da 3 a 6 dramme in tempo normale, e quella delle mercedi, che dalla misura di 3 oboli -1 dramma passano a quella di 1 ½-2 ½ dramme. La distribuzione della proprietà subì modificazioni, non tanto in Atene, dove, nonostante la formazione di grandi ricchezze, il ceto medio non diminuì di troppo, ma soprattutto a Sparta, dove molte delle piccole proprietà disparvero e il numero dei cittadini di pieno diritto diminuì del 50%, e nelle altre regioni sostanzialmente agricole. Onde, spinti dal bisogno, migliaia e migliaia d'individui si diedero al servizio di mercenarî, e migliaia e migliaia esularono dalla patria nell'alternativa delle lotte politiche. La rivoluzione batteva alle porte; unica salvezza poteva essere in un processo di unificazione politica e nell'apertura di nuovi sbocchi alle eccedenze demografiche. Le quali erano urgenti, più per le ragioni economiche, che abbiamo dette, che per l'aumento della popolazione, perché aumento di questa ci fu, ma lieve. Infatti, secondo i calcoli del Beloch, la popolazione della penisola verso il 400 a. C. sembra aggirarsi intorno ai 3 ½ milioni (e cioè: Peloponneso 1.150.000, Attica con Megaride ed Oropo 190.000, Eubea 120.000, restante della Grecia centrale 500.000, isole ioniche 180.000, Tessaglia 600.000, Epiro 250.000, Macedonia 500.000); e al tempo di Alessandro intorno ai 4 milioni. La città più popolosa era sempre Atene. L'Attica caduta da 200.000 a 150.000 abitanti per la guerra del Peloponneso, alla morte di Alessandro doveva essere tornata al numero primitivo di cui più della metà concentrati in Atene. Seconda veniva Corinto con 100.000 abitanti circa, di cui più della metà rappresentata da schiavi.

Finanze. - Nel sec. V a. C. le spese militari, che prima avevano gravato sui singoli cittadini, passarono in gran parte allo stato. Estendendosi il servizio della fanteria pesante ai cittadini delle classi non abbienti, fu giuocoforza pagare ad essi l'armatura pesante, e col continuo svilupparsi e prolungarsi delle guerre non si poté fare a meno di addossare all'erario le spese per il mantenimento dell'esercito. Si aggiunga che l'uso introdotto dai tiranni di assoldare milizie mercenarie fu imitato; Atene nel sec. V aveva un corpo di 1000 arcieri scitici, acquistati sui mercati schiavistici del Ponto, e a quesii si aggiunse un corpo di 1200 cavalieri.

Sul finire del sec. V si pagavano in Atene 4 oboli al giorno circa al fante, il doppio o forse il quadruplo al cavaliere; ma il numero degli opliti, specialmente per il forte costo dell'armatura, restò piuttosto scarso; gli opliti ateniesi al principio della guerra del Peloponneso non superavano i 13.000, cui si aggiungevano 1200 cavalieri, e fu già molto se la lega Peloponnesiaca poté mantenere un esercito di 20.000 armati pesantemente. Assai maggiori invece erano le spese che richiese la marina, da quando consistette presso che esclusivamente di triremi: il costo infatti di una trireme pare che fosse nel sec. V di un talento attico, e il suo armamento comportava circa 200 marinai e soldati, pagati ciascuno circa 3 oboli al giorno, complessivamente quasi mezzo talento al giorno. E ben 300 triremi costituivano la flotta ateniese al principio della guerra del Peloponneso, 120 quella di Corcira, 30 quella di Corinto, 40 quella di Megara; e se si aggiunga il costo degli arsenali e delle fortificazioni, si avrà un'idea delle spese militari di quel tempo: 2400 talenti costò l'assedio di Potidea (432-430 a. C.), 2000 la difesa di Siracusa (415-413 a. C.), e a 12.000 circa si computano le spese complessive dei primi dieci anni della guerra del Peloponneso.

Alle spese militari si aggiunsero quelle derivanti dal principio, che si fece particolare strada negli stati democratici, di retribuire i cittadini per molte delle funzioni politiche, giudiziarie e amministrative loro affidate. In Atene già Clistene stabilì che i pritani fossero mantenuti a spese pubbliche, e, dopo le guerre persiane, ai senatori fu attribuita una diaria giornaliera di una dramma, il che implicava una spesa complessiva di trenta talenti all'anno. Le spese per le diarie dei giudici popolari (prima due oboli a seduta, elevati poi a tre da Cleone durante la guerra del Peloponneso) possono computarsi a 60-90 talenti annui, da quando, allargata con Efialte la competenza delle giurie, e assoggettati a queste con Pericle gli alleati, occorrevano ogni giorno parecchie migliaia di giurati. E lo stato dovette largamente contribuire alle spese per il culto, cresciute col crescere della sontuosità dei banchetti sacri e con l'aumento generale dei prezzi, sì che ad esse non bastarono più le rendite proprie dei templi. Per le piccole Panatenee del 415-14 furono prelevati dal tesoro 9 talenti; e 6 talenti, pur nelle strettezze della guerra di Decelea, furono accordati dallo stato per le grandi Panatenee. Maggiori ancora le spese per la costruzione di templi (il Partenone va valutato ad un migliaio di talenti, i Propilei a circa 300, l'oro della statua colossale di Atena a 616, e le spese complessive per le costruzioni periclee dell'Acropoli a 2012). Assai minori nel sec. V le spese per gli edifici pubblici, presso che nulle quelle per la pubblica istruzione.

Tutte queste spese dovevano essere coperte quasi esclusivamente per mezzo d'imposte, e, poiché i demanî negli stati greci succeduti alle monarchie furono in genere poco notevoli (se si eccettuino le città cretesi, la Macedonia e l'Attica per le miniere d'argento del Laurio), e poiché imposte dirette, a prescindere dal periodo delle tirannidi, furono adottate soltanto in contingenze straordinarie per il motivo che le democrazie greche vedevano in ogni imposizione diretta una grave limitazione della libertà personale, la finanza pubblica greca dell'età classica fu basata quasi esclusivamente su imposte indirette, di cui le principali erano: i dazî d'importazione e di esportazione, prelevati nei porti (ἐλλιμένιον), di cui esempio troviamo già in Crisa, porto di Delfi, intomo al 600 a. C., e che in genere non superò il 2-5% del valore delle merci (in Atene anzi 1% prima dell'occupazione di Decelea per opera degli Spartani); i dazî nei mercati (ἀγορᾶς τέλος, in Atene διαπύλιον, specie di dazio consumo); le tasse sulle vendite concluse dinnanzi a magistrati; le competenze giudiziarie. Il gettito complessivo delle imposte non si deve pensare per il sec. V troppo elevato, data la piccola estensione che avevano in media i diversi stati: nella stessa Atene non superava, al principio della guerra del Peloponneso i 5-600 talenti annui; ma un surrogato assai gravoso degli oneri tributarî era rappresentato dalla mancanza di compensi per l'esercizio delle magistrature più elevate, e dal dispendio che accompagnava alcune cariche, quali la coregia, per la quale dovevano sostenersi le spese di allestimento, esercitazione, mantenimento e stipendio dei cori delle rappresentazioni drammatiche, la ginnasiarchia che implicava spese analoghe per i partecipanti alle gare ginnastiche e, soprattutto, la trierarchia, per la quale si doveva armare una nave e mantenerla in efficienza per tutta la durata del servizio, onere davvero assai pesante e rovinoso. Una gestione e un bilancio a parte avevano i tributi che Atene impose nel sec. V ai suoi alleati, per provvedere alle spese comuni di guerra. Nella prima valutazione fatta da Aristide essi importarono 460 talenti attici, cioè più di tre milioni di lire oro all'anno, poi oscillarono, per salire nel 425-24 a una valutazione di 960 talenti, con una realizzazione, certamente, alquanto inferiore. Gli avanzi venivano capitalizzati e la cassa della lega, che prima era in Delo, fu nel 454 trasferita in Atene e consacrata ad Atena Poliade, alla quale ogni anno veniva offerta un'ἀπαρχή nella misura di 1/60 del tributo. Il tesoro della lega nel 454-53 sarebbe stato, secondo notizie di Diodoro, di 10.000 talenti, ma questa cifra non ha fondamento, mentre appare fondata, sebbene un po' arrotondata, la cifra di 6000 talenti che Tucidide (II, 13, 3) dà per il principio della guerra del Peloponneso.

Passando dal sec. V al IV sale ancora la parabola delle spese nei principali stati greci, per il perpetuarsi delle guerre e per il crescente abuso democratico delle diarie, degli oboli per feste e spettacoli, e di altre distribuzioni di denaro pubblico al popolo. In Atene, p. es., la diaria fu estesa ai cittadini che partecipavano alle assemblee, e prima ebbe l'altezza di un obolo per ogni seduta, poi di due, poi di una dramma e talora più; ed Eubulo (non Pericle, né Cleofonte, v. Beloch, Griech. Gesch., II, 1, p. 398 e III, 1, p. 343) introdusse nel 371 a. C. il ϑεωρικόν, cioè l'elargizione ai cittadini dell'ingresso gratuito a teatro, e simili liberalità furono poi estese ad altre feste, e da una dramma per cittadino, che ne fu l'importo originario, si elevarono a quote maggiori, in guisa che la spesa per questo capitolo finì coll'inghiottire ogni avanzo del bilancio.

Per queste ragioni avvenne che Atene e la maggior parte degli stati greci in questo tempo si trovarono in continuo bisogno di denaro, e si impose loro il problema di accrescere le entrate dello stato; ma poiché il sistema delle imposte indirette nel sec. V era stato sviluppato organitamente e quasi compiutamente, non rimase altra via che accrescerne il tasso (in Atene il dazio di importazione e di esportazione, che era stato fissato all'1% del valore delle merci, dopo la guerra di Decelea fu raddoppiato) ed anche particolar cura si pose per frenare l'ingordigia delle società che appaltavano la riscossione delle imposte. Nonostante tutto il bisogno, si tenne fermo al principio di non far ricorso alle imposte dirette se non in casi straordinarî, quasi esclusivamente di guerra, ma mentre prima nell'imposizione di questi tributi straordinarî si era proceduto grossolanamente, si cominciò a pensare ad una più equa ripartizione, ed infatti in Atene, quando riarse la guerra con Sparta nell'anno dell'arcontato di Nausinico (378-77 a. C.), si procedette ad un censimento di tutta la proprietà mobiliare e immobiliare di tutti i cittadini. Le percentuali applicate in queste imposte sulla ricchezza appaiono abbastanza elevate, perché, p. es., nel decennio successivo all'arcontato di Nausinico i prelevamenti complessivi in Atene ammontarono al 10%, pari in media all'1% all'anno, senza dire che Dionisio di Siracusa nelle strette della guerra coi Cartaginesi giunse a prelevare il 20% della proprietà; ma si deve pensare che, in ogni caso, si trattò di gravami affatto straordinarî. Si persistette nel sistema delle liturgie, ma fu giuocoforza correggerlo. Se già nella guerra del Peloponneso, l'onere insopportabile della trierarchia era stato diviso tra due contribuenti, e si era poi consentito di affidarla a imprenditori, sotto la responsabilità di chi vi era obbligato, nel 357-56 fu introdotta un'innovazione assai radicale, poiché coi 1200 cittadini più agiati si formò un certo numero di simmorie, di gruppi, cioè, ognuno dei quali doveva in tempo di guerra armare una o più navi, col che la prestazione era di molto mitigata e più equamente distribuita. Rimaneva peraltro l'ingiustizia che ognuno dei soggetti dovesse pagare lo stesso contributo, indipendentemente dal grado della sua ricchezza, e fu per ciò che Demostene, nell'ultima guerra contro Filippo, si fece autore di una legge che proporzionava il contributo dei singoli alla ricchezza rispettiva. Ad ogni modo, quali che fossero le pressioni tributarie che si esercitavano, esse erano sempre insufficienti in tempi di straordinarî bisogni, e fu così che presto si pose mano ai tesori dei templi. Già al tempo della guerra archidamica, Atene, sotto la forma di prestiti a interesse, aveva attinto non soltanto al tesoro di Atena Poliade, che in sostanza era tesoro statale, ma anche a quello degli altri dei. Però, avvenuta la pace, essa aveva cercato lealmente di pagare questi debiti; ma, riarsa la guerra, dovette ricorrere di nuovo alla stessa fonte, e questa volta, dopo la sconfitta, non le fu più possibile fare onore ai suoi impegni. L'esempio dato da Atene di secolarizzazione dei tesori sacrali fu poi nel corso del sec. IV imitato da Dionisio di Siracusa, dagli Arcadi e dai Focesi. Comunque tali tesori, più o meno ricchi, erano destinati ad esaurirsi più o meno rapidamente, e di qui la necessità di prestiti, spontanei finché si trovava chi, per patriottismo o per ambizione, rispondesse all'appello, forzosi, quando l'appello restava vano. Né basta: in qualche caso, purtroppo, gli stati greci, pur di colmare le falle dei loro squallidi bilanci, non si astennero da mezzi ìndegni, quali le confische forzose di patrimonî privati.

Da Alessandro Magno alla fine dell'indipendenza greca. Condizioni economiche. - Alessandro Magno con la fondazione del suo impero universale aprì una nuova era, anche della storia economica della Grecia e dell'Oriente ellenico. Le sue colonie (glie se ne attribuiscono oltre 70), oltre che agli scopi militari, servirono a quelli del traffico e dell'incivilimento. Basti pensare all'importanza che in poco tempo assunsero Alessandria d'Egitto e Alessandria nel Golfo Persico, la prima come città mondiale, la seconda come centro commerciale di tutta la regione in cui sboccavano l'Eufrate ed il Tigri. Si aggiunga che il grande Macedone si sforzò, ordinandone l'esplorazione, di aprire al commercio l'Oceano Indiano, ed aveva ideato di fare altrettanto per il Mar Caspio. Molto utile fu anche l'introduzione voluta da lui in tutto l'impero di un sistema monetario unitario. Inoltre la conquista delle satrapie d'Asia Minore, e poi dell'Egitto e dell'interno dell'impero persiano coi tesori regali di Susa e di Persepoli, pose nelle sue mani immense ricchezze, inghiottite però rapidamente dalle spese militari per il mantenimento delle truppe, per le ricompense ai mercenarî, per i doni agli ufficiali, e dal lusso della corte. Sebbene le entrate annue superassero certamente i 15.000 talenti, alla morte del re nel tesoro ve ne erano 50.000.

La conquista dell'Oriente e la fondazione di tante nuove città aprirono un campo sterminato ai prodotti dell'industria greca e causarono uno slancio economico, che non poté essere soffocato nemmeno dalle sanguinose lotte dei Diadochi. Fiorentissima fu Atene durante il governo di Demetrio Falereo, ma poi per tutto il sec. III la città più splendida della penisola greca divenne Corinto. Massimo naturalmente fu il rigoglio della Macedonia, che ebbe il suo nuovo centro commerciale in Tessalonica fondata da Cassandro; magnificamente rifiorirono in Asia Minore Efeso e Mileto; nuovi centri importanti divennero Alessandria Troade, Ilio e specie Pergamo, mentre decaddero Alicarnasso, Lesbo, Chio, Samo.

Benché le conquiste del Macedone avessero arrecato vantaggi economici anche all'una o all'altra città della penisola greca, nell'insieme la conquista e la colonizzazione dell'Oriente fino all'India le tolsero la posizione dominante che essa nei secoli precedenti aveva avuto come centro geografico e commerciale del mondo greco, e spostarono il centro di gravità economico verso l'Oriente. Il Mediterraneo cessò di essere l'unica grande strada del commercio greco: le colonie fondate non più sulle coste, ma nell'interno dell'Asia, le strade di comunicazione aperte dai Seleucidi fra Antiochia e Seleucia, Antiochia e l'altipiano iranico, la grande via d'acqua del Nilo, l'apertura delle coste dell'Oceano Indiano, dovuta agli sforzi dei Tolomei, offrirono nuovi mezzi ai traffici, espandendone il respiro in un giro molto più ampio di prima. E di questo giro sorsero i centri, là dove sboccavano le grandi arterie commerciali che dall'Oriente portavano al Mediterraneo, e quindi, anzitutto, in Alessandria d'Egitto (che assurse ad una estensione di 900 ettari e ad una popolazione di circa mezzo milione), unico grande porto dell'Africa settentrionale, congiunta con un canale al Nilo e in facilissima comunicazione col Mar Rosso; in Antiochia sull'Oronte, la cui posizione agevolava particolarmente il riallacciamento delle coste del Mediterraneo con l'interno della Siria; in Seleucia del Tigri, in cui si congiungevano le vie commerciali dell'altipiano iranico e del Golfo Persico. E del commercio che sboccava da questi punti divenne ulteriore centro di transito Rodi, sorgente in posizione egualmente adatta per i traffici con l'Egitto, con la Siria, con le città del Ponto e con la Sicilia. Ed era commercio che aveva assunto proporzioni assai più vaste che nel passato, anche pei progressi fatti dalla navigazione e per la maggiore sicurezza dei mari: la massa di merci del movimento commerciale annuo in Rodi al principio del sec. II a. C. pare possa valutarsi al quadruplo che in Atene intorno al 400 a. C., e cioè a circa 125 milioni di lire oro.

Allo slancio del commercio corrisponde quello della produzione agricola e industriale, in prima linea in Egitto, grande produttore di frumento e fervente di industrie (specialmente del lino, del papiro, del vetro), e in seconda linea in Babilonia e in Asia Minore.

E qui nell'Oriente la grande industria lavora non a base preminente di schiavi, come ancora nella penisola greca e in Sicilia, ma con impiego larghissimo di mano d'opera libera, mentre per l'agricoltura in Asia Minore vediamo impiegati servi della gleba, personalmente liberi, nella condizione, cioè, degl'Iloti spartani e del colonato romano. L'economia monetaria prevale in tutto l'Oriente, le banche hanno ulteriore incremento specialmente in Egitto, ma ne sorgono perfino in piccoli centri, come Tespie e Tauromenio, e aumentano di molto i mezzi di circolazione, sia in metalli nobili, sia in bronzo. I prezzi non subirono, in genere, aumenti, e altrettanto si dica degli stipendî e delle mercedi, come è dimostrato dagli abbondanti dati, raccolti nella storia del Beloch. L'interesse dei capitali dati a prestito diminuì, per la maggiore sicurezza delle condizioni generali, dal 12%, a cui si era fissato in Atene verso la metà del secolo precedente, al 10%, ma in Egitto fu molto più alto: 24%. Si accumularono in mani di singoli, ricchezze assai maggiori che prima: parallelamente diminuirono in Grecia i ceti medî, le masse si proletarizzarono, e la piccola proprietà rurale fu assorbita dal latifondo. Ma anche i grandi proprietarî quasi dappertutto si indebitarono, provocando di tempo in tempo delle agitazioni per l'annullamento delle ipoteche, le quali agitazioni riuscirono in Sparta col favore del governo, ma non in altri luoghi, dove si venne anzi addirittura a guerra civile tra creditori e debitori. Assai migliori però furono, anche sotto questo aspetto, le condizioni in Oriente, ove accanto alle grandi proprietà della corona, dei templi e dei ricchi rimaneva largo campo per la piccola proprietà, di guisa che ivi si formò un numeroso ceto medio che poté largamente compensare quello che andava scomparendo nella madre patria.

Fra gli stati sorti sulle rovine dell'impero di Alessandro Magno, il maggiore per estensione e per popolazione fu quello seleucidico, cuí possono attribuirsi, naturalmente con calcoli d'incerta approssimazione, tre milioni e mezzo di chilometri quadrati di superficie, dei quali 600.000 per lo meno appartenevano alle provincie occidentali, e una popolazione di 30 milioni di abitanti; seguivano l'Egitto con circa 120.000 kmq. di estensione e 10 milioni di abitanti, e la Macedonia con 70-90.000 kmq. e 3-4 milioni di abitanti.

Finanze. - Tra gli stati ellenistici l'Egitto tiene il primo posto per l'eccellenza della sua organizzazione finanziaria, i cui tratti fondamentali risalgono del resto all'antica epoca dei Faraoni, ma essa fu perfezionata dai primi Tolomei, che svilupparono e migliorarono tecnicamente il sistema tributario, sì da colpire tutte le risorse del paese. La più importante delle imposte dirette era quella fondiaria, che veniva prelevata in natura secondo un catasto assai preciso, e tenuto continuamente al corrente, ed era pagata non secondo un'aliquota variabile del raccolto annuo, ma in una misura fissa di moggi (artábē) applicata ai singoli iugeri di terreno (aroura), di diversa altezza a seconda della qualità del suolo, del tipo di coltura e della condizione del proprietario. Colpita era anche la proprietà in bestiame, schiavi, fabbricati (secondo il 5% del fitto), e altre imposte ordinarie erano quelle sulle successioni, sull'esercizio di arti e mestieri (cheirōnáxion), e la capitatio che gravava su tutti gli adulti, eccettuati i sacerdoti. Alle ordinarie si aggiungevano le imposte straordinarie: offerte di corone d'oro al sovrano e a funzionarî, mantenimento di questi e del loro seguito in occasione di viaggi, contribuzioni per l'armamento di navi, ecc. Vi era inoltre tutta una serie di tasse per gli scopi dell'amministrazione locale: assistenza ai poveri, bagni, spettacoli, manutenzione dei canali e delle dighe, ecc. E anche per le spese del culto, in quanto eccedevano le rendite delle proprietà dei templi, vi erano tasse, di cui la più importante fu la apómoira sulle vigne, gli orti e i frutteti. Tra le imposte indirette le più importanti erano i dazî d'importazione, che colpivano le merci col 20-50% del valore, quelli di esportazione ai confini dei singoli distretti (sulla base di 1/24 del valore), quelli per il passaggio delle merci dalle campagne in città, e le tasse che colpivano articoli di particolare consumo: vino, birra, lino, papiro. Alla stessa categoria delle imposte indirette appartiene la tassa di registro del 10% su tutti i contratti, vendite e passaggi di proprietà. Le imposte erano fiancheggiate da monopolî, di cui si ricordano quello sul sale, sulla soda, sull'olio di ricino e di sesamo e quello bancario (nel senso che tutte le banche erano appaltate per conto del sovrano). Inoltre assai estesi erano i demanî reali, tra i quali si debbono comprendere le miniere d'oro del sud del paese. Alle entrate dell'Egitto si aggiungevano quelle dei possedimenti stranieri, quali la decima del frumento e della vite nei possedimenti d'Asia Minore e di Tracia, il tributo (εἰσϕορά) delle Cicladi, i proventi delle miniere di rame e delle foreste dell'isola di Cipro, del monopolio del silfio in Cirene, delle foreste del Libano, ecc. L'importo generale delle entrate egiziane saliva, al tempo di Tolomeo Filadelfo, secondo una notizia di S. Girolamo (In Daniel, XI, 5, p. 1122), a 14.800 talenti di argento (circa 87 milioni e mezzo di lire oro) e a 1.500.000 artabe (circa 600.000 hl.), le quali cifre sono certamente esagerate, ma comunque è certo che quell'importo doveva superare rilevantemente la cifra di 6000 talenti, che da Diodoro (XVII, 52, 6) si può desumere per le entrate egiziane a metà del sec. I a. C., quando l'Egitto aveva perduto tutti i territorî limitrofi.

Minori certamente, per difetto e impossibilità di una rigida centralizzazione, furono le entrate dell'impero seleucidico, sebbene questo fosse molto più esteso. Le fonti principali ne erano l'imposta fondiaria, nella forma della decima dei prodotti del suolo, i dazî, i monopolî, i tributi dei principati asiatici soggetti, i proventi dei demanî assai estesi (tra cui le foreste d'Asia Minore), sebbene via via falcidiati per la fondazione di colonie, donazioni a mercenarî e vendite. Le entrate complessive a tempo di Antioco I e di Antioco II dovevano superare gli 11.000 talenti attici (circa 82 milioni e mezzo di lire oro), secondo quanto il Beloch induce da Diodoro (XIX, 56, 5).

Assai minori ancora furono le risorse del regno di Macedonia, consistenti specialmente nei redditi dei demanî reali (tra i quali le ricche foreste della zona montuosa, le miniere d'oro e d'argento del Pangeo, il cui ricavato veniva valutato, certo con esagerazione, a 1000 talenti annui, e quelle d'argento del territorio bisaltico), nell'imposta fondiaria gravante sui sudditi macedoni, la quale negli ultimi tempi del regno rendeva 200 talenti all'anno, e nelle contribuzioni imposte ai territorî annessi.

Notevolissime, in rapporto alla sua estensione, le entrate del regno di Pergamo ed esemplare la sua organizzazione finanziaria: anche qui imposta fondiaria, determinata in una percentuale fissa del valore dei terreni, tributi di alcune città greche, dazî doganali, redditi di demanî molto estesi, gestione di fabbriche, monopolî; ma non è possibile, sebbene diversi tentativi siano stati fatti, determinare nemmeno con larga approssimazione l'ammontare annuo di queste entrate.

L'amministrazione finanziaria degli stati greci. - La legislazione finanziaria spettava agli organi nei quali risiedeva e per mezzo dei quali si esplicava la sovranità dello stato; organi che variavano a seconda dei diversi tipi di costituzioni, ma quanto al campo specificamente amministrativo, le più larghe competenze erano in genere affidate alla bulè. Essa in Atene presiedeva alla preparazione del bilancio, assisteva all'aggiudicazione delle imposte, vegliava all'esatta realizzazione delle entrate; in Delfi, in Epidauro, in Delo, alla bulè subentravano per lo più in queste attribuzioni le commissioni che la presiedevano. Alla riscossione delle imposte si provvedeva generalmente per mezzo di appaltatori, per i quali sono ricordate particolari disposizioni legislative in Atene, in Sicilia, in Egitto. Spesso essi si unirono in società allo scopo di costituire maggiori capitali.

Varî e più o meno numerosi ci si presentano nei diversi stati i magistrati finanziarî. Basti un cenno di quelli ateniesi. Gli ἀποδέκται, istituiti da Clistene, erano i ricevitori generali delle entrate, che dovevano versare, nel giorno stesso dell'incasso, ai magistrati, cui competevano; i πωληταί presiedevano agli appalti e alle vendite di beni dello stato, i πράκτορες riscuotevano le multe giudiziarie, i ταμίαι τῶν ἱερῶν χρημάτων τῆς 'Αϑηναίας custodivano il tesoro di Atena, i ταμίαι τῶν ἄλλων ϑεῶν i tesori degli altri dei, che nell'anno 454-53 a. C. furono depositati nell'opistodomo del Partenone, ma nel sec. IV, essendo stati uniti questi tesori con quelli di Atena, i due collegi di ταμίαι si ridussero a uno. Tutti i collegi sin qui accennati erano di dieci membri, sorteggiati uno per tribù. L'ἀντιγραϕεὺς τῆς διοικήσεως controllava il denaro versato dagli apodetti nella cassa del senato, il ταμίας τοῦ δήμου amministrava i fondi che servivano alle spese per l'incisione dei decreti, l'allestimento di corone e i viaggi degli ambasciatori. Nel sec. IV. a. C., e più precisamente nel periodo tra il 354 e il 339, acquistarono per opera di Eubulo grandissima importanza gli ἐπὶ τὸ ϑεωρικόν, che invasero le attribuzioni degli apodetti e dell'ἀντιγραϕεὺς τῆς διοικήσεως; ma nel 339 per la riforma di Demostene passò al primo piano il ταμίας τῶν στρατιωτικῶν. Poi sorse come magistratura finanziaria preminente quella ἐπὶ τῆς διοικήσεως, tenuta talora da una sola e talora da più persone.

Negli stati ellenistici le finanze costituirono un dipartimento indipendente dall'amministrazione provinciale, come già aveva disposto Alessandro Magno. Alla testa stettero intendenti generali che risiedevano nelle capitali degli stati rispettivi, e da loro dipendevano intendenti per le singole provincie che alla loro volta avevano sotto di sé un numeroso personale subalterno.

Bibl.: Per la storia economica: A. Böckh, Staatshaushaltung der Athener, 3ª ed., Berlino 1886 (trad. ital., in Pareto, Bibl. di st. econ., I, Milano 1903); B. Büchsenschütz, Besitz und Erwerb im griechischen Altertum, Halle 1869; Ed. Meyer, Die wirtschaftliche Entwicklung des Altertums, Jena 1895, e in Kleine Schriften, 2ª ed., Halle (trad. ital., in Pareto, Bibl., cit., II, i, Milano 1905); K. Bücher, Die Entstehung der Volkswirtschaft, 2ª ed., Tubinga 1898; P. Guiraud, La propriété foncière en Grèce, Parigi 1893 (trad. ital., in Pareto, Bibl. cit., II, ii, Milano 1907); id., La main d'œuvre industrielle dans l'ancienne Gręce, Parigi 1900; H. Blümner, Die Gewerbliche Tätigkeit der Völker des klassischen Altertums, Lipsia 1869 (trad. ital., in Pareto, Bibl. cit., II, ii); H. Francotte, L'industrie dans la Grèce ancienne, Bruxelles 1900; G. Billeter, Geschichte des Zinsfusses im griechisch-römischen Altertum, Lipsia 1898; R. Pöhlmann, Geschichte der sozialen Frage und des Sozialismus in der antiken Welt, 3ª ed., Monaco 1922; J. Beloch, Die Bevölkerung der griechischrömischen Welt, Lipsia 1896 (trad. ital., in Pareto, Bibl. cit., IV, Milano 1908), e Zeitschrift für Sozial-Wissenschaft, II (1899), pp. 505 segg., 600 segg.; Klio, V (1905), p. 341 segg.; VI (1906), p. 34 segg.; id., Griechische Geschichte, 2ª ed., I, i, Strasburgo 1912, pp. 202 segg., 265 segg.; II, i, ivi 1914, p. 74 segg.; III, i, Berlino e Lipsia 1922, p. 313 seg.; VI, i, ivi 1925, p. 270 segg.; G. Glotz, Le Travail dans la Grèce ancienne, Parigi 1920; A. Dopsch, Naturalwirtschaft und Geldwirtschaft, Vienna 1930; M. Weber, Gesammelte Aufsätze zur Sozialwirtschaftsgeschichte, Tubinga 1924; J. Hasebroek, Griechische Wirtschafts- und Gesellschaftsgeschichte bis zur Perserzeit, Tubinga 1931; id., Staat und Handel im alten Griechenland, ivi 1928.

Per le finanze, v. A. Böckh, op. cit.; G. Gilbert, Griechische Staatsaltertümer, Lipsia 1885, II, p. 357 segg.; I, 2ª ed., 1893, p. 418 segg.; E. Meyer, Griechische Finanzen, in Conrads Handwörterbuch der Staatswissenschaften, 3ª ed., 1910, IV, p. 134 segg. (si confronti nella 4ª ed. di questo stesso Dizionario, 1927, p. 9 segg., l'articolo di Th. von Eheberg); E. Bourguet, L'administration financière du sanctuaire Pythique, Parigi 1905; K. Rietzler, Finanzen und Monopole im alten Griechenland, Berlino 1907; E. Cavaignac, Études sur l'histoire finacière d'Athènes au Vesiècle, Parigi 1908; H. Francotte, Les finances des cités grecques, Liegi-Parigi 1909; J. Beloch, Griech. Gesch., 2ª ed., già citata, II, i, p. 109 segg.; III, i, p. 324 segg., 442 segg.; ii, p. 419 segg.; IV, i, p. 328 segg., 388 segg.; G. Busolt, Griechische Staatskunde, Monaco, I, 1920, p. 587 segg.; II, 1926, p. 1210 segg.; A. M. Andreades, Ιστορία τῆς ‛Ελληνικῆς δημοσίας οἰκονομίας, I e II, i, Atene 1930 (trad. ted., Geschichte der griechischen Staatswirtschaft, I, Monaco 1931). - Per l'Egitto tolemaico basti indicare: G. Lumbroso, Recherches sur l'Écon. polit. de l'Égypte sous les Lagides, Torino 1870; U. Wilcken, Griechische Ostraka aus Aegypten und Nubien, Lipsia e Berlino 1899; B. Grenfell, Revenue Laws of Ptolemy Philadephus, Oxford 1896; G. Maspero, Les Finances de l'Égypte sous les Lagides, Parigi 1905; A. Bouché-Leclercq, Histoire des Lagides, III, Parigi 1906, p. 237 segg.; U. Wilcken, Grundzüge der Papyruskunde, I, i, Lipsia 1912, p. 146 segg., 169 segg., 209 segg., 330 segg.

Monetazione.

Comprendiamo in questo articolo la trattazione delle monete antiche coniate dalle città della Grecia propria e dell'Oriente ellenico, e dalle colonie greche, dai primordî della monetazione sino al sovrapporsi del dominio romano, rinviando alla voce apposita la trattazione delle monete della Magna Grecia (v.).

I primi inizî della monetazione greca, che sono anche i primi inizî della monetazione nel mondo antico, risalgono al sec. VII a. C. Lungamente si è dibattuta la questione circa l'invenzione e l'inventore della moneta, così nell'antichità come dagli studiosi moderni; oggi però è acquisito alla scienza che per invenzione della moneta si deve solamente intendere quell'innovazione per cui lo stato monopolizza l'emissione della moneta, dà a essa fissità di tipo, di lega, di peso e corso forzoso; e si può ammettere, definitivamente, che questa riforma si compì, nel sec. VII, in Lidia, dove i re inaugurarono la monetazione di stato, e che quasi subito, se non simultaneamente, essa apparve nelle principali città bagnate dal mare Egeo: Lesbo, infatti, Cizico, Focea, Efeso, Mileto, Samo, Nasso, Egina e altri grandi centri del commercio possiedono una moneta ufficiale in elettro, in oro o in argento già alla fine del sec. VII a. C.

Una volta adottato, questo intermediario degli scambî garantito dallo stato, che soppiantava tutti gli altri mezzi escogitati precedentemente dal commercio per le contrattazioni sui mercati, si propagò con rapidità in tutte le colonie greche della costa mediterranea, in occidente e in oriente, e al principio del sec. VI nessun centro ellenico di una certa importanza mancava della sua moneta di stato autonoma.

La più alta espressione della vita pubblica dei Greci essendo la città-stato, la suddivisione in un numero quasi infinito di piccoli stati indipendenti si riflette nella monetazione nel modo più evidente; ciascuna città ha la sua moneta, di un dato peso e con speciali tipi, nella cui emissione agisce con assoluta indipendenza, senza riguardo alcuno a quello che fanno le altre città più o meno vicine, al solo fine del suo interesse materiale e morale. Ne risultò così, sino quasi al tempo di Alessandro, una quantità di sistemi, di nominali, di tipi, di serie, che costituisce la più evidente caratteristica della moneta greca; basti annotare che si conoscono più di 600 re e dinasti, e più di 1450 città che hanno battuto moneta; alcune delle quali presentano serie ricchissime che dai più antichi tempi scendono all'età romana; buon numero delle altre, all'incontro, hanno coniato serie più o meno povere di pezzi, a intervalli di tempo, altre ancora ci dànno serie effimere datate dal periodo di maggiore sviluppo o di più vasta importanza politica.

Le serie più importanti si debbono a centri che ebbero nel commercio o nella politica, diremo così, mondiale, posti direttivi: metropoli, emporî marittimi, centri di produzione industriale o porti di transito obbligato, mercati internazionali, capitali di grandi stati asiatici ed europei, centri religiosi di larga fama; sono serie di valore e di corso internazionali, che hanno dominato per secoli i mercati di tutto il mondo antico, e sono i creseidi di Creso, i darici persiani, le tartarughe di Egina, le civette di Atene, i pegasi di Corinto, i filippi di Filippo di Macedonia, gli alessandri del suo grande successore; e per l'età ellenistica le serie seleucidiche e tolemaiche, i cistofori delle maggiori zecche asiatiche.

Accanto a queste serie maggiori, quelle delle minori zecche hanno avuto all'incontro corso solo locale, o limitato alla zona d'influenza del centro stesso, zona che è variata nei successivi periodi storici: di qui la fluttuazione della circolazione di determinate serie, la saltuarietà delle emissoni, la loro varia entità, ecc.

Il primo metallo monetato fu l'elettro, una lega varia di oro e di argento che si rinviene in natura, ma che può essere anche apprestata dalla mano dell'uomo. Ben presto, però, riscontrati gli inevitabili inconvenienti sorti dall'uso di una materia il cui valore intrinseco variava secondo la finezza della lega, non sufficientemente controllabile né determinabile, furono preferiti l'oro e l'argento puri. Ultimo in ordine di tempo fu il bronzo, che ha costituito nel mondo greco solitamente la moneta di conto, di valore nominale, laddove la moneta di oro e di argento costituì la moneta di valore reale, intrinseco. Alla preferenza per questo o quel metallo per la monetazione contribuirono esigenze commerciali, economiche, politiche. Le sabbie dei fiumi e le miniere fornivano tanto oro e argento ai re della Lidia da render favolose le loro ricchezze, onde le ricchissime serie dei darici, dei criseidi e dei sicli, che inondarono tutto il mondo orientale e greco; le miniere di argento del Laurio fornirono ad Atene il metallo per le sue "civette", che tanta prosperità economica le procurarono da condurla al primo posto fra le altre città della penisola greca; con l'argento importato dal commercio fenicio-cartaginese, che sfruttava le miniere della Spagna, vennero coniate le ricchissime serie dei pegasi di Corinto e delle sue colonie, e le serie delle tante zecche greche che alimentarono il commercio dell'antichità. La scoperta delle miniere di Macedonia fece epoca e diede l'opportunità alla più ricca emissione di monete d' oro dell'antichità, quella dei filippi.

La moneta è un pezzo di metallo di un dato peso; ora, poiché l'uso della moneta seguì all'uso del metallo a peso, così già le primitive monete sono tagliate secondo una scala di pesi, secondo cioè il sistema ponderale del paese. Nella vasta zona mediterranea, molti furono i sistemi di peso in uso, indigeni e importati, onde derivarono altrettanti sistemi monetali. Questi prendono il nome dalla città o dal popolo che per primi li adottarono, o dalla città più importante che ne fece uso; abbiamo così il sistema persiano, babilonese, fenicio, eginetico, calcidico, acheo, focese, corinzio, attico, rodio, tolemaico, euboico, ecc.

Per regolare la condizione reciproca della moneta d'oro e d'argento battuta e corrente sullo stesso mercato, due sistemi furono tentati e adottati: il sistema bimetallico e il monometallico. Il primo sistema, adottato dagli Achemenidi, pretese di stabilire un rapporto fisso e invariabile fra i due metalli, imponendo per legge che una moneta d'oro, di un dato peso, valesse un determinato numero di monete d'argento, malgrado qualsiasi variazione del valore commerciale dei due metalli. Ne susseguì l'esportazione della moneta, il cui valore metallico era salito al di là del valore monetario, ciò che indusse a successive demonetizzazioni dell'uno dei due metalli. I Greci privi d'oro e specialmente gli Ateniesi, col meraviglioso istinto del commercio e con la grande esperienza delle operazioni bancarie, adottarono diversa soluzione del problema. Essi posero e mantennero, cioè, a base del loro sistema l'argento e lasciarono correre l'oro, che fu pure il preferito strumento di scambio per tutto il periodo da Pericle ad Alessandro, sotto forma di barre e di moneta straniera, di cui la banca fissava liberamente il corso, cioè come merce a peso. Così pure corsero le poche monete di oro che Atene e altri stati greci coniarono in determinati momenti, onde può dirsi che in generale solo le monarchie della Lidia e della Persia, di Cipro e poi della Macedonia, della Siria e dell'Egitto coniarono l'oro in serie continue e regolari, oltre ad altri pochi centri essenzialmente commerciali, quali Cizico, Lampsaco, ecc.

Caratteristiche più evidenti della moneta del periodo arcaico sono, insieme, la forma ovoidale del tondello e il quadrato incuso del rovescio, cioè quella depressione, più sovente rettangolare e a fondo rugoso, che tiene il posto della figurazione, la quale s'introduce posteriormente. Sono caratteristici, infatti, il rettangolo incuso dei darici e dei sicli persiani, quelli delle tartarughe di Egina, dei pegasi di Corinto, dei didrammi di Calcide e di Eretria, degli stateri d'oro, di elettro e di argento della Lidia, dei ciziceni e degli stateri di Lampsaco, di Taso, di Neapolis di Macedonia, ecc. Le primitive monete ebbero forma ovoidale schiacciata, a bordi tozzi e spessi, irregolarmente tagliati; tale forma in seguito si venne regolarizzando, così da divenire un tondello appiattito, quasi perfettamente circolare, sulle cui due facce, in un rilievo più o meno accentuato, emergono le figurazioni e la leggenda. L'evoluzione della moneta greca, dopo la forma che presto si stabilizza, riguarda essenzialmente l'elemento tipologico, nel quale sta per noi il maggior interesse.

Il tipo della moneta greca fu fino dagl'inizî il segno di garanzia della moneta, una solenne affermazione da parte dell'ente che la emetteva che la moneta era di giusto peso e di buon metallo. Presso i Greci la religione essendo il fondamento della vita in tutte le sue molteplici manifestazioni, la moneta non poteva non portare un segno di questo sentimento religioso; nell'immensa maggioranza i tipi monetali sono infatti improntati alla mitologia e al culto; la divinità, rappresentata prima dal suo simbolo e poi dalla sua effigie, simbolo ed effigie che sono nello stesso tempo l'emblema della città, garantisce la moneta stessa, posta sotto la sua protezione. L'incisore dei conî lavora sotto il controllo e l'autorità dello stato; la sua è un'arte ufficiale per la purezza, la sobrietà, la semplicità della composizione che s'ispira essenzialmente al rispetto delle tradizioni.

I tipi sono tratti dal mondo animale e vegetale e dal mondo inanimato dei manufatti umani; compare, non ultima, la figura umana.

Del primo gruppo abbiamo buon numero di animali reali e fantastici: la tartaruga a Egina, la foca a Focea, il tonno a Cizico, la vacca, il vitello, il caprone, il lupo, il cavallo sulle serie primitive delle tribù della Macedonia, della Tracia, della Tessaglia e a Creta; il polipo, la seppia in Eubea, la civetta ad Atene, la pantera alata, il grifone alato, il pegaso a Panticapeo, ad Abdera di Tracia, a Corinto; la colomba a Sicione, l'aquila nell'Elide, a Calcide di Eubea, la sfinge a Chio, il granchio a Coo, la chimera a Sicione e a Corinto, i delfini, il lupo ad Argo, l'ape a Efeso, il cane a Cidonia di Creta, il gallo a Dardano, il cigno a Clazomene, il serpente ad Amantía e a Byllís, il toro in Epiro, mostri marini a Itano di Creta, ecc.

Al mondo vegetale appartengono il tralcio di vite di Mende di Macedonia e di Maronea di Tracia, il grappolo di Corcira, l'olivo di Atene, la palma di Gortina e di Ierapitna, la rosa di Rodi, il melograno di Side, il silfio di Cirene, ecc., e le corone di lauro, di quercia, di spighe, di alghe che racchiudono i tipi e che ornano l'effigie delle più varie divinità.

Al mondo inanimato appartengono i numerosi tipi che ripetono oggetti di ogni genere: anfore, calici, coppe, scudi, asce, bipenni, mazze, archi, lire, fulmini, astri, tripodi, torce, navi o parti di esse, are, templi, ecc.


Source: http://www.treccani.it/enciclopedia/grecia_(Enciclopedia-Italiana)/


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